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una storia originale di Andrej Koymasky


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QUEL CHE FA LA SINISTRA
CAPITOLO 8
LA MASCA AVEVA RAGIONE

"Domani torna mio padre e diventerà più difficile vederci." gli comunicò Roger con espressione triste.

"Possiamo vederci al torrente, o meglio ancora a Saint Pierre, no?"

"Sì, qualche volta, ma non come prima. Mio padre mi controlla ancora come se fossi un bambino. Vuole sempre sapere che faccio, dove vado, quanto sto fuori, con chi mi vedo. Non vedo l'ora di compiere ventuno anni e diventare maggiorenne. Almeno posso decidere per me stesso e, eventualmente andarmene di casa e fare la mia vita. Se... se deciderò di andare via di casa... tu verresti via con me?"

Pierre non si aspettava una simile proposta e restò per un attimo pensieroso. Poi disse, se pure in tono un po' incerto: "Penso di sì, ma ci devo pensare meglio. Per te, andare via di casa, significa liberarti da tuo padre, ma per me significa lasciare mia madre. Non è la stessa cosa."

"Sì, ti capisco. Vuol dire che me ne andrò da solo."

"Non ti ho detto che non verrei via con te, Roger. Comunque c'è tempo per pensarci, no? Mica dobbiamo deciderlo adesso."

"Tua madre... non hai detto che sa di te, di noi, e che ti capisce?"

"Sì, certo. Perciò forse... forse potrei venire via con te. Ma non mettiamo il carro davanti ai buoi, Roger. Cristo santo, tuo padre non può essere terribile come lo dipingi."

"Hai ragione, è molto peggio di come lo dipingo. Sai che è diventato un sostenitore di Mussolini?"

"E chi è 'sto Mussolini?"

"Il fondatore dei fasci, una specie di socialista eretico che vuole diventare dittatore. Non li leggi i giornali? E mio padre sostiene che sarebbe il salvatore della patria! Sì, giusto una dittatura ci vorrebbe per rovinare l'Italia più di quello che sia già rovinata! Ma mio padre ammira solo chi sa fare la voce grossa, chi ha le palle, come dice lui!"

"Roger, come facciamo per metterci d'accordo, quando torna tuo padre? Non hai uno dei servi al castello di cui ti puoi fidare?"

"No. Nessuno per cui metterei la mano sul fuoco. Però, forse un modo ci sarebbe..."

"Quale?"

"La domenica mattina, noi si va sempre alla messa cantata. Noi nel nostro banco. Se tu torni in chiesa dopo la messa, io ti lascio un biglietto sotto l'aletta dell'inginocchiatoio e anche tu puoi lasciarmelo lì prima della messa, se nessuno ti vede."

"Va bene. Dio santo, Roger, non t'ho mai visto così nero... vieni qui, dai, non pensare più a cose brutte, ora... pensa solo a noi due..."

"Pierre... tu se l'unica cosa bella della mia vita. Non mi abbandonare, Pierre, ho solo te, ormai..."

"Ma su, dai, non farla così tragica. Certo che non ti abbandono. Cazzo, non può essere brutta come la fai ma... se te la vedi davvero brutta, se hai ragione tu, farò tutto quello che posso per te. E sono sicuro che anche mamma e Giuseppe ci aiuterebbero. Ma adesso, vieni qui, dai."

"Vuoi fare l'amore?"

"Certo, tu no? Lo sai che effetto mi fai, anche solo a pensare a te, no? Vieni qui, dai, vedrai che saprò farti passare il magone."

Roger andò accanto a Pierre, gli si inginocchiò fra le gambe e con mani febbrili gli aprì i calzoni e si tuffò a dar piacere con la bocca al membro già duro dell'amico.

"No, non così, Roger... Spogliamoci e facciamolo sul tuo letto..." gli disse con dolcezza cercando di farlo alzare in piedi.

"Lascia fare a me, ti prego..." lo implorò l'altro guardandolo di sotto in su con occhi imploranti.

Pierre fu scosso da quello sguardo. Annuì e si rilassò contro lo schienale, lasciandolo fare. Roger gli calò i calzoni sulle caviglie e si tuffò di nuovo fra le sue gambe, mentre con le mani gli carezzava il ventre e il petto sotto la camicia. Pierre pensò che pareva un vitellino affamato. Rovesciò la testa indietro, chiuse gli occhi e godette le esperte attenzioni dell'amico. Frattanto gli carezzava gentilmente la nuca.

Dopo un po', Roger si alzò, si liberò rapidamente, febbrilmente di tutti gli abiti, poi si mise cavalcioni sul bacino dell'amico e si impalò, emettendo un lungo mugolio. Con energia iniziò a molleggiarsi su e giù sul palo di carne saldamente infisso in lui, cingendogli il collo con entrambe le braccia.

"Oh... Pierre... Pierre..." mugolava con voce bassa e roca ogni volta che batteva con le chiappette sulle forti cosce dell'altro, ripetendone il nome come in un'incessante litania, in un'invocazione accorata.

Pierre non l'aveva mai visto così scatenato, così focoso, così deciso. Capì che doveva lasciarlo fare, capì che Roger stava semplicemente scaricando tutta la propria tensione e la propria mestizia in quel modo. Più tardi ci sarebbe stato il tempo per le tenerezze e la dolcezza. Comunque gli carezzava la schiena, il fianco e il petto, e gli manipolava il bel membro durissimo e caldo, palpitante, stuzzicandolo ad arte.

"Oh, Roger... sto per..." gemette all'improvviso Pierre.

"Sì, sì, riempimi, dammi la tua forza... Dimmi che sono tuo Pierre, dimmi che sei mio... Tu, solo mio; io, solo tuo... Riempimi, ho bisogno di te!"

Improvvisamente Roger eiaculò, spruzzando il proprio seme sulla camicia di Pierre ed il suo sfintere palpitò con forza e questo innescò anche l'orgasmo dell'altro che si svuotò in lui.

Roger si afflosciò, come un pallone che si sgonfia, come se tutte le sue energie si fossero di colpo esaurite, tenendosi sempre con le braccia attorno al collo dell'amico. Pierre lo attirò a sé e lo baciò a lungo, finché entrambi si furono calmati. Poi, tenendolo stretto a sé, abbracciato, si alzò, si liberò dei calzoni, e portò di peso Roger sul grande letto a baldacchino. Finì di denudarsi e si stese sopra l'amico, avvolgendolo con le bracia e con le gambe e, carezzandolo, riprese a baciarlo con tenerezza.

"Ti senti un po' meglio, Roger?" gli chiese in un sussurro.

"Sì, adesso sì. Grazie."

"Grazie?"

"Ne avevo bisogno... So che tu preferisci farlo in un altro modo, ma ne avevo bisogno. Grazie per la tua comprensione, per la tua pazienza, per avermi lasciato fare così."

"A che serve un amico, sennò?" gli disse con dolcezza, sottolineandogli con un polpastrello le labbra rosate come un graffione maturo.

"Ho paura di mio padre, Pierre. Ho paura di quell'uomo. E mi fa schifo anche chiamarlo padre."

"Non pensarci, ora. E se non gliela fai più, vieni giù in paese, ti nascondo io da noi, da qualche parte, poi troveremo un soluzione. Se è necessario, ti giuro che verrò via con te, andremo lontano, lontani da tutto quello che ti minaccia. Te lo giuro."

"Non mi mentire, Pierre, per favore."

"Mai, Roger, mai!"

"Ora... un po' di te è dentro di me."

"E ti darà forza, vedrai. E troveremo una soluzione, anche per il periodo che tuo padre sta qui a castello. E poi, mica si fermerà per sempre, no?"

"Pochi mesi, di solito."

"Sopravviveremo, vedrai. Sii forte, Roger."

"Sì..."

Il padre tornò.

Con il sistema dell'inginocchiatoio della chiesa, riuscirono a scambiarsi qualche messaggio e, finalmente, ad incontrarsi su nella stanza ottagonale del priorato che era stata testimone della loro prima unione.

"Papà vuole mandarmi a fare l'università in Germania, a Berlino. Io non voglio andare, non voglio perderti. Oggi ho poco tempo, purtroppo. Prendimi come la prima volta, Pierre, ti prego..."

Pierre non gli scriveva bigliettini, ma lunghe lettere, in cui cercava di dargli coraggio e di ricordargli i più bei momenti che avevano passato assieme, che fosse quando andavano a cavalcare, a passeggio o riuscivano a trovarsi per fare l'amore. E, per scherzo, le firmava "il priore di Saint Pierre".

Poi un giorno Pierre, sotto l'inginocchiatoio, trovò infilato un ulteriore bigliettino su cui Roger, con una calligrafia quasi irriconoscibile, aveva tracciato poche parole: "Devo fuggire, non so quando ci riesco, preparati a nascondermi, forse non a casa tua, altrove. Chiedi consiglio a quelli di cui ti fidi. Ti amo!"

Quello era l'ultimo biglietto, anche se ancora non lo sapeva. Infatti, cinque giorni dopo, si sparse in paese una terribile notizia: il contino era precipitato dalla torretta di sud est, proprio sullo strapiombo, e s'era sfracellato: il suo cadavere era quasi irriconoscibile.

Per Pierre fu un colpo terribile. Quando lo sentì dire da uno dei clienti della piola, sbiancò, barcollò, fece appena in tempo a posare il vassoio con i bicchieri pieni di vino sul bancone ed iniziò a scivolare lentamente a terra. Giuseppe, con cui il ragazzo aveva iniziato a progettare quel che si poteva fare per nascondere Roger se fosse fuggito, si rese subito conto della situazione.

Chiamò Damiano che stava passando in quel momento: "Gliela fai a portarlo su in camera sua?" gli chiese sottovoce.

"Sì... che ha?"

"Un malore. Poi gli mando su la madre. Vai, ci penso io con Diego alla piola. Gliela fai?"

"Sì, sì, certo." rispose il giovanotto. Prese di peso Pierre sulle sue forti braccia e lo portò su per le scale.

"Non è niente... non è niente..." mormorava Pierre, che però si sentiva completamente svuotato dalle forze.

Damiano non aveva sentito la notizia quindi non sapeva la causa di quel malore, ma il terribile pallore del ragazzo era sufficiente a farlo preoccupare. Lo depose sul letto: "Madonna mia, Pierre... vado a chiamare un dottore..."

In quella entrò Madeleine: "Vai pure giù, Damiano, grazie. Sto io con lui."

"Hai saputo, mamma?" chiese Pierre con un filo di voce.

"Sì, amore, Giuseppe m'ha detto..."

"L'ha ammazzato il padre!"

"No... no, non pensarla neanche una cosa così. È stata una disgrazia, solo una terribile disgrazia."

"No, non era imprudente, il mio Roger. Non sarebbe caduto dalla torre, no."

"Una disgrazia, Pierre, può capitare anche alle persone più prudenti."

"Ma io lo so, lo sento... il padre ha scoperto che voleva fuggire e l'ha ammazzato."

"No, no... Non devi neanche pensarlo. E poi, la polizia indagherà, e chiarirà tutto. Vedrai che non è stata che una terribile disgrazia. So che è una perdita grande per te, amore, ma ora sei sconvolto. Non devi pensare una cosa tanto orribile."

A sera, dopo chiusa la piola, Diego e Damiano dissero a Madeleine di andare a riposare, che avrebbero vegliato Pierre loro due, a turno. Il ragazzo a tratti delirava, a tratti pareva assopirsi, e non faceva che piangere.

Damiano gli teneva una mano fra le sue, e taceva: che si può dire in una situazione come quella? Sentiva che l'unica cosa che poteva dare a Pierre era la sua vicinanza in quell'orribile occasione. Più tardi Diego gli dette il cambio. Si mise a carezzare la fronte di Pierre ed a parlargli sottovoce. Non sapeva neppure lui se quanto gli diceva poteva lenire il suo dolore o no, ma sentiva che doveva fargli sentire, con tutti i propri mezzi, che non era solo.

Ci mise quasi una settimana, Pierre, per rimettersi in forze e tornare giù. Nel paese tutti commentavano la disgrazia. Qualcuno sussurrava che il ragazzo si fosse suicidato, altri compativano il povero conte che aveva avuto tre figli maschi e tutti e tre gli erano morti, due in guerra e il piccolo per una disgrazia. La polizia fece indagini, rilevamenti, e chiuse l'inchiesta con un verdetto di disgrazia: il ragazzo era salito sulla torretta, s'era sporto troppo, aveva perso l'equilibrio ed era precipitato di sotto.

Pierre non era convinto: "Ma che ci faceva Roger sulla torretta a quell'ora? Non vi saliva mai, non c'era motivo. Lui di solito stava nella sua stanza nella torre grande, o giù nelle sale di sotto. Nella torretta, me lo ricordo bene, mi aveva portato a vederla, c'è solo una specie di ripostiglio e la scala che sale fra i merli."

"Ma Pierre," gli ribatteva Damiano, "se anche avesse voluto ammazzarlo, il padre, e farla sembrare una disgrazia, perché purtroppo qualche padre è anche capace di ammazzare un figlio, l'avrebbe piuttosto fatto precipitare dalle finestre della sua stanza, no? O magari avrebbe simulato un incidente di caccia, o avrebbe usato un altro sistema..."

Pierre, anche se aveva ripreso a servire nella piola, non riusciva a darsi pace. A volte vedeva di lontano passare il conte, con la banda nera del lutto al braccio, chiuso e tetro, e gli veniva voglia di affrontarlo e di chiedergli perché aveva ammazzato il figlio. A volte pensava di salire al castello per chiederli di vedere da dove Roger sarebbe caduto sotto...

Nel paese tutto gli ricordava Roger, la chiesa dove s'erano scambiati gli ultimi messaggi, il torrente, il castello lassù, la via che conduceva al priorato... Non resisteva oltre.

Perciò una sera dopo la chiusura, quando Enrico, che aveva tre anni, già dormiva nel proprio lettino, chiese a tutta la famiglia di sedere attorno a una delle tavole della piola e comunicò loro le sue intenzioni: "Mamma... Giuseppe... Diego e Damiano, io non me la sento più di restare qui in paese. Perdonatemi, voi siete tutto quello che ho e sarete sempre nel mio cuore, ma... Ho deciso di andare giù ad Aosta e trovarmi un qualche lavoro. Cercate di capirmi, ma io non gliela faccio a restare qui..."

"Non credi che il tempo... che passerà, prima o poi? Non pensare che non ti capisco, Pierre," disse Giuseppe mettendo una mano su quella di Madeleine per farla tacere, e una su quella di Pierre per fargli sentire il suo affetto, "posso capire quello che stai passando. Non pensi che sia meglio che magari ti prendi una vacanza, magari puoi andare a Ivrea dai miei suoceri per un po' e dare loro una mano con la vigna e poi..."

"No, Giuseppe. Non credo che basterà qualche settimana. E poi... e poi... non gli ho neanche mai detto che lo amavo! Lui me lo aveva scritto, nel suo ultimo biglietto... Io invece..."

"Ma ora lo sa, Pierre, ora lo sa quanto lo amavi..." mormorò Damiano.

"Ora? Ora che non glielo posso più dire?"

"Sono sicuro che lui lo sapeva." gli disse allora Diego. "Se l'avevamo capito noi, qui in casa, solo a sentirti come parlavi di lui, tanto più l'avrà capito lui, no?"

"Ma non gliel'ho mai detto." si lamentò Pierre.

"Amore, credimi, io ti capisco, io so cosa provi," gli disse allora Madeleine, "perché... perché quando mi dissero che il tuo papà era morto sotto una slavina... Dio! Mi è sembrato che fosse finito il mondo, che fosse finita anche la mia vita, e anche io soffrivo a vedere i posti in cui eravamo stati assieme... il prato su cui... su cui quasi certamente tu sei stato concepito, amore."

Madeleine si interruppe, perché l'emozione che provava era troppo forte. Poi, con voce rotta, facendo uno sforzo, proseguì: "E capisco anche che ora vuoi fuggire lontano. Lontano dai posti che hanno conosciuto la vostra felicità e che ora ti darebbero solo un immenso dolore. Sì, amore, ti capisco!"

Poi si rivolse a Giuseppe: "Lasciamolo andare, ora il mio Pierre ha bisogno di questo, e di sentire che lo capiamo e che gli vogliamo bene, anche se preferisce andare via."

"È abbastanza grande, papà, per prendere le sue decisioni e per prendere in mano la sua vita." disse Diego. "Però, Pierre, voglio che tu sappia: qui hai ed avrai sempre la tua famiglia, quelli che ti vogliono bene. E potrai sempre contare su di noi, vero papà? Vero Damiano?"

"Sì, certo." "Sicuro!" esclamarono i due.

"Grazie. So che vi dispiace che me ne vado, ma davvero non gliela faccio a restare qui in paese. Perdonami, mamma. Vorrei essere più forte..."

"Pierre," intervenne Madeleine, "T'ho detto che ti capisco fino in fondo ed è così, però... un'altra cosa devo dirti. Dopo che il tuo papà è morto, ho avuto una vita dura, difficile e solo tu m'hai dato la forza di andare avanti. Ma vedi? Ho conosciuto Giuseppe, e Diego che ci hanno accolti con amore. Quando la vita pare finita, è solo un'illusione stupida, la vita continua e, se sappiamo restare con il cuore aperto, possiamo di nuovo conoscere la serenità e dare di nuovo un senso alla vita. Non lo dimenticare mai, Pierre, qualunque cosa succeda. La vita non è finita. S'è chiusa una porta, una porta importantissima, ma ve ne sono altre da aprire, a cui affacciarsi, finché troverai di nuovo la porta giusta."

"Mi dispiace lasciarti, mamma, e anche lasciare voi, ma... vado via tranquillo, perché so che tu hai Giuseppe... e Diego ha Damiano... e Enrico ha tutti voi, e... io... non avete bisogno di me. Ma io ho bisogno di stare da solo per... per un bel pezzo. Sì, mamma, hai ragione, la vita continua... continuerà, non preoccuparti... So che riuscirò anche a essere felice, un giorno..." e non disse che ora sapeva che la masca aveva ragione, purtroppo.

Il trenta ottobre, il giorno in cui Mussolini, dopo la marcia su Roma, si presentò al re e gli "chiese" di affidargli il governo della nazione, Pierre, radunate le poche cose che per lui erano importanti o utili, lasciò il paese. Giuseppe volle accompagnarlo fino ad Aosta e presentarlo a un suo conoscente, chiedendogli di aiutare "suo figlio" a trovare un lavoro e una casa, e, nel frattempo di ospitarlo. Lasciò a Pierre un po' di denaro, gli ricordò che su al paese aveva sempre una famiglia e una casa, e si salutarono con un lungo abbraccio.

Il conoscente di Giuseppe, il proprietario di un alberghetto dietro a Sant'Orso, gli dette una stanzetta con un lettino in un sottoscala (ma era gratis), e gli indicò dove e a chi poteva andare a chiedere se c'era lavoro per lui.

Pierre girò per poco più di una settimana, e finalmente fu assunto come ragazzo delle pulizie in una fabbrichetta di camicie sita ad un isolato dalle rovine del teatro romano. Vi lavoravano una dozzina di donne e ragazze e quattro uomini, oltre al figlio del padrone e al padrone stesso: il contabile, il magazziniere, un "tutto-fare" che eseguiva anche commissioni, le consegne e le spedizioni, e infine il guardiano e meccanico, che riparava le macchine da cucire e a volte faceva anche da autista al padrone.

Il figlio del padrone lavorava in ufficio. Lavoravano a orario continuato dalle sette di mattina alle sette di sera, con un intervallo di mezz'ora per il pranzo che si portavano tutti nelle gavette. Le donne mangiavano nel laboratorio, gli uomini invece in magazzino. Solo il padrone andava a mangiare a casa, ma suo figlio restava a mangiare con gli uomini.

Pierre e Umberto, il figlio del padrone, erano i più giovani e gli unici due non sposati. Umberto aveva ventiquattro anni. Aveva anche combattuto per alcuni mesi, poco prima della fine della Grande Guerra, ed era stato ferito da una schegggia di granata ad una coscia durante un assalto, per cui aveva ricevuto la croce di guerra. Tanto i quattro uomini erano aperti e rumorosi, tanto Umberto era chiuso e silenzioso.

Il lavoro di Pierre consisteva nel raccogliere periodicamente gli sfridi della tela che le donne tagliavano per fare le camicie, i fili che le cucitrici tagliavano e le spolette vuote che gettavano a terra, oltre a pulire i due uffici e il magazzino una volta al giorno. Non era un lavoro pesante né difficile, tutt'altro, ma non poteva distrarsi un attimo. Aveva preso l'abitudine di tenere sott'occhio le spolette del filo sulle dieci macchine da cucire in modo di portare una spoletta nuova appena notava che una stava per finire; doveva anche tenere sempre la carbonella pronta per le due stiratrici, e cambiare loro i ferri quando questa era consumata, vuotarne la cenere e prepararli di nuovo, e mille altre piccole cose del genere.

La sua opera, anche se umile e semplice, era preziosa, perché così le donne non perdevano tempo e anche le operaie erano contente, visto che lavoravano a cottimo e, grazie alla sua continua attenzione, riuscivano a produrre qualche camicia in più. Anche il padrone era contento di lui e un giorno glielo disse: "Martinet, con te ho fatto un ottimo acquisto. Ti meriti ogni lira che ti do di paga".

"Grazie, monsieur Berreau, è molto gentile."

"No, io dico pane al pane e grappa alla grappa. E se dovrò dirti che sei una testa di cazzo non dubitare che non mancherò di dirtelo."

Pierre sorrise: "Grazie di nuovo, monsieur Berreau."

"Ah, ma allora sai anche sorridere, ragazzo!"

"Quando ve n'è motivo, monsieur. Ho avuto un grave lutto, ultimamente."

"Oh, mi dispiace, ragazzo. Adesso avresti diritto tu di darmi della testa di cazzo! Un parente?"

"La persona che amavo, monsieur." mormorò il ragazzo.

L'uomo annuì e lo lasciò senza aggiungere nulla.

Dopo pochi giorni da quando lavorava lì, Pierre trovò anche una stanzetta ammobiliata con ingresso autonomo per un prezzo abbastanza basso, poiché aveva un'unica finestrella su in alto che dava poca luce alla stanza. Ma Pierre l'avrebbe usata più che altro per dormire, perciò la prese. Vi era anche una stufa di ghisa per l'inverno.

Al lavoro, un giorno, durante la breve pausa per il pranzo, gli uomini stavano mangiando come sempre in magazzino, quando uno disse: "La sapete la barzelletta di Giuan e Gustin? No? Ebbene, sentite: Toglilo, toglilo Giuan, toglilo! Prrrrt! Ecco, adesso puoi rimetterlo."

Tutti scoppiarono a ridere, meno Pierre. Uno degli uomini gli chiese: "Non l'hai capita?"

"No."

"Sono due cupio, e Giuan lo metteva in culo a Gustin che doveva scorreggiare, no?"

"Ah!" commentò Pierre restando serio.

Un altro allora disse: "E quella del pastore arrestato perché si stava scopando un altro pastore? Allora, il giudice chiede a un testimone del fatto: Allora, ci dica che cosa ha visto, buon uomo. Ecco, dice il testimone, quello lì aveva tutto il cetriolo nel barattolo di quell'altro lì e lo muoveva dentro e fuori... Parla per metafora, quando dice cetriolo e barattolo vero? gli chiede il giudice. No, eccellenza, ma che metà fora, era tutto dentro, tutto dentro!"

Di nuovo gli uomini scoppiarono a ridere, escluso Pierre.

Il terzo allora disse: "E quella della reincarnazione? No? Eccola: due cupio parlano se c'è la vita dopo la morte, e uno dice di no, e l'altro dice di sì e che lui ci crede nella reincarnazione. E cosa sarebbe questa reincarnazione? Chiede il primo. È che rinasci un un altro essere, o un animale o un uomo o un oggetto, qualcosa d'altro insomma. Ah, dice il primo, e a te cosa ti piacerebbe reincarnarti? Io, nella sirena della fabbrica? Nella sirena della fabbrica? E perché? Eh, sai, dice quello, un uomo ti smuove su e giù il manico e tu puoi gridare iuhu, iuhu, iuhu!"

Quando videro che Pierre di nuovo non rideva, uno gli chiese: "Ma tu proprio non le capisci le barzellette sui cupio? Non ti fanno ridere?"

"No, le trovo volgari e stupide. Ma si vede che voi fate parte di quell'ambiente, visto che siete così esperti in queste cose!"

Nel magazzino calò il gelo. Solo uno degli uomini fulminò con lo sguardo il ragazzo. Umberto invece ridacchiò ma si girò dall'altra parte per non farlo notare.

Più tardi, quando Pierre andò in ufficio a svuotare i cestini della carta straccia, Umberto gli disse: "Mi è piaciuta la tua battuta, Martinet. Anche a me quelle battutaccie danno un po' fastidio."

"Però vi facevano ridere, monsieur Umberto..." gli fece notare Pierre, serio.

"Sì, ridevo... perché non avevo il coraggio che hai avuto tu di dire che erano stupide."

"Coraggio? Non ci vuole nessun coraggio a dire la verità."

"Su questo non sono d'accordo. Anzi, al contrario, più spesso del normale ci vuole più coraggio a dire la verità che a tacere... se non addiritura mentire."

"Scusate, monsieur Umberto, io sono solo un ragazzo, ma... Se si tace, si diffonde la stupidaggine, il pregiudizio e si dà ragione a chi ragiona in quel modo."

"Perché non mi dai del tu? Dopo tutto ho solo cinque anni più di te..."

"Perché voi siete il figlio del padrone. Anche se fossi io ad avere cinque anni più di voi."

"Hai la ragazza, tu?"

Pierre lo guardò stupito per quella domanda, poi disse: "Scusate, devo finire il mio giro."

"Non hai appena detto che si deve dire la verità e non menzogne né tacere?"

"Se permettete, queste sono faccende personali, monsieur. La mia vita fuori di qui non riguarda né voi né il padrone, né chiunque altro qui dentro." rispose Pierre cercando di non essere aggressivo nella sua risposta, ed uscì.

Dopotutto gli sarebbe bastato rispondere un "no", ma l'aveva disturbato la domanda dell'altro, perché sentiva che sottindendeva altro.

A sera, mentre tornava a casa, un ragazzo gli si affiancò, gli disse: "Mi date una moneta, signore?" e tese la mano.

"Non ne ho." rispose, chiedendosi che cosa avesse ridotto quel ragazzo a chiedere l'elemosina.

"Se mi date una moneta... io posso venire da qualche parte con voi e... fare con voi quello che avete piacere di fare."

Pierre non capì che intendesse l'altro. "Cioè?" chiese quindi.

"Qualsiasi cosa, signore... potete anche mettermelo nel culo, se vi piace..."

Pierre lo guardò stupito: sapeva che esitono le puttane, ma non aveva mai sentito dire che anche i ragazzi si prostituissero. "Perché, a te piace?" gli chiese allora.

"Quando si ha fame, signore, se piace o no non ha più nessuna importanza. Solo chi ha soldi può fare quello che più gli piace."

"Non ho monete, davvero. Prendo la settimana solo sabato prossimo. Però in casa ho qualcosa da mangiare. Se vieni, puoi metterti a tavola con me."

"Grazie, va bene." rispose il ragazzo e lo seguì. Per via gli chiese: "Volete che ve lo succhio, per ripagarvi? Lo so fare bene, sapete? O cosa altro?"

"Voglio solo che ti levi la fame, niente altro." rispose serio, ma con gentilezza, Pierre.

Dopo che il ragazzo si fu sfamato, gli chiese: "Ma a te piace fare... quelle cose? Puoi non rispondermi, se vuoi, capisco che non ho nessun diritto di chiedertelo."

Il ragazzo lo guardò negli occhi, poi disse: "Il più delle volte, no. Ma con voi l'avrei fatto volentieri. Siete giovane... e bello."

"Che cosa t'ha ridotto a chiedere l'elemosina?"

Il ragazzo abbassò gli occhi, poi disse: "Non che cosa, ma chi. Mio padre, quando ha scoperto che mi piace fare... quello che vi ho proposto, mi ha messo in mezzo alla strada."

"E non puoi trovarti un lavoro?"

"Durante il giorno lo cerco, ma quando a sera non l'ho ancora trovato e lo stomaco protesta, che volete che faccio? Nessuno dà niente per niente, signore."

"Quanti anni hai? Come ti chiami?"

"Sedici, signore e mi chiamo..."

"Non importa, se non me lo vuoi dire."

"Mi chiamo Charles, signore. È il mio vero nome."

"Se... se domani sera sei senza lavoro e hai fame, vieni qui e ceniamo assieme. Ti ricordi, no, dov'è casa mia."

Il ragazzo si guardò intorno e disse: "Non guazzate nell'oro, voi... eppure... siete disposto a dividere il vostro cibo con me senza chiedermi niente in cambio?"

"Se non ci si aiuta fra noi poveri... e non darmi del voi, Charles. Io mi chiamo Pierre. Hai un posto dove andare a dormire?"

"Nelle rovine romane. Finché non fa freddo, va bene anche lì."

"Spero che tu trovi un posto migliore, prima che cominci a fare freddo. Buona notte, Charles. E se domani sera... torna qui, come ti ho detto."


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