Era nato finalmente il fratellino, a cui misero nome Enrico. Sia Diego che Pierre ne erano innamorati e Giuseppe e Madeleine ne erano giustamente orgogliosi. Diego, il giorno in cui Enrico era nato, la sera a letto, aveva detto: "Ora siamo anche più fratelli di prima, io e tu, visto che abbiamo un fratello in comune, no?"
"Sì, è proprio così. Tu sei il fratello di mio fratello e perciò sei davvero mio fratello, ora."
Poi Diego, che era di leva, era dovuto partire per fare il soldato. Perciò Pierre aveva lasciato il lavoro su al forno ed aveva sostituito Diego nel lavoro nella piola "Aux cinq marches".
Gli mancava, Diego, gli mancavano le lunghe chiacchierate che faceva con lui la sera, e anche quello che facevano a letto quasi ogni notte, alternandosi nel darsi l'uno all'altro. Si era abituato in fretta ad unirsi in quel modo con Diego e gli piaceva sia quando era lui a prendere il "quasi fratello" come lo chiamava, sia quando era questi a prendere lui. Erano ormai mesi che Diego era partito.
Non amava molto scrivere, Diego: in quei mesi aveva spedito a casa solo due lettere per dare sue notizie. L'avevano mandato a fare il militare a Viterbo, nel centro Italia. Una delle due lettere era indirizzata al padre ed una a Pierre e in ognuna, oltre a raccontare della vita militare, mandava i saluti anche a tutti gli altri, Madeleine compresa.
Le cose non andavano bene in Italia in quei tempi, massicci scioperi paralizzavano le grandi città, compresa Torino. Il governo aveva emesso tessere alimentari per far diminuire il consumo di cibo, il costo dei giornali era di colpo passato da dieci a venti centesimi. Mussolini cominciava a farsi sentire coi suoi articoli. In piola gli uomini non parlavano d'altro. Anche il prezzo del pane era salito a una lira e mezzo al chilo, e il malcontento aumentava.
Pierre era interessato a quanto stava accadendo, sentiva, se pure vagamente, che cose grandi si stavano preparando. Nel suo tempo libero, essendo ora solo, andava spesso giù al torrente a pescare e a volte prendeva qualche bel pesce, che portava su alla madre perché lo cucinasse.
Aveva da poco compiuto diciassette anni e si stava facendo davvero un gran bel ragazzo. A volte, dopo aver pescato per un po', si denudava completamente e si bagnava nelle acque fresche e impetuose che cantavano nel torrente.
Fu un pomeriggio di giugno, quando, accingendosi a tornare a riva e rivestirsi, si girò e vide un ragazzo più o meno della sua età che lo stava osservando. Per un attimo restò immobile, pensando che non poteva uscire con l'altro che lo guardava, dato che era completamente nudo. Però l'acqua era troppo fredda e già tremava, non poteva restare a mollo più a lungo.
Allora gridò all'altro, che non aveva cessato di osservarlo: "Guarda che ora esco e sono tutto nudo. Se ti dà fastidio, è meglio che ti giri dall'altra parte!" e, a passi decisi, sciabordando nell'acqua corrente, uscì cercando di assumere un'aria spavalda.
L'altro non distolse lo sguardo, anzi, ora lo guardava quasi sfacciatamente fra le gambe. Poi, guardandolo in viso con espressione seria, disse qualcosa che lasciò Pierre decisamente stupito.
"Hai letto sul giornale? Ad Ancona i bersaglieri si sono rifiutati di partire per l'Albania e la gente ha dato loro ragione e hanno assaltato le armerie e ci sono stati due giorni di barricate..."
"Che, sei di Ancona, tu?" gli chiese Pierre, fermandoglisi davanti e dimenticando per un momento la propria nudità.
Di nuovo l'altro ragazzo disse qualcosa che lo lasciò perplesso: "Sai che sei molto bello, tu? Come ti chiami?"
"Pierre... Martinet Pierre..."
"Piacere, io mi chiamo Roger Laval." gli disse l'altro porgendogli la mano.
Se la strinsero: una stretta ferma, virile. Poi Pierre scoppiò a ridere. "Scusa, sai, ma io tutto nudo e tu tutto vestito che ci si dà la mano come in un salotto dell'alta società..." Anche l'altro ragazzo rise. Poi Pierre, aggrottando la fronte, chiese: "Hai detto Laval? Vuoi dire che sei parente del conte de Chambord, su allo Châtelet?"
Roger annuì: "Sono suo figlio. Sono tornato un paio di settimane or sono dalla Svizzera, dove ero in collegio. Se ti dà fastidio essere nudo davanti a me... posso spogliarmi anche io, così siamo pari." aggiunse poi, guardandolo con espressione seria.
"No, forse è meglio che mi vesto io, sto cominciando a sentire un po' di freddo, anche se siamo a fine giugno. Oh, scusa, mica ti offendi se ti sto dando del tu..."
"Quanti anni hai?"
"Ne ho fatti diciassette il ventiquattro maggio."
"E io diciotto il diciassette maggio. Che senso ha darci del lei o del voi?"
"Ma tu sei conte, io solo un garzone di piola."
"Non è merito mio se sono conte. Sono nato per caso su al castello invece che in una baita, no?"
"Sei un tipo democratico, tu." disse Pierre infilandosi mutande e maglietta di cotone.
"Democratico... aristocratico... sono solo parole, solo una serie di suoni. Io sono solo uno che cerca di ragionare solo con la sua testa."
"Hai detto solo per quattro volte in una frase." gli disse sorridendo Pierre, con una lieve aria di presa in giro.
"Però stavi meglio prima..." gli disse l'altro.
"Prima... come? Nudo?"
"Sì, hai un gran bel corpo. Con quelle mutande e la maglietta sei un po' ridicolo. È meglio che o finisci di vestirti o ti spogli di nuovo, secondo me."
"Ehi, Roger, mica sei un cupio come me, per caso!" esclamò Pierre e subito, ma troppo tardi, si morse la lingua.
Roger lo guardò negli occhi, senza cambiare espressione, poi, a bassa voce, disse: "Che occhi belli hai, Pierre! Sì, io sono certamente un cupio come te. E tu mi piaci molto, ti ho osservato a lungo, anche nei giorni scorsi."
"Non t'avevo mai visto... come potevi guardarmi?" rispose Pierre sorpreso per quella quieta ammissione.
"Da lassù, con il cannocchiale... E oggi mi sono deciso a venir giù per conoscerti."
"Ma mica sapevi che sono cupio, io..."
"Adesso lo so. E non mi piace la parola cupio, che denota disprezzo."
"Ma se lo siamo..."
"Preferisco la parola omosessuale, che significa che si ama una persona del proprio sesso."
"Sono solo parole, solo una serie di suoni..." ribatté Pierre facendogli il verso, ma con un caldo sorriso.
Per la prima volta anche Roger si aprì in un sorriso e sembrò trasfigurarsi.
"Cazzo, se sei bello anche tu!" esclamò a bassa voce Pierre, subito conquistato da quel sorriso dolce e luminoso. Poi aggiunse: "Quasi quasi mi spoglio di nuovo... se ti spogli anche tu."
"No... credo che sia meglio che finisci di vestirti, invece. Non devi tentarmi oltre misura. Ci siamo appena conosciuti."
"Però non è giusto, tu hai visto tutto, io solo le tue mani, la tua faccia e i tuoi vestiti..." dichiarò Pierre, ma terminò di vestirsi. "Però pensavo che un conte era vestito in modo più elegante, sinceramente. Sei quasi vestito come me... anche se mi pare che la tua roba è più fina della mia..."
"Non è l'abito che fa il monaco, anche se i tedeschi dicono esattamente l'opposto."
"Oltre l'italiano e il francese, sai anche il tedesco, tu?"
"E l'inglese."
"Cazzo! Io ho fatto quasi fatica a imparare l'italiano. Da piccolo parlavo solo il patois. Devi avere una buona testa. Ma che c'entra quella storia della rivoluzione di Ancona?"
"Rivolta, non rivoluzione. Mala tempora currunt."
"Questo però è latino, lo riconosco, asomiglia a quello che il prete dice durante la messa. Ma che significa?"
"Stiamo vivendo in tempi non buoni."
"Ma tu, dici a tutti come se niente fosse, di essere un cupio... un omosessuale, cioè?"
Roger sorrise: "No, ma l'avevi detto prima tu."
"Beh, m'era scappato... insistevi così tanto che ti piace il mio corpo che... Tu quand'è che hai capito di essere così?" gli chiese mentre sedevano sull'erba, uno a fianco dell'altro.
"Credo di averlo sempre saputo, più o meno, ma ne ho avuto conferma quando ero là nel collegio svizzero."
"Vuoi dire che là per la prima volta hai fatto... quelle cose?"
"Ho avuto un rapporto sessuale, sì."
"E t'è piaciuto."
"Sì, m'è piaciuto, l'atto in sé. Non la persona con cui l'ho fatto."
"Perché?"
"Voleva solo usarmi per il proprio piacere. Non era uno scambio alla pari. Non gli interessava di me, ma solo dei miei genitali e del mio sedere."
"Ah, capisco. Ma tu, perché gli hai detto di sì, allora?"
"Mi aveva saputo blandire, ingannare, prendere in giro. E ero anche curioso di verificare se quanto già sentivo fosse reale o solo un'idea."
"Però ti è piaciuto."
"L'atto, ripeto, non la persona."
"Quanti anni avevi?"
"Quindici, quasi sedici. Ma tu? Non mi racconti di te?"
"Che c'è da raccontare? Sono nato dopo che mio padre è morto, non l'ho mai conosciuto, non ho neanche una sua foto. Mamma diece che gli assomiglio sempre più. Poi lei ha dovuto andar via dal suo paese e andare su un frazione a vivere e faceva la lavandaia..."
"Perché dici che ha dovuto?"
"Perché... mio padre non aveva fatto a tempo a sposarla come voleva, è morto prima, e così... la trattavano tutti da puttana... e allora su in frazione, che nessuno la conosceva, lei ha detto che era vedova e le han creduto..."
"Quanto sa essere crudele, la gente! Ha fatto bene ad andarsene e dire che era vedova. Dopo tutto lo era."
"Così sono cresciuto in frazione, anche se ho fatto le elementari qui in paese. Ma poi c'erano pochi soldi e così non ho potuto continuare. Mi piaceva studiare. Facevo qualche lavoretto per aiutare mamma a tirare avanti. Poi Giuseppe Robaudo l'ha sposata, un paio d'anni fa, e la vita è cambiata in meglio. Si vogliono bene e Giuseppe è un brav'uomo..."
"Beh, mano male. Ma... e per il resto?"
Pierre lo guardò: "Il resto? Ah, come ho capito di essere cup... omosessuale? Credo di averlo capito assai presto, come te. Con un paio di ragazzi su in frazione si faceva qualcosetta... cioè, niente di serio solo menarcelo uno all'altro, ma mi piaceva e le ragazze manco mi facevano effetto... poi, con il figlio di Giuseppe, si dormiva assieme, siamo arrivati a fare cose serie, e mi è piaciuto pure di più."
"Perché ne parli al passato? Lui ha trovato una ragazza e ha smesso?"
"No, lui è come noi due, ma adesso e a militare, perciò..."
"Eravate innamorati?"
Pierre gli lanciò uno sguardo inquisitivo: la domanda era seria, non ironica. "No, non eravamo innamorati, ma si stava molto bene insieme. Ci si vuole bene, forse anche più che due fratelli. E ci piaceva a tutti e due farlo assieme. Tu non hai fratelli?"
"Ne avevo due, più grandi di me. Sono morti tutti e due nella guerra del '15-'18, purtroppo."
"E tua madre?"
"Mia madre... mia madre se n'è andata via da casa quando io avevo cinque anni, la ricordo appena. Era inglese, non sopportava di stare qui in Val d'Aosta, così un giorno è andata a trovare i suoi a Londra e di lassù ha mandato una lettera dicendo che non aveva nessuna intenzione di tornare qui, che voleva il divorzio. Forse non sopportava neanche di avere tre figli, chi lo sa."
"Tuo padre non si è risposato?"
"No, anche se so che ha un'amante a Torino."
"E... tuo padre... sa di te?"
"Ci mancherebbe altro! Credo che mi ammazzerebbe, se lo scoprisse."
"Ma via! Il papà di Diego..."
"Chi è Diego?"
"Il mio quasi-fratello, il figlio di Giuseppe. Il papà di Diego sa del figlio, e anche di me, credo, ma ha detto al figlio che gli vuole bene come prima e che niente cambia fra loro."
"Beato lui! No, non mio padre, ne sono sicuro. Per lui noi omosessuali siamo degenerati, schifosi, malati, detestabili esseri e non sto a farti tutto l'elenco degli epitteti che usa. Pensa che una volta l'ho sentito che raccontava a un suo amico che, quando era ufficiale in cavalleria, avendo scoperto che un suo sottoposto era omosessuale, gli ha messo una pistola carica sul tavolo dicendogli che solo un'onorevole suicidio avrebbe lavato la macchia e gli avrebbe reso l'onore..."
"Dio santo! E quello... si è sparato?"
"No, era più intelligente di mio padre, ha solo lasciato l'esercito e sotto la pistola ha lasciato un biglietto con su scritto: la usi pure su di lei, signor conte, e l'onore se lo metta in culo!"
Pierre rise e tirò un sospiro di sollievo. "Davvero gli ha scritto così?"
"Così almeno ha racontato mio padre al suo amico, molto scandalizzato ed irato, senza sapere che io avevo sentito tutto."
"Ma tu, quando è successo questo, sapevi già di essere... così?"
"Sì, anche se ancora non era sucesso niente. Quindi, vedi, non è proprio il caso che mio padre sappia."
"Già, credo che hai ragione."
"Vieni spesso qui, tu, vero?"
"Sì, quasi tutti i giorni, da quando Diego è a militare, se il tempo è bello."
"Allora ci si può ancora incontrare, no?"
"Mi piacerebbe. E non hai bisogno di guardarmi con il cannocchiale, ora che ci siamo conosciuti." gli disse Pierre con un velo di ironia. "Però," aggiunse" le prossime volte o ti spogli anche tu o non mi spoglio più io."
"Mi pare giusto."
"E cosa scegli?"
"Vedremo, Pierre. Sai che fra i nostri possedimenti, abbiamo anche un priorato quasi in rovina, il Prieuré de Saint Pierre?"
"Ah, ne ho sentito parlare. Ma io non sono santo sono solo Pierre. È lassù, sulle falde del Gran Paradiso, vero? Davvero è vostro?"
"Sì. Magari una volta ti porto a vederlo. Con la bicicletta ci arrivamo in un'oretta, se hai buone gambe."
"Per quello sei così biondo..."
"Per il priorato? Che c'entra?"
Pierre rise: "Ma no, perché tua madre è inglese."
"Anche da parte di mio padre ci sono dei biondi. Sì, l'ho preso da tutte e due le famiglie, il mio biondo."
"E gli occhi?"
"Identici a quelli di mio padre."
"Scommetto che hai preso il meglio dalle due famiglie."
"Sei galante."
"Sono sincero. Posso farti una domanda... molto intima?"
"A questo punto, penso di sì."
"Quando mi guardavi col cannocchiale... ti veniva duro?"
Roger arrossì lievemente ma non abbassò lo sguardo: "Sì, è naturale."
"E..." iniziò a dire Pierre, ma Roger lo interruppe.
"Non andare oltre, per ora, con queste domande. Non intendo risponderti, non ancora."
Pierre fece un risolino: "Praticamente m'hai già risposto." gli disse sottovoce e Roger arrossì di nuovo deliziosamente. "Beh, anche quello è naturale, no?" gli disse allora Pierre, in tono gentile.
"Tu sai andare a cavallo?"
"No, non ho mai provato."
"Ti piacerebbe imparare?"
"Hai un cavallo, tu?"
"Ne abbiamo più d'uno. Se ti va, puoi venire su allo Châtelet uno di questi giorni e io ti posso insegnare."
"Magari. Ma tuo padre che dice se ti porti su uno come me? Un garzone di piola? Io mica sono... raffinato come voi."
"Mio padre è più spesso a Torino dalla sua amante che su al castello, e comunque, i miei amici me li scelgo io da solo. E non lo so se non sei... raffinato, ma non sei certo volgare, rude, maleducato, tu."
"Non mi conosci ancora veramente."
"Ma già abbastanza. Abbastanza da sperare di diventare amici."
"Mi pare che siamo sulla buona strada." rifletté ad alta voce Pierre, sorridendogli. Poi guardò la posizione del sole in cielo: "È ora che torno su ad aiutare in piola. Mi dispiace lasciarti così presto."
"Ci vediamo... domani?"
"Penso proprio di sì. Ma se non mi vedi, non pensare che non ho voluto venire, ma che non ho potuto, chiaro?"
"D'accordo. A domani, o a presto, comunque. Sono lieto d'averti conosciuto, Pierre."
"Anche io, Roger. Sì, anche io sono contento."
Quella sera, mentre dopo la chiusura pulivano la piola, Pierre disse alla madre: "Sai chi ho conosciuto, mamma, oggi al torrente? Il conte Laval."
"Chi? Il conte Maximilien?" gli chiese Giuseppe che aveva sentito.
"No, si chiama Roger, ha la mia età... un anno più di me."
"Ah, il figliolo, allora. Non sapevo che era tornato. Sai che i due fratelli maggiori sono morti in guerra?"
"Sì, me l'ha detto."
"Io, l'ultima volta che l'ho visto, era un ragazzetto di tredici anni. Un biondino gracile, sempre serio. La madre se n'è andata quando era ancora un piccino, pover'anima." disse Giuseppe.
"Adesso non ha l'aria gracile. E era sorridente, oggi." disse Pierre.
"Avete parlato? E di che?" gli chiese la madre.
"Di noi, di altre cose. Da come era vestito, mica avrei pensato che era un conte se non mi diceva il cognome."
"Da piccolo pareva uscito da un quadro antico," disse Giuseppe, "sempre vestito di velluto celeste con il colletto di pizzo bianco. Sempre a modino."
"Tu conosci suo padre?" gli chiese Pierre, continuando a pulire con vigore i ripiani delle tavole di legno.
"Solo di vista. È un uomo austero, altero. Un gran signore. E pare che abbia la puzza sotto il naso. Lui non parlava mai il patois né il piemontese, ma solo o francese o italiano. E quando parlava, dava sempre ordini, persino quando ti dava il buongiorno."
Pierre rise: "Come si fa a dare un ordine dando il buongiorno?" chiese incuriosito.
"Sì," rise anche Giuseppe, "non diceva buongiorno, ma Buon-Giorno! Come a dirti: guai a te se non è buona, questa giornata!"
Risero tutti e tre all'imitazione fatta da Giuseppe, ma Pierre capì che cosa l'uomo intendesse dire.
"E che tipo è, il figlio" gli chiese Madeleine.
"È... gradevole, simpatico. Ci si parla bene assieme... Non ha la puzza sotto il naso, lui..." disse esitante Pierre. Poi aggiunse: "Dice che gli piacerebbe incontrarmi ancora."
"Se te l'avesse detto il padre, direi di non fidarti. Ma il figlio, forse era sincero." commentò Giuseppe.
"Perché dici così?" chiese Madeleine.
"Perché il signor conte ti dice che gli piacerebbe incontrarti solo se sa che può ricavare qualcosa di conveniente per sé, non certo per te." spiegò Giuseppe, che aveva finito di spazzare, ed iniziò a rimettere le panche ai tavoli.
Andarono in cucina a prendere le lampade a olio per salire nelle loro stanze.
"Dio, se sono stanca, stasera!" esclamò Madeleine e prese dalla culla Enrico per allattarlo. Anche se il piccolo aveva ormai un anno, lei, una sola volta al giorno, la sera prima di andare a letto, gli dava ancora il seno.
"Non ti fermi mai un momento!" le disse Giuseppe cingendole le spalle con un braccio, "T'ho detto di risparmiarti un po', no?"
A Pierre faceva piacere vedere le lievi manifestazioni d'affetto che sua madre e il marito si scambiavano.
"Facile a dire. Se vogliamo che la piola rende bene, non possiamo permetterci di stare con le mani in mano."
"Da quando ci sei tu, Madeleine, gli affari sono migliorati parecchio. Tu e Pierre, si capisce. Davvero qui dentro mancava la mano di una donna."
"Oh, il merito è tuo, che hai il naso per gli affari e sai trattare nel modo giusto con la gente."
"Piantatela, piccioncini, di farvi i complimenti a vicenda, no?" disse loro Pierre salutandoli quando si separarono per andare ognuno in camera propria. Ma era davvero contento di vederli così affiatati. Sì, quel matrimonio era stata una benedizione per tutti.
Si spogliò e si mise a letto, ma non nel proprio, si infilò in quello di Diego: faceva così dal giorno in cui, il foulard tricolore al collo, l'avevano accompagnato fino ad Aosta per presentarsi in caserma.
Quella era stata la prima volta che Pierre aveva visto Aosta, che gli era sembrata una grande città, bella, antica, ben tenuta e piena di costruzioni una più interessante dell'altra.
Gli mancava Diego, sì, e non solo per quello che potevano fare a letto. Davvero per lui era diventato anche più di un fratello. Però non riusciva ancora a chiamare papà Giuseppe, per quanto lo stimasse e gli piacesse quel bravo uomo. Né Giuseppe glielo chiedeva, perché rispettava i suoi sentimenti, benché di fatto gli facesse da padre.
Ma quella notte Pierre si sentiva un po' meno solo: la sua mente era ancora piena dell'incontro con Roger.
"Ecco, di lui sento che potrei anche innamorarmi... anche se la masca m'ha detto che non sarà neanche il secondo, il mio ragazzo. La prossima volta devo fare vedere anche a lui la conchiglia della masca... Mi dispiace di non essere più salito fin lassù a metterle i fiori davanti alla baita. Chissà se ci abita qualcuno, adesso? Quella in cui stavamo noi è rimasta vuota."
Pierre si girava e si rigirava nel letto. Le immagini di Diego e di Roger si alternavano e si sovrapponevano nella sua mente. Quanto erano diversi, eppure non avrebbe saputo dire chi dei due era più bello, più interessante, più attraente...
Sorrise al pensiero che Roger s'era masturbato spiando la sua nudità: non l'aveva amesso ma, in qualche modo, s'era tradito. E che fortunata coincidenza che anche il figlio del conte fosse omosessuale come lui! Ma sarebbe successo qualcosa fra loro? Certo, non sarebbe stato facile come con Diego. E Diego... sarebbe stato geloso? Beh, no, mica erano amanti, loro due, dopo tutto? Sarebbero restati fratelli, comunque e con un'intimità che pochi fratelli hanno, anche escludendo l'aspetto fisico.
Si girava e rigirava nel letto, eppure era tranquillo. Inconsciamente il suo corpo cercava la posizione migliore per addormentarsi, ma il sonno pareva non voler arrivare.
Roger... Un bel nome... Roger, con la "r" alla francese... più bello che in italiano, anche se Ruggiero non era male. Un bel nome per un bel ragazzo. Anche se ne aveva potuto vedere solo il viso e le mani.
"Chissà se fa all'amore come Diego? Chissà se ci sono modi diversi di fare all'amore? E lui stava nascosto a guardarmi col cannocchiale... Ma allora... allora avrà anche visto quella volta che me lo sono menato... forse per quello s'è deciso a venire giù fino al torrente e farsi vedere da me. E a me chissà come m'è venuto di dirgli così chiaro e tondo che sono un cupio, un omosessuale! Beh, dopo tutto è andata bene così, pensa se era anche lui come suo padre!" pensava Pierre sorridendo dentro di sé.
Continuava a rigirarsi sul letto.
"Chissà se il mio papà, se fosse ancora vivo, la penserebbe come Giuseppe o come il padre di Roger? Chissà come avrebbe reagito a sapere di me? E mamma, se lo sapesse? Forse prima o poi lo capisce, visto che non mi vede mai correre dietro alle gonnelle, alle trecce delle ragazzine. Sarebbe delusa di me? Glielo devo dire io o devo aspettare che se ne accorge lei, che mi chiede qualcosa lei?"
La luna si stava facendo capolino dietro i vetri della stanza, quasi lo stesse guardando di nascosto. Si chiese se anche la luna l'avesse mai spiato mentre lui si stava masturbando, come aveva fatto Roger col cannocchiale e a quel pensiero sorrise di nuovo.
Ma quella sera Pierre non provava lo stimolo a farlo, e si addormentò senza neanche rendersene conto, sorridendo a Roger, a Diego, alla luna, a se stesso... alla vita.