Pierre si sentiva fiero mentre accompagnava la madre all'altare, dove Giuseppe li aspettava. Madeleine indossava un abito di satin color lilla chiaro chiaro, con guarnizioni bianche, ed aveva in capo una coroncina di margherite bianche: era davvero bellissima, pensava Pierre, fiero, emozionato e felice per l'evidente felicità della madre.
Lui, come Diego e suo padre Giuseppe, indossavano un completo grigio topo con righine grigio chiaro chiaro, dello stesso tessuto, ma il completo di Giuseppe aveva anche il gilè della stessa stoffa. E mentre Giuseppe aveva il cravattino color antracite, Diego e lui l'avevano color bordeaux.
C'era poca gente in chiesa, per la cerimonia. Ma erano anche arrivati da Ivrea i suoceri di Giuseppe oltre a sua sorella col marito e i figli e due fratelli, con le loro famiglie. Diego, vestito così elegante, era piuttosto bello, faceva la sua figura. Ma anche lui sapeva di fare bella figura: quando Raoul l'aveva visto gli aveva detto che pareva un vero signore, vestito così.
Durante la cerimonia, quando il suo sguardo non era fisso sulla madre, incontrava a volte quello di Diego, che ogni volta gli faceva un lieve sorriso a cui lui rispondeva con un altro. Finalmente arrivò il momento del fatidico "sì" e lo scambio di anelli. Pierre notò che Giuseppe aveva gli occhi lucidi, era emozionato, mentre sua madre era serena, anzi raggiante: non l'aveva vista mai così bella, fino a quel giorno, e ne fu contento. Valeva la pena che si sposasse con l'oste, anche solo per la gioia che le aveva dato quel giorno.
Uscirono dalla chiesa. Giuseppe aveva noleggiato un calessino con tanto di cocchiere che li aspettava fuori dalla chiesa. I due ragazzi sedettero a cassetta ai lati del conducente, e la coppia si accomodò sul sedile imbottito, dietro di loro. Mentre il calessino si avviava giù verso il paese, per portarli a casa di Giuseppe che da quel giorno sarebbe stata anche casa sua, Pierre notò la vecchia Paulet sull'uscio di casa sua.
La vecchia salutò in silenzio agitando le braccia, e dalle mani uscivano petali di fiori... Pierre le sorrise e la salutò. La vecchia rispose con un sorriso sdentato e al ragazzo parve che gridasse, con la sua voce forte ma un po' fessa: "Paulet non dimentica mai un gentilezza, Pierre Martinet..." ma il calessino aveva già superato la baita della vecchia.
Il venerdì precedente, con il carro di Jacquot, avevano già portato le loro poche cose nella nuova casa, giù al paese, al piano sopra la piola "Aux cinq marches", così Pierre per la prima volta aveva visto la stanza che avrebbe condiviso con Diego. Le stanze odoravano di pittura fresca, Giuseppe aveva fatto imbiancare tutte le stanze in onore della nuova sposa.
Quando scesero dal calessino ed entrarono nell'androne che portava al cortile al fondo del quale c'era l'osteria, Pierre vide che Giuseppe aveva preparato un'altra sorpresa: sui cinque gradini che portavano alla porta, e tutto intorno a questa, sullo stipite, c'era una ghirlanda si fiori.
"Oh, Giuseppe, che bello!" esclamò Madeleine arrossendo per il piacere.
"E ho anche invitato tutti i clienti, che oggi gli offro da bere gratis!" le disse l'uomo chinandosi verso di lei.
Appena entrarono nell'osteria, infatti, la trovarono affollata di gente, soprattutto uomini, che li accolsero battendo le mani e gridando in coro "Viva gli sposi! Viva gli sposi!"
"Hai visto?" gli chiese Diego chinandosi all'orecchio di Pierre per farsi sentire sopra il baccano, "Ti pare che questa sia l'accoglienza per una serva? Vedi quanto ci tiene il mio papà a tua madre?"
Pierre gli sorrise e disse, con aria un po' birichina: "Basta che non cambi la musica i prossimi giorni..."
"Non ti va che si sono sposati?" gli chiese Diego con espressione seria.
"Sì che mi va, finché mamma è contenta. E a te, averci per casa?"
"Sì che mi va, finché non mi rompi le scatole!" gli rispose il ragazzo facendogli il verso, e si mise a ridere, mettendo un braccio sulle spalle di Pierre in un gesto amichevole.
"Se te le rompo... prima di spaccarmi il muso, basta che me lo dici, comunque."
"E così tu. A me sarebbe piaciuto avere un fratello minore."
"Anche a me... un fratello minore. Ma mi adatterò ad averne uno maggiore, se diventeremo per davvero fratelli. O almeno amici."
"Mi sbaglio, o non ti fidi di me?" gli chiese Diego porgendogli un bicchiere di vino per il brindisi in onore degli sposi, che si stava preparando.
"Non è che non mi fido, è che ancora mica ci si conosce davvero, tu e io."
"Avremo tutto il tempo per conoscerci."
Qulcuno chiese silenzio e, ottenutolo un po' a fatica, un uomo salì su una sedia, sollevò il bicchiere e declamò:
"Amici conosciuti e sconosciuti
gli sposi a festeggiar qui convenuti
è usanza che a una coppia di sposini
s'auguri felicità e bei bambini.
Ma visto che la sposa e il suo sposo
già prima d'ora a questo han provveduto
con quei due bei ragazzi, ora io oso
ricordar loro un vecchio motto arguto:
Non c'è due senza tre, gli antichi han detto.
Vedete quindi di far presto un terzetto
e date ai due ragazzi anche un fratello,
che come lor sia sano, forte e bello!"
Tutti applaudirono, Madeleine arrossì lieve, e Giuseppe, sorridendo, chiese a sua volta silenzio.
"Grazie per l'augurio, cari amici,
se Dio vuole, faremo quel che dici,
e che sia un fratello o una sorella
far crescer la famiglia è cosa bella!
E più verrete a bere qui alla piola
più posso metter su una famigliola!"
Diego guardò Pierre ridacchiando: "Vedi com'è bravo il mio papà, l'altro chissà quanto ha lavorato per scrivere la sua poesia, ma papà l'ha improvvisata su due piedi!"
"Sì, e ne ha anche approfittato per farsi pubblicità." notò Pierre sorridendo, poi gli chiese: "Chissà che davvero non ci danno un fratello o una sorella minore, prima o poi, eh?"
"Sono sicuro che faranno del proprio meglio tutti e due, sono ancora abbastanza giovani..." sussurrò Diego. "A te cosa piacerebbe, Pierre, un fratellino o una sorellina?"
"Quello che dio manda, è benvenuto..." rispose il ragazzo facendo spallucce.
"Io preferirei una sorellina, visto che un fratello minore già ce l'ho."
"Io e te mica siamo fratelli, però."
"E non possiamo diventarlo?"
"Non abbiamo neanche un genitore in comune, e abbiamo pure due cognomi diversi."
"Ma non possiamo diventarlo?" insisté Diego.
"Non è possibile, però... possiamo diventare anche più che fratelli, se stiamo bene assieme. Un fratello, che ti piace o no, te lo trovi e te lo devi tenere. Un amico, invece, te lo scegli tu."
"Beh, ci possiamo provare."
"Certo. Dio santo, che male mi fanno queste scarpe nuove. Io quasi quasi me le levo."
"E perché no, se non ti fa problema girare scalzo."
"Col tempo buono io giravo sempre scalzo su in frazione." rispose Pierre togliendosi finalmente le scarpe e le calze e riponendole sotto il bancone.
"È vero che tu hai fatto fino alla quinta elementare?"
"Sì."
"Anche io. Ma ti piaceva andare a scuola? A me proprio per niente, anche se papà insisteva che dovevo continuare..."
"A me invece piaceva. Magari avessi potuto continuare, io."
"Ma come poteva piacerti? Cosa ci trovavi di bello, tu?"
"Potevo imparare un sacco di cose nuove, potevo chiedere tanti perché ai maestri. E poi mi piace saper leggere e scrivere. A te no?"
"Nooo! Quello che devo imparare per mandare avanti la piola me l'insegna mio padre. E i miei perché, li posso chiedere in giro. L'unica cosa utile che ho imparato a scuola sono le tabelline per fare in fretta e bene i conti ai clienti. Il resto... che me ne frega di Garibaldi o della capitale dell'Austria o del fiume più lungo d'Europa? Mica mi danno da mangiare, no?" Poi Diego abbassò la voce e aggiunse: "E a scuola i maestri mica t'insegnano manco a farti le seghe, no?"
Pierre lo guardò sorpreso, poi rise. "Però sarebbe divertente... e magari ti darebbero pure da fare i compiti a casa!"
"Quelli sì che li avrei fatti volentieri!" ribatté Diego ridendo. "Ma magari, se era un compito a casa, manco mi sarebbe piaciuto così tanto farlo..."
Finalmente la festa finì e la gente, a poco a poco, sciamò via. Giuseppe, aiutato dal figlio, chiuse la porta, poi accese un paio di lumi a olio.
"Madeleine, ti va di preparare un po' di cena, o preferisci che ci mangiamo solo qualche fetta di salame e formaggio col pane? Sei stanca?"
"No, fammi vedere che c'è in cucina e vedo di preparare qualcosa. Dovrò abituarmi a dove tieni le cose, all'inizio dovete avere pazienza..."
Diego prese uno dei due lumi e disse a Pierre di andare su in camera a cambiarsi: "Sarà elegante questo vestito, ma mi ci sento legato dentro come un salame; specialmente il cravattino, proprio non lo sopporto. Vieni?"
Salirono. La stanza era un po' fredda, ma non troppo. Il tempo era buono. Si spogliarono in fretta, e Pierre vide che Diego aveva gli slippini bianchi di cotone e la maglietta pure bianca. Lui invece aveva un paio di mutande a calzoncino ricavate da una vecchia fodera da materasso a righe bianche e marrone, e la maglietta era di canapa beige. Le mutande di Diego, non poté fare a meno di notarlo, mettevano gradevolmente in risalto il volume di quanto contenevano, lì davanti.
Indossarono in fretta gli abiti da casa, poi, sistemati con cura gli abiti belli sulle grucce, li appesero ognuno nel proprio armadio.
"Sei pronto? Scendiamo?" chiese Diego riprendendo il lume di vetro azzurro in mano.
"Dove dormo io, stanotte?" gli chiese Pierre.
"Lì, quello è il letto nuovo. Io dormo sotto la finestra invece."
"Non lo vuoi tu, il letto nuovo?"
"No, mi piace di più il mio. Ieri notte ho provato a mettermi a dormire nel tuo, ma mica riuscivo a addormentarmi... Mi pareva di stare in albergo, invece che a casa mia. No, mi piace di più il mio." ripeté.
"Tu ci hai già dormito in un albergo?"
"Sì, l'anno scorso, quando papà mi ha portato a Torino per il matrimonio di suo cugino. Sai che ho anche visto il re, a Torino?"
"Davvero? Hai visto il re davvero?"
"Sì, certo."
"E com'è?"
"Un tappetto più basso di te!" rispose ridacchiando l'altro. "Il principe Umberto, invece, era un bel ragazzetto; deve avere più o meno la tua età."
"E la regina?"
"Era bella, la regina Elena. Sai che mica è italiana, cioè adesso è italiana, ma è nata in Montenegro."
"Una negra?" chiese stupito Pierre mentre scendevano le scale.
"Ma no, tonto! Il Montenegro mica è in Africa, è da qualche parte qui vicino. Era bianca, bianca come la neve, e pure il vestito era tutto bianco e con tanti gioielli addosso che brillavano più di quelli della Madonna in chiesa! Erano su una grande carrozza tutta dorata con sei cavalli bianchi coi pennacchi e gente intorno vestita come gli antichi: diceva papà che erano costumi di più di cento anni fa. E tutti battevano le mani e gridavano: viva il re, viva il re!"
"Dio, doveva essere bello. E l'hai visto il Po?"
"Sì, certo, e papà mi ci ha pure portato in barca."
"È grande, il Po?"
"Cavolo! Ci starebbe tutta la piazza del paese in larghezza, pensa. E c'erano i canottieri con le maglie a strisce bianche e azzurre, che andavano forte come frecce e uno dava la voga, ohoh, ohoh, ohoh! Sì, è proprio bella Torino e è così grande! E poi, sai, c'è la Fiat che fa le automobili."
"Si, questo lo so, ce l'ha detto il maestro e ci ha fatto anche vedere le foto della fabbrica dove le fanno."
Cenarono. Dopo la cena, Giuseppe mandò i due ragazzi a pulire a fondo la sala della piola perché fosse in ordine per il giorno dopo.
"Cavolo, tua madre sì che sa cucinare bene..."
"Oh, stasera era una cosetta fatta in fretta. Cucina pure meglio, quando ha di che cucinare."
"Qui non le mancherà niente, potrà avere tutto quello che vuole. Se cucina così bene pure per i clienti, mi sa che ne avremo anche di più..."
"Chi cucinava, prima?" gli chiese Pierre.
"Un po' papà, un po' io, ma poche cose e sempre le solite. E spesso si mangiava senza manco cucinare, un tocco di formaggio, qualche fetta di salame col burro e il pane."
Prima di andare a dormire, Diego portò Pierre al gabinetto che dava sul cortile. Era la prima volta che vedeva la tazza di ceramica bianca, con i bordini verdi, e gli sembrò bellissima. A casa il sedile era di legno con un buco tondo sopra e il coperchio a tappo, pure di legno. E a casa, per quanto la madre cercasse di tenerlo pulito, aveva un odore poco piacevole. Dopo aver fatto, vi vuotò il secchio come Diego gli aveva detto di fare. Uscito, lo riempì di nuovo con la pompa a stantuffo, poi aspettò che anche Diego avesse fatto.
Dopo aver dato la buona notte, i due ragazzi salirono in camera, mentre Giuseppe e Madeleine si trattenevano ancora un po' sotto, in cucina. Si spogliarono in fretta e si misero ognuno nel proprio letto, sotto le coperte. Diego spense il lume a olio e la stanza piombò nel buio quasi completo.
Pierre aveva potuto vedere di nuovo il rigonfio nelle mutande dell'altro e si era chiesto se magari, prima o poi, avrebbe potuto fare anche con Diego "quelle cose"... Gli aveva detto che gli piaceva menarselo, perciò... Però pensò che non poteva essere lui a proporglielo, non solo perché Diego era più grande di lui, ma anche perché era a casa sua...
"Dormi?" gli chiese dopo un po' Diego.
"No."
"Il letto? Perché non è il tuo?"
"No, è meglio del mio, è soffice... pure le lenzuola sono così soffici e così bianche... Solo che... è la prima volta che non dormo a casa mia."
"Ma questa, adesso, è anche casa tua, no?"
"Sì... lo diventerà, comunque... Qui è più bello che a casa mia. Devo solo abituarmi."
"Dormivi con tua madre, lassù?"
"No, avevo la mia stanzetta, ma era meno di un terzo di questa, e i muri erano di pietra nuda, mica era così bella."
"Avessi visto quella dell'albergo!"
"A Torino?"
"Già. Sai che c'era persino la luce elettrica, là?"
"Com'è la luce elettrica?"
"Comoda. È più bianca e più forte di quella del lume. E spingi una peretta e si accende e la spingi di nuovo e si spegne e la corrente d'aria non la fa spegnere né tremolare. Comoda, insomma. Non ti dispiace non dormire da solo?"
"No, perché?"
"Beh... io in albergo dormivo nella stessa camera di papà e perciò non potevo... se mi veniva voglia... potevo solo farlo nel cesso, capisci?"
Pierre ridacchiò, poi chiese: "Ma tu... lo fai spesso?"
"Certi giorni pure due o tre volte, ma certi giorni per niente. Mica lo so perché è così. E tu?"
"Lo stesso, come te."
"Se ti va di farlo, non ti fare problemi per me, capito?"
"Non lo so. Anche tu però puoi farlo, se ti va, a me mica m'importa."
"Stasera non mi tira. E a te?"
"No." mentì Pierre che si vergognava un po' ad ammetterlo. Aveva voglia di chiedergli se lui l'aveva mai fatto con un amico, con un compagno, ma non ne aveva il coraggio. Però, dopo un po' gli chiese: "Tu ce l'hai la fidanzata?"
"Io? Macché. Mai avuta. Beh, a dire il vero qualche volta faccio un po' lo stupidotto con qualche ragazza, ma solo perché lo fanno tutti, solo per non sembrare diverso dagli amici."
"Ne hai tanti, di amici?"
"Veri veri amici, no. Ma qualche volta vado con la ghenga giù al torrente a pescare, a fare il bagno quando fa caldo, o cazzate così. Qui ci conosciamo tutti, ma le vere amicizie sono rare. Anche perché la sera, quando gli altri ragazzi vanno a zonzo, io devo aiutare papà qui nella piola."
"Ma ti piace lavorare qui nella piola?"
"Bah, perché no? Conosci un po' tutti, senti un sacco di cose che altrove mica sentiresti... E poi non c'è mai da faticare troppo, a parte forse quando si devono scaricare le botti o le damigiane, e pulire tutto la sera. Ma adesso che c'è pure tua mamma che ci aiuta... Tu vuoi continuare a andare fin su a lavorare dal fornaio? Non ti andrebbe di lavorare qui con noi?"
"Non lo so. Fare il pane mi piace."
"È buono il pane che fate lassù. Dice papà che è per l'acqua. E dice papà che d'ora in poi lo ordinerà lassù e che tu ce lo porti giù con la bicicletta. Dice che ti fa mettere due cesti, sul portapacchi di dietro, uno per lato, così ce lo puoi portare giù quando hai finito, per il giorno dopo."
"Non me l'aveva detto."
"Gli sarà sfuggito. Mica ti dispiace, no?"
"Ma no. Però è meglio che viene su lui per mettersi d'accordo col fornaio, se non l'ha già fatto. Così si mette d'accordo per la quantità e per il costo. Magari gli fa anche un buon prezzo, visto che lo porto giù io quando ho finito, no?"
"Ce n'hai di amici lassù in frazione?"
"Un paio. Ma come dici tu, mica amici amici. Due con cui... sto bene e non ho problemi."
Dopo qualche altro scambio di battute, finalmente i due ragazzi si lasciarono andare nelle braccia del sonno. Pierre si sentiva bene, l'inizio della sua nuova vita in quella casa era avvenuto senza problemi. Sembrava che Diego l'avesse accettato quietamente, senza né grandi entusiasmi né indispettite resistenze.
A Pierre piaceva Diego. Nei giorni seguenti i due ragazzi impararono a conoscersi meglio e gradualmente divennero più intimi. Superati i primi imbarazzi, avevano anche cominciato a cambiarsi senza vergognarsi di mostrare le proprie nudità, ed anzi, una volta avevano anche paragonato le loro "dimensioni" come è naturale che due adolescenti facciano per rassicurarsi che stanno crescendo bene anche in quel posto. Però non si erano ancora toccati, non lì.
Pierre desiderava sempre più farlo, il membro dell'altro gli sembrava bello, gli sarebbe piaciuto toccarlo, tenerlo in mano, sentirlo indurire, saggiarne la consistenza e anche, magari, provocargli piacere e farsene dare da lui...
Non sapeva, Pierre, che simili sentimenti si stavano agitando in Diego, ma che anche questi non sapeva decidersi a fare un primo passo, perché temeva di "approfittare" del ragazzo più giovane di lui, anche se solo di due anni. E Diego, in realtà non desiderava soltanto giungere a masturbarsi reciprocamente come Pierre pensava sempre più spesso, ma a qualcosa di più intimo, come aveva avuto modo di sperimentare con un paio di suoi coetanei prima che questi smettessero di prestarsi a quei "giochini", ora che filavano con le ragazze.
Diego aveva già da tempo capito che a lui le ragazze non interessavano, non gli dicevano nulla su quel piano, già da tempo aveva capito di essere un "cupio", come si diceva a quei tempi in piemontese, o un "pedé", in patois. Dapprima questa consapevolezza l'aveva disturbato, anche un po' spaventato, ma poi aveva avuto la fortuna di poterne parlare con suo padre, che gli aveva spiegato (cosa eccezionale a quei tempi) che è naturale che qualcuno nasca così e che l'unico vero problema non era che gli piacessero gli altri ragazzi, ma il fatto che avrebbe dovuto tenerlo nascosto ed essere molto prudente per non essere segnato a dito, emarginato, disprezzato, perseguitato.
"Vedi, Diego," gli aveva detto il padre quando finalmente il ragazzo aveva avuto il coraggio di dirgli quanto lo tormentava, "io non te lo so dire se è bene o male, giusto o sbagliato; io non sono un uomo studiato. Però so che se uno è così non ci può fare niente, che non è colpa sua. E so che per il tuo papà tu sei come prima, che cioè io ti voglio bene come prima, anzi, forse anche un po' di più, perché so che questa cosa forse ti farà soffrire. Solo una cosa ti voglio dire: non cercare di sposarti per guarire, non funziona così e faresti infelice sia te stesso che lei. E sii prudente, molto prudente. Le senti, no, le cattive battute che fanno quasi tutti, anche qui in piola, su quelli che hanno il tuo stesso problema."
"Ma perché, papà, io sono così? Perché non posso cambiare?" gli aveva chiesto il ragazzetto, sull'orlo delle lacrime.
"Non lo so, Diego, davvero non lo so. Ma vedi, le galline non sanno volare in cielo come le anatre, ma non è che valgono di meno per questo e sarebbero stupide se cercassero di cambiare, di imparare a volare: non è nella loro natura. Alle anatre puoi tagliare le ali e non volano più, ma alle galline non gliele puoi dare per farle volare."
"Ma sono malato, papà?" aveva chiesto accorato il ragazzo, non ancora del tutto rasserenato.
"Non mi pare proprio, Diego. Sei un bel ragazzo, forte, sano, e la testa pure ti funziona bene. Vedi, quasi tutti nascono destri, ma qualcuno nasce mancino, e mica è meglio o peggio una cosa o l'altra. È così e basta. Anche i mancini, con pochi adattamenti, possono vivere bene come i destri. Anche tu puoi vivere bene, anche se ti piacciono i ragazzi e non le ragazze."
"Ma tutti i miei amici parlano sempre di ragazze e di quello che fanno e..."
"E parlane anche tu, con loro. Tanto, che ti credi, più della metà di quello di cui si vantano sono solo balle più grandi di loro, sono solo fantasie e invenzioni... Dille anche tu come loro, senza farti problemi."
"Ma loro un giorno trovano la fidanzata e magari poi si sposano e... E io?"
"Forse un giorno troverai un ragazzo come te e vi vorrete bene... Se capita, me lo farai conoscere, Diego? Ne sarei contento."
"Davvero, papà?" gli chiese Diego stupito e un po' rasserenato.
"Sono il tuo papà, e ti voglio e ti vorrò sempre bene, non dimenticartelo mai. E se tu vorrai bene a un ragazzo e lui vorrà bene a te, gli vorrò bene io pure come a un figlio. Solo, ti ripeto, sii sempre molto prudente..."
Quando poi Diego aveva incontrato Pierre, il padre gli aveva chiesto: "Ti piace il figlio della Madeleine, vero?"
"Sì, papà, mi pare un ragazzo simpatico e anche un sacco caruccio."
"Bene. Però stai attento... dormirete nella stessa stanza, ché non abbiamo abbastanza camere per darvene una a testa. Ma non è detto che lui sia come te né che gli piace fare quelle cose con un altro ragazzo. Cerca perciò di non fare il passo più lungo della gamba, capito? Con un altro, se non funziona, ognuno a casa sua e tutto finisce lì, ma con Pierre è diverso. Lo capisci? E poi è più giovane di te, perciò la tua responsabilità è anche più grande."
"Sì, papà. Starò attento." aveva promesso il ragazzo.
Anche per questo Diego, nonostante sentisse il desiderio di fare qualcosa con Pierre diventare sempre più forte, non aveva ancora fatto nulla per provarci con l'altro. Sempre più spesso però, quando si masturbava, era il bel corpo nudo di Pierre che vedeva contro lo schermo delle palpebre chiuse...
Finché una notte Diego si svegliò... e intuì, dai lievi rumori e dal movimento della silhouette nel letto di Pierre, che il ragazzo si stava masturbando. Si eccitò al pensiero e, dopo poco, restando nel proprio letto, anche lui iniziò a darsi soddisfazione con la mano, senza distogliere gli occhi dalla sagoma scura del compagno.
A un certo punto Pierre si rese conto di non essere il solo a dedicarsi a quel "passatempo". Per un attimo si immobilizzò, la testa in fiamme, poi si sollevò un po' per guardare e riprese a masturbarsi. Nonostante il buio quasi completo, ora i due ragazzi erano entrambi consci che anche l'altro s'era accorto delle segrete manovre.
Dopo un po' Pierre sussurrò: "Ti va di... farlo insieme?"
Diego, quando udì la voce, si immobilizzò per un attimo, poi mormorò, con voce resa roca dall'eccitazione: "Vieni qui, dai..."
Lesto ed agile, Pierre lasciò il proprio letto e s'infilò sotto le lenzuola che l'altro aveva sollevato in un gesto d'invito. Le loro mani scesero veloci ad impadronirsi del membro eretto e duro dell'altro, e presero a darsi soddisfazione a vicenda. Ognuno sentiva il calore del corpo seminudo dell'altro contro il proprio e anche questo era eccitante. Il ritmo si fece più disinvolto, più intenso, entrambi iniziarono a respirare sempre più rumorosamente, e infine, prima Pierre poi Diego, raggiunsero l'acme del piacere grazie alle manovre del compagno e si rilassarono pian piano, respirando profondamente.
"Cazzo, che forte!" mormorò Pierre.
"Sì, vero?" ansimò lieve l'altro. Poi aggiunse: "Lo faremo ancora, ti va?"
"Sì che mi va. Mi è piaciuto... Con cosa ci puliamo?"
"Aspetta..." sussurrò Diego e, scavalcando il corpo del compagno, scese dal letto, tornando poco dopo con un asciugamanino di tela.
Si ripulirono. Pierre fece per scendere dal letto per tornare al proprio, ma Diego lo fermò con una mano su una spalla e gli chiese, il cuore in gola: "Resta ancora un po'... Ti va?"
"Sì..."
Si stesero nuovamente, fianco a fianco, e Diego cinse le spalle dell'altro in un semiabbraccio: "Ti va di parlarne?"
"Sì..."
"L'hai già fatto coi tuoi amici, vero?"
"Sì. Anche tu, no?"
"E ti piace, vero? Come a me."
"Sì, Diego. Era un secolo che ci pensavo, ma avevo paura che tu..."
L'altro ridacchiò: "Lo stesso per me. Che scemi siamo stati, vero? Però... provarci era un rischio... se tu mi mandavi a cagare... Tu, coi tuoi amici... facevate solo... questo?"
"Sì, che altro?"
"Non lo sai cosa si può fare, fra due ragazzi?"
Pierre lo sapeva, ma finse di essere all'oscuro, non sapeva neanche lui perché, forse per gioco, o forse per non esporsi troppo... "No, cosa?" chiese.
Diego, per tutta risposta, carezzò il sedere del compagno attraverso la tela delle mutande, e premette un dito dove doveva esserci il buchetto nascosto: "Si può fare anche... qui."
"Ma è bello?"
"Sì."
"Tu l'hai già fatto?"
"Sì."
"E... vuoi farlo con me?"
"Solo se tu sei d'accordo, solo se ti piace."
"Io non lo so se mi piace, non ci ho mai provato..."
"E non ti va di... provarci con me?"
"Non lo so... Con te... forse sì, ma non adesso. Davvero è bello farlo lì?"
"A me piace, per lo meno. Forse mica a tutti, ma a tanti piace. E con te... io... è un bel po' che mi piacerebbe farlo."
"E perché?"
"Perché tu mi piaci e perché stiamo diventando amici."
"Sì, stiamo diventando amici, è vero... e anche tu mi piaci, Diego."