Camminava da più di un'ora, ormai era quasi arrivato a casa, le pesanti sporte piene di quello che sua madre l'aveva mandato a comprare giù in paese, una per mano. Attorno a lui la neve stava già scomparendo sotto il sole primaverile, i bucaneve e le primule facevano bella mostra di sé e pure qualche pratolina, qua e là, iniziava ad occhieggiare.
Aveva incontrato di nuovo Diego e Giuseppe, che presto sarebbero entrati a fare parte della sua famiglia... o lui della loro, il che era poi la stessa cosa. Giuseppe era un uomo di poche parole, a volte sembrava chiuso e duro, ma si poteva intravedere che non doveva essere un uomo cattivo. D'altronde la madre non si sarebbe sposata con lui, se non fosse stato un brav'uomo.
Diego pareva abbastanza simpatico, nonostante i due ragazzi si stessero ancora studiando e non fossero stati granché espansivi l'uno con l'altro. Aveva occhi penetranti, pensò Pierre, acuti come lame di ghiaccio ma non cattivi, anzi, un che di gentile brillava dietro il suo sguardo.
Non l'aveva mai guardato pensando che un giorno, presto ormai, sarebbe diventato il suo fratellastro. Ora, perciò, lo guardava in modo diverso e anche l'altro, logicamente, lo guardava con occhi nuovi, studiandolo.
"Russi, di notte?" gli aveva chiesto Diego.
"Non lo so, io dormo, come faccio a saperlo? Mica mi sento, se dormo, no?" aveva risposto Pierre.
L'altro aveva abbozzato un sorrisetto: "Penso che hai ragione, era una domanda cretina. Ma sai com'è, dovremo dividere la stanza, tu e io, e allora, mi chiedevo..."
Pierre aveva notato che l'altro non aveva detto "io e tu" ma "tu e io" e pensò che questo era un buon segno: forse non era una di quelle persone che mettono sempre se stesse prima degli altri. "E tu, russi?"
Diego ridacchiò: "Già... una domanda senza risposta, se non te la dice un altro. Io però scalcio e mi agito, la notte. La mattina ho sempre tutte le lenzuola intorcinate..."
"Mica dovremo dormire nello stesso letto, no?" chiese Pierre un po' preoccupato.
"No. Papà ha già comprato un altro letto per te. E pure un armadio, così tu hai il tuo e io il mio. La stanza è abbastanza grande, ci si può stare comodi anche in due. Mi piace l'idea di avere un fratello minore, sai?"
"Aspetta a dirlo che ci conosciamo meglio." ribatté Pierre con lieve ironia. "Io ancora non mi sono abituato del tutto all'idea di avere all'improvviso un fratellastro..."
"Non mi piace..."
"Cosa?"
"Fratellastro. Non mi piace. Non è meglio fratello? Quell'astro finale pare una parolaccia."
"È solo una parola, dopo tutto. Ma com'è, tuo padre?"
"Come dovrebbe essere? È mio padre, l'unico che ho, no?"
"Non ti rompe mai?"
"Non più di qualsiasi altro padre, penso."
"E ti mena mai?"
"Solo una volta mi ha menato, quando avevo sui dodici anni... Gli avevo rubato qualche moneta per andare sulle giostre."
"Perché, lui non te ne dava, di soldi?"
"Magari me li dava anche, qualche volta, però... per paura che mi diceva di no... io quella volta gliel'ho rubati."
"Solo quella volta ti ha menato?"
"Sì, solo quella volta. E mica tanto perché gli avevo rubato, ma perché continuavo a giurare che non ero stato io e cercavo di buttare la colpa su qualcun altro. Aveva ragione a menarmi."
"Con la cinghia? Col bastone?"
"No, mi ha messo sulle gambe e m'ha sculacciato a mano piena, come si fa coi ragazzini."
"Non t'ha fatto tanto male, allora."
"Sì che m'ha fatto male. Mica le botte... ma avevo paura che per quello non mi voleva più bene. Cristo Santo, finché non mi ha detto che mi voleva bene come prima, qualche settimana dopo, ho avuto un magone che ancora me lo ricordo. Non ho mai rubato più neanche una noce, dopo quella volta. Tua madre ti mena mai?"
"No. Ma io cerco di non farla incavolare. E se faccio qualcosa che non le piace, lei me lo spiega e io le chiedo scusa. Ha sempre fatto così. A te non fa effetto che tuo padre si sposa di nuovo?"
"No, perché? E poi tua madre mi pare gentile e magari in casa ci sarà meno casino, con una donna in casa..."
"Mica viene a fare la serva." disse un po' bellicoso Pierre.
"Mica ho detto che viene a fare la serva. Dico solo che a casa nostra manca la mano di una donna."
"Tu te la ricordi, tua madre?"
"Appena appena. Papà dice che era buona. E era bella, ho visto la foto di quando s'erano sposati, lei tutta in bianco e lui con il gessato. Dio, erano proprio belli. E tuo padre?"
"È morto che io ero ancora nella pancia di mamma, non posso ricordarmelo. E mamma non ha neanche una sua foto. Credo che non avevano neanche i soldi per farsene una. Quel poco che so di lui... è qualcosa che mi dice la mamma, quando non è troppo triste. Per questo io mica le faccio troppe domande, anche se mi piacerebbe sapere di lui. Sai che si chiamava come me?"
"Io invece come il papà di mio papà, quello che era carabiniere. A te piace il tuo nome? A me così così, non lo trovo né brutto né bello. A me sarebbe piaciuto chiamarmi Riccardo. Ma il papà di mia mamma si chiama Giocondo. Per fortuna non m'hanno messo il suo, di nome." concluse Diego con un sorrisetto. "Ci pensi? Giocondo! Tutti gli altri ragazzi m'avrebbero preso per il culo!"
Sì, non era male, quel Diego, come prima impressione. Forse sarebbero anche potuti andare d'accordo.
Immerso nel ricordo della loro breve conversazione, Pierre continuava a salire di buona lena verso casa, quando sentì un trapestio di zoccoli e un cigolio di ruote dietro di sé. Si girò. Era Jaquot con il carro e la cavalla. Si fermò facendosi di lato, per farlo passare.
L'uomo fece fermare la cavalla accanto al ragazzo: "Ehilà, Martinet, sei carico come un mulo. Salta su, dai, ti porto su io."
"Non importa, grazie, signor Joubert, sono quasi arrivato..."
"Ma no, salta su, dai, così poi mi aiuti a far scendere la vecchia Paulet, che sono andato a prenderla in ospedale e la riporto a casa."
Pierre salì a cassetta e sedette accanto all'uomo, tenendo le due sporte fra le gambe. Jaquot schioccò la lingua e la cavalla riprese pazientemente la salita, a passo lento.
"Per quello non vedevo più fumo dal suo comignolo. Mica lo sapevo che era in ospedale..." disse Pierre guardando l'uomo.
"Ma se lo sapevano tutti, su da noi! S'era rotta il femore all'inizio dell'inverno. Era scivolata sul ghiaccio della fontana." Poi, abbassando la voce in un sussurro appena percepibile, aggiunse: "Anche se è una masca, mica è riuscita a evitare l'incidente."
"Una masca?" chiese Pierre sottovoce, sgranando gli occhi, meravigliato.
"Ssst! Non ti far sentire, o ti mette il malocchio! Come? Non lo sapevi? Eh, porco zio, lo sanno tutti. Una masca, sì."
"Io non ci credo a queste cose." disse Pierre e guardò dietro, nel carro: c'era un grosso fagotto di coperte che si muoveva appena, e notò per la prima volta che da un lato fuoriusciva una mano rinsecchita e scura che si muoveva appena come se tentasse di artigliare qualcosa, ma senza forza.
"E tu non crederci. C'è pure chi non crede a Domineddio né alla Madonna, se è per questo. Però... lo sanno tutti che è nata settimina... e c'ha pure un gatto nero e un corvo nella sua baita."
"Le piaceranno gli animali, no?"
"Sì!" disse l'uomo con ironia, "Ma proprio un gatto nero e un corvaccio pure nero? E si veste sempre di nero? E non va manco mai in chiesa... E due e due fa quattro, no? Però, bisogna dirlo, così come sa gettare il malocchio, lo sa pure levare. Se uno le fa un bel regalo, si capisce. Tu non crederci, alle masche. Finché non ti fanno la fattura."
Una voce stridula, che fece rabbrividire Pierre, si levò dal fagotto di coperte: "Manca ancora tanto a casa mia, Jaquot? E con chi stai parlando, chi hai fatto montare sul tuo carro? E di cosa parlate così sottovoce?"
"Manca poco a casa vostra, e è il piccolo Martinet, e stiamo parlando piano perché pensavo che dormivate e non vi volevamo disturbare, madame Paulet."
"Sì, sì, ma quello non era un parlar piano di rispetto, ma piuttosto di pettegolezzo. Che gli stavate dicendo al ragazzino, eh? Scommetto che stavate parlando male di me! Scommetto, sì."
"Ma via, madame Paulet, se pensassi male di voi, mica sarei sceso giù fino all'ospedale per prendervi, no?" disse l'uomo ad altra voce, ma Pierre notò che con la mano libera dalle briglie l'uomo si toccava fra le gambe in un gesto di scongiuro.
Scese il silenzio. Dopo poco, Jacquot fermò il carro davanti alla baita della vecchia Paulet e fece cenno al ragazzo di scendere. "Eccoci arrivati, madame Paulet. Adesso vengo sul carro e con l'aiuto del giovanotto, vi faccio scendere."
Jaquot scostò le coperte e Pierre vide la vecchia, minuta e scarna, raggomitolata su altre coperte sul pianale, che stendeva con cautela le membra e tendeva le braccia all'uomo che l'aiutò a scendere dal carro. La vecchia si appoggiò alla spalla di Pierre: la sua presa era forte, quasi dolorosa, dimostrando una forza che il ragazzo non sospettava che la vecchia, che pareva così fragile, potesse avere.
"Il bastone! Il mio bastone, Jacquot! Datemi il mio bastone, no?"
"Eh, sì, sì, datemi solo il tempo di prenderlo e di scendere, che diamine! Eccolo, il vostro bastone!" esclamò l'uomo, poi, rivolto a Pierre, disse: "Gliela fai da solo ad accompagnarla fin dentro casa? Ti metto le tue sporte qui vicino alla porta, va bene?"
Pierre annuì. La vecchia, sostenendosi sulla sua spalla e con il bastone, si mosse verso la porta della propria baita. Pierre vide Jacquot posare le sue borse a terra, poi lo sentì ripartire col suo carro. Si fermarono davanti alla porta.
"Aspetta, cerco la chiave..." disse la vecchia e si mise a frugare in un sacchetto di tela nera che aveva appeso alla cintura. "Che ti diceva, eh, Jacquot? Ti parlava male di me, vero, ragazzo?"
"No, madame, no..." balbettò quasi il ragazzo.
"Bah, tu non le sai dire, le bugie. Ti diceva che sono una masca, mi ci gioco la sottana! Tutti così: sparlano di te, finché non hanno bisogno di te, allora diventano tutti gentili..." brontolò la donna, che finalmente aveva trovato la grossa chiave che inserì nella toppa e girò con energia.
"Ma Jacquot è stato gentile a venirvi a prendere fino in ospedale e portarvi su, no?" obiettò Pierre.
"Sì, gentile, sì. Perché non poteva rifiutarsi... perché mi teme, ecco, altro che gentile. E tu gli hai detto che non ci credi alle masche, vero? Quello che diceva lui non riuscivo a sentirlo, ma le tue risposte sì, forse perché hai la voce più squillante, anche se parli sottovoce. Sei un bravo ragazzo, tu. Entra, ho un regalino per te, che sei davvero gentile e ben educato."
"Non importa, madame, non vi disturbate..."
"Mica avrai paura di me, no? Visto che tu non ci credi alle masche, che paura ti posso fare, ragazzo?"
"No, che c'entra, perché dovrei avere paura?" disse Pierre accompagnandola dentro la stanza.
V'era odore di chiuso, di muffa. "Apri gli scuri, ragazzo, qui non ci si vede e rischio di rompermi di nuovo una gamba!" ordinò la vecchia.
Pierre eseguì. Quando si girò a guardare la stanza, pensò che era una normalissima cucina e che non pareva per nulla l'antro di una strega, di una masca. Non come se lo poteva immaginare, per lo meno.
La vecchia frugava in un cassetto. Appoggiandosi sul bastone, tornò verso il tavolo, si lasciò cadere su una seggiola, posò la mano libera sul tavolo e lentamente l'aprì, mostrando qualcosa al ragazzo che però non risuscì a distinguere che cosa fosse.
"Tu hai nella tasca dei calzoni qualcosa che apparteneva a tuo padre, non è vero, ragazzo?"
Pierre la guardò stupito poi, lentamente, tirò fuori dalla tasca la piccola tabacchiera d'osso da cui non si separava mai, e gliela mostrò, chiedendosi come potesse saperlo, la vecchia.
"Dammela un attimo, solo un attimo, ragazzo... te la rendo subito."
Pierre non era contento di dargliela, ma non seppe rifiutare e gliela porse. La vecchia la prese nella mano che aveva lasciato il bastone, le sue dita si chiusero sulla piccola tabacchiera e la sua mano iniziò a tracciare piccoli cerchi in aria. Frattanto aveva socchiuso gli occhi, poi sporse le labbra rinsecchite e rugose come per dare un bacio e lasciò sfuggire l'aria facendo un rumore strano, come di una raganella. Pierre la guardava dicendosi che non era una masca, ma che comunque era una donna strana... matta, forse?
La vecchia riaprì gli occhi e lo guardò con espressione calma; no, in realtà non guardava gli occhi del ragazzo, ma di lato al suo capo, come se fissasse qualcosa ad un paio di passi dietro di lui, e restò immobile per alcuni istanti. Poi gli rese la tabacchiera e gli disse, con voce bassa e quieta, che però sembrò sollevare sottili eco nella stanza: "Sì, te la caverai bene nella vita, con le tue forze. Però... ricordati, ragazzo... Non tutti quelli che te lo vorranno mettere in culo vogliono il tuo male, né tutti quelli che ti fanno gentilezze vogliono il tuo bene. Ecco, prendi questo, e tienilo dentro la tabacchiera del tuo papà, così ti ricorderai di questa vecchia."
Con l'altra mano gli porse il piccolo oggetto che aveva preso nel cassetto e lo depose sul palmo della mano di Pierre. Era una strana piccola conchiglia a forma di cuore, composta di due parti simmetriche tenute assieme da un sottile filo rosso.
"Ti porterà fortuna, ragazzo, finché non perdi una delle due parti. Ti proteggerà e ti aiuterà a capire chi vermente ti vuole bene e chi no. Quando sei in dubbio su qualcuno, mostragliela e chiedegli se sa cos'è. Se ti dice che è una conchiglia, non ti fidare. Se ti dice che è un cuore, vai tranquillo, ragazzo. Mettila nella tabacchiera del tuo papà e tienila lì."
"Grazie, madame... siete molto gentile. Ma ora devo andare a casa, se non avete bisogno d'altro. Mia madre mi sta aspettando."
Pierre salutò e si diresse alla porta per uscire. La stava aprendo, quando la voce della vecchia lo fermò: "Come ti chiami di nome, ragazzo?"
"Pierre... Pierre Martinet, madame."
"La vecchia Paulet si ricorderà sempre di te!" esclamò con voce forte e chiara che stupì il ragazzo, "Paulet non dimentica mai un cuore gentile, Pierre Martinet. E il tuo cuore è gentile, e la tua vita sarà bella, anche quando ti sembrerà di essere nella merda, ragazzo."
"Grazie, madame." mormorò Pierre, lievemente sorpreso.
"E fidati del tuo nuovo fratello, e pure del tuo nuovo padre." aggiunse la vecchia.
Pierre si disse che ormai tutti dovevano sapere delle imminenti nozze di sua madre, perciò non si stupì per queste ultime parole.
"Vedrai che il tuo nuovo fratello vedrà un cuore, lì nella tua tabacchiera. Vedrai..." aggiunse la vecchia mentre Pierre chiudeva la porta dietro di sé.
"Che vecchia stramba..." pensava il ragazzo mentre saliva fino a casa sua. "Però è bella la conchiglia che mi ha regalato, proprio bella. Non ne avevo mai vista una fatta così..."
Tornato a casa, raccontò alla madre, che stava facendo bollire il bucato dei suoi clienti nel calderone, dell'incontro con la vecchia Paulet.
"Tu ci credi che è una masca, mamma?" le chiese poi.
"Chissà? Ti direi di no, però... ci sono anche cose che non sappiamo, che non capiamo, Pierre. Davvero sapeva che avevi la tabacchiera del tuo papà in tasca? Non l'aveva per caso vista, prima?"
"Non sapeva che è una tabacchiera, ma sapeva che avevo quacosa di papà in tasca e non poteva averla vista. Come faceva a saperlo? E quello che mi ha detto poi... sarà vero? Pensi che può davvero vedere il futuro?"
"Dicono che alcuni santi potevano farlo, ma non lo so se è vero o no. Comunque, vero o non vero... ti ha detto cose gentili e positive, perciò non hai di che preoccuparti."
"Magari era solo un modo per ringraziarmi." osservò il ragazzo.
"Forse. Durante la guerra, era l'inizio di dicembre del '16, stavo aiutando il vicario a fare il presepio giù nella cappelletta della Madonna e avevo in mano la statuetta di gesso di San Giuseppe, e la guardavo, ché era proprio bella, e il vicario mi disse: lo troverai anche tu un padre per il tuo Pierre, un Giuseppe, dopo la guerra, anche se non con la barba come questo. Vedrai che tutto andrà bene, Madeleine..."
"Non me l'avevi mai detto, questo, mamma..."
"Mi è tornato in mente solo adesso. Chissà, magari era solo una battuta, o forse invece aveva visto che mi sposavo con Giuseppe, dopo la guerra."
Pierre annuì. "Già," pensava, "che ne sappiamo noi se queste cose sono vere e possibili o no? Eppure, non è che il vicario o la vecchia Paulet sembrano dei santi..." Poi disse: "Ho incontrato Diego, mamma. Abbiamo scambiato due parole."
"Che ne pensi? Ti piace, quel ragazzo?" gli chiese la donna mentre s'accingeva a preparare il pranzo.
"Non lo so ancora, ma per ora non mi dispiace. Penso che possiamo andare d'accordo, sì, spero."
"Sì, spero anche io. Mi dispiacerebbe se tu non sei contento. Mi chiedo ancora se ho fatto bene a dire di sì a Giuseppe..."
"Mamma, non è per me che devi farti problemi. Tu sei contenta di diventare sua moglie?"
"Io sì, ma tu vieni prima..."
"No, mamma, ormai sono abbastanza grande per badare a me stesso, e tu devi pensare a te, prima di tutto. Hai già rinunciato a quindici anni per me, non ti pare che bastano?"
"Non ho rinunciato proprio a niente, Pierre. E vederti crescere sano, forte e buono per me è la cosa più bella. Certo, non t'ho potuto dare una bella vita come avrei voluto..."
"M'hai dato la vita, tu assieme a papà. Mi pare che questa è la cosa più importante e bella no?" le disse Pierre togliendosi i panni buoni e mettendosi quelli rattoppati che usava quando stava in casa o nei dintorni. "Avete già fissato il giorno del matrimonio, tu e Giuseppe?" le chiese poi.
"Sì, non te l'avevo detto? Dovremmo sposarci l'ultimo sabato di maggio."
"Perché non di domenica?" chiese Pierre stupito.
"Perché siamo due vedovi... almeno, Giuseppe lo è. I vedovi non li fanno sposare di domenica."
"Che cretinata..."
"L'importante è che ci sposiamo, no? Che importa il giorno?"
"La domenica è più festa... Dove vi sposate, qui o giù?"
"Qui, nella nostra parrocchia. Giuseppe ha detto che ti fa fare un vestito nuovo, per il giorno del matrimonio, uno a te e uno uguale a Diego. Sei contento?"
"Uguale? Già, per sembrare da subito la stessa famiglia. Ma io voglio restare Martinet, non mi va di diventare Robaudo. Sarebbe diverso se potessi essere Lacharre come papà..."
"Hai il suo nome, comunque. Purtroppo non ha potuto darti il suo cognome, caro..." disse la donna quasi sottovoce.
"Peccato che non hai una foto di papà..."
"Basta che ti guardi allo specchio... sei proprio come lui e quando avrai diciannove anni, sarai proprio com'era quando l'ho visto la prima volta... Dio, quant'era bello! E i suoi occhi... proprio come i tuoi... come il cielo d'estate pieno di stelle... che emozione, quando m'ha sorriso e m'ha chiesto come mi chiamavo! Ero così turbata, che non riuscivo più a guardarlo, e allora gli guardavo le mani, snelle, lunghe e forti come le tue."
"Come fa uno, mamma, a capire che è innamorato?"
"Dio, ti senti tutto scombussolato dentro, come se la tua vita è rivoltata come un calzino, e il cuore ti batte forte forte, e l'altro ti pare che è nato apposta per te e tu per lui... Almeno, per me era così." disse Madeleine con voce sognante. Gli sorrise e disse: "Pepara la tavola, per favore, Pierre. Ah, sai, il fornaio mi ha chiesto se andresti di nuovo a lavorare da lui, che il suo garzone parte domani a militare. Che ne dici?"
"Sì, va bene, ma gli hai detto che a fine maggio ci trasferiamo giù in paese?"
"Sì, ma lui ha detto che se è contento di te e tu di lavorare da lui, ti dà una bicicletta, così puoi venire su e continuare, se ti va. In bici non ci metti troppo ad andare e venire. Vai a parlare con lui, dopo pranzo."
Pierre aveva già lavorato per due mesi dal fornaio, quando il figlio s'era ammalato, l'anno prima. Non gli dispiaceva quel lavoro, e soprattutto, oltre a una paghetta, poteva portare a casa pane fresco e croccante, ancora caldo di forno, che era più buono di qualsiasi altra cosa. Dopo essersi accordato col fornaio, Pierre tornò verso casa. Per via incontrò Serge.
"Ciao, Pierre. Sei di fretta?"
"No... perché?" chiese, immaginando già il motivo della domanda dell'altro.
"Ti va di venire... a aiutarmi su nel fienile? Se mi aiuti a sistemare il fieno, poi ti do un formaggio da portare a casa."
"Come l'altra volta?" gli chiese Pierre con un sorrisetto.
"Sì... Ma il formaggio mica è per quello, è solo se tu mi aiuti a sistemare il fieno."
"Lo so. Se vengo anche per l'altra cosa... non è certo per la toma. Mica sono una di quelle, io." ribatté ridendo Pierre.
Mentre si avviavano, Serge gli chiese. "Ti piace farlo con me?"
"Sennò non verrei, no? E a te?"
"Sì, tu non fai il prezioso come certi altri ragazzetti che pare che ti danno la luna; si vede che anche a te piace, come piace a me."
"Ma quando potrai farlo con la tua fidanzata, o con tua moglie, manco mi guarderai più..." disse Pierre tranquillo.
"Mica è detto. Uno deve sposarsi, lo sai... però io so che a me piace di più farlo in quest'altro modo..."
Pierre lo guardò un po' sorpreso per quell'ammissione. "Vuoi dire che tu, Serge, sei..."
"Credo di sì. Credo che sono... un pedé. Oeh, ma acqua in bocca, eh? A te lo dico perché so che... anche tu sei come me. Lo sai che succede se per caso si viene a sapere, no?"
Pierre aggrottò la fronte: dunque, secondo Serge, anche lui sarebbe stato un pedé? Come poteva dirlo, se praticamente tutti i ragazzetti lo facevano fra loro? Saliti che furono sul fienile, Serge lo guidò dietro il mucchio di fieno che era alto più di loro, e stese sul fieno la vecchia coperta rattoppata. Pierre allora gli chiese, mentre iniziavano ad aprisi i calzoni e sedevano uno di fronte all'altro sulla stretta coperta:
"Perché dici che tu sei pedé e che lo sono anche io? E gli altri, allora?"
"Pierre, per gli altri è poco più di un gioco, ma non per me né per te, lo sai, lo sappiamo, no? Gli altri ragazzi lo fanno con un altro solo perché così l'altro lo fa a loro, ma tutto sommato non lo fanno se possono avere una ragazza, no? Ma per me e te è diverso, a noi ci piace di farlo all'altro, ci piace di sentirci in mano il suo piolo, e quando lo facciamo, me l'hai detto tu che anche per te è così, mica pensiamo a una fighetta, ma a un bel piolo duro e ci piace, no? Perciò siamo pedé tutti e due."
"Ma non è una cosa brutta, se siamo pedé?" gli chiese Pierre incerto, ma guardando con piacere il bel membro già duro che l'altro aveva liberato dai panni.
"No che non è una cosa brutta. Lo diventa solo se gli altri lo sanno, perché ti pigliano per il culo e ti danno nomi. Ti piace il mio piolo, no?"
"Il mio, dici che diventa grande come il tuo?"
"Certo, stai crescendo bene. Ma è già bello così com'è. Dai, diamoci da fare, adesso, che poi dobbiamo anche sistemare il fieno..."
In silenzio, scambiandosi di tanto in tanto un sorriso complice, si dettero soddisfazione a vicenda. "Sì," pensava Pierre, "mi piace un sacco farlo con un ragazzo, e con Serge che ce l'ha bello grosso. Sì, credo che ha ragione che con una ragazza non mi piacerebbe granché. Ma allora, sarà anche possibile innamorarsi di un ragazzo, sentirsi un calzino rovesciato come mamma diceva che era con papà? Mi piacerebbe provarlo. Chissà se è possibile, fra due ragazzi, qualcosa bello e speciale come a mamma le era successo con papà?"
Dopo che entrambi ebbero gustato il piacere, mentre si risistemavano i calzoni e Serge metteva via la copertella, Pierre gli chiese: "Secondo te, due pedé possono anche innamorarsi uno dell'altro?"
Serge lo guardò pensoso, poi rispose: "Me lo sono chiesto io pure, sai? Non lo so, ma penso di sì."
"E allora, perché non è successo a te e me?" gli chiese Pierre mentre prendeva il forcone a tre rebbi.
"Forse perché non siamo ancora pronti, forse perché ci conosciamo ancora poco. Però... quando io ti penso, mi fa piacere."
"Perché ti puoi sfogare con me senza problemi?"
"No... penso che mi piacerebbe fare di più con te..."
"Di più? Come?"
"Baciarti, per esempio..."
"Baciarmi? Come si bacia una ragazza vuoi dire?"
"Forse. Non lo so, non ci ho mai provato."
"E poi?"
"Poi cosa?"
"Poi... anche mettermelo nel culo? Qualche ragazzo dice che i pedé se lo mettono in culo, no?"
"Forse, o che me lo metti tu... bisognerebbe forse provarci."
"Ma non è una cosa grossolana, sporca, in culo?"
"Lo fanno anche i maschi con le femmine, quando non vogliono metterle incinta, perciò non penso che è brutto e sporco."
"E che fanno, altro, due pedé?"
"Se lo succhiano, uno all'altro."
"Puah! Che schifo! Anche le donne lo fanno agli uomini?"
"Pare di sì, ho sentito due sposati che dicevano che le mogli glielo fanno, e allora ho pensato che deve essere bello."
"Nooo. Solo l'idea mi fa impressione. Mi prendi per il culo?" gli chiese mentre sistemavano il fieno.
"No. Se alle donne gli piace farlo ai loro uomini, significa che gli piace, no? Che non fa schifo, no?"
"E tu... tu lo vorresti fare con me?"
"Non lo so ancora, ma forse sì. Se anche a te ti va di farlo."
"No, Serge, a me proprio non mi va per niente." dichiarò Pierre scuotendo il capo in un diniego deciso.
"E allora non lo facciamo, va bene anche così."
"E poi il tuo è troppo grosso, credo che in culo mi farebbe male, no?"
"Forse sì e forse no. Io credo che se fosse brutto e se fa male, nessuno lo farebbe no? E allora, visto che invece c'è chi lo fa, deve essere bello, no?"
"Cerchi di convincermi?" gli chiese Pierre con un sorriso lievemente ironico.
"No. Siamo amici, tu e io, non ti farei mai fare una cosa che non vuoi, no? Dico solo che a me piacerebbe provarci."
"Che te lo metto io nel culo? E che tu me lo succhi a me?" gli chiese il ragazzo in tono di sfida.
"Credo che forse queste cose le fanno solo due che davvero si vogliono bene, forse. Oppure le puttane per soldi. Non lo so, mica è che si può parlare di queste cose con qualcuno che le sa, per imparare... E fra ragazzi, più che battute stronze, non si fanno... No, aspetta, lì no, va messo solo da questa parte il fieno, Pierre. Ecco così..."