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una storia originale di Andrej Koymasky


pin AMARE A CIPRO CAPITOLO 10
A MALTA

Videro il peschereccio allontanarsi e sparire nel buio, verso est. Lasciarono la ciambella e la corda sulla riva, si sfilarono i giubbetti salvagente ma li tennero: avrebbero giustificato la storia del loro "naufragio". Poi vuotarono il borsone dall'acqua.

"Speriamo che non sia filtrata dentro i pacchetti dei miei scritti..." disse Nikos.

"Se quelli della polizia provano a leggerli..." disse Ismail ridacchiando, "magari ci mettono dentro per importazione di materiale pornografico."

"Ne ho parlato con Carmelo Pullicino, che è come noi, e ha capito il problema... Mi ha regalato qualche moneta e mi ha detto di lasciare i miei quaderni nel deposito automatico della stazione, per riprenderli quando abbiamo ricevuto l'asilo politico."

"Sempre che non ci peschi prima la polizia..."

"Vuoi che li getti via?"

"No, sono troppo preziosi, per te... e per me. Ti va di camminare verso nord tutta la notte, in modo di allontanarci dalla costa?"

"Sì, certo."

Si trovarono a passare accanto ad un rio. "Forse è meglio se laviamo i nostri abiti, in modo di togliergli l'acqua del mare, o quando asciugano saranno tutti chiazzati di sale." disse Ismail.

Si spogliarono nudi, e lavarono abbondatemente tutti i loro abiti nell'acqua corrente del rio, strizzandoli bene ed indossandoli di nuovo. Ripresero il cammino. Raggiunsero un centro abitato e lo aggirarono, per riprendere poi la strada che andava verso nord. Arrivarono alla periferia di Valletta a metà mattina. Il clima dolce aveva asciugato i loro abiti.

Nikos vide un prete e lo fermò: "Mi scusi, padre, mi sa indicare la strada per la stazione?", gli chiese in inglese.

Il prete disse, guardandoli incuriosito: "È vicino al teatro dell'Opera. Siete... turisti, ragazzi?"

"Siamo appena arrivati. Non sappiamo dov'è il teatro dell'Opera..."

"Venite con me, allora, vado da quelle parti. Non siete inglesi, vero?"

"No... veniamo da Cipro."

"Ah. Brutta aria, da quelle parti. Ho letto sul giornale che c'è stata una guerra... Voi c'eravate o eravate già in viaggio?"

"Eravamo in viaggio..." rispose Nikos un po' infastidito da tutte quelle domande.

"Qui, almeno, si sta tranquilli. Ci sono tante belle cose da vedere, qui da noi. State in albergo? Quale?"

"No, dobbiamo ancora decidere dove andare. Siamo arrivati da poco..."

"Ah, e come mai siete finiti in questa parte della città?"

"Ci siamo persi..." disse Nikos sempre più seccato, cercando però di non darlo a vedere.

"Ecco, da qui, se andate dritti, vi trovate alla stazione. Buona vacanza, ragazzi." disse il prete e proseguì per la propria strada.

"Dici che ha sospettato di noi?" gli chiese Ismail quando furono soli.

"Non credo. Era un rompiscatole, ma era solo curioso. Per fortuna non era un poliziotto..." rispose Nikos, sollevato.

Alla stazione, presero l'armadietto più piccolo, vi misero dentro i pacchetti con i quaderni, lo chiusero e Nikos mise in tasca la chiave. Poi, usciti, fermarono una ragazza e le chiesero dove fosse la chiesa dei gesuiti.

Quando vi arrivarono, chiesero di padre Michael Debono. Dopo poco arrivò un prete magro ed un po' allampanato, con un'aria lievemente austera, smentita in parte da un lieve sorriso.

"Siete voi che avete chiesto di me? Sono padre Michael Debono."

"Sì, padre. Ci hanno detto di rivolgerci a lei... Io mi chiamo Nikos Hadjikyrou e lui è Ismail Veziroglu. Siamo tutti e due ciprioti. Siamo dovuti scappare da Cipro a causa della guerra, perché io sono di etnia greca e lui turca, e ormai a Cipro non ci sarebbe più possibile restare assieme. Siamo amici, si lavorava tutti e due nello stesso posto e si aveva una camera assieme... non ci andava di rischiare di trovarci dalla parte opposta e di doverci sparare l'un l'altro..."

"Ah, capisco. Venite in parlatorio. Immagino che perciò intendiate chiedere asilo politico qui a Malta..."

"Sì, padre."

"Come siete arrivati fino a qui? Fino a Malta, intendo..."

"Abbiamo preso una barca a motore, e ci è andata bene, finché abbiamo finito la benzina... poi siamo incappati in una burasca e siamo finiti in acqua... abbiamo nuotato finché siamo arrivati a riva... e così siamo venuti fin qui..."

"E chi vi ha dato il mio nome?" chiese loro il prete studiandoli.

"Abbiamo chiesto ad una ragazza cosa dovevamo fare... Lei ci ha consigliato, prima di presentarci alla polizia, e dato che noi due non sappiamo niente delle leggi di qui, di venire a parlare con lei..."

"Un buon consiglio. Le leggi qui sono abbastanza severe, riguardo ai clandestini... E voi, di fatto, siete entrati a Malta senza passare per l'ufficio immigrazione, perciò sareste considerati clandestini. Avete con voi documenti validi?"

"Sì, ma non il passaporto. I documenti rilasciati dalle autorità di Cipro..." disse Nikos.

Aprì il borsone, prese uno dei pacchetti sigillati e lo aprì, tirandone fuori i propri documenti, quelli di Ismail e le loro tessere di accesso nell'arcivescovado. Porse tutto al gesuita.

"Sono scritti in greco..." disse.

"Conosco abbastanza il greco." rispose il prete esaminandoli. "Ah, vedo che eravate tutti e due impiegati all'arcivescovado..."

"Sì, padre." disse Ismail.

"Tutto quello che avete è in quel borsone?"

"Sì, padre."

"Avete denaro?"

"No, neanche un centesimo. Il poco che avevamo abbiamo dovuto spenderlo per fuggire, per la barca..."

"Vi dispiace farmi vedere quello che avete nella vostra borsa?"

"No, affatto. Ecco, guardi..." disse Nikos posandolo sul tavolo.

Il gesuita ne tirò fuori tutto il contenuto. "Posso aprire questi pacchetti?"

"Certo, padre."

Li aprì uno ad uno. Vide qualche abito di ricambiio, i pochi oggetti esotici che il padre aveva regalato a Nikos, la lesina e la cote...

"Questa potrebbe essere considerata un'arma..." disse mostrando la lesina.

"Mio padre era un calzolaio... fu ucciso... quegli oggetti e la lesina con la cote li ho portati via come ricordi... A parte la lesina, e le custodie, che aveva fatto lui, quegli altri oggetti me l'aveva regalati quando ero un bambino. Non ho una sua foto... li ho portati con me come ricordo di mio padre..."

"Già, capisco. Però la lesina è meglio se la tengo io, è meglio che la polizia non la veda. Quando avrete ricevuto asilo politico, te la restituirò. D'accordo?"

"Sì, certo, padre." disse Nikos.

"Che lavoro sapete fare, ragazzi?"

"Io il pescatore, il giardiniere, e il ragazzo delle pulizie..." disse Ismail.

"E io il calzolaio e lo scrivano. Niente altro..."

"Come pensate di mantenervi, se ottenete l'asilo?"

"Non sappiamo... forse pescando, coltivando un pezzetto di terra... O andando a fare pulizie da qualche parte... i lavapiatti in un ristorante... qualsiasi cosa possiamo e sappiamo fare."

Il prete annuiva. Fece loro ancora qualche domanda, poi disse: "Aspettatemi qui, ragazzi. Questa la porto via io. Non so se ci metto tanto o poco. Se dovessi metterci troppo, vi farò portare qualcosa per pranzo. Ma non uscite da questa stanza."

"Va bene, padre. Posso rimettere le nostre cose nella borsa?" chiese Nikos.

"Sì, certo. Spero di non metterci troppo tempo. Se avete bisogno di qualcosa, affacciatevi alla porta e chiamate il portinaio. Ma non uscite di qui. Si chiama Tonio Galea."

Aspettarono. Dopo poco più di un'ora, arrivò un uomo con un vassoio, con panini e una bottiglia di succo d'arance.

"Tenete, vi ho portato qualcosa per pranzo. Padre Debono m'ha incaricato di vedere se avete bisogno di qualcosa. Volete magari andare al gabinetto, prima di mangiare?"

"Sì, grazie."

"Venite con me, allora."

"Lei è Tonio Galea, signore?"

"No, Tonio è il portinaio. Io mi chiamo Louis Giangolini."

Tornati nel parlatorio, i due ragazzi mangiarono. Giangolini sedette con loro.

"Crede che padre Debono potrà aiutarci?" gli chiese Nikos.

"Non lo so, ma so che farà il possibile. Sta telefonando a certe persone che forse possono fare qualcosa per voi... Lui conosce mezza Valletta. Tu non hai la faccia da greco..." disse poi rivolto a Ismail.

"Sono un turco-cipriota, io."

"Ah. Sei musulmano, allora?"

"La mia famiglia, sì... Io... solo di nome."

"Perché qui non abbiamo moschee... non c'è una comunità musulmana."

"Non ha nessuna importanza, signore. Non andavo in moschea... e lavoravo per l'arcivescovo di Cipro."

"E come mai non sei cristiano, se lavoravi per l'arcivescovo?"

"Non era necessario farsi battezzare, per lavorare per l'arcivescovo. Bastava saper fare bene il proprio lavoro." intervenne Nikos.

"Qui siamo tutti cattolici... quasi tutti, per lo meno."

"E bisogna essere cattolici, per trovare un lavoro?" chiese Ismail.

"No, bisogna solo saperlo fare." rispose l'uomo.

"Lei è un prete? Un monaco?" chiese Nikos.

"No, sono un coadiutore. Vivo e lavoro qui, sono come un gesuita senza messa."

"Una specie dei nostri monaci, allora..." disse Nikos.

"Non lo so come sono i vostri monaci. Qui da noi i monaci hanno la tonaca e fanno i voti... Noi laici che viviamo nella casa, ci chiamano coadiutori. Bene, avete mangiato abbastanza, ragazzi?"

"Sì, grazie. Siete molto gentili..."

In quella torò padre Debono. Con lui c'era un uomo attempato, quasi calvo, lievemente corpulento, con un paio di occhialetti sul naso. Padre Debono fece cenno al coadiutore di portare via il vassoio ed uscire.

"Ecco, dottore, questi sono i ragazzi di cui le ho parlato. Questo è il giudice Joseph Vassallo. Prima di portarvi alla polizia, vorrebbe interrogarvi. Un interrogatorio informale, si capisce. Interrogarvi e darvi qualche consiglio. Più gli risponderete sinceramene ed esaurientemente, più potrà consigliarvi ed aiutarvi."

"Certo, padre." disse Nikos.

Anche il giudice e il prete sedettero al tavolo, ed il giudice iniziò ad interrogarli, e frattanto prendeva appunti di quello che i due ragazzi rispondevano. I ragazzi capirono subito che l'uomo era abituato a fare interrogatori. Cercarono di rispondere nel modo più esatto e completo possibile.

Raccontarono di come Ismail si fosse rifugiato a casa di Nikos, di come fosse pericoloso farsi vedere in città, specialmente per Ismail, di come fossero riusciti ad arrivare a Larnaka, poi come avessero preso in affitto il motoscafo...

L'unica cosa su cui mentirono, fu sul fatto di essere stati soccorsi dal peschereccio. Raccontarono che la tempesta aveva sbalzato Nikos fuori dal motoscafo, e che Ismail s'era tuffato per soccorrerlo, perché Nikos non sapeva nuotare, poi come avessero toccato terra da qualche parte sull'isola e fossero arrivati fino a Valletta.

"Sapreste dire dove siete arrivati a riva?" chiese l'uomo.

"No, signore. Era notte e non conosciamo i posti. Abbiamo camminato fino a trovare una strada. Una strada porta sempre in una città o un paese. E così siamo arrivati fino a qui."

"Perché non siete subito andati in un posto di polizia?" chiese il giudice.

"Abbiamo chiesto a una ragazza in strada dove c'era un posto di polizia, perché volevamo chiedere asilo politico, e lei ci ha detto di venire qui, prima, e di chiedere di parlare con padre Michael Debono, così abbiamo fatto come la ragazza ci ha detto."

"Già, capisco." disse l'uomo.

Poi il giudice parlò in maltese con il prete, che annuiva e a volte faceva brevi domande.

Il giudice alla fine della breve conversazione, disse: "Tutto quello che avete detto a me, lo direte anche alla polizia, quando vi interrogherà. L'unica cosa, per semplificare il problema, direte che avete incontrato me per la strada e che io vi ho portato al posto di polizia. Chiaro? È una piccola bugia, ma se parlate della ragazza, e di padre Debono, la polizia vorrà sapere chi e come e perché, e le cose si complicano inutilemente."

"Va bene, signore. Ci daranno l'asilo politico, signore?"

"Probabilmente sì. Conosco il giudice che si occupa di questo... vedrò di seguire il vostro caso. Dovrete passare un po' di tempo in prigione, fino a quando il giudice avrà esaminato il vostro caso ed avrà emesso un verdetto. Legalmente, per ora, voi due siete clandestini, lo capite..."

"Sì, signore... Ma se non ci viene accordato l'asilo politico?" chiese Ismail.

"Se non vi venisse concesso, sareste imbarcati in un aereo o su una nave e mandati in un altro paese di vostra scelta... Non a Cipro, comunque. Ma lì dovreste ricominciare tutta la trafila. Penso, però, che non ci dovrebbero essere particolari problemi, se avete detto la verità."

"Sì, signore, abbiamo detto la verità." disse Nikos.

"Se ottenete l'asilo politico... mi ha detto padre Michael Debono che voi sareste disposti a fare un qualsiasi lavoro, giusto? Non sapete fare un lavoro specializzato, se ho capito bene."

"È così, signore. Ma abbiamo buona volontà, sappiamo lavorare duro tutti e due. Non ci spaventa lavorare, anche un lavoro umile, purché ci dia da mangiare..."

"Quando, e se, avrete l'asilo politico, il governo vi darà un sussidio provvisorio... poca roba, a dire il vero. Comunque, appena avete i documenti in regola, tornate qui da padre Michael Debono, e si vedrà di darvi una mano a trovare un lavoro."

"Grazie, signore... Grazie, padre..." dissero i due ragazzi.

Poi Nikos chiese: "Prima di andare, posso per favore andare al gabinetto?"

"Certo, andiamo. Noi ti aspettiamo qui fuori." gli disse il gesuita.

Il giudice poi li accompagnò fino al posto di polizia centrale. Parlò con il graduato, spiegò la situazione dei due ragazzi, poi disse loro: "Adesso vi porteranno in una cella. Poi sarete interrogati, dovrete firmare il verbale, e sarà tutto passato al tribunale. Il giudice fisserà un'udienza e vi interrogherà di nuovo..."

"Ma... ci daranno da mangiare, nel frattempo?" chiese Nikos.

Il giudice rise: "Certo, mica vi lasciano morire di fame. Non sarà cucina d'alta classe, ma... Oh, dovete lasciare le vostre cose qui. L'agente farà un elenco, voi lo firmerete, e quando uscirete potrete riavere tutto. Anche tutto quello che avete nelle tasche. Prima di essere messi in cella, sarete perquisiti..."

Ismail lanciò un'occhiata preoccupata a Nikos, che fece un lieve sorriso e disse: "Sì, signore, certo, anche tutto quello che abbiamo in tasca."

Poi furono prese loro le impronte digitali di tutte e dieci le dita delle mani, e furono fotografati di fronte, di tre quarti e di profilo.

Quando furono portati nella cella, appena soli, Ismail chiese sottovoce a Nikos, in greco: "E la chiave?"

"Se la polizia la trovava, capiva che chiave era e andava a prendere la mia roba... L'ho nascosta."

"Ma dove?"

"Nel gabinetto della casa dei gesuiti. Nella vaschetta dello sciacquone. Per quello prima di venire qui ho chiesto se ci potevo andare."

"Le pensi proprio tutte, tu. Ma se la puliscono?"

"Non si pulisce quasi mai, dentro alla vaschetta. Speriamo che non lo facciano proprio mentre siamo qui dentro..." rispose Nikos.

"Meno male che ci hanno messo nella stessa cella. Avevo paura che ci avrebbero separati..."

"Sì, anche io. Fin qui ci è andata più che bene. Chissà quanto tempo ci vorrà per sapere se ci danno l'asilo politico..."

"Peccato che ci sono le sbarre come porta... Io ho voglia di fare l'amore..."

"Vedremo stanotte, se spengono le luci... e se vengono a vedere ogni tanto o no... Ma credo che se ci vedono tranquilli, forse non vengono. Tanto, di qui dentro, non riusciremmo a scappare... e comunque sanno che non abbiamo motivo di scappare, no? Non siamo mica carcerati pericolosi, no?"

"Io sono pericoloso..." disse Ismail.

"Ah sì? Perché?"

"Perché ho voglia di saltarti addosso." disse ridacchiando il bel ragazzo turco.

"Oh, questo è un rischio che spero di correre..."

Più tardi, un agente portò loro la cena. Mentre i due ragazzi mangiavano, l'agente rimase accanto al cancello, senza chiuderlo.

"Era brutta, durante la guerra, là da voi?" chiese l'uomo.

Ismail lo guardò un po' stupito: "La guerra non è mai bella, specialmente quando diventa una guerra civile."

"Qui si diceva che da una parte e dall'altra c'era una specie di caccia all'uomo... è così?"

"Sì, per quello che ne sappiamo. E quando hanno diviso la nostra isola in due territori, ci sono state migrazioni di massa: un sacco di gente ha dovuto lasciare tutto e scappare da una parte all'altra. Quelli che non sono stati ammazzati, per lo meno." rispose Nikos.

"Ma era una guerra di religione?" chiese l'agente.

"No. È stata una guerra voluta dalla Grecia e dalla Turchia, perché tutte e due volevano prendersi la nostra isola. La religione non c'entrava per niente." rispose Ismail.

Nikos aggiunse: "Non c'entra quasi mai, la religione. Anche quando ce la mettono in mezzo, la guerra è solo per motivi di potere e di soldi."

"Beh, ma le crociate..." disse l'agente.

"I re dell'Europa volevano poter ingrandire i loro regni, con la scusa della religione. Sì, d'accordo, ci sarà stato qualche fanatico religioso, in mezzo, ma fra la gente comune, secondo me, cioè non fra quelli che decidono di fare la guerra. Se i re Europei avessero detto ai loro sudditi: andate a farvi ammazzare perché così io prendo nuove terre, pochi li avrebbero seguiti. Dicendo invece: andiamo a liberare il sepolcro di Cristo, la gente ci credeva e andava a farsi ammazzare." disse Nikos.

"M'ha detto il sergente che voi due siete uno di famiglia turca e l'altro di famiglia greca... eppure che siete amici..."

"Già, proprio così. Né lui né io ci siamo fatti incantare dalla propaganda. E il presidente Makarios stava cercando di farci vivere tutti in pace. Forse ci poteva riuscire, se i greci e i turchi non ci avessero messo uno contro l'altro e se non fossero venuti a farsi guerra a casa nostra." disse Ismail.

"E dopo la guerra, era diventato impossibile restare amici continuando a vivere a Cipro, perciò siamo dovuti scappare via." disse Nikos.

"Un'amicizia così forte, è una bella cosa. Perdere tutto per salvare la vostra amicizia... Davvero una cosa rara." disse l'agente.

"Le vere amicizie si mettono alla prova nelle difficoltà e nei pericoli, non quando tutto va bene..." disse Nikos.

"È vero... Fumate, ragazzi?" disse l'agente tirando fuori un pacchetto di sigarette ed offrendole.

"No, grazie. Posso farle una domanda?" chiese Ismail.

"Cosa?"

"Ci sono altri nelle celle qui vicino?"

"No, in questa sezione ci siete solo voi, per ora. Questo non è un carcere, sono solo celle di detenzione provvisoria. Qualche volta ci chiudiamo un ubriaco, o qualche prostituta... Qualche volta i clandestini come voi. Poi, se il giudice decide che devono essere rilasciati, li facciamo uscire, se no, sono trasportati in carcere."

"Noi... ci porteranno in carcere, secondo lei?" chiese Nikos.

"Non lo so. Io lavoro qui in centrale da poco tempo. Prima ero in un posto di polizia al porto. Volete che vi porto qualcosa da leggere? Forse per domani posso trovare qualche vecchia rivista in inglese..."

"Sì, grazie, ci farebbe piacere." disse Nikos, poi chiese, "Mi piacerebbe anche avere un quaderno e una biro, se è possibile..."

"Credo che non ci sia nessun problema, chiedo al sergente. Quando vado a casa vedo se mio figlio ha un quaderno nuovo... se no passo a comprartelo domani, prima di venire in servizio..."

"Grazie. Solo che io non ho soldi..." disse Nikos.

"Oh, per un quaderno e un biro... poca roba."

"Quanti figli ha, lei?" gli chiese Ismail.

"Due, il grande ha otto anni, e la piccola ne ha quattro. Bene, adesso porto via i vassoi. Ci vediamo domani pomeriggio, ragazzi."

"Grazie. A domani, agente..."

Più tardi spensero le luci, e restò solo una luce bassa, azzurrata, nel corridoio. Ismail, che era seduto sul letto inferiore dei due letti a casetllo, a fianco all'amico, prese subito fra le braccia Nikos e lo baciò.

"Sapessi quanta voglia di te ho!" gli sussurrò.

"Quando entrano o escono nel corridoio, ho sentito, aprono il cancello e si sente il rumore... però, non so se avremmo il tempo di rivestirci..." rispose Nikos, carezzando l'amante fra le gambe e sentendone l'erezione già desta.

"Non ci spogliamo... non è necessario fare... tutto, per ora." gli rispose l'amico carezzandolo a sua volta in modo intimo.

Continuarono a baciarsi, carezzarsi, palparsi a lungo, eccitandosi sempre più. Ismail sbottonò i calzoni di Nikos, e vi infilò una mano, palpandolo attraverso la telina delle nutande. Nikos fece scorrere giù la cerniera lampo della tuta di Ismail e gli carezzò il petto nudo, stuzzicandogli i capezzoli.

Poi Ismail forzò giù l'elastico delle mutande dell'altro e finalmente prese nella mano il membro nudo di Nikos, palpandolo e masturbandolo lievemente. Il compagno si chinò su di lui e, scoprendogli il petto, prese a suggergli i capezzoli, mentre infilava la mano dentro le mutande di Ismail e a sua volta gli manipolò il membro virile, caldo e già ben duro.

Si baciarono di nuovo in bocca, poi Ismail si chinò sul grembo dell'amante ed iniziò a passare la lingua lungo la sua asta, sulla punta, e gioiva nel sentire fremere Nikos in preda al piacere. Dopo un po' ne prese la punta fra le labbra ed iniziò a muovere lentamente su e giù il capo. Nikos emise un lieve mugolio.

Ismail si staccò da lui e sussurrò: "Non ti far sentire, o capiscono cosa stiamo facendo." Poi si rituffò a succhiare il bel membro del suo amante.

Nikos si abbandonò indietro, e carezzò con tenerezza i capelli, il collo e le spalle dell'amante, godendosi le sue calde e gradevoli attenzioni. Dopo un po' lo fece smettere.

"Adesso tocca a me... se no mi fai venire troppo in fretta..." gli disse e si chinò a sua volta sul grembo dell'amico, rendendogli con uguale passione le stesse attenzioni.

Continuarono a lungo così, alternandosi, fino a portare l'altro ad un passo dal godimento, poi smettendo e scambiandosi le parti. Di tanto in tanto si baciavano con calore, continuando a carezzarsi per tutto il corpo. A volte, all'uno o all'altro, sfuggiva un lieve mugolio, subito trattenuto per paura di essere sentiti.

Finalmente, senza accordarsi, decisero di porre fine a quella piacevolissima tortura, e prima Nikos si scaricò nella bocca avida dell'amante, poi a sua volta bevve tutto il seme di Ismail.

Si ricomposero, e si baciarono di nuovo.

"Te l'ho mai detto che mi piace il tuo sapore?" gli chiese Nikos carezzandogli una guancia.

"Anche a me piace il tuo. Però... mi sarebbe piaciuto poter fare tutto..."

"Sì, lo so, ma dopo tanti giorni che non abbiamo potuto fare niente, anche così è stato bello."

"Sì, certo. Preferisci dormire sopra o sotto?" gli chiese Ismail.

"Preferirei dormire con te, fra le tue braccia... comunque, preferisco dormire sotto, se per te va bene."

"Certo che va bene: almeno se durante la notte mi sveglio posso affacciarmi e guardarti..."

"Ci si vede a mala pena, qui dentro... e poi ormai dovresti conoscermi a memoria, no?" gli disse con un sorriso Nikos.

"Non mi stancherei mai di guardarti. Da quel primo giorno che sono entrato nell'ufficio dove lavoravi e ti ho visto... e ti ho desiderato. Non ci credevo che sarebbe potuto succedere. Prima di tutto perché eri un greco, e poi perché sembravi così serio..."

"Ah, perché, adesso pensi che sono poco serio?"

"Certo che sei poco serio, visto che ti sei messo con me. Per fortuna, comunque, sei poco serio."

"Il fatto è che sei troppo bello. Mi hai fatto girare la testa appena ti ho visto. Anche io ti ho desiderato subito."

"Cosa ti è piaciuto più di tutto, di me, quando m'hai visto la prima volta?" gli chiese Ismail.

"Questa tua tuta!" rispose Nikos ridacchiando. "No, non è vero, anzi l'ho odiata perché non mi lasciava immaginare come potevi essere sotto... I tuoi occhi, il tuo sorriso, il tuo volto, le tue mani... tutto quello che vedevo. Anche il tuo portamento. Poi la tua voce..."

"Ehi, davvero tutto, allora."

"Sì, davvero tutto. Poi, quando t'ho visto là nel giardino municipale, mi è sembrato che il giorno diventasse anche più luminoso."

"Anche io, quando ho visto che stavi seduto là che mangiavi, ho sentito che il cuore mi batteva più forte."

"Beh, siamo stati fortunati, non è vero, che la vita ci ha portato ad incontrarci, a capirci, e a innamorarci così..."

"Sì, siamo fortunati. Anche che siamo ancora assime, anche in questa cella."


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