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una storia originale di Andrej Koymasky


pin AMARE A CIPRO CAPITOLO 4
LA "BALICOSI "

Gustaf s'era fermato a Malounta per quattro giorni, ed aveva fatto l'amore con Nikos tutte le sere. Il ragazzo chiudeva la bottega ed andava nella sua camera, alla locanda.

Fin dalla prima volta, Gustaf aveva voluto che Nikos lo penetrasse: era un'esperienza nuova per il ragazzo, e gli piacque molto. Gustaf si metteva sulla schiena, gli metteva le caviglie sulle spalle e si faceva prendere in quella posizione.

"Dai, fottimi, Nikos... e vedi di non venire troppo in fretta. Sbattimelo dentro, fottimi più a lungo che puoi!" gli aveva detto già la prima volta.

Quello che aveva stupito Nikos e fatto rimanere un po' male, fu che dopo la prima volta che aveva scopato con Gustaf, questi gli aveva voluto dare dei soldi.

"Non sono venuto con te per soldi. Non sono una prostituta, io." aveva detto il ragazzo. "Sono venuto con te perché mi piaci."

"Non prenderlo come un pagamento, Nikos, prendilo come un regalo. Un modo per dirti che sono contento di averti incontrato, di come scopi... Non ho nessuna intenzione di offenderti."

Dopo tutto, quei soldi gli facevano comodo, perciò alla fine Nikos li aveva accettati.

Quello che piaceva a Nikos, era che Gustaf aveva un comportamento, ed anche un corpo, molto virile. Aveva un bel corpo, faceva spesso sport, gli aveva detto. A Nikos era piaciuto molto affondare in lui e muoversi dentro al suo caldo ed accogliente canale, mentre l'altro gli stuzzicava i capezzoli o lo tirava a sé per baciarlo, ogni volta che gli chiedeva di rallentare per non venire subito.

Dopo essere venuti tutti e due, restavano per un po' sul letto a parlare. Anche questo piaceva a Nikos.

"Ma se hai un ragazzo a Zurigo, e se mi dici che siete innamorati, perché lo tradisci con me?" gli aveva chiesto Nikos, meravigliato.

"Ogni anno facciamo le ferie separati, e ognuno di noi due ha diritto di avere qualche avventura. Quando ci ritroviamo, ci raccontiamo le nostre esperienze. E dopo siamo anche più uniti di prima."

"Io, se fossi innamorato, credo che non riuscirei ad andare con un altro... Ma ognuno di noi è diverso, no? Siete insieme da tanto tempo?"

"Otto anni. Abbiamo fatto l'università insieme, eravamo compagni di stanza al collegio universitario. Ci siamo innamorati dopo un po' che si scopava insieme. E dopo la laurea siamo andati a vivere insieme e lavoriamo insieme."

"Che lavoro fate?"

"Siamo architetti. Da quello che mi dici, tu non ce l'hai un ragazzo..."

"No. Non so se l'avrò mai, qui. Non è facile trovare un altro come me."

"Eppure ce ne sono di sicuro, non sai che pare che quelli come noi sono circa il dieci per cento? Uno su dieci dei tuoi amici, in media, deve essere come noi. Come io ho avuto la fortuna di trovare te, puoi trovare un compagno anche tu, no?"

"Tu sei di passaggio... sia tu che io si è potuto rischiare. Fra noi è molto più difficile... Nessuno si sbottona, per paura che si sappia in giro."

"Sì, capisco. In una grande città è più facile. A Nicosia, per esempio, ci sono posti dove si può trovare un ragazzo..." gli disse Gustaf e gli spiegò dove lui ne aveva trovati.

Quando Nikos aveva scritto nelle sue "cronache" il suo incontro con Gustaf, aveva anche segnato i posti di Nicosia di cui lo svizzero gli aveva parlato.

Poi Gustaf era andato via, proseguendo il suo viaggio a piedi verso la costa. Prima di andarsene, l'ultima sera in cui avevano fatto l'amore assieme, Gustaf gli aveva dato una voluminosa busta chiusa.

"Qui dentro, Nikos, c'è una cosa che ti voglio lasciare come ricordo del nostro incontro. Però, promettimi che non l'apri prima di domani sera..."

"Un regalo per me? Io non ti ho regalato niente..."

"Mi hai ragalato quattro belle giornate. Oltre ad essere bello, e a fare l'amore bene, sei un ragazzo buono e simpatico. Fino ad oggi, l'incontro con te è una delle più belle esperienze che ho avuto qui a Cipro."

"Anche per me è stato bello incontrarti, Gustaf. Buon viaggio. E se ti capita di tornare da queste parti, chissà che non ci si incontri di nuovo..."

Il giorno dopo, Nikos aprì la busta. C'erano tre cose: una bella fotografia a colori di Gustaf, con dietro scritto: "In ricordo di quattro splendide giornate"; uno stemma di Zurigo in panno, ricamato, montato dentro una cornicetta di legno scolpito; e infine un'altra busta. Aprì anche questa: c'era dell'altro denaro ed un biglietto: "Compraci qualcosa che ti piace o che ti serve, e non prenderla come un'offesa: tu sei un ragazzo caro e dolce e questo non è un pagamento, è solo un grazie".

Nikos sorrise: sì, sapeva che Gustaf, lasciandogli quei soldi, non lo stava trattando da prostituta. In un primo momento pensò di dare anche quei soldi alla madre, poi si disse che avrebbe fatto meglio a tenerli. Non voleva che la madre li sprecasse per un vestitino alla moda per Marlen; potevano servire se fossero venuti giorni peggiori. Perciò li nascose, assieme alla foto ed allo stemma, fra le sue cose.

La domenica mattina, prima di andare al suo solito a trovare il monaco-bibiliotecario al monastero e rendergli il libro e prenderne un altro in prestito, decise di rimettere ordine nell'armadietto che il padre gli aveva fatto e che conteneva tutti i suoi tesori. Perciò lo vuotò completamente, appoggiandone sul letto tutto il contenuto.

Stava rimettendo nell'armadietto le sue cose, quando la madre arrivò accanto al suo letto e prese in mano uno dei suoi quaderni in cui stava scrivendo il suo romanzo: "Ma quanto hai scritto, in questi anni? Tieni sempre tutto, non butti mai via niente?" disse la donna e fece per aprire il quadernetto.

Nikos s'alzò in piedi precipitosamente e glielo tolse dalle mani quasi bruscamente: "Lascialo giù, è roba mia, personale." disse.

"E che mai! Cosa sono tutti questi segreti! Fammi vedere cosa hai scritto di tanto importante!" disse Sofia, prendendo un altro dei quadernetti.

Nikos le tolse dalle mani anche quello e lo rimise nella pila. "Sono cose mie, t'ho detto. Non voglio che li legga né tu né nessuno."

"Beh, che? Hai dei segreti con tua madre?"

"Mamma, io mi sono sempre vantato coi compagni che papà e tu avete sempre rispettato le mie cose, che non ci avete mai frugato come fanno gli altri genitori."

"Non ho mai frugato fra le tue cose. Adesso erano sul tuo letto, per questo mi sono permessa di toccare uno dei tuoi quaderni." gli rispose la madre sottolinenado quel "permessa" in tono offeso. "Se sono cose tanto segrete, hai solo da non lasciarli in giro."

"Io non ho lasciato in giro proprio un bel niente! Stavo solo rimettendo in ordine le mie cose, non te ne sei accorta? Non ti ho dato il permesso di curiosarci, perciò smettila."

"Ehi, giovanotto, abbassa il tono, con tua madre! Dopo tutto, anche se hai appena compiuto diciotto anni, questa è ancora casa mia. Non azzardarti a mancarmi di rispetto!"

"E tu allora, non mancare di rispetto a me. Se ti dico che non voglio che nessuno legga..." stava dicendo il ragazzo.

Frattanto Marlen s'era avvicinata, assistendo con aria divertita al battibecco fra la madre ed il fratello. Approfittando del fatto che Nikos stava guardando la madre e non lei, sfilò un altro quadernetto dalla pila delle "cronache", lo aprì a caso e cominciò a leggere ad alta voce.

"In quei rari giorni in cui c'è il sole e la pioggia cade in ampi veli leggeri e luminosi come quelli di una sposa nel giorno delle sue nozze, l'anima ringrazia Dio per lo stupendo spettacolo..."

Nikos si girò verso di lei, rosso in viso, le tolse con rabbia il quadernetto dalle mani poi le dette un ceffone.

"Mamma, Nikos mi ha..."

"Nikos! Non ti azzardare mai più ad alzare le mani su tua sorella, se vuoi restare in questa casa!" lo apostrofò Sofia.

"Aveva solo da non toccare le mie cose, da non metterci il naso. Piantatela tutte e due di rompere!" gridò Nikos veramente arrabbiato.

La madre gli dette un manrovescio: "Tu a me non dici che ti rompo!"

"Tanto, mentre non sei in casa, io leggo tutto quello che voglio!" gli disse la sorella inviperita, "E magari brucio tutti i tuoi preziosi e stupidi quaderni!"

"Ma che vi ha preso, a tutte e due? Non si può più vivere tranquilli, in questa casa?" gridò Nikos.

"Se ci stai tanto male, in questa casa, visto che oltretutto non è che contribuisci poi tanto con la tua mania di tenere quella stupida bottega, hai solo da andartene!" gli gridò la madre.

"D'accordo." disse Nikos in tono gelido.

Prese tutte e tre le pile dei suoi quaderni, andò all'armadio a prendere la tracolla e ve li infilò dentro. Poi prese un borsone e ci mise dentro alla rinfusa tutti i suoi tesori, ci buttò sopra i suoi pochi vestiti, i pochi libri compreso quello che gli aveva lasciato Christakis e quello che doveva restituire al monastero.

Frattanto la madre si vestiva per uscire, e Malen lo guardava con un'aria di scherno sul volto.

"Non dimenticare niente, fratellino. Finalmente ti levi dai piedi."

"Sì, mi levo dai piedi. Potete festeggiare l'evento!" disse Nikos e, prese le due borse, uscì di casa, infuriato.

Mentre scendeva giù per i gradini rovesciati della ripa, sentì i passi della madre dietro di lui. Pensò che l'avrebbe chiamato, che gli avrebbe detto di non fare sciocchezze, di tornare in casa, che gli avrebbe chiesto scusa... Inconsciamente rallentò, per farsi raggiungere dalla madre. Dalla parte opposta stava salendo l'archimandrita, che lo salutò con un cenno, poi salutò la madre.

"Buona giornata, Sofia Hadjikyrou. Non venite su alla chiesa per la luturgia?" le chiese in tono cortese.

"Oh, fra poco vengo, Georghios Nicolas. Prima devo andare a comprare tre uova per fare una torta." rispose la donna.

"Che cosa festeggiate, Sofia? Un compleanno?"

"No, festeggio qualcos'altro. Ah, archimandrita Georghios Nicolas, se per caso sentite che può interessare a qualcuno, ho deciso di vendere quell'inutile calzoleria..." rispose la donna.

Nikos riprese a scendere velocemente giù per la ripa, sentendosi avvampare per l'ulteriore offesa che la madre aveva voluto dargli. Giunto in fondo, dove la scala si divideva in due rami, saltò nella strada sottostante e andò, quasi di corsa, verso il paese.

Passò davanti alla calzoleria. Si fermò e guardò l'insegna... avrebbe voluto portarsi via anche quella, ma era troppo grande ed era murata nella parete. Prese la chiave che aveva in tasca e l'aprì: guardò se dentro c'era qualcosa che volesse portare via... Gli attrezzi di lavoro... ma che ne poteva fare? Poi vide sul deschetto la lesina e la cote con le custodie di cuoio, che il padre aveva fatto ed usato per anni. Le prese e le mise nel borsone. Poi posò la chiave sul deschetto ed uscì, tirandosi dietro la porta senza chiuderla.

Camminò fino al portico chiuso che collegava il mercato con il municipio e con l'orfanotrofio e che terminava sulla piazzetta del monastero. D'improvviso si trovò di fronte una tigre e si fermò spaventato. Poi si ricordò d'aver sentito dire che il macellaio Frangoulides s'era comprato una vecchia tigre semi-cieca quando era passato il circo...

La tigre gli passò accanto tranquilla, degnandolo appena di uno sguardo ed andò lentamente oltre. Quelli del circo volevano ammazzarla, perché era troppo vecchia e non più utile per gli spettacoli, e Frangoulides l'aveva comprata per quattro soldi. Probabilmente la povera bestia non avrebbe avuto la forza di azzannare nessuno neanche se l'avesse voluto.

Nikos proseguì fino a davanti all'orfantrofio. Il portone era aperto e nel cortile i ragazzini giocavano, chiassosi. Si fermò un attimo a guardarli. Sembravano allegri... Una ragazzetta che avrà avuto sì e no otto anni, con un bambino di quattro anni per mano, gli si parò davanti e lo guardò.

"Sei venuto a comprare Kyros? Guardalo, è bello e anche buono, sai? Se lo compri fai un buon affare."

Nikos la guardò un po' divertito, si accoccolò davnti ai due e le disse: "I bambini non si vendono e non si comprano, piccola."

"Come no? Vengono i signori ricchi, e scelgono un bambino o una bambina da comprare. Ci fanno mettere in fila e loro ci guardano tutti e poi decidono chi gli piace, e danno i soldi all'orfanotrofio per comprarne uno. Io lo so. Non sei abbastanza ricco, tu?"

"No, non sono abbastanza ricco, io. È tuo fratello, Kyros?"

"No. A me non mi compra nessuno, perché non sono bella e sono troppo grande. Ma Kiros è bello, e è buono. Io sono qui da sei anni, lui invece solo da uno. I suoi genitori l'hanno buttato via, l'hanno lasciato in un cesto nella piazza."

"Forse erano troppo poveri per dargli da mangaire... Non l'hanno buttato via. Nessuno butta via il proprio figlio..."

"Me mi hanno buttata via perché non sono bella."

"No, tesoro, non è vero che non sei bella... Se avessi soldi, ti prenderei io..." le disse Nikos commosso ed impietosito.

"Sei gentile, ma lo specchio non dice le bugie come te. E anche gli altri, mi dicono che sono brutta. Mi dispiace che non puoi comprare Kyros, saresti stato un papà molto bello, per lui, e i tuoi occhi sono buoni..."

"Anche i tuoi occhi sono belli e buoni. Come ti chiami?"

"Panayiota. E tu?"

"Nikos."

"Beh, mi dispiace che non sei ricco, Nikos."

Improvvismente arrivò una pallonata dall'interno del cortile, che sfiorò la testa della bimba, e colpì in pieno fra gli occhi Nikos, che cadde indietro, semistordito.

Sentì confusamente grida, voci, poi una manina fresca sulla fronte.

"È morto?" chiese una vocetta.

"No, Kyros, è solo svenuto." rispose sottovoce la voce di Panayiota. Poi gridò, verso l'interno: "Ma siete tutti matti, voi? Guardate cosa avete fatto! Siete tutti malnati!"

Nikos rimase fermo, gli occhi chiusi: avrebbe potuto rialzarsi, ma ora era incuriosito di vedere che cosa sarebbe successo.

Sentì la voce di un uomo: "Accidenti, ha battuto la testa? Adesso questo magari ci manda gli avvocati e si fa pagare i danni. Torna dentro, Panayiota."

"No, bisogna aiutarlo." disse decisa la bimba, poi gridò: "Melina, porta un fazzoletto bagnato, svelta. Nikos è svenuto..."

"E chi è Nikos?" chiese la voce di un'altra bambina dall'interno.

"Un amico. Svelta, non perdere tempo."

"Ma è morto?" chiese di nuovo la vocetta di Kyros.

"No, vai dentro, Kyros! Anche tu Panayota. Mi occupo io di lui."

"Ma che vuoi occuparti di lui, tu, che non sai nemmeno mettere un cerotto." lo rimbeccò la piccola, "Qui ci vuole una donna, non uno come te."

A Nikos venne da ridere. Emise un lieve gemito, tanto per fare scena, e riaprì gli occhi: "Dove sono?" chiese guardando la bimba.

"Buon dio! Hai perso la memoria? Ti ricordi come ti chiami?" gli chiese la bimba.

"Kyros..."

"Ma no, Kyros è lui. Tu ti chiami Nikos."

"Finisce in OS lo stesso..." disse il ragazzo cercando di restare serio e tirandosi su a sedere.

Arrivò un'altra bambina con un fazzoletto bagnato. Panayiota lo prese e lo passò sulla fronte del ragazzo.

"Va meglio?" gli chiese.

"Cosa c'è in quelle borse? Regali per noi?" chiese la bimba che si chiamava Melina, aprendo il sacco con i quaderni. "Oh... solo carta!"

Nikos, con gentilezza le tolse il sacco dalle mani e lo richiuse: "Qui c'è il mio lavoro di quattro anni..." le disse.

L'uomo lo apostrofò: "Si sente meglio, giovanotto? Niente di grave, no, era solo un pallone, dopo tutto... i ragazzi mica l'hanno fatto apposta..."

"Sì, nessun problema, sto meglio, grazie."

"Col cavolo che era solo un pallone!" disse decisa Panayiota, "Quella era una cannonata. Avrebbe ammazzato un bue. Per fortuna Nikos è un uomo più forte di un bue."

Il ragazzo si alzò in piedi, frugò nel suo borsone e ne tirò fuori una leggera sciarpetta di seta indiana multicolore, che gli aveva regalato il padre, la mise al collo di Panayiota e le disse: "Questa è per te, Panayiota. Così sarai anche più bella."

La ragazzina la accarezzò, poi chiese al responsabile dell'orfanotrofio: "La posso tenere, Carletidou. L'ha regalata a me..."

"Sì, la puoi tenere, adesso rientrate voi tre!" Poi si rivolse a Nikos, che stava riprendendo le sue borse: "Tutto bene, no, giovanotto? Nessun problema, vero?"

"Non vi manderò i miei avvocati, stia tranquillo. Sono più forte di un bue, io, non ha sentito? E qualche volta... dica a Panayota che non è brutta... fa un'opera buona. Un bambino non vive solo di pane, di fagioli o di regali, ma anche di una parola gentile." gli disse Nikos ed andò fino alla porta del monastero.

Ormai era conosciuto, nessuno lo fermò e il ragazzo andò dritto fino alla biblioteca. Quando lo vide entrare, il monaco Georghios si tolse gli occhiali e gli fece un cenno di saluto.

"Sei venuto a prendere un altro libro, Nikos?"

"No, sono venuto a rendere il libro che mi aveva prestato. Non sono riuscito a finire a leggerlo..."

"Tienilo ancora, allora. Non c'è nessuna fretta."

"Non posso. Sono andato via da casa, voglio andarmene da Malounta."

"Hai trovato un buon lavoro da qualche parte?"

"No. Spero di trovarlo. Ho intenzione di andare da qualche parte, e vedere se trovo qualcosa."

"Sei andato via da casa eh? Hai litigato con i tuoi? Ti hanno mandato via?"

"Più o meno. Comunque era ora che me ne andassi. In calzoleria non c'è quasi più lavoro. Mia madre la vuole vendere."

"Perché non resti per un po' qui in monastero? Potresti farmi da aiuto in biblioteca, sei un ragazzo in gamba, istruito... E magari frattanto si aggiustano le cose con i tuoi..."

"Davvero posso stare qui con voi, per qualche giorno? Non sono di disturbo?" chiese Nikos, che in realtà non sapeva dove andare, che cosa fare.

"Sono sicuro che l'igùmeno non farà problemi, se glielo chiedo io. Ti darà una cella nell'ala dei novizi. Siedi e aspettami qui, Nikos." disse il monaco ed uscì dall'antica biblioteca nel fruscio dell'ampia tonaca.

Dopo poco tornò: "Vieni, l'igùmeno ti autorizza a restare con noi. Ti mostro la tua cella. Sistemati, poi torna in biblioteca ad aiutarmi."

"Grazie, monaco Georghios. Dio ve ne randa merito." disse Nikos e lo seguì per i silenziosi corridoi.

La cella era piccola ed essenziale, molto pulita, ed aveva una finestrella che dava nel gardino interno. Alla parete, a fianco del letto, c'era un'icona con l'immagine di San Giovanni Crisostomo. C'era un piccolo tavolo ed una sedia, ed uno scaffale vuoto, coperto da una tendina tirata di lato.

"La tua cella è la numero sei. Oltre te, ci sono solo quattro novizi, in quest'ala; quasi tutte le celle sono vuote, ormai... le vocazioni sembrano diminuire, di questi tempi. Ti aspetto in biblioteca."

"Posso lasciare qui le mie borse e venire con lei." disse Nikos.

"Sì, qui nessuno le toccherà. Anche se non vi sono chiavi alle porte, nessuno di noi entra mai nella cella di un altro quando non c'è nessuno dentro."

Tornati nella biblioteca, il monaco assegnò subito alcuni compiti al ragazzo.

"Ormai conosci le nostre regole, le nostre abitudini e gli orari. Quando suona la campana per le preghiere, puoi venire in chiesa a pregare con noi, se credi. Non ti curare di quella che suona durante la notte, puoi restare a dormire tranquillamente. E se ogni tanto vuoi andare a riposarti un po' nel giardino, sai da dove passare per andarci, no?"

"Sì, grazie, monaco Georghios. Fino a che pagina devo copiare questo elenco?"

"Fin qui, dove ho fatto il segno con la matita. Poi vieni a chiedermi e ti dirò quale altra parte devi copiare. Ricordati di saltare le righe con il segno rosso a sinistra."

Nikos si mise a scrivere. Gli piaceva usare la penna e l'inchiostro, invece della biro. La scrittura era più fluida e modulata, più elegante.

Dopo un po' chiese al monaco Georghios dove dovesse copiare. L'uomo guardò quanto aveva scritto: "Hai una grafia molto elegante, chiara, migliore della mia. Molto bene, Nikos. Ecco, ora copia da questo punto a quest'altro."

Così iniziò la vita di Nikos nel monastero.

Fece conoscenza con i quattro novizi. Uno di questi, di nome Vasilis Lipertis, era un bel ragazzo della sua stessa età, dall'aria vivace e simpatica. Nikos si sentì molto attratto verso Vasilis, ma non si azzardò a provarci, anche perché l'altro ragazzo non mostrava nessun interesse particolare verso di lui. Comunque a volte parlavano gradevolmente assieme.

"Vuoi farti monaco, tu?" gli chiese Vasilis, mentre passeggiavano nel giardino, chiacchierando.

"No, non credo che sarebbe la vita giusta per me, anche se mi trovo bene qui con voi."gli rispose Nikos.

"Allora, pensi di sposarti? Di mettere su famiglia?"

"Se fosse possibile mettere su famiglia senza sposarsi, mi piacerebbe, Ma no, non voglio sposarmi." rispose allegramente Nikos.

"Cosa vuoi dire? Vuoi convivere con una ragazza senza sposarti?" chiese guardandolo piuttosto stupito il novizio.

Nikos rise: "No, voglio dire che se potessi avere figli ma non una donna, mi piacerebbe. Se potessi adottarne due o tre, per esempio."

"Non... ti senti attratto dalle ragazze?" gli chiese quasi sottovoce Vaialis.

"Proprio così." gli rispose Nikos studiandone l'espressione.

Vasilis ora guardava davanti a sé. Per un po' non disse nulla, poi sempre a voce bassa, disse: "Sì, capisco. Non ti interessano le ragazze... però non ti vuoi fare monaco... Vuoi... conservare la tua libertà... se per caso ti interessasse una persona, di poterla amare."

Nikos notò che questa volta non aveva detto "una donna" o "una ragazza", ma "una persona". Si chiese se il novizio avesse capito. Aveva voglia di chiederglielo, ma non osava.

Dopo un poco Vasili disse: "Io ho rinunciato a cercare una persona da amare, e visto che neanche io mi sento attratto da una ragazza, ho pensato che era giusto entrare in monastero..."

Ora per Nikos era chiaro che Vasili usva il termine "una persona" in contrapposizione a "una ragazza".

"Ma se, dopo che ti sei fatto monaco, tu conoscessi una persona che ti ama e che vorresti amare?" gli chiese.

"Pregherei il Signore che mi aiuti a... a resistere alla tentazione. La vita in monastero è già di per sé una difesa, l'abito da monaco è come una corazza, il monasero come una fortezza contro la tentazione."

"Ti auguro che sia così... anche se in realtà non lo credo. Non faresti bene a pensarci seriamente, prima di prendere i voti?"

"Direi quasi che non faccio che pensare ad altro. Fino ad ora mi sembra che funzioni... nonostante alcune volte..."

"Il nemico si introduce anche nella fortezza e la corazza sembra troppo leggera per resistere alle armi del nemico?" gli chiese Nikos.

"Sì, è così. Ma fino ad ora, come ti dicevo..."

Nikos quasi come se cambiasse discorso, allora disse: "Dopo lo sciopero del 1963 e la disobbedienza civile dei turchi, sembra quasi che noi greci ed i turchi si sia diventati nemici... eppure sono persone come noi, né migliori né peggiori."

"È quello che dice il nostro arcivescovo Makarios. E io penso che, come fra di noi, anche fra loro ci siano persone buone e persone cattive."

"Perciò non è detto che siano tutti nemici da temere, no?" gli disse Nikos. "Non è detto che si debba diffidare di tutti. Chi vede nemici e pericolo ovunque, si crea una vita meschina, una... non-vita."

"Ma chi non sa distinguere l'amico dal nemico, soccombe senza neanche avere modo di difendersi." ribatté Vasilis.

Anche se per metafora, pensò Nikos, ora stavano chiaramente parlando della stessa cosa. Sì, Vasilis si sentiva attratto verso i ragazzi come lui. Decise che forse poteva parlare più chiaramente.

"Io, per esempio, non credo proprio di essere un tuo nemico. Non per mia scelta, per lo meno."

"No, tu non sei un nemico. Per questo parlo tranquillamente con te. Però io ho scelto di diventare un monaco, invece di restare nel mondo ad aspettare. La nostra santa religione non permette tante altre scelte... Siamo tutti peccatori, è vero, ma chi cerca di tenere sotto controllo le proprie debolezze, può sperare nella salvezza. Chi invece vi si abbandona senza lottare, corre il rischio di non rimanere nella grazia di Dio..."

"Se Dio ci ha dato una spina nella carne, ma non ci ha dato gli strumenti per toglierla, mi sembra un dio poco credibile, poco degno di essere amato. Perciò io non riesco a credere che ci abbia davvero posto una spina nella carne senza però darci il modo di toglierla, e che per di più, poi, ci condanni per non averla tolta. Se dio, ad esempio ci dà il cancro, non può condannarci se moriamo di cancro. Capisci quello che voglio dire?"

"Perché dici che non ci dà il modo di togliere quella spina dalle nostre carni?"

"Perché, così come non si è ancora trovata una cura per il cancro, non si è ancora trovato nulla per estirpare quel tipo di spina. Ammesso poi che sia una spina da estirpare, cosa che io comunque non credo."

"Non è detto che un giorno non si trovi una cura..."

"Ammesso che tu abbia ragione, che sia veramente un male, e che si scopra un giorno la cura per questo presunto male, fino a quel giorno nessuno può rimporverarmi per non curarmi." disse Nikos.

"Ma la preghiera..."

"La preghiera non fa andare via il cancro. E comunque... ascolta Vasilis, se un medico famoso ti dicesse che tu sei ammalto di balicosi acuta, tu pensi che la preghiera ti potrebbe far guarire?"

"La balicosi? Che malattia è? Non l'ho mai sentita nominare."

"Non l'hai mai sentita nominare... perché non esiste."

Vasilis rise: "Se non esiste, sarebbe comunque stupido che io pregassi per esserne guarito."

"Proprio così. Per questo io non ci provo neppure a pregare perché mi sia tolta la spina nella carne che gente famosa dice che io ho, ma che io so non esistere. Capisci quello che voglio dire?"

"Ma se invece la balicosi di cui parli esistesse?"

"Se davvero esistesse, ragionerei come per il cancro: o c'è una cura, ed allora la prenderei, o non c'è, ed allora cercherei di conviverci meglio che posso, ma non andrei a confessare al pope che ho il cancro: non sarebbe una colpa da confessare."

"Ma se la balicosi, invece di essere una malattia fisica, fosse un disordine morale? In questo caso la preghiera non sarebbe una medicina efficace?"

"Un disordine morale non proviene da fenomeni fisici, ma si manifesta attraverso fenomeni fisici. Non è perché la mia mano uccide, che io odio qualcuno, ma è perché io odio qualcuno che la mia mano uccide." disse Nikos, poi, deciso a parlare chiaro, disse: "Non è la mia volontà che ha deciso che io sia un omosessuale, ma è il mio corpo, che si sente attratto solamente dai ragazzi e non dalle ragazze. Non è una mia scelta. Io sono nato così. Posso pregare il Signore fino a consumare i miei giorni, ma non posso ottenere da lui che annulli il fatto che sono nato a Cipro, dai miei genitori, maschio... oppure omosessuale. Il giorno in cui pregando potrà annullare le prime tre cose... allora saprò che posso anche pregare e non essere più un omosessuale."


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