Ormai i nove ebrei erano nascosti nelle soffitte da più di un anno. Non vi erano stati problemi degni di nota. I piccoli erano sempre molto quieti e silenziosi, capivano bene il pericolo che correvano.
La guerra, ormai era evidente per tutti nonstante la propaganda del regime, stava volgendo in catastrofe per la Germania. Erano iniziati e s'erano intensificati i bombardamenti su Berlino e da Oranienburg si udivano i boati e si vedevano le alte colonne di fumo. A volte stormi di bombardieri sorvolavano anche il villaggio e il cupo rumore dei loro motori, preannunciato dai laceranti suoni dell'allarme aereo, scuotevano la quiete.
I russi stavano invadendo la Germania da est, gli altri alleati da ovest: l'orgoglioso impero tedesco si stava rapidamente sgretolando come un gigante dai piedi di argilla. Tadeus riceveva le notizie dal barone, che sembrava sempre più depresso, e dagli altri servi, che erano sempre più spaventati.
Ma queste notizie aumentavano la speranza di salvezza del piccolo gruppo di rifugiati nelle soffitte della villa, e dei prigionieri che ancora lavoravano nella tipografia. Nonostante il precipitare degli eventi, la tipografia del barone aveva ancora del lavoro... Ma già nel dicembre del 1944 circolava fra i tedeschi una macabra battuta riguardo ai regali di Natale:
"Sii pratico, quest'anno il regalo più utile è una bara!"
A metà aprile del 1945 era già iniziato l'assedio di Berlino da parte delle truppe russe. Man mano che i russi sopraffacevano l'ultima, disperata resistenza dei tedeschi, e completavano l'assedio, lasciavano dietro di sé una scia di saccheggi e di stupri: anche vecchie di oltre settanta anni non erano immuni da stupri di gruppo, e persino le donne russe o ebree dei campi di concentramento.
Le notizie si diffondevano di bocca in bocca, a volte contraddittorie, a volte esagerate, tanto che era difficile capire quanto di vero ci fosse in esse.
Quando il barone sentì che l'ultimo giorno di aprile lo stesso Hitler si era suicidato, capì che era veramente finita. Andò in fretta e furia in tipografia ed ordinò che fosse bruciato tutto il materiale stampato che avesse a che fare con il nazismo... Poi tornò alla villa per fare un'analoga pulizia...
Chiamò Tadeus e gli disse di far uscire tutti gli ebrei nascosti nella soffitta: non c'era più cibo per nessuno, e non sarebbero stati al sicuro lassù più che altrove.
Avendo udito degli stupri, Tadeus fece tagliare i capelli alle donne e le fece vestire con abiti da uomo, prima di far uscire tutti. Poche ore dopo, le truppe russe invasero anche Oranienburg. Il comandante russo si presentò alla villa del barone Hermann-Lothar von Schlegel, e gli comunicò che la sua villa era requisita, con tutti quelli che vi abitavano, che avrebbero dovuto restare per servirli.
Il barone rispose che non aveva senso reqisire la sua villa, perché sarebbero comunque stati benvenuti come suoi ospiti in casa sua...
L'ufficiale non lo lasciò proseguire, estrasse la pistola dalla fondina e gli sparò in mezzo alla fronte.
Tadeus uscì in giardino, ed abbandonò la villa dalla porticina lungo il fiume Havel. Stringeva con la mano in tasca l'orologio che gli aveva regalato Wolfgang. Aveva abbandonato nella villa i documenti falsi che dichiaravano che lui era un ariano, ed aveva ripreso la carta di identità col suo vero nome, che lo qualificava come giudeo. Indossava ancora l'uniforme da autista senza la stella di David.
Camminò velocemente e con prudenza, cercando di passare attraverso le linee dei russi, allontanandosi il più possibile dalla linea del fronte. Evitava le principali vie, lungo le quali teorie di veicoli con la stella rossa parevano andare in ogni direzione.
Aveva ancora negli occhi la figura del barone che cadeva fulminato davanti ai piedi dell'ufficiale russo. Si chiese angosciato che cosa stesse accadendo al suo Wolfgang: ormai non aveva più sue notizie da moltissimo tempo.
L'ultima volta che Wolfgang aveva telefonato al padre, era ancora a Francoforte. Perciò lui doveva andare là, per iniziare le sue ricerche. Pregava intensamente che Wolfgang fosse ancora vivo. Camminava approssimativamente verso ovest. Prima di lasciare la villa, aveva stracciato da un atlante la pagina con la cartina della Germania, per sapere che strada dovesse fare per arrivare fino a Francoforte.
Quando arrivò alle porte di Wolsburg, vide che i mezzi militari non avevano più la stella rossa, e sentì che i soldati parlavano in inglese... erano inglesi. Nei paesi che a volte traversava, c'erano lunghe file di persone in coda per ricevere qualcosa da mangiare. A volte Tadeus riusciva ad infilarsi in una delle code e ad ottenere un po' di cibo.
Proseguì fino ad Hannover. Dormiva dove poteva, si lavava quando ne aveva la possibilità, e continuava a camminare, camminare, camminare. Aveva fretta di arrivare a Francoforte, e si chiedeva quanti giorni ci avrebbe messo per raggiungerla. La distruzione attorno a sé era impressionante. Non si vedeva più un'uniforme tedesca in giro, neanche quelle della polizia. La gente comune aveva espressioni desolate, sembravano tutti condannati a morte.
Man mano che il viaggio di Tadeus proseguiva, il suo cuore era oppresso dalla pena. Provava pietà per quella gente, anche se molti di loro erano certamente gli stessi che fin a pochi mesi prima avevano contribuito a sterminare, o almeno approvato lo sterminio del popolo ebraico.
Ora Tadeus camminava verso sud. Raggiunse Gottingen. Qui vide un tavolo con una stella di David dipinta su un panno e la scritta, in ebraico "centro di assistenza". Andò a fare la coda a quel tavolo. Quando fu il suo turno, presentò la carta di identità che lo qualificava come ebreo. L'uomo al tavolo guardò più volte la fotografia sul documento e il volto di Tadeus.
"Sono rimasto nascosto, da quando ho avuto quella carta d'identità, e ho cercato di cambiare il mio aspetto..." spiegò.
"Sì... c'è una certa somiglianza... Dove sei stato nascosto? Chi ti ha aiutato?"
"A Oranienburg, alle porte di Berlino. Il barone von Schlegel mi ha aiutato... ero il suo autista."
"Che cosa possiamo fare, per te?" gli chiese l'uomo rendendogli il documento.
"Devo andare fino a Francoforte, sto cercando di rintracciare un amico che aveva fatto molto per me..."
"Un ebreo?"
"No. È il figlio del barone von Schlegel, è lui che ha convinto il padre ad aiutare me ed un'altra decina di ebrei... Ora il barone è morto... è stato ucciso dai russi... devo trovare il figlio, che forse ora ha bisogno del mio aiuto. È un uomo giusto, e devo cercare di rendergli almeno parte di quanto ha fatto per me." disse Tadeus con forza.
"Come sei arrivato fin qui?"
"A piedi. Ma non ho soldi, non ho cibo... tutto quello che ho è questo vestito, niente altro."
"Cibo, te ne possiamo dare un po', finché resti qui a Gottingen. Soldi... ormai con un milione di marchi compri al massimo un francobollo! Ma se vuoi andare fino a Francoforte, fosse posso trovare qualcuno che scende a sud con un automezzo, le ferrovie non funzionano più, troppi ponti sono distrutti... Ti interessa un passaggio verso sud?"
"Sì, grazie."
L'uomo chiamò un ragazzo e gli disse di sistemare provvisoriamente Tadeus.
"Vieni da un campo di concentramento?" gli chiese il ragazzo studiandolo.
"No, ero nascosto, non mi hanno preso. Ma i miei sono morti a Dachau."
"I miei sono morti a Buchenwald. Se non arrivavano gli americani, sarebbe toccata anche a me. Se non arrivavano gli americani, speravo che mi mandassero in fretta nelle camere a gas. Ero disperato, ormai, ero già morto, dentro. Non sopportavo più di essere diventato un ragazzo-bambola..."
"Un ragazzo-bambola? Che cosa significa?"
Il ragazzo lo guardò sorpreso per la domanda. "Credevo lo sapessero tutti. Un ragazzo che uno dei triangoli verdi o uno delle SS si prendevano per... divertirsi. Ma già, tu non sei passato attraverso i campi di concentramento." disse poi in tono triste.
"Sì, sono stato davvero fortunato... posso immaginare che cosa hai passato..."
"No, non puoi immaginarlo!" esclamò con veemenza il ragazzo.
Poi in tono più quieto, ma colmo di infinita tristezza, disse: "Non puoi immaginarlo, se non ci sei passato. Nessuno potrebbe immaginarlo. Dopo tutto, forse, anche io dovrei dire di essere stato fortunato. Un ragazzo... un povero ragazzo... aveva la mia età... ma lui non aveva una stella tutta gialla come la mia, ne aveva una fatta da un triangolo giallo con sopra un triangolo rosa...
"Le SS l'hanno fatto denudare davanti a noi... gli hanno versato addosso non so cosa... hanno liberato i loro cani... l'hanno divorato vivo, lì, davanti a noi... Quelle urla... quel sangue... quei latrati... le risate delle SS... non le dimenticherò mai. No, non posso dimenticare, non voglio dimenticare."
Tadeus era profondamente scosso.
"Non hai più nessuno, ora?" gli chiese.
"Come no. Ho tutto il nostro popolo. Non sono solo. Israele risorgerà. Questa è, ora la mia missione. Mi chiedevo, prima che tutto questo cominciasse, che cosa avrei voluto fare da grande... ora lo so. Lotterò per riprenderci la nostra terra. Solo il giorno in cui riavremo la nostra terra potremo essere veramente al sicuro. Qui, o nelle altre nazioni, saremo sempre stranieri, disprezzati, odiati, perseguitati."
"Chi ha salvato me ed altri del nostro popolo, non era uno di noi. Non sono tutti uguali, non sono tutti cattivi. Il Signore getta il suo seme anche nel cuore delle nazioni..."
"Se tu ti trovassi in mezzo ad un branco di cani rabbiosi, vi resteresti solo perché uno o due di loro sono mansueti?" gli chiese in aria quasi di sfida il ragazzo. Poi citò un passo delle Scritture:
"Vana la loro speranza
e le loro fatiche senza frutto,
inutili le opere loro.
Le loro donne sono insensate,
cattivi i loro figli,
maledetta la loro progenie."
Allora Tadeus gli rispose, dolcemente, con un'altra citazione delle Scritture:
"Anche il rancore e l'ira sono un abominio,
il peccatore li possiede.
Chi si vendica riceverà la vendetta dal Signore
Ed Egli terrà sempre presenti i suoi peccati.
Perdona al tuo prossimo l'offesa
e allora per la tua preghiera
ti saranno rimessi i peccati."
"Non li odio, sai?" gli disse allora il ragazzo, "No, anche l'odio è un sentimento umano. Non meritano neanche quello, sarebbe troppo poco, odiarli. D'accordo, non io cercherò vendetta, il Signore ci vendicherà. Io prego sempre per questo, perché il Signore compia la nostra vendetta."
"Io preferisco pregare il Signore perché retribuisca i buoni. E sopra a tutto perché mi mostri le vie della bontà e dell'amore."
"Tu non sei passato attraverso i campi di concentramento..."
"La tua ferita è ancora troppo recente. Aspetta che si rimargini, prima che il rancore la infetti e la renda più grave."
Il giorno dopo dissero a Tadeus che un camion andava verso sud. Gli dettero del cibo, un po' di denaro ed un lasciapassare delle autorità britanniche. L'autista del camion era un allegro giovanotto di nome Elias Kohn.
"Ho conosciuto un ragazzo che ora ha ventidue anni, di none Benjamin Kohn, a Oranienburg. Siete per caso parenti?"
"A Oranienburg? Sì, è uno dei miei cugini, il figlio del fratello di mio padre. È vivo? Sta bene?"
"Sì, l'ho lasciato pochi giorni fa e stava bene. L'uomo che ha nascosto me, ha nascosto anche lui ed altri dei nostri."
"Un ariano? Meriterebbe una medaglia." gli disse Elias.
"Sì... Ma l'unica medaglia che ha avuto è stato un proiettile in fronte da un ufficiale russo."
"Il Signore l'avrà certamente accolto nel suo grembo, per quello che ha fatto per il nostro popolo."
"Spero e credo che sia così. Tu, come ti sei salvato?"
"Ero riuscito a scappare in Inghilerra quando è iniziata la persecuzione. Sono tornato con l'esercito inglese, come interprete. In Inghilterra ho sposato una ragazza inglese, una ragazza del nostro popolo. Abbiamo già due figli." disse Elias con fierezza.
"Sono rimasti in Inghilterra?"
"Sì. Spero di poter tornare presto da loro. Ma per ora sto qui, guadagno abbastanza bene. Al ritorno, mia moglie ed io ci vogliamo comprare una casetta a Chatham, poco lontano da Londra. Mi piacerebbe ritrovare Benjamin... Magari portarlo con me in Inghilterra. E tu, che farai, ora?"
"Non so ancora, non ne ho idea. Adesso devo arrivare a Francoforte. Poi troverò qualcosa da fare."
Oltrepassarono Kasse, poi giunsero a Herstfeld. In questa parte della Germania c'era l'esercito degli Stati Uniti. A Herstfeld, Tadeus salutò Elias e proseguì a piedi fino a Francoforte. Anche questa città recava pesanti ed evidenti i segni del passaggio della guerra.
Tadeus cercò il locale "centro di accoglienza" ebraico, per farsi aiutare a rintracciare il suo Wolfgang. Gli dissero che non sarebbe stata una ricerca facile, che poteva richiedere tempo. Allora Tadeus chiese se potevano, nel frattempo aiutarlo a trovarsi un lavoro, una sistemazione.
"Conosci un po' di inglese?" gli chiese la ragazza del centro d'accoglienza.
"Avevo cominciato a studiarlo, ma so appena dire buon giorno, piacere, e scusi che ora è..." le rispose Tadeus facendo spallucce.
"Se tu ne sapessi di più, potresti lavorare per gli americani."
"Qui al centro, con voi, non ci sarebbe qualcosa da fare per me? Un qualsiasi lavoro?"
"Eh, no, bello, siamo già anche troppi, per i fondi che abbiamo a disposizione e per il lavoro che c'è da fare. Mi hai detto che hai lavorato per un po' in una tipografia?"
"Sì, ma dovevo solo lavare i rulli dell'inchiostro, poco più." le disse Tadeus.
"Beh, comunque non sei del tutto digiuno, no? Posso provare a chiedere al mio ragazzo: è un sergente americano, e so che ha a che fare con la stamperia del comando... Lui parla tedesco abbastanza bene. Magari potrebbe anche insegnarti un po' di inglese. È gentile e generoso."
"È un ebreo?" le chiese Tadeus.
"No... ma è bello e buono, e questo mi basta. Anche se non è bello quanto te. Allora, vuoi che gliene parli?
"Te ne sarei grato."
Così Tadeus iniziò a lavorare nella stamperia degli americani, alle dipendenze di Dale O'Connor, il fidanzato della ragazza. Dale gli trovò anche un letto in una stanza con altri tre ragazzi tedeschi che lavoravano nella stamperia, e nel tempo libero iniziò a dargli lezione di inglese.
Era simpatico Dale O'Connor. Era un ragazzo di ventisette anni, figlio di un agricoltore del North Carolina, e prese a ben volere Tadeus, apprezzandone la serietà nel lavoro e l'allegria che raramente l'abbandonava.
Gli altri tre ragazzi tedeschi con cui lavorava e condivideva la stanza, pur trattandolo correttamente, non legarono con lui. A dire il vero, pareva che non legassero molto neanche fra di loro.
Periodicamente, Tadeus andava ad informarsi se avessero trovato notizie di Wolfgang-Sigfried von Schlegel. Il principale problema veniva dal fatto che quando gli americani stavano per entrare in Francoforte, il comando tedesco aveva distrutto tutti i documenti e gli archivi.
Tadeus continuava a pregare ogni giorno che il suo Wolfgang fosse ancora vivo. La paga che riceveva per il suo lavoro era sufficiente per vivere e riusciva anche a metterne da parte un po'.
Nella stamperia, Tadeus conobbe anche un compagno d'armi di Dale, il caporale Frank Marinelli, discendente da immigrati italiani. Presto divennero amici, e Frank quasi ogni sera gli offriva la cena, cosicché Tadeus poteva risparmiare un po' più di denaro. Frank aveva ventiquattro anni, due più di Tadeus.
Una sera dopo la cena, mentre passeggiavano fianco a fianco come avevano preso l'abitudine di fare, Frank gli chiese: "Tu avevi una ragazza, là da dove vieni?"
"No. Non l'ho mai avuta. E tu, in America? O qui?"
"Neanche io. Ho avuto una ragazzina quando avevo quattordici anni, ma è durata poco, non mi diceva gran che. Una cosa da adolescenti, sai com'è, uno ha la curiosità di provarci. Ma è strano, un ragazzo bello come te... non ti morivano dietro?"
"Mi sono dovuto nascondere, quando avevo diciassette anni..."
"Cavolo! Sei rimasto nascosto per cinque anni?"
"Praticamente sì. Anche se verso la fine potevo anche uscire..."
"Cavolo, io avrei dato di matto! Come finire in galera, e per di più senza aver fatto niente di male. E poi, in galera, almeno ci sono gli altri carcerati, no? Cinque anni da solo... Sì, avrei dato sicuro di matto, io."
"Per tre anni, vedevo solo Wolfgang. Poi suo padre ha trovato il modo di farmi uscire, facendomi passare per un ariano, dato che non ho i tratti caratteristici di un ebreo."
"Comunque, anche solo tre anni a stare nascosto e vedere sempre e solo un'altra faccia, solo un'altra persona... "
"Ma almeno sono ancora vivo. Mio padre, mia madre e il mio fratello maggiore, li hanno portati, via... in un campo di concentramento... Li hanno ammazzati."
"Al comando ho conosciuto uno che ha liberato i prigionieri di un campo di concentramento... Per mesi non è riuscito a dormire due ore di fila, tanto ne era rimasto sconvolto. Ci ha raccontato cose... da non credere. Prima di venire in Europa, i giornali, là da noi, parlavano delle sevizie, degli ammazzamenti dei campi di concentramento, ma quello che aveva visto lui era molto peggio."
"Ne ho sentito parlare anche io... sono stato molto fortunato... più degli altri, più della mia famiglia. Se non era Wolfgang a venirmi a cercare, a nascondermi a casa sua, ora sicuramente non sarei più qui."
"Per questo ora lo cerchi... Ma non era un nazista, lui?"
"No, non era un nazista. Non tutti i tedeschi erano nazisti, anche se per vivere dovevano magari avere la tessera del partito. Suo padre, che ha nascosto me ed altri ebrei per gli ultimi tempi, è stato ammazzato dai russi. Così ora lui non ha più nessuno, come me. Spero che almeno Wolfgang sia ancora vivo."
"Se ti faccio una domanda... non ti incazzi con me?" gli chiese Frank guardandolo negli occhi.
Tadeus sorrise: "Penso che sia una domanda che potrebbe risultare spiacevole quella che vuoi farmi... Ma farò il possibile per non arrabbiarmi con te."
"Eri il ragazzo di Wolfgang? Per questo ti ha nascosto?"
Tadeus sorrise di nuovo. "No, non mi ha nascosto perché fossi il suo ragazzo."
"Ah, scusa, avevo pensato che... dato che sei così bello..."
"Sono diventato il suo ragazzo dopo." aggiunse Tadeus studiandone la reazione.
Frank per un attimo ebbe un'espressione sorpresa, poi sorrise a sua volta: "Questo potevi anche evitare di dirmelo..."
"Non era questo, in realtà, che volevi sapere?"
"Beh... sì, però... Perché me l'hai detto?"
"Perché ho l'impressione che da un po' di tempo tu mi stai facendo la corte. Mi sbaglio?"
"No che non ti sbagli. Sei molto bello, e anche molto simpatico. E mi piaci un sacco, perciò..."
"Ma vedi, Frank, il fatto è che Wolfgang e io siamo innamorati. Perciò devo rifiutare la tua corte."
"Oh cazzo! Trovo uno che mi pace tanto da non farmi dormire la notte, mi dice che è come me... ma è un tipo fedele! Questa è sfortuna nera!" esclamò Frank con un'espressione buffamente desolata.
"Mi dispiace per te, Frank. Anche io sto molto bene con te, ma non per quello. Se vuoi che si resti amici, ne avrei piacere, comunque."
"È come se desiderassi mangiare una torta e tu mi dicessi che posso sentirne solo l'odore... Ma ti capisco. Certo, mi va bene, possiamo restare solo amici."
"Grazie." gli disse Tadeus.
"Prego. Mi accontenterò di uno dei ragazzi che scopano con me in cambio di sigarette, cioccolata e gomme da masticare. Non è la stessa cosa, ma... Visto che sono disposti a vendersi per così poco, almeno posso divertirmi."
"Non li giudicare, Frank..." gli disse Tadeus, "Tu non sai perché si vendono, come dici tu, possono avere diecimila valide ragioni..."
"Beh, non li giudico, però... uno come te o come me, per esempio, non si venderebbe, ne sono sicuro."
"Ti sbagli..." gli disse Tadeus, e gli raccontò come lui avesse ceduto alle roposte del padre di Wolfgang.
Frank lo guardò con ammirazione genuina: "Hai fatto questo... per salvare la tua gente? Cavolo, tanto di cappello! Ma questo non è vendersi..."
"Lo è. Ho accettato di avere rapporti sessuali per ottenere qualcosa in cambio. Lo rifarei, se ne valesse vermente la pena. Comunque è vendersi. Vedi, prima pensavo che avrei dovuto dirlo a Wolfgang, quando tutto fosse finito, perché fra due che si amano, non ci possono essere segreti. So che ci sarebbe stato molto male, non per quello che io ho accettato di fare, ma per quello che suo padre ha fatto a me.
"Ma ora che suo padre è morto, è stato ammazzato, non voglio che Wolfgang pensi male del padre, anche perché non può più confrontarsi con lui. Non si deve mai parlare male dei morti, perché non possono più difendersi. Perciò ho deciso che non dirò niente a Wolfgang, in modo che abbia un buon ricordo del padre."
"Più ti conosco e più ti stimo, ti ammiro, Tadeus. E sinceramente, un po' mi dispiace che tu debba dirmi di no... No no, non sto insistendo, sta' tranquillo. Spero anche io che il tuo Wolfgang sia ancora vivo. Anzi, sai che ti dico: ho alcuni buoni amici nel nostro comando; chiederò a loro di darsi da fare per vedere se riescono a rintracciarlo: se è ancora vivo, probabilmente è in uno dei campi dei nostri prigionieri di guerra, perciò il suo nome deve saltar fuori in qualche lista."
"Grazie. Più passa il tempo, più sono preoccupato per lui..."
"Mio nonno diceva sempre: nessuna nuova, buona nuova. Con la confusione di questi giorni, non è certo facile avere notizie esatte in fretta."
Tre giorni dopo, Frank entrò nella stamperia chiamando Tadeus. Quando il ragazzo vide il volto allegro dell'amico, intuì che gli portava buone notizie. Gli andò incontro.
"È vivo? Dimmi, dov'è?" gli chiese con urgenza.
"Sì, è vivo, lievemente ferito, ma niente di grave. È nel nostro campo dei POW di Offenbach, a pochi chilometri da qui."
"Signore, ti ringrazio!" mormorò Tadeus, cercando di trattenere le lacrime di sollievo che gli premevano dietro le palpebre.
"Non so per quanto tempo lo tratterranno là, ma se non sarà accusato di qualche crimine, prima o poi lo rilasceranno."
"Sono sicuro che Wolfgang non ha commesso niente per cui possa venire accusato. Non lui, no. Ma dimmi, potrò vederlo?"
"Non credo, però forse puoi scrivergli, e forse lui può risponderti... solo che sia le tue lettere che le sue saranno controllate dalla censura, perciò non puoi scrivergli... che lo ami, per esempio. Capisci?"
"Sì, certo, capisco. Puoi informarti, per favore, se gli posso scrivere, come devo fare per mandargli una lettera?"
"Volentieri."
"E se oltre a lettere, gli posso mandare qualcosa, come cibo, o altro?"
"Sì, chiederò anche questo. Adesso che sappiamo che è vivo e dove è, credo che tutto diventi più semplice, no?"
"Per lo meno ora il mio cuore è di nuovo sereno. Come posso ringraziarti, Frank?"
"Non come mi piacerebbe, purtroppo. Comunque... basta che tu mi dica grazie." gli rispose allegramente l'americano.
Finalmente Tadeus poté mandare una lettera a Wolfgang. Fece una brutta copia, correggendo e cambiando le parole, in modo di potergli fargli capire che lo amava come prima, senza che la censura trovasse nulla di strano nel testo.
"Caro Wolfgang,
sono riuscito a venire fino a Francoforte, ed anche a rintracciarti, finalmente. Devo purtroppo darti una triste notizia: tuo padre non è più con noi. Ora, come io non ho che te, tu non hai che me. Il Signore è stato buono a lasciarci almeno questo.
Per favore, fammi sapere se hai bisogno di qualche cosa, e se mi è possibile, e se è permesso, vedrò di fartelo avere. Io ora ho trovato un lavoro qui a Francoforte, ed aspetterò qui che venga il giorno in cui potremo finalmente incontrarci di nuovo. Ho sempre con me l'orologio che mi hai regalato cinque anni fa.
Tu sai che oltre alla gratitudine che ti devo per avermi salvato la vita, ho per te un immutato affetto, e che perciò potrai sempre contare su di me. Come abbiamo superato tante difficoltà, supereremo anche questo periodo di lontananza. Ora che so che, almeno tu, sei vivo, la vita mi sembra nuovamente bella.
Scrivimi, se puoi. Ti allego il mio indirizzo.
Con affetto
Tadeus Brenner."
Passarono alcuni giorni, pieni di trepida attesa per Tadeus. E finalmente gli arrivò la busta, aperta e con i timbri della censura, con la risposta di Wolfgang. Ne estrasse immediatamente il foglio: la censura non aveva cancellato neanche una parola.
"Mio caro Tadeus,
la tua lettera è stata più bella e gradita di un raggio di sole dopo un lungo e freddo inverno. Ti ringrazio di avemi dato notizie di mio padre, anche se tristi. Sono lieto che tu stia bene ed abbia un lavoro e soprattutto che tu sia ora così vicino a me.
Qui non si sta male, siamo trattati bene, stanno curando la ferita, non grave, che ho al braccio sinistro, abbiamo buon cibo e tutto quanto è necessario. Non ho bisogno di nulla, per ora. Non so per quanto tempo dovrò restare qui a Offenbach, né se dovrò restare qui o se mi trasferiranno.
Abbiamo avuto pazienza quando dovevi nasconderti dai nazisti, avremo pazienza anche ora. Sì, mi hai scritto una cosa molto giusta: ora io non ho che te, come tu non hai che me. Ma soprattutto questa brutta guerra è finalmente finita. Da qui in poi, possiamo sperare di poter costruire, e vivere, una vita più giusta e bella e degna di essere chiamata tale.
L'unica cosa che mi mancava per essere sereno, ora ce l'ho: sapere che almeno tu sei vivo, che stai bene, e che mi aspetti. Sii sereno anche tu, caro Tadeus. Il futuro non mi fa più paura, ora che, chi si era eretto a nostro governante, non ha più il minimo potere.
Spero che tu possa scrivermi ogni tanto, e che tu possa ricevere questa mia senza problemi.
Con uguale affetto,
Wolfgang von Schlegel"
Tadeus leggeva e rileggeva la lettera del suo Wolfgang, e la baciava, quasi sperando che i suoi baci potessero raggiungere il suo amato.
Era talmente felice, che volle offrire lui la cena a Frank, a cui si sentiva grato per averlo aiutato a rintracciare e mettersi in contatto con il suo amato. Frank gli chiese se poteva portare con sé anche un ragazzo che aveva conosciuto da qualche giorno, e con cui aveva iniziato una relazione. Logicamente Tadeus accettò subito di estendere l'invito.
Quando si incontrarono davanti al ristorante, Frank fece le presentazioni. Il ragazzo si chiamava Helmut Ehrlichmann, aveva diciassette anni, era grazioso, timido, semplice e fine. Passarono una gradevole serata.
Il giorno dopo Frank gli chiese: "Tu che sei tedesco come lui, che ne pensi di Helmut? Ti è piaciuto?"
"Sì, l'ho trovato molto gradevole. Dove l'hai conosciuto?"
"Batteva al parco... È un orfano, è stato abbandonato da piccolo, ha sempre vissuto in orfanotrofio... finché a quattordici anni l'hanno messo a lavorare con gli altri ragazzi dell'orfanotrofio a servire alla mensa degli ufficiali... e a servirne più di uno anche a letto... Poi, quando le cose sono precipitate, si è trovato in mezzo ad una strada, e è riuscito a sopravvivere solo vendendosi."
"Povero ragazzo..."
"Sì. Avevi ragione tu che non si deve mai giudicare nessuno. Non lo so se ora viene con me, e solo con me, perché gli do di che vivere, per convenienza cioè, o per gratitudine o... altro. Però io mi sto affezionando molto a lui, e anche lui a me. Stiamo bene assieme. Ora gli sto cercando un lavoro."
"Alla stamperia?"
"Purtroppo no, non hanno bisogno di altri. Ma mi sto dando da fare."
"E dove vive, Helmut?"
"In una stanza in una casa semidistrutta dai bombardamenti, con altri ragazzi come lui. Non vuole tornare all'orfanotrofio."
"Non puoi trovargli una buona stanza?"
"È minorenne, e non posso prendere una stanza a mio nome... non siamo autorizzati."
"Che ne diresti se ne trovassi una io, a nome mio, e lui venisse a viverci con me? Sai che di me ti puoi fidare, non lo toccherei..."
"Sai che hai avuto un'ottima idea? Certo che mi fido di te. La stanza la posso pagare io, che ne dici?"
"Sì, va bene. E quando volete restare un po' soli, io posso andare a fare una passeggiata..." gli disse con un sorriso Tadeus.