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una storia originale di Andrej Koymasky


pin GIUSTO FRA LE NAZIONI CAPITOLO 3
FEBBRAIO 1940

La guerra era scoppiata da cinque mesi, se si esclude l'invasione della Cecoslovacchia nel marzo dell'anno precedente. Era scoppiata quando la Germania aveva invaso la Polonia, nonostante la diffida di Inghilterra e Francia.

Mark era stato mandato al fronte. Poco dopo lo scoppio delle ostilità, Helmut era stato liberato dal campo di Sachsenhausen, poiché aveva firmato per arruolarsi nell'esercito. Wolfgang era stato felice di rivederlo. Era dimagrito, aveva sul volto un'espressione molto dura, e non l'aveva mai visto sorridere neppure una volta.

Poco dopo che Helmut era partito per la guerra, Wolfgang aveva rivisto brevmente Heinz, che gli aveva detto di aver saputo che, per essere rilasciato dal campo di concenramento, Helmut aveva accettato di venire castrato. Wolfgang si sentì male per il dispiacere, e capì l'espressione tesa e dura dell'amico. Capì anche perché Helmut non gli aveva voluto dire nulla.

Wolfgang venne anche a sapre, sempre da Heinz, che gli omosessuali nei campi di concentramento, a partire dalla fine dell'anno precedente, erano contrassegnati da un triangolo rosa sull'uniforme a righe da prigionieri.

Questo modo di essere "marchiati" aveva avuto come conseguenza, in un campo in cui vivevano solo uomini, e spesso incalliti criminali, che gli omosessuali venivano brutalmente assaltati e violentati sessualmente. Gli omosessuali più giovani diventavano le "prostitute" del campo. Anche per evitare questo, Helmut aveva preferito accettare di essere castrato.

Inoltre il Reich aveva imposto alla numerosa comunità di ebrei della Polonia di cucirsi sugli abiti una stella a sei punte di colore giallo: non potevano uscire di casa senza il contrassegno che li segnalava come giudei, altrimenti venivano deportati.

Wolfgang era sempre più turbato da queste cose. Si chiedeva fino a che punto sarebbe giunta la follia degli uomini che avevano preso i destini della Germania nelle loro mani.

Ne parlò con il padre.

"Ma che ci vuoi fare, Wolfgang? Così va il mondo: il più forte mangia il più debole. Si chiama selezione naturale."

"Può darsi che fra le bestie funzioni come dici tu. Ma noi che siamo, bestie? Agendo in questo modo ci mettiamo davvero al loro livello."

"Non ti far sentire a fare questi discorsi fuori da queste mura... E anche qui dentro, la nostra servitù è fidata, ma non si sa mai. Non puoi paragonare i nostri governanti a bestie... non ad alta voce, per lo meno. E comunque, non guardare solo gli errori che ci possono essere nella gestione del potere, guarda anche tutte le cose positive."

"Riesco a vederne sempre di meno. Con tutta la buona volontà, padre, riesco a vederne sempre di meno. Si sventola ai quattro venti la superiorità della nostra civiltà sulle altre... ma mi pare che si siano invertiti i termini, e che si chiami civiltà quello che in realtà è la peggiore delle barbarie."

"Oh, adesso non esagerare, Wolfgang. Chi credi di essere, tu, per permetterti di giudicare i nostri governanti? Chi è nelle alte stanze vede cose che noi non vediamo e prende le giuste decisioni per..."

"Chi credo di essere, padre? Un essere umano, semplicemente, e non una bestia."

"Ammettiamo che tu abbia ragione. Che vorresti fare, eh? Ribellarti? Metterti a gridare dai tetti? Prendere una bomba e fare un attentato? Che puoi fare tu, ammesso e non concesso, come dicevo, che tu abbia ragione?"

"Non lo so, padre. Ma mi vergogno sempre più di essere un tedesco. E mi fa rabbia essere così impotente."

"Oh, oh, oh, non esagerare adesso. Vergognarti di essere tedesco! Dimentichi forse la grandezza del nostro popolo? Goethe, Wagner, Beethoven..."

"Tutti morti e sepolti. E che farebbero, questi, oggi? O si inchinerebbero a chi ha il potere, vendendosi, o farebbero la fine di tutti quelli che non si piegano: massacrati in un campo di concentramento. Sono confuso, padre. Vorrei poter fare qualcosa, ma non so neanche io da che parte cominciare..."

"Comincia con lo stare zitto, allora. Comincia con il tenerti per te certe idee pericolose, certi giudizi. La prima legge, per ogni essere umano, per ogni animale, per ogni pianta è sopravvivere. Il lupo e l'agnello non sono uno meglio dell'altro: tutti e due fanno quel che possono per sopravvivere."

"Ma l'agnello non sbrana il lupo."

"Peggio per lui." commentò il padre. "E d'altronde, il pastore protegge la pecora dal lupo solo perché vuole sfruttarla lui: prima le prende la lana, il latte, poi la ammazza per mangiarla. Come vedi non c'è poi tanta differenza fra il buon pastore e il cattivo lupo."

Wolfgang pensò che il padre non era cattivo... era solo insensibile. Dopo tutto, se anche sfruttava la mano d'opera dei giudei, non li trattava male, questo lo doveva ammettere. Sì, forse il padre era proprio come il "buon pastore" di cui parlava... Ma in questo caso, aveva sancito la propria condanna da solo: non era poi tanto diverso dal "cattivo lupo"...

Era un martedì sera. Il barone Hermann-Lothar von Schlegel e suo figlio Wolfgang-Sigfried erano entrambi nella tipografia.

Wolfgang notò che Tadeus, che si stava affacendando a pulire accuratamente il rullo dell'inchiostro di una delle stampatrici, aveva un'aria molto stanca.

Lo chiamò: "Pulisciti bene le mani. Poi prendi quel pacco di stampati, e vai a consegnarlo a Herr Müller. Sai dove abita, no?"

"Herr Müller, il preside del Gymnasum, signore?"

"Sì, proprio lui."

"Ma devo portargli il pacco alla scuola o a casa?"

"A casa sua. Credo sia un lavoro privato, non per la scuola. Un fascicolo che ha scritto lui. Poi, dopo che gli hai consegnato il pacco, torna a casa tua. Non è necessario che tu venga di nuovo qui."

"Va bene, signore. Mi lavo e vado."

"Sai dove abita?" chiese di nuovo Wolfgang.

"Sì, a Germendorf, dalla parte opposta a casa mia." rispose il ragazzo.

"È troppo lontano? È troppo pesante il pacco?" chiese Wolfgang.

"Oh, no, signore. Non c'è nessun problema."

"Bene."

"A domattina, allora, signore."

"Sì, a domattina."

Dopo poco il ragazzo si caricò il pacco a spalle ed uscì. Era andato via da pochi minuti, quando Wolfgang sentì il rumore di due automobili che si fermavano fuori dalla tipografia.

Entrarono quattro agenti della polizia locale con un uomo vestito in borghese, in cui Wolfgang individuò, per il modo di vestire e l'aspetto, un membro della Gestapo.

Il graduato degli agenti gli chiese: "Sono qui i giudei Aaron Brenner e Tadeus Brenner?"

"Sapete bene che lavorano qui." gli rispose Wolfgang.

"Abbiamo un mandato di arresto. Ci porti da loro, signor Wolfgang."

"Aaron è lui, andatelo a prendere. Quanto a Tadeus, non è qui in questo momento, è tornato a casa perché stava male."

"No, a casa sua non c'era: abbiamo già arrestato i genitori e in casa non c'era nessun altro."

"Ma che ha fatto la famiglia Brenner?" chiese il padre di Wolfgang avvicinandosi al gruppetto.

"Cospirazione contro il Reich. Devono essere portati immediatamente a Berlino per essere interrogati." rispose l'uomo della gestapo.

"Cospirazione? I Brenner? Ma se sono solo povera gente... Vedete cospiratori dappertutto, voi?" disse il barone con sarcasmo.

"Il loro cognome era su una lista di un gruppo segreto di sionisti di Berlino." disse seccamente l'uomo della gestapo. Poi chiese: "Vostro figlio ha detto che il giudeo Tadeus Brenner è a casa, ma non c'era. Dove è?"

"Non sono il custode dei giudei di questa città." rispose con un tono altrettanto secco il barone. "Se mio figlio ha detto che l'ha mandato a casa, oltre questo non posso dirvi. Non ho neanche la sfera di cristallo, io. Usate la vostra, se ne avete una."

"Oh, lo troveremo, non dubitate!" disse l'uomo della gestapo, ed uscì.

Gli agenti uscirono tenendo Aaron per le braccia. Lo fecero entrare in una delle due auto, e partirono subito.

Wolfgang era agitato. "Io torno a casa, padre. Qui non c'è molto altro da fare, stasera."

"Sì, va bene. Ci penso io alla chiusura."

Wolfgang si avviò rapidamente nella direzione opposta a casa sua, verso la casa di Herr Müller. Doveva avvertire Tadeus di nascondersi, metterlo in salvo. Ma dove poteva andare il ragazzo? Se anche si fosse nascosto in casa di una delle poche famiglie di giudei che restavano in Oranienburg, sarebbe stato in pericolo, se era ricercato. Ed avrebbero fatto correre lo stesso pericolo alla famiglia che l'avesse ospitato.

Doveva trovargli un posto sicuro, in cui nessuno l'avrebbe cercato...

Camminava svelto, e finalmente vide Tadeus che stava tornando in dietro. Quando il ragazzo vide Wolfgang, si aprì in un sorriso misto ad un'espressione un po' stupita.

"Cercate me, signore?" gli chiese.

"Sì, Tadeus. Non devi tornare a casa..."

"C'è altro lavoro da fare, in tipografia?" chiese il ragazzo tranquillamente.

"Non devi neanche tornare in tipografia. Vieni con me." gli disse Wolfgang che aveva capito dove doveva nascondere il ragazzo.

Non voleva ancora dirgli che cosa era sucecsso, non lì dove chiunque poteva vederli, udirli. A passo svelto si avviò verso casa propria, che era un paio di isolati prima della casa dei Brenner. Si guardava attorno nervosamente. Le vie erano deserte, era quasi l'ora di cena e tutti erano già in casa.

Giunto alla villa von Schlegel, Wolfgang l'aggirò e fece entrare Tadeus dalla porticina del giardino che dava sul fiume Havel. Si assicurò che nessuno dei servi fosse in vista, e lo portò su per la scala, fino alle soffitte. Aveva tutti i sensi all'erta: sapeva che se qualcuno l'avesse visto con il ragazzo, non solo Tadeus, ma anche lui rischiavano di essere denunciati, arrestati.

Giunti nelle soffitte, Wolfgang fece sedere Tadeus su un vecchio letto.

"Ascoltami bene, Tadeus." gli disse a voce bassa e con tono di urgenza, "È venuta la gestapo, con la polizia di Oranienburg in tipografia ad arrestare Aaron per cospirazione. Avevano già arrestato i tuoi genitori. Perciò tu non devi tornare a casa, infatti stanno cercando anche te. Tu resterai qui e vedrò di sistemarti, in qualche modo..."

Tadeus era impallidito e s'era alzato in piedi: "Non posso restare qui, signore. Devo andare dove sono i miei, devo stare con loro..."

"E dove? E perché? I tuoi non sono più qui a Oranienburg, li hanno portati a Berlino..."

"Non posso lasciarli soli. Andrò alla polizia a consegnarmi..."

"Tadeus, anche se tu ti consegnassi, è assai difficile che ti portino dove hanno portato i tuoi. E non credi che i tuoi sarebbero più tranquilli se sapessero che almeno tu sei scampato? Non credi che daresti loro più dolore, se sapessero che corri i loro stessi pericoli? Non sai che l'accusa di cospirazione contro il Reich equivale ad una sicura condanna a morte?"

Tadeus tremava visibilmente: "Ma, signore, non possono avere trovato niente in casa nostra... Aaron bruciava sempre tutto quello che gli mandavano da Berlino..."

"Non hanno trovato niente, forse, in casa vostra, ma il nome dei Brenner era in una lista segreta di sionisti che è stata trovata a Berlino... e tanto basta. Non puoi fare niente per loro... se non cercare di sopravvivere."

"Ma se anche c'era il nome di Aaron in quella lista, non è detto che ci fossero anche i nostri nomi..."

"Non credo che faccia molta differenza per quelli della gestapo. Comunque, se i tuoi geniori saranno rilasciati, cosa di cui purtroppo dubito assai, torneranno a casa vostra ed allora, eventualmente, potrai tornare da loro. Ma ora devi restare nascosto qui."

"Perché corre questo rischio per me, signore?" chiese il ragazzo, cercando di trattenere le lacrime.

"Se avessi potuto, l'avrei corso per tutta la tua famiglia. E il rischio, se come spero nessuno ci ha visti salire fin qui, è minimo: la polizia non verrà mai a perquisire casa nostra. Mio padre fa parte del partito ed è in buoni rapporti con personaggi importanti a Berlino."

"Forse... forse, signore, suo padre potrebbe fare qualcosa per i miei?" chiese Tadeus con un filo di voce.

"Temo di no, Tadeus. Mio padre non è così importante, purtroppo, e non so neppure se accetterebbe di farlo. Ma tu devi rimanere qui, nascosto, chiaro?"

"Come vuole lei, signore..." rispose il ragazzo sedendo di nuovo sul vecchio letto quasi di schianto.

Silenziosi singhiozzi, a stento trattenuti, scuotevano il corpo di Tadeus. Wolfgang sedette accanto a lui e gli cinse le spalle con un braccio.

"Devi fare molta attenzione di non farti sentire da nessuno. Non so fino a che punto posso fidarmi della servitù. Per ora, passa la notte su questo letto. Domani verrò su e vedremo di trovare il modo di nasconderti meglio, se dovesse salire qualcuno quassù. E devo anche trovare il modo di portarti da mangiare... ed anche di farti andare al gabinetto, di farti lavare... Non sarà una vita facile, piacevole, lo so... ma almeno, finché resti qui, sei al sicuro..."

"Perché fa questo per me?" chiese di nuovo il ragazzo, guardandolo con occhi colmi di lacrime.

"Perché posso farlo... perché devo farlo. Perché se non lo facessi, sarei colpevole di quello che ti potrebbe accadere. Perché è giusto farlo. Mi prometti che non farai rumore? Che non accenderai la luce durante la notte?"

"Sì, signore... grazie. Ma se mi trovassero... dirò che sono entrato da solo, di nascosto, quando ho visto la porta aperta... non dirò mai che mi ha portato qui lei... Ma davvero non è possibile fare niente per aiutare i miei, signore?

"Temo di no, Tadeus, e mi dispiace molto. Dovrei conoscere qualcuno molto importante nella gestapo, ma non conosco nessuno, neanche poco importante. Non è per paura di espormi che ti dico che non posso fare niente, credimi. Se sapessi di avere una minima probabilità di riuscire, anche rischiando, cercherei di fare qualcosa..."

"Sì, la credo, signore. Grazie. Mi scusi se ho insistito..."

Wolfgang si alzò in piedi: "Mi raccomando, Tadeus, non fare rumore, non ti far sentire. Appena potrò tornare senza pericolo, verrò, ma certamente non prima di domani."

"Grazie, signore..."

Wolfgang scese ai piani inferiori, giusto in tempo prima che rientrasse il padre. A tavola il giovane uomo era silenzioso.

"Pare che il giovane Tadeus Brenner sia riuscito a scappare. Forse ha visto in tempo che stavano arrestando i suoi. Chissà dove si sarà nascosto." disse il padre ad un certo punto.

Wolfgang lo guardò chiedendosi se voleva dirgli che immaginava qualcosa, ma il padre non lo stava guardando, continuava a mangiare tranquillo.

"Sì, forse è come dici tu."

"Mi dispiace aver perso due buoni lavoratori. Dovrò chiedere al comando che mi assegnino altri due giudei, meglio se giovani. Non avrei detto che quei Brenner fossero cospiratori, proprio non ne avevano l'aria. E d'altronde, almeno i ragazzi, hanno sempre lavorato qui, non avrebbero neanche avuto il tempo materiale di radunarsi con altri giudei per cospirare."

"Cercare di mettersi in salvo, non significa cospirare." gli fece notare Wolfgang. "Però capisco che il lupo s'incazza se l'agnello cerca di sfuggirgli." aggiunse poi con sarcasmo.

Il padre lo guardò un attimo, lievemente sorpreso, probabilmente più per la parola volgare usata dal figlio che non per l'idea che aveva espresso.

Poi disse: "Mah... sinceramente, spero che quel Tadeus riesca a farla franca, anche se ne dubito. Chi vuoi che lo nasconda, sapendo quel che rischierebbe? Neanche gli altri giudei, ci scommetto. Sì, spero che il ragazzo la faccia franca: quelli della gestapo mi stanno veramente sullo stomaco. Si credono semidei. L'idea che un ragazzetto riesca a sfuggirgli, mi diverte."

"Questa volta sarebbe bene che sia tu a stare attento a quello che dici, padre. La servitù ti potrebbe sentire." gli disse Wolfgang con lieve sarcasmo.

"Sto quasi pensando che saremmo più al sicuro, in casa nostra, se avessimo tutti giudei, come servi. Non sarebbero certo loro a spiare quello che diciamo ed a riportarlo." disse il padre pensoso, poi aggiunse: "E non dovrei nemmeno pagarli, basterebbe che gli dessi da mangiare ed un letto."

"Potrebbe essere una buona idea..." gli disse Wolfgang, un po' stupito.

"Ma che buona idea! Non sai distinguere uno scherzo da una cosa seria, Wolfgang? Che si penserebbe di me, se mi riempissi casa di giudei? Un conto è la tipografia, un conto è la servitù in casa. Altri industriali usano manodopera giudea, fa parte dei progammi del governo, ma nessuno che io conosca ha un solo servo giudeo in casa. Possibile che io abbia messo al mondo un figlio tanto ingenuo? Se non fossi sicuro che tua madre mi è stata sempre fedele, penserei che sei figlio di un altro."

"Non mi parli mai di mia madre... Perché?" gli chiese Wolfgang.

"Perché... perché... è inutile pensare al passato. Non c'è più, e tanto basta. Che vuoi che ti dica, di lei? Le solite cose che si dicono dei morti? Era buona, bella, gentile, devota, eccetera? Risparmiamelo."

"Ma tu l'amavi, la mamma?"

"Ci si rispettava a vicenda. D'altronde, ci si era sposati solo perché le nostre famiglie così avevano deciso. L'amore non c'è mai entrato per nulla. Ci si rispettava a vicenda, lei è stata una buona e fedele meglie, io sono stato un degno marito, non le ho mai fatto mancare niente."

Wolfgang notò che per due volte il padre aveva accennato alla fedeltà della moglie, ma non aveva mai detto di esserle stato fedele anche lui.

"Tu avevi un'amante, padre? Amavi un'altra donna?"

"No. L'unica donna nella mia vita è stata tua madre."

"È morta quando stava aspettando il tuo secondo figlio, vero? Mi sarebbe piaciuto avere un fratello, o una sorella."

"Ricordami domani, in tipografia, che devo telefonare al ministero della guerra che i manualetti sono già pronti. Saranno contenti che li abbiamo terminati una settimana prima di quanto s'era concordato."

"Posso venire in tipografia un po' più tardi? Mi sento un po' stanco e sento il bisogno di riposare un po' di più. Inoltre vorrei anche riordinare i libri nella mia stanza..."

"Ma sì, fai che non venire, domattina. Dopo pranzo vi andremo assieme. Però, nel pomeriggio, ricordati di chiedermi se ho fatto quella telefonata. Ultimamente ho la tendenza a dimenticare alcune cose. Forse anche io mi dovrei prendere un po' di riposo."

"Perché non vai nella nostra casa al lago, per un po'? Ti porti la servitù, ti godi qualche giorno..."

"Potrebbe essere una buona idea. Ormai tu sei in grado di mandare avanti la tipografia. Ne riparleremo più in qua, quando il clima sarà più mite."

Quando, più tardi, il padre si ritirò nel salotto per ascoltare la radio, Wolfgang passò in cucina. Come sperava, la cuoca non c'era più. Prese un tovagliolo, vi mise dentro tre fette di pane, un uovo sodo, un tocco di formaggio, un pomodoro e due frutti. Ne annodò le cocche poi prese una bottiglia che riempì d'acqua e chiuse con un tappo. Si chiese se Tadeus bevesse anche il vino: glielo doveva chiedere.

Portò tutto in camera sua e lo ripose dentro l'armadio. Poi pensò che forse avrebbe dovuto portare a Tadeus anche qualcosa da leggere: passare ore da solo, lassù, sarebbe stato molto noioso. Non sapendo che cosa scegliere, prese il volume dell'antologia di letteratura tedesca dei tempi in cui lui frequentava il ginnasio: fra tanti brani, Tadeus avrebbe trovato qualcosa di suo gradimento.

Si mise a letto e pensò al ragazzo che dormiva due piani più su. Ammesso che già dormisse. Quando gli si era seduto accanto e gli aveva cinto le spalle con un braccio, non si era eccitato fisicamente, aveva provato solo un forte senso di tenerezza. Eppure, adesso, pensando a lui, alla sua dolce bellezza, si stava eccitando.

Che cosa curiosa. Forse perché in quel momento, sentendo tutto il dolore che il ragazzo stava provando, non c'era stato spazio per altri sentimenti, se non quello di tentare di alleviare la sua pena. Povero Tadeus: ormai era solo al mondo, non aveva che lui su cui contare.

La mattina dopo, con l'aiuto di Tadeus, avrebbe spostato le cose in soffitta in modo di creargli uno spazio in cui vivere... ed anche un nascondiglio in cui chiudersi se qualcuno oltre lui fosse mai salito fin lassù.

Quand'era piccolo, a volte era andato ad esplorare il mondo misterioso e fatato delle soffitte, e si era anche costruito dei nascondigli. Ma quello era stato solamente un gioco: ora invece era qualcosa di terribilmente serio.

Un problema era che purtroppo la scala che portava alle soffitte, a differenza di quella della vecchia fabbrica abbandonata in cui, anni prima, si appartava con i suoi amici, non scricchiolava, quindi non poteva funzionare da allarme. Come poteva fare affinché Tadeus, se necessario, avesse tempo di nascondersi? E di capire se era lui a salire o un estraneo?

Non riusciva ad immaginare un metodo semplice ma funzionale. Doveva pensarci bene, Tadeus non poteva stare tutto il giorno nel nascondiglio che avrebbero creato. Per fortuna non scricchiolava neanche il pavimento della soffitta, perciò Tadeus avrebbe potuto muoversi, camminare, senza essere udito dal piano inferiore, specialmente se avesse camminato a piedi scalzi o con le sole calze ai piedi.

I problemi si affastellavano nella mente di Wolfgang più in fretta che non le soluzioni. Ma il giovane uomo era determinato a risolverli tutti, in un modo o nell'altro. L'allarme, dopo il nascondiglio d'emergenza, era la cosa più importante di tutte.

La soffitta non era riscaldata, se non dalle tre canne fumarie dei caminetti e della cucina. Doveva anche dargli abiti caldi, e biancheria di ricambio. Avrebbe dato a Tadeus la propria biancheria e si sarebbero cambiati a turno, così lui poteva far lavare una volta la propria biancheria ed una quella di Tadeus: nessuno si sarebbe accorto che sarebbe stata un po' più sporca del solito.

Doveva anche procurargli una pila con luce schermata, che potesse accendere se aveva bisogno di muoveresi di notte... La luce... Le lampade elettriche che pendevano nude nella soffitta... se avesse trovato il modo di farle accendere in modo diverso se fosse salito lui o un altro, quello poteva diventare il sistema di allarme... Ma lui ne capiva poco di impianti elettrici.

Se solo avesse potuto chiedere aiuto a qualcuno! Ma a chi? Gli unici amici su cui sapeva di poter contare, come Mark e Friedrick, non erano più a Orianenburg.

La mattina seguente scese a fare colazione dopo che ebbe sentito il padre uscire dalla villa. Si nascose in tasca altro cibo. Fece un cartoccio con lo zucchero e mise in tasca anche quello. Poi passò in cucina a prendere un bricco di latte, dicendo alla cuoca che se lo portava in camera... e finalmente salì fino alla soffitta con tutto il cibo che era riuscito a racimolare.

Quando entrò, vide che Tadeus era ancora steso, completamente vestito, sul letto e dormiva. Doveva assolutamente trovare un sistema di allarme: se invece di lui fosse salito un altro, Tadeus sarebbe stato trovato immediatamente, se dormiva come ora.

Si accostò al letto. Il volto di Tadeus era lievemente corrucciato, benché disteso nel sonno. Buon dio, quant'era bello! Wolfgang non poté resistere all'impulso di carezzarlo. Gli sfiorò una gota. Il ragazzo, alla terza lieve carezza, aprì gli occhi spaventato, poi vide il volto sorridente di Wolfgang e si rilassò in un caldo sorriso.

"Oh, è lei, signor Wolfgang. Non l'avevo sentita entrare, dormivo troppo profondamente."

"Questo è uno dei problemi che dobbiamo risolvere. Ti ho portato qualcosa da mangiare. Ieri sera non hai cenato. Ora mangia. Ho anche portato questo libro, se hai voglia di leggere."

Aprì il tovagliolo, vi aggiunse sopra quello che aveva preso la mattina, e vi posò accanto il bricco del latte e la bottiglia dell'acqua.

"Non ho pensato a prenderti né posate, né piatti né un bicchiere. La prossima volta te li porterò."

"Non si disturbi, posso mangiare con le mani e bere alla bottiglia. Grazie di tutto. Lei è veramente buono, signore. Come la posso ringraziare?"

"Tanto per cominciare, perché non mi dai del tu? È più semplice, no? Sei riuscito a dormire bene?"

"Sì, grazie. Non sono riuscito ad addormentarmi subito, per questo ancora dormivo quando lei è... quando tu sei entrato."

"Come ti dicevo, questo è un problema che dobbiamo risolvere. La servitù e mio padre non vengono quassù di frequente, ma potrebbero venire quando meno ce l'aspettiamo. Non devono vederti."

Wolfgang guardò Tadeus mangiare. Poi, assieme, esplorarono tutta la soffitta, discutendo come potevano organizzarla per rendere la permanenza di Tadeus, che Wolfgang temeva sarebbe stata lunga, il più confortevole possibile.

C'erano vecchi mobili, armadi, cassettoni, credenze, casse, scatoloni e cesti, il letto su cui Tadeus aveva dormito, sedie e alcuni tavoli di diverse dimensioni, due vecchi sofà, cappelliere, un vecchio pianoforte... una profusione di cose accumulate lassù da almeno tre generazioni.

Dietro uno degli armadi, che avevano iniziato a spostare pensando di farne una parete per coprire il letto, videro che c'era una nicchia. "Questo potrebbe essere un nascondiglio." disse Tadeus, "Posso entrarci scivolando sotto l'armadio e mettermi in piedi..."

"Sì, ma se uno si china, puo vedere i tuoi piedi. E potrebbero spostare l'armadio." obiettò Wolfgang.

"Basta che io abbia un punto d'appoggio più in alto... e che magari davanti all'armadio ci sia un altro mobile pesante..."

Studiarono assieme la forma della nicchia. Era abbastanza alta, però non vi erano punti d'appoggio su cui salire con i piedi.

"Se a metà altezza potessimo fissare un pezzo di tavola su cui sederti, i piedi sarebbero abbastanza in alto per non essere visti, e tu staresti un po' meno scomodo..."

"Ma come la fissiamo? Se non si deve fare rumore, non si può fissarla alle pareti." obiettò il ragazzo.

"A pressione, con due cunei laterali, messi in modo che la tavola sedendoci sopra si incastri con maggiore forza. Torno dopo con un metro per prendere le misure, poi faccio costruire i pezzi dal falegname dicendo che mi servono per la tipografia..." disse Wolfgang.

In una credenza trovarono anche alcuni vecchi piatti, bicchieri e posate. Scelsero i meno malridotti per l'uso di Tadeus, e li riposero in una delle cappelliere, sotto un vecchio cappellino.

Continuarono a spostare i mobili, e decisero che contro la nicchia, una volta fissato il sedile, avrebbero rimesso l'armadio, con contro il pianoforte di lato, il letto ed uno dei tavoli con sopra scatoloni e cesti, in modo che sembrasse tutto ammonticchiato a caso.

Il tempo era voltato, era quasi l'ora di pranzo.

"Ora devo scendere. Non so se riuscirò a venire su una o due volte al giorno. Di notte ti porterò giù per andare al gabinetto. Se dovessi farla con urgenza, userai quel secchio e lo coprirai, poi a notte lo puliremo. Sarà il momento più pericoloso, quando dovrò accompagnarti al gabinetto..."

"Quanti problemi, solo per aiutarmi..."

"Non ti preoccupare di questo. Ah, volevo chiederti: l'orologio da tasca è per caso rimasto a casa tua?"

Tadeus sorrise e lo tirò fuori dalla tasca: "No, l'ho sempre avuto con me, non me ne separo mai."

"Io non ci credo, a queste cose, ma... spero che ti porti fortuna, Tadeus." gli disse Wolfgang, dandogli una lieve carezza sulla gota.

Il ragazzo prese quella mano fra le sue, la portò alle labbra e vi depose un bacio. Wolfgang fremette a quel lieve e tenero contatto. Dio, quanto desiderava prendere fra le braccia Tadeus, stringerlo a sé, baciarlo...

Farci l'amore!


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