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una storia originale di Andrej Koymasky


pin GIUSTO FRA LE NAZIONI di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 21 maggio 2004
CAPITOLO 1
LUGLIO 1934

Wolfgang tornò a casa dal ginnasio, turbato a causa delle voci che aveva sentito in città. Il suo amico Helmut Färber era stato arrestato con l'accusa di essere un "degenerato" a causa delle sue relazioni omosessuali.

Helmut era un membro delle SA, le camicie brune di Ernst Röhm. Si diceva che il suo capo si era suicidato. Si diceva che Edmund Haines, un generale delle SA che aveva preso parte al colpo di Stato del novembre 1923, era stato trovato in letto abbracciato al suo giovane autista, e che entrambi erano stati trascinati, nudi, all'esterno della sua casa, ed erano stati entrambi uccisi con un colpo di pistola in capo.

Una serie di arresti era subito seguita, e fra questi anche quello del suo amico Helmut. La Gestapo aveva aperto una speciale sezione per perseguire i "crimini omosessuali", applicando l'articolo 175 del Codice Penale.

Ciò che turbava Wolfgang era il fatto che era stato proprio Helmut che gli aveva fatto capire di essere anche lui un omosessuale.

Era accaduto nell'agosto del 1933. Helmut aveva diciotto anni, e lui ne aveva quattordici. Si erano conosciuti quando Helmut era andato nella tipografia del padre di Wolfgang per far stampare alcuni manuali per la sezione delle SA di Oranienburg. Era un ragazzo incredibilmente bello, Helmut, e Wolfgang ne era rimasto affascinato, a prima vista.

Avevano attaccato bottone, Helmut gli aveva proposto di andare a vedere la sede delle SA e Wolfgang l'aveva seguito. Il giovane SA, che aveva la chiave della sede, aveva aperto e l'aveva fatto entrare, chiudendo poi a chiave la porta "per evitare che qualcuno non autorizzato entri mentre siamo nell'altra stanza", aveva detto.

Quando erano andati nella stanza sul retro, Helmut l'aveva preso fra le braccia, gli aveva detto che era rimasto molto colpito dalla sua bellezza, e l'aveva baciato in bocca. Wolfgang in un primo momento, colto di sorpresa, s'era irrigidito, ed aveva cercato di liberarsi dall'abbraccio dell'altro.

Helmut, senza lasciarlo, l'aveva guardato sorridendo: "Suvvia, Wolfgang, non sei più un bambino, ormai... È ora che tu diventi un uomo, è ora che tu cominci ad usare questo..." gli aveva detto carezzandolo fra le gambe.

"Con te?" Non era del tutto digiuno sul fatto che il membro non serviva solo per orinare, però... "Non si deve usare con le ragazze?" aveva chiesto il ragazzino arrossendo.

"Anche, ma non solo. Prima di poterlo usare con le ragazze... si deve usare fra ragazzi. Non lo sapevi? E io voglio insegnarti come si fa."

"No, non lo sapevo. Tutti i ragazzi lo... fanno fra di loro?"

"Quasi tutti... anche se non se ne parla. Già nei tempi dell'antica Grecia, i ragazzi più grandi sceglievano uno più piccolo per insegnargli queste cose. Altrimenti, come potevano sapere come si fa? E io ho scelto te..."

"Me? Perché? Ci siamo appena conosciuti..."

"Ho subito capito che tu sei il ragazzo giusto, e che è ora che tu impari. Se vuoi diventare un uomo. Se invece vuoi restare un lattante..." gli aveva detto Helmut continuando a carezzarlo intimamente.

Quando aveva sentito che Wolfgang stava reagendo alle sue carezze, Helmut gli aveva infilato una mano nella gamba dei calzoncini gli aveva preso il membro. Il ragazzino era nuovamente arrossito, ma ora stava iniziando a provare piacere, perciò si era rilassato fra le braccia dell'altro.

Helmut aveva capito che il ragazzino gli si stava arrendendo e si era fatto più ardito. Lo aveva baciato di nuovo ed aveva iniziato ad aprirgli gli abiti e anche ad aprire i propri, sì che dopo poco erano seminudi. Allora l'aveva sollevato di peso, fatto sdraiare su un tavolo e s'era chinato a baciargli il corpo. Wolfgang aveva cominciato a fremere, in preda ad un crescente piacere: non credeva che fosse così bello... diventare un uomo.

Poi il giovane segretario delle SA gli aveva preso il giovane membro, ora ritto e duro, fra le labbra e gli aveva dato piacere finché Wolfgang aveva raggiunto il suo primo orgasmo.

"Ti è piaciuto?" gli aveva chiesto Helmut con un sorriso, carezzandolo sul petto e sul ventre.

"Sì..." aveva mormorato il ragazzino ancora incredibilmente emozionato.

"Questo non è che l'inizio, Wolfgang. Se vuoi ancora incontrarti con me, ti insegnerò anche tutto il resto."

"Qui? Alla sede delle SA?" gli aveva chiesto mentre si riassettavano gli abiti.

"No, oggi non c'è nessuno, ma è solo un caso. Ti porterò in un posto in cui potremo stare tranquilli, dove nessuno ci può vedere. Come ti ho detto prima, è un segreto. Quando tu sarai grande, sarai tu a sceglierti un ragazzino da far diventare un uomo... sempre in segreto."

"Ma mi insegnerai proprio tutto?" chiese Wolfgang, avendo ritrovato la padronanza di sé, incerto ma incuriosito al tempo stesso.

"Sì, certo. Allora, quando vuoi che ci vediamo di nuovo?" gli chiese il giovane in tono sicuro.

"Non so... presto."

Si erano rivisti presto e diverse volte, dopo quel primo giorno. Avevano fatto veramente tutto, con crescente piacere del ragazzino, ogni volta spingendo più oltre i loro segreti giochi sessuali, finché Wolfgang perdette la sua verginità, con autentico piacere.

Helmut gli aveva anche fatto conoscere alcuni altri ragazzi, di un paio di anni più vecchi di Wolfgang, a cui aveva insegnato "quelle cose" segrete. Si trovavano, a volte in due, a volte anche in tre o quattro, nella vecchia fabbrica di prodotti chimici, abbandonata qualche anno prima, cioè da quando era stata costruita la nuova sede.

Nonostante il cancello di entrata fosse stato sbarrato con assi, i ragazzi avevano trovato il modo di infilarcisi dentro, non visti, e qualcuno, forse lo stesso Helmut, vi aveva anche portato un vecchio materasso.

Wolfgang presto aveva capito che per lui, come d'altronde per Helmut, quello che faecevano non era affatto una "preparazione" a quando avessero potuto farlo con una ragazza, ma che a loro interessavano solo i ragazzi, che erano perciò omosessuali. La cosa non aveva affatto turbato il ragazzino, che aveva accettato di essere un "diverso" senza problemi.

Helmut gli aveva fatto leggere alcuni testi che aveva avuto dall'Istituto per la Scienza Sessuale di Magnus Hirschfeld a Berlino. Aveva così capito la "naturalezza" dei propri istinti, che non erano affatto una malattia ma una qualità innata.

Ma la distruzione dell'Istituto di Hirschfeld nel 1933 da parte di un gruppo di studenti affiancati dalle Sturm Tuppen, gli aveva anche fatto capire quanto fosse necessario mantenere segreti i propri istinti.

E ora l'arresto di Helmut l'aveva turbato. Non gettato nel panico, perché Wolfgang non era un ragazzo pauroso, anche se si chiedeva se Helmut, sottoposto agli interrogatori da parte della polizia, avrebbe fatto il suo nome e quello degli altri compagni. Comunque non gli risultava ancora che qualcun altro del loro piccolo gruppo segreto fosse stato arrestato.

A tavola, il padre si accorse che Wolfgang era di umore diverso dall'usuale, e gli chiese che cosa avesse.

"Hanno arrestato Helmut Färber con l'accusa di essere un omosessuale." disse il ragazzo.

"Helmut Färber? Chi è?" gli chiese il padre, "Mi pare di aver sentito questo nome, ma non ricordo chi sia..."

"Il segretario del gruppo di SA di Oranienburg... È venuto più volte alla nostra tipografia per ordinare alcuni stampati per le SA..."

"Ah, sì, quel giovane bello come un antico eroe germanico... Mah, dato che il führer ha fatto disciogliere le SA, e che il capo, Röhm, è stato accusato di essere un degenerato omosessuale... la cosa non mi stupisce." commentò il padre.

"Davvero anche Röhm è un omosessuale?" chiese il ragazzo.

"Così è. Röhm, imprudentemente, non l'ha mai nascosto. Perciò il fürer lo ha sempre saputo, fin da quando si conobbero circa quindici anni fa. Comunque questa accusa infamante è solo una scusa: il vero motivo è che Röhm stava diventando troppo potente con le sue SA, e questo ha cominciato a dare ombra a troppi dei collaboratori del nostro führer. Così si è deciso di cominciare ad applicare nel modo più severo e duro l'articolo 175." spiegò Hermann-Lothar von Schlegel all'attento figlio.

"Ma... adesso condanneranno a morte Helmut Färber?" chiese Wolfgang.

"Non credo proprio. Gli daranno qualche anno di carcere, come prevede l'articolo 175. Se l'hanno arrestato, significa che quel ragazzo non è stato sufficientemente prudente riguardo alle sue tendenze."

"Ma è una cosa così brutta, padre, essere omosessuali?" chiese il ragazzo.

"Tanto quanto essere giudei o anche marxisti: si dice che congiurino per indebolire la pura razza Ariana di cui noi facciamo parte. Questo è quanto si va ripetendo nel nostro partito. Per quanto riguarda i marxisti, e la loro ideologia, potrei anche essere d'accordo, ma... secondo me giudei e omosessuali non minacciano proprio nessuno. Non per il fatto di essere giudei o omosessuali. Anche fra di loro, a mio parere, c'è sia del marcio che del buono, e fra questi due estremi c'è di tutto."

"Ma allora, perché li accusano?" chiese Wolfgang.

"Dare loro le colpe di quanto non va bene nel nostro reich, assolve i suoi capi, non lo capisci? Guarda nella nostra tipografia: se uno dei nostri dipendenti sbaglia qualcosa, molto raramente si prende la responsabilià del proprio errore: accusa i compagni, o i macchinari, o quanto altro la fantasia suggerisce loro, pur di scagionarsi."

"Ma questo non è giusto, padre."

"Non importa ciò che è giusto o ciò che non lo è. L'unica cosa importante, a questo mondo, è restare a galla... con qualsiasi mezzo. Mors tua vita mea, pare sia il motto più seguito."

"Per questo vi siete iscritto al Partito Nazional Socialista, padre?" gli chiese Wolfgang.

L'uomo rise: "Sì, per questo. Avevo visto, a ragione, che il nostro führer aveva in mano tutte le carte vincenti. Non per nulla ho messo la nostra tipografia a servizio del partito da molto prima che ottenesse la maggioranza nel Reichstag. Ma al tempo stesso, ho sempre fatto molta attenzione a non pestare i piedi a nessuno, e soprattutto a non legarmi a nessuno dei potenti: una loro caduta potrebbe trascinare nel fango anche noi. Buoni rapporti con tutti, ma amico di nessuno. E come vedi, la piccola tipografia che mio padre mi ha lasciato in eredità, è più che triplicata in superficie ed ora è una delle più moderne, attrezzate ed importanti."

"Ma questo, padre, non è... opportunismo?" chiese Wolfgang temendo di poter offendere il padre con questa parola, ma deciso a capire.

"Ma no, Wolfgang. Io seguo semplicemente l'antica virtù prussiana dell'obbedienza al principe. Chi obbedisce non può essere reputato responsabile di quanto fa. Bisogna essere realisti, pragmatici. Gli idealisti sono votati all'auto-distruzione. Noi non abbiamo più un re, come io avrei forse preferito avere. Ma il nostro führer, anche se non cinge il manto né ha in capo la corona, è come se fosse il nostro re. E comunque condivido il suo ideale di una grande Germania. La Germania è stata calpestata e derisa anche troppo a lungo dalle altre potenze europee. È ora che le venga riconosciuto il suo posto nel mondo."

Wolfgang non era del tutto convinto di quanto suo padre gli stava dicendo, ma non aveva elementi validi da opporgli, perciò tacque.

Era ancora un po' preoccupato per l'arresto di Helmut. Appena poté incontrare gli altri ragazzi con cui più volte aveva avuto incontri nella vecchia fabbrica, chiese loro che cosa ne pensassero. Tutti dissero che dovevano solo tenere un profilo basso, essere prudenti, ma continuare ad incontrarsi. E quasi tutti erano sicuri che Helmut non avrebbe mai fatto i loro nomi.

"Comunque," disse Friedrick, "dobbiamo fare un giuramento: se per caso uno di noi venisse scoperto ed interrogato dalla polizia, nessuno di noi deve fare il nome degli altri."

"Ma se ci torturano?" chiese Heinz, in tono proccupato.

"Sei un uomo o no?" gli rispose Wolfgang. "Per me, possono anche uccidermi, non farò mai i vostri nomi. E se qualcuno vi dirà che io ho confessato, sappiate che sarà solo una vile menzogna."

Heinz decise che lui preferiva non incontrarsi più con gli altri. Alcuni lo presro in giro, dandogli del vile.

Wolfgang lo difese: "Se Heinz non se la sente di correre rischi, ha ragione a fare la sua scelta. Non è vile chi, conscendo le proprie forze, non affronta pericoli troppo grandi per lui. La prudenza non è viltà. E noi corriamo un rischio reale, da quando applicano l'articolo 175 con tanto zelo. Dobbiamo renderci conto che noi siamo... fuorilegge."

"Come i giudei?" chiese Mark.

"Più o meno. Solo che loro sono già tutti schedati, e per loro non è facile nascondersi, sia a causa del loro nome, che del loro aspetto e, per i maschi, del fatto che sono circoncisi." disse Friedrick.

"Ma tu sei amico dei giudei?" gli chiese Mark.

"Io sono amico di chiunque merita la mia amicizia, indipendentemente dal fatto che sia giudeo o no. Dire che uno è ariano, non fa di lui un essere migliore o peggiore degli altri. Ci sono ariani buoni ed onesti ed altri che sono solo dei criminali. Così è per i giudei, secondo me." rispose Friedrick.

"Ma è pericoloso mostrarsi amici dei giudei. E poi a me i giudei non piacciono proprio per niente." obiettò Heinz.

"È anche pericoloso mostrarsi amico di qualcuno che è conosciuto come omosessuale come siamo noi. E a qualcuno noi omosessuali non piacciamo proprio per niente." commentò Wolfgang.

"Tu corri meno rischi di noi, grazie a tuo padre, alla tua famiglia." gli fece notare Mark. "Voi siete una delle più antiche ed importanti famiglie della zona..."

"Non credo che conterebbe molto, se venissi scoperto." commentò Wolfgang. "Anche Röhm era amico del nostro führer... e avete visto che fine ha fatto, no?"

Il gruppetto si sciolse. Solo Friedrick restò con Wolfgang.

"Hai voglia?" gli chiese con un sorriso allettante.

"Sì. Sono ormai quasi dieci giorni che devo accontentarmi della mia mano. Vieni di sopra, Friedrick. Abbiamo ancora un po' di tempo, prima che io debba tornare a casa."

I due ragazzi salirono la pericolante scala di legno, senza ringhiera, tenendosi accanto alla parete. Lo scricchiolio dei gradini era il motivo per cui avevano spostato il materasso al piano superiore: se qualcuno fosse salito di lì, l'avrebbero sentito in tempo per ricomporsi.

Avevano anche portato, in quella stanzetta, alcuni libri ed opuscoli ufficiali del Partito Nazional Socialista, dal "Mein Kampf" alle pubblicazioni ufficiali. Avevano anche messo alle pareti disegni inneggianti al Nazional Socialismo ed al suo führer: se fossero stati sorpresi lì, avrebbero detto che stavano preprando in segreto un'espozizione da fare nella loro scuola... L'idea era stata di Mark.

Stesero il materasso, che normalmente era piegato in modo di costituire una specie di sedile, e si aprirono gli abiti, senza toglierseli, per prudenza. E finalmente si abbracciarono baciandosi a lungo, giocando con le loro labbra e lingue.

"Sai, Wolfgang, che tu sei quello che mi piace di più, del nostro gruppo segreto?"

"Ah sì? E perché?"

"Perché sei il migliore sia quando fotti che quando ti lasci fottere, e perché baci molto bene. E poi anche perché sei bello."

"Avrei detto che ti piace molto Heinz..." gli disse Wolfgang.

"Sì, ma lui è un debole, in tutti i sensi. Tu sei forte, invece. E non parlo solo dei tuoi bei muscoli. E neanche di come fotti. Tu sei veramente un nobile, non solo perché tuo padre è un barone."

Wolfgang sorrise. Si girò sul materasso ed iniziò a dare piacere all'amico con la bocca. Friedrick immediatamente lo imitò e si unirono in un piacevole sessantanove. Poi Wolfgang fece mettere l'amico a quattro zampe, gli si inginocchiò fra le gambe e lo prese con il consueto vigore, tenendolo per la vita.

Friedrick era stato il primo fra gli amici di Helmut che questi gli aveva fatto conoscere. Aveva due anni più di lui, cioè ora ne aveva diciassette. Faceva parte della Gioventù Hitleriana. Era un ottimo ginnasta, aveva un bel corpo, e anche di volto era piacente. Suo padre era uno dei professori del Ginnasio di Orianenburg, che entrambi i ragazzi frequentavano, e che il padre di Wolfgang si ostinava a chiamare Realgymnasiums.

Per la festa del ventesimo anniversario della costruzione della nuova sede della loro scuola, Friedrick aveva vinto la medaglia d'oro nelle gare di ginnastica, e Wolfgang quella di bronzo. Scoprire che anche lui faeva parte del gruppo di Helmut aveva fatto molto piacere a Wolfgang, che da tempo lo ammirava segretamente. Così, oltre che essere compagni di scuola, e poi scoprirsi parte del gruppetto segreto di Helmut, i due erano anche diventati amici.

A tutti e due piaceva molto fare sesso assieme. Nessuno dei due era effeminato: erano, nonostante la loro giovane età, due ragazzi dai modi virili. A differenza di Helmut, loro non si sentivano parte del cosiddetto "terzo sesso", nonostante non fossero minimamente interessati alle ragazze.

"Un maschio non cambia sesso solo perché gli piace fare sesso con un altro maschio." aveva obiettato Friedrick. "Forse soltanto i maschi effeminati, che si vogliono solo far prendere e che si comportano come una donna, possono essere membri di un terzo sesso, ammesso che esista."

No, né Friedrick né Wolfgang, anche quando si lasciavano prendere, e con piacere, da uno dei compagni, erano effeminati: erano maschi sia nel fottere che nel farsi fottere da un compagno.

Quando Wolfgang ebbe raggiunto l'orgasmo, i due ragazzi si baciarono ancora, poi si scambiarono allegramente le parti. Nonostante per Wolfgang fosse circa un anno che aveva scoperto quel tipo di piacere, a differenza da Friedrick che vi era adepto da tre anni, era diventato bravo.

Quando anche Friedrick si fu sfogato, i due ragazzi si rimisero in ordine gli abiti e ripiegarono il materasso coprendolo con la vecchia tenda. Chiacchierarono ancora un po', poi si salutarono, uscirono a breve distanza l'uno dall'altro dalla vecchia fabbrica abbandonata, ed ognuno tornò a casa sua.

Friedrick abitava al centro di Oranienburg, Wolfgang invece abitava in una bella villa lungo il fiume Havel, limitrofa ai capannoni della tipografia. Passando lungo la via che conduceva a casa, Wolfgang vide che la panetteria dei Brenner era stata semidistrutta.

Di fronte c'erano Aaron, un ragazzo di sedici anni, con il fratello Tadeus, un ragazzino di undici anni, che ramazzavano i vertri infranti. Dentro la bottega Wolfgang notò il padre e la madre dei due ragazzi che cercavano di rimettere un po' d'ordine. Sulle pareti vi erano scritte contro i giudei.

Wolfgang li conosceva poco più che di vista: era sempre lì che i servi della villa andavano a comprare il pane. I Brenner erano gente semplice, tranquilla, onesta, e non erano ricchi. Abitavano in due stanze sopra la botteguccia. La loro unica colpa era di essere giudei.

Wolfgang passò oltre. Ma continuava a vedere il bel volto dolce del piccolo Tadeus, rigato di lacrime. Pensò che se non si fossero chiamati Brenner, Tadeus sarebbe potuto passare per un ariano. Il fratello maggiore e soprattutto la madre, avevano fattezze da ebrei, non Tadeus. Il padre era un ometto mite e gentile, non brutto ma certamente non bello. Wolfgang si chiese da dove Tadeus avesse preso tanta bellezza: pareva uno degli angeli dipinti sulla pala d'altare della loro chiesa parrocchiale.

Quando tornò a casa, a tavola chiese al padre: "Perché hanno distrutto la bottega dei Brenner? Che male facevano? Non sono sempre stati onesti commercianti, gentili e tranquilli?"

"Perché sono giudei. L'odio e il disprezzo non tengono in nessuna considerazione se l'altro meriti o no questi sentimenti. I giudei sono considerati nemici del Reich, e tanto basta per armare la mano dei facinorosi. D'altronde, se si parla tanto male dei giudei, un motivo vi deve pur essere, no? Non c'è mai fumo senza un fuoco che lo produce."

"Ma il loro pane è buono, il prezzo onesto. Che importanza ha se sono giudei?"

"Non ci riguarda, Wolfgang, visto che noi, grazie al cielo, non siamo giudei. Se fossero intelligenti, i Brenner se ne andrebbero da qui."

"E dove? E a fare che? Tutto quello che hanno è quella loro botteguccia, il loro onesto lavoro."

"Che è? Mio figlio si vuole mettere a fare il difensore dei giudei? È una causa persa, Wolfgang. Ma, soprattutto, tieni queste tue sciocche idee per te, se non vuoi trovarti in spiacevoli fastidi."

"Ma, padre, quel che è giusto..."

"Quello che è giusto è quanto è stabilito dalle leggi. Tutto ciò che è fuori, è sbagliato, e va eliminato."

"Se una legge dicesse che gli aristocratici vanno ghigliottinati, come fecero i francesi, sarebbe per questo giusto ucciderli?" gli chiese Wolfgang.

"Sì, certo. Ed i nobili più furbi farebbero bene ad andarsene dalla loro terra finché sono in tempo, come appunto hanno fatto molti nobili francesi al tempo della rivoluzione. Ricordati, Wolfgang, chi ha il potere, chi vince, è l'unico che ha ragione, che può dettare legge e che ha il diritto di decidere che cosa sia giusto e che cosa no."

"Per questo voi vi siete messo per tempo dalla parte di quello che pensavate sarebbe stato il vincitore..." gli disse il ragazzo.

"Sicuro. E come vedi non ho sbagliato." concluse il padre con un sorriso soddisfatto.

"Mia madre non la pensava come voi, padre, per quello che ricordo di lei..." gli disse Wolfgang, poco convinto.

"Tua madre era solamente un'idealista, una donna buona, ma non aveva carattere. Aveva un'astratta idea della giustizia. Era una buona cristiana, poveretta, avrebbe sempre porto l'altra guancia... Non aveva il senso della realtà."

"Il piccolo Brenner aveva un'aria spaventata... piangeva. Che male può aver fatto un bambino di undici, dodici anni? Che colpa ne ha lui, se è nato in una famiglia di giudei? E comunque i suoi sono gente per bene."

"Non hai forse letto nella Bibbia che le colpe dei padri ricadranno sui figli?"

"E che colpa hanno, i Brenner?"

"Non loro in particolare, per quanto ne so. Ma sono i giudei che hanno ucciso il Figlio di Dio, no? Ora la stanno pagando."

"Non vi facevo così religioso, padre: da quanti anni non mettete più piede in una chiesa? E come può una colpa, forse neanche degli antenati dei Brenner, ma di altri uomini, perseguitare una famiglia per quasi duemila anni?"

"I giudei sono strozzini, è risaputo..."

"I Brenner, padre?"

"Non loro, penso, o non sarebbero così poveri. Ma le colpe di un popolo si riflettono su tutti i suoi membri. Cresci, Wolfgang, non mi diventare anche tu come era tua madre. Stai diventando un uomo, un giorno sarai tu a dover dirigere la nostra tipografia. Con certe tue idee... la manderesti in rovina."

"Sto cercando di crescere, padre. Per questo cerco di capire quanto vedo accadere attorno a me." rispose conciliante, ma poco convinto, il ragazzo.

Il volto angelico del piccolo Tadeus, spaventato e rigato di lacrime, continuava a tornargli in mente e non gli dava pace.

Il due agosto si seppe che il presidente della repubblica, Paul von Hindenburg, era morto. Il tre agosto, Hitler si era dichiarato Presidente, oltre che Cancelliere, ed anche Comandante-in-capo dell'esercito tedesco. Il suo potere era ormai assoluto.

Tutto questo non turbava minimamente il barone Hermann-Lothar von Schlegel, la cui unica preoccupazione era far funzionare a dovere la propria tipografia e, se possibile, ingrandirla ulteriormente. Aveva impegnato i propri capitali per ordinare le migliori macchine tipografiche, in modo di vincere la concorrenza di altre tipografie di Berino, ed ottenere nuove commesse dal Partito e dal Governo.

Chi invece era turbato era suo figlio Wolfgang-Sigfried. Quando era andato a trovare il suo compagno di classe e di divertimenti Mark, il figlio del guardiano del castello che era stato costruito dall'elettrice Luise Henriette, aveva saputo che Helmut era stato chiuso nello Schutzhaftlager della loro città, che era stato aperto in una ex-birreria l'anno precedente.

"Hai notizie di Helmut? Sai come sta?" gli aveva chiesto Wolfgang.

"Una delle guardie, che conosce il padre di Helmut, dice che non sta troppo male." gli rispose Mark mentre passeggiavano nel bel giardino del castello. "Dice anzi che si è trovato un... amico, là dentro, un prigioniero arrivato da Berlino, un musicista di ventisei anni... che gli sta insegnando musica..."

"Musica? Credevo altro..." disse Wolfgang con triste ironia.

"Riguardo all'altro a cui ti riferisci, non credo che Helmut abbia niente da imparare." ridacchiò Mark. "Piuttosto, se hai un po' di tempo, perché non ripassiamo un po' assieme le sue lezioni?"

"Dove?" chiese Wolfgang, subito interessato.

"Nel castello. Non ci va mai nessuno, quando non ci sono ospiti da Berlino. Non ti andrebbe di farlo sul letto della camera dell'elettrice? Dove si dice che lei ricevesse il suo amante?" gli propose l'amico.

"Perché no? Sarà certamente meglio che sul nostro vecchio materasso là nella ex- fabbrica." rise Wolfgang.

Anche se preferiva Friedrick, Mark non era male. Seguì l'amico fino ad una porticina posteriore. Mark tirò fuori una grossa chiave da uno dei due vasi accanto alla porta, aprì e lo fece entrare, richiudendo poi accuratamente la porta. Lo portò al primo piano attraverso una scala di servizio ed uscirono nell'elegante galleria barocca. I loro passi susciatavano lievi eco tra le antiche pareti.

Mark aprì una porta: era l'anticamera della stanza da letto dell'elettrice. La mobilia era coperta da bianchi drappi, per proteggerla dalla polvere, e dava una strana atmosfera alla stanza, illuminata fiocamente dal sole che trapelava dagli scuri delle finestre.

Entrarono nella stanza da letto. Il letto a baldacchino, con ricche cortine panneggiate attorno, troneggiava nella stanza.

"Non puoi aprire un po' uno degli scuri?" gli chiese Wolfgang.

"No, da fuori si potrebbe vedere e magari mio padre o mia madre verrebbero a vedere come mai è aperto... Ci si vede abbastanza. Togliti le scarpe, ed infiliamoci sul letto, dai."

Inginocchiati sul grande letto, si spogliarono l'un l'altro, sorridendosi con aria complice, pregustando quanto si accingevano a fare.

"Ce l'hai già duro..." disse Mark con piacere, prendendoglielo in mano.

"Ne ho proprio voglia... Ultimamente capita di rado che si possa andare alla fabbrica. Ero abituato a farlo più spesso."

"Anche io. Anche se hai un anno meno di me, ce l'hai già grosso come il mio. Mi piace." disse l'amico chinandosi a prenderlo in bocca.

Wolfgang lo lasciò fare per qualche minuto, godendosi le attenzioni che gli prodigava l'altro, e muovendo il bacino avanti e dietro. Dopo un po' lo fece alzare e girare. Mark gli sorrise e si appoggiò con le mani sulla spalliera del letto. Wolfgang lo infilò con piacere, entrandogli dentro liscio liscio, anche grazie alla saliva del compagno che gli lubrificava il membro.

"Ah... sì... così" mormorò Mark spingendo indietro il bacino ed agitandolo un poco per accoglierlo tutto in sé.

"Ti piace, vero?" gli chiese Wolfgang mettendogli le mani sul petto e sfregandogli i capezzoli, mentre iniziava a martellargli dentro.

"Sì che mi piace, come lo fai tu. Anche Otto è bravo, ma tu lo sai fare meglio." disse l'amico, contento.

Le cortine del letto ondeggiavano a ritmo con le vigorose spinte di Wolfgang dentro il suo amico.

"Sì, ne avevo proprio bisogno. Lo sai che mi piace il tuo culetto? Non c'è niente di meglio di una bella fottuta, ogni tanto..." disse Wolfgang compiaciuto.

"Anche il tuo culetto mi piace. Dai, che dopo tocca a me. Dai... dai..."

"Sì... ecco..." mugolò Wolfgang sentendosi prossimo all'orgasmo.

Quando infine si tolse da dentro l'amico e si mise in posizione per rendergli il favore, Mark lo fermò: "Non così. Otto m'ha insegnato un altro modo, molto divertente."

"Come?" chiese incuriosito il ragazzo.

"Stenditi sulla schiena, tira su le gambe e mettimi le caviglie sulle spalle... ecco, così, bravo. E adesso..." disse Mark e penetrò l'amico con una serie di spinte.

A Wolfgang piaceva quel modo di fare sesso e pensò che era il migliore che avesse sperimentato. Helmut non gliel'aveva mai insegnato. Chissà da chi l'aveva imparato Otto? Si chiese.

Mark gli si agitava sopra e gli sorrideva contento: "Ti piace così?" gli chiese stantuffandogli dentro allegramente.

"Sì... mi piace." rispose Wolfgang e pensò che era un peccato che a Mark non piacesse baciare: in quella posizione sarebbe stato più facile che non nelle altre...



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