Li Pao era nella biblioteca che copiava un antico testo molto mal ridotto, prima che fosse troppo rovinato per poterlo leggere ed usare. Dopo aver trascritto varie pagine in bella grafia, sentendo il braccio stanco, lavò il pennello e lo ripose nel suo astuccio, chiuse nella scatola la pietra per macinare l'inchiostro e la nera barretta, posò sui fogli il righello di ghisa ed uscì sulla veranda per riposare un poco.
Vide, sotto il pergolato alla sinistra del complesso di laghetti a forma del carattere "cuore", che il principe con il suo amato Liu Ch'ien erano seduti fianco a fianco. Il principe stava leggendo qualcosa al giovane amante.
Li Pao non poté fare a meno di notare come Ch'ien si stesse facendo forte e saldo e allo stesso tempo il principe pareva divenire sempre più diafano: il misterioso male che lo affliggeva stava lentamente ma inesorabilmente consumando il suo corpo. Però, da quando Hung Hsi aveva al proprio fianco Ch'ien, era sempre sereno e spesso anche lieto e pareva che il suo male avesse rallentato il suo corso.
Giunse Ch'en Yü-lang e sedette accanto a Li Pao: "Ho ricevuto un messaggio da un funzionario di corte mio amico. Sono molto preoccupato. Pare quasi certo che l'Imperatrice madre stia tramando per convincere l'Imperatore suo figlio a far tornare Hung Hsi a corte, disperdere la nostra compagnia e sostuirci con altri letterati e funzionari a lei fedeli. Questo arrecherà un grande dolore al nostro amato principe, e costituirà un grave pericolo per il suo Ch'ien. Che possiamo fare per scongiurare una simile sciagura?" gli disse con espressione molto preoccupata.
Li Pao pensò, guardando verso il principe ed il suo amato. Poi disse: "Non dire nulla al principe, né agli altri compagni. Tu ed io chiederemo il permesso di andare fino a corte, con qualche scusa. Chiederemo udienza all'Imperatore e lo avvertiremo del pericolo che può far correre al figlio se ascoltasse i suggerimenti o le richieste di sua madre."
"Ma credi tu forse che ascolterà con maggiore considerazione la nostra parola che non quella della madre?" gli chiese Yü-liang, poco convinto.
"Nel testo che sto copiando, vi è un racconto del tempo della dinastia T'ang, che mi suggerisce un possibile modo di convincere l'Imperatore ad ascoltare la nostra richiesta, pur senza che noi gliela esprimiamo."
"Di che si tratta?" gli chiese Yü-liang.
Li Pao lo condusse nel pagiglione della biblioteca e gli porse alcuni dei fogli che aveva già copiato. Il compagno li lesse, poi disse: "Che c'entra questo con il nostro problema?"
Li Pao glielo spiegò.
Yü-liang annuì e disse: "Sì, forse hai trovato il modo che ha più probabilità di avere successo. Ebbene, chiediamo il permesso, ed andiamo."
Ottenuto dal principe il permesso di allontanarsi per alcuni giorni, i due giovani letterati presero i loro cavalli e si avviarono in fretta per andare alla capitale, assieme a due dei servi.
Giunti alla capitale, Yü-liang mandò uno dei servi ad avvertire il suo amico funzionario del loro arrivo, e pregarlo di andare ad incontrarli nella locanda in cui si erano fermati.
Il funzionario arrivò subito. Li Pao e Yü-liang gli spiegarono il loro piano e gli chiesero di aiutarli a metterlo in esecuzione. Il funzionario approvò l'idea di Li Pao, e, trovati valenti artigiani, fece loro preparare un treppiede di leggero legno istoriato, una elegante vaso di bella porcellana, una affilatissima spada di ottimo acciaio, ed un drappo di finissimo broccato. Chiamò anche alcuni sarti e fece peparare due severi abiti da monaci taoisti e due da accoliti, sulle misure di Li Pao, di Yü-liang e dei due servi.
Nell'attesa che tutto fosse pronto, i due giovani letterati andarono a visitare l'Altare del Cielo, che era stato appena fatto costruire dall'Imperatore. Era una magnifica mole di marmo bianco, che si ergeva sotto il cielo aperto entro un quadrato di mura rosso cupo, traforato da ingressi di marmo, è costruita in tre terrazze, ognuna delle quali era recintata da una balaustra ricca di splendidi intagli. Scalinate di gradini bassi e larghi davano accesso da nord, sud, est ed ovest alla terza e più alta piattaforma, la cui pietra di mezzo segnava il punto centrale dell'universo.
L'intera costruzione era disposta con precisione geometrica, essendo l'opera combinata di architetti, astronomi e maestri di magia. Così alle terrazze si giungeva per tre rampe di nove gradini ciascuna, perché i cieli sono suddivisi in nove sezioni e nove punti ha la bussola. Ugualmente i blocchi di marmo della piattaforma erano disposti in nove cerchi concentrici e tutto era ordinato in multipli dello stesso numero. Si potevano anche contare 360 pilastri nelle balaustre che stavano a significare i giorni dell'anno lunare ed i gradi del circolo celeste.
Frattanto tutti i valenti artigiani lavorarono giorno e notte per preparare quanto richiesto dai due giovani, finché tutto fu pronto. Allora il funzionario amico di Yü-liang chiese udienza all'Imperatore e gli domandò il favore di ricevere nella sua sala privata alcuni saggi taoisti che passavano per la città e che desideravano presentargli un dono. L'Imperatore accondiscese.
Il giorno dell'udienza, l'Imperatore sedette sul trono della sala delle udienze private, la sua guardia del corpo schierata dietro di lui, ed il cerimoniere di corte introdusse il funzionario. Dietro di lui entrarono Li Pao e Yü-liang, vestiti da monaci e con finte barbe che ne nascondevano le fattezze, poi i due accoliti che portavano qualcosa coperto dal magnifico drappo di broccato di seta con sopra appoggiata la bella spada.
I due finti monaci si inchinarono all'Imperatore ed i due accoliti si prostrarono. Yü-liang, imitando alla perfezione il modo di parlare e lo stile dei saggi taoisti, disse:
"Figlio del Cielo, accordaci il favore di presentarti un particolare dono..."
"Quella bella e preziosa spada? Ha uno strano sostegno..."
"Spada, broccato e sostegno, tutto fa parte del dono. Però, il dono non è ancora completo, richiede una ultima preparazione, se tu ce lo permetti."
"Accordato." disse l'Imperatore incuriosito.
I due accoliti si alzarono dal pavimento e, presa la bella spada, uno per la punta e l'altro per l'impugnatura, la sollevarono e la tolsero. Li Pao e Yü-liang presero il ricco e sottile drappo di broccato per i quattro angoli, lo sollevarono tendendolo e lo deposero accuratamente fra l'imperatore ed il treppiede che reggeva il bellissimo vaso. I presenti esclamarono un "oh!" di meraviglia.
Allora Yü-liang girò dietro al vaso, prese dalle mani degli accoliti la bella spada e brandendola bassa ed in orizzontale dette un gran colpo alle zampe del treppiede tranciandole di netto. Il treppiede vacillò un poco, i tronconi delle zampe di legno caddero, il treppiede si rovesciò ed il vaso cadde in terra frantumandosi in pezzi.
Tutti avevano gridato, le guardie del corpo avevano sfoderato le loro armi, e l'imperatore era balzato in piedi esterrefatto. Yü-liang lasciò cadere a terra anche la spada che dette un forte squillo, simile ad una risata.
"Che dono è mai questo, che appena me l'avete presentato, l'avete distrutto?" chiese irato l'Imperatore.
I due falsi taoisti ed i due accoliti si prostrarono a terra, e nel silenzio che era sceso nella sala, Li Pao disse: "Figlio del Cielo, sul drappo di broccato, su ognuna delle zampe del treppiede, sul fondo del vaso e sulla spada, vi sono disegnati alcuni caratteri. Degnati di leggerli ad alta voce, oppure di farli leggere a persona di tua fiducia. Poi, se lo credi giusto, puniscici come meritiamo."
L'Imperatore sedette. Chiamò il maestro delle cerimonie e gli ordinò: "Leggimi ad alta voce i caratteri che vi sono scritti sul drappo di broccato!"
Il maestro delle cerimonie si chinò sul drappo e lesse: "Yung-lo Chu Ti."
"Questo è il mio nome!" esclamò l'Imperatore lievemente sorpreso. Poi ordinò: "Ora leggi i caratteri scritti su ognuna delle tre zampe del treppiede!"
Il maestro delle cerimonie, prese in mano la zampa ancora intera e le altre due e vide che vi erano incise, fra le decorazioni geometriche, tre serie di caratteri. Lesse ad alta voce: "La villa della Fenice Nera. Il servo di nome Ch'ien. I nove letterati del principe."
L'imperatore corrugò la fronte. "Leggi i caratteri scritti sul fondo del vaso."
Il maestro delle cerimonie cercò fra i cocci del bel vaso e trovò i due pezzi che erano stati il fondo. Li accostò e lesse: "Il principe ereditario Hung Hsi."
Ora l'Imperatore era attento: "Non resta che leggere il nome inciso sulla lama della spada."
Li Pao notò con piacere che l'Imperatore non veva detto "i caratteri", ma "il nome" e sorrise dentro di sé.
Il maestro delle cerimonie sollevò da terra la spada, la girò e vide la serie di caratteri. Lesse ad alta voce: "L'Imperatrice, Madre del Figlio del Cielo."
L'Imperatore annuì, si appoggiò allo schienale, e disse: "E credete che un sottile, per quanto prezioso, broccato di seta avrebbe evitato questo sfacelo?"
"Sì, Figlio del Cielo, perché avrebbe nascosto il vaso ed il treppiede dalla vista di chi maneggia la spada. Così non avrebbe saputo dove, come e che cosa colpire. Inoltre non avrebbe l'ardire di tagliare un così prezioso broccato."
L'imperatore nuovamente annuì. Poi disse: "Mi avete fatto uno dei più preziosi doni che abbia mai ricevuto. Ma ora, ditemi, chi siete, voi veramente?"
Yü-liang e Pao si tolsero le finte barbe e dissero i loro nomi.
"Bene, siete stati convincenti. Sono lieto che siate parte di una delle tre gambe del treppiede che sorregge il vaso. Tornate da mio figlio, e ditegli che il drappo di broccato non si solleverà mai dal treppiede e dal vaso, e che la spada non oserà colpire."
"Ti chiediamo perdono, Figlio del Cielo, ma il principe tuo figlio non sa né che abbimo osato venire alla tua augusta presenza, né di quanto siamo venuti a fare... Abbiamo pensato che fosse meglio non turbarlo diecendogli che una spada si stava affilando nell'ombra."
"Bene. Avete fatto bene." Dette ordine di far chiamare i servi per raccogliere il tutto e portarlo nelle sue stanze. Poi disse: "Non una punizione, ma una ricompensa meritate. Chiedete."
"Abbiamo già ricevuto la nostra ricompensa avendo avuto la grazia di essere ascoltati da te, potente sovrano."
"Ma oltre questa, che voi chiamate ricompensa, intendo darvene un'altra. Chiedete, dunque."
Yü-liang allora si prostrò e chiese: "Concedimi la grazia di far eseguire dagli scrivani delle tre biblioteche imperiali della capitale la copie di alcuni testi, e falle inviare alla villa della Fenice Nera."
"Concesso. Giacché siete in nove, ognuno di voi potrà chiedere la copia di nove testi e non appena saranno pronti, invierò tutti gli ottantuno testi, più dieci per te, su alla vostra biblioteca. E tu, Li Pao, che cosa chiedi?"
"A monte della villa della Fenice Nera, sulle tue terre, vi è un angolo di paradiso, con una cascatella ed un laghetto, al di là di un boschetto di bambù. Il mormorio dell'acqua è simile al tintinnio di una cascata di preziose giade. Le acque del laghetto sono assai limpide, e dal fondo completamente roccioso e in centro vi sorge una minuscola isola sì che l'insieme disegna il carattere di sole. Vicino alle rive le rocce affiorano e disegnano banchi come minuscole e belle montagne. Alberi verdi e piante colore dello smeraldo riparano la vista con il loro fitto fogliame.
"Nel lago c'è forse un centinaio di trote che sembrano nuotare nel vuoto, senza che alcunché le sostenga. I raggi del sole penetrano nell'acqua limpida e le ombre dei pesci si riflettono sul fondo roccioso, immote come in estasi. Poi d'improvviso si disperdon qua e là velocissime, in una danza di scintillanti gemme, come lo facessero per il diletto di chi ha la ventura di stare lì accanto.
"Dalla parte sud-est il lago si restringe come un cucchiaio e il corso d'acqua scende a valle fra due aiuole di splendidi iris. Sulle rocce ciuffi di azalee. Nessuno ha creato questo meraviglioso angolo di giardino di sì serena bellezza... Credo che nessuno avrebbe saputo crearlo."
L'Imperatore sorrise: "Il quadro che hai sapientemente saputo dipingere con le tue parole è assai bello. Ti dono questo angolo di paradiso, come tu l'hai chiamato. Prendi un cesto di picchetti ed una corda sufficientemente lunga, e nel tempo che va dall'ora terza all'ora quarta, recingi tutta la terra che vuoi. Manderò un mio inviato a guardare mentre lo fai, e quanto riuscirai a recingere, sarà tuo per sempre. Sarà segnato sulle mappe con il nome: il giardino di Li Pao."
L'imperatore li congedò con queste promesse. I due amici, ringraziato il funzionario che li aveva aiutati, ripresero con i due servi i loro cavalli e tornarono su alla villa della Fenice Nera.
Hung Hsi li salutò con piacere: "Siete finalmente tornati, amici miei. È stato piacevole il vostro viaggio?"
"Sì, principe. Abbiamo ottenuto in dono dalle biblioteche imperiali novantuno copie di libri a nostra scelta. Dobbiamo solo preparare la lista ed inviarla." Gli disse Yü-liang.
"Molto bene. Questo era dunque lo scopo del vostro viaggio! Come avete fatto a convincere i sovrintendenti delle biblioteche ad essere così generosi?" chiese il principe, incuriosito.
"Abbiamo preparato una piccola rappresentazione, travestendoci da saggi taoisti con tanto di barbe finte, ed ha avuto un tale successo che li ha ben disposti verso di noi." disse Li Pao.
"Ma ora sarete stanchi per il vostro viaggio. Andate a riposare, amici miei." disse il principe.
Li Pao, invece di andare nella sua stanza, andò a rivestirsi da contadino e, di buon passo, salì fino al laghetto che presto sarebbe stato suo. Un giorno, pensava, sulla sua riva avrebbe fatto costruire il padiglione che sognava, e vi si sarebbe ritirato. Quando vi giunse, vide che Chan era seduto sulla bassa pietra, i piedi a mollo, che suonava uno zufolo.
Andando verso lui un rametto scricchiolò sotto i suoi piedi ed il ragazzo smise di suonare e si girò verso di lui. Si aprì in un bel sorriso e li fece un cenno di saluto.
"Che fortunata coincidenza, trovarti qui!" esclamò Li Pao contento di vederlo.
"Non è solamente una coincidenza, sono venuto qui tutti i giorni sperando di incontrarti, ma evidentemente ho sempre sbagliato l'ora, fino ad oggi."
"Tutti i giorni? Povero Chan, non ti avevo avvertito che dovevo far un viaggio per andare a vedere il padre di un mio amico..."
"Beh, finalmente sei di ritorno. Hai voglia di bagnarti con me?"
"Sicuro!" esclamò Li Pao.
Si spogliarono e si immersero nell'acqua, sedendo l'uno accanto all'altro fra i pesci. Li Pao era molto lieto di aver incontrato di nuovo quel delizioso ragazzo. Lo guardò con piacere. L'acqua era talmente limpida che ne poteva ammirare tutto il corpo, in ogni dettaglio.
"Mi guardi?" gli chiese il ragazzo quasi sotto voce.
"Sì. Ma come hai fatto a venire qui ogni giorno? Il tuo capo non si arrabbia con te? Non dovresti essere al lavoro?"
"La manutenzione dell'acquedotto richiede molto lavoro, date le condizioni in cui è tenuto, ma riusciamo sempre a ritagliarci un po' di tempo per riposare. Il capo, ogni giorno, ci fa ispezionare il nostro tratto e riparare i piccoli guasti che vi troviamo. Se invece troviamo un guasto più serio, dobbiamo andare a chiamarlo e fare quanto ci ordina per ripararlo secondo le sue istruzioni. Ogni giorno o lui o il suo aiutante percorrono in su ed in giù tutto l'acquedotto per verificare che lo teniamo in ordine."
Chan passò lieve una mano sul petto di Li Pao, sotto il pelo dell'acqua: "Sei forte, Pao, hai un corpo ben fatto, si vede che sei un contadino abituato al lavoro."
Il letterato sorrise: "Anche tu sei molto ben fatto, Chan. Anche il tuo corpo è assai bello. Ma soprattutto mi piace il tuo sorriso."
"È facile sorridere, quando si è in buona e piacevole compagnia." gli disse il ragazzo.
"Un giorno due miei amici discutevano, chiedendosi se il sole fosse più vicino a noi al suo sorgere o a mezzogiorno." gli disse Li Pao, proponendogli un famoso racconto. "Uno diceva che è più vicino al sorgere, infatti lo si vede più grande, e più lontano a mezzogiorno, infatti il disco ha un diametro minore. L'altro obiettava che è più lontano il mattino, infatti scalda di meno, e più vicino a mezzogiorno, infatti sentiamo più forte il suo calore. Tu che ne dici, Chan, chi dei due aveva ragione?"
Chan pensò, poi disse: "L'aria è come l'acqua, anche se più leggera. Guarda i nostri corpi, sembrano cambiare le loro misure e gli angoli, a seconda dell'angolo da cui li guardiamo. Se immergi uno stelo dritto nell'aqua e lo guardi di lato, sembra piegato in due. Inoltre la fornace, quando l'accendi, è rossa e poco calda, e quando è accesa da ore, è bianca ed il calore è forte.
"Ogni affermazione sembra esatta se non consideri le altre. La luna sembra cambiare di grandezza a seconda se vi è più o meno foschia o se l'aria è limpida. La realtà non è comprensibile esaminando un solo aspetto. Un uomo non è più un uomo se tu lo sezioni in pezzi e ne esamini un pezzo alla volta ignorando gli altri. Probabilmete i tuoi amici avevano entrambi torto."
Li Pao pensò che neanche il maestro K'ung aveva saputo dare una risposta tanto acuta, ed ammirò l'intelligenza del ragazzo, che pure non aveva mai studiato.
"E dimmi, Chan. Un giorno sono andato a pregare in un tempio ed ho sentito due monaci discutere se dio esite o non esiste. Uno di essi diceva che dio esiste altrimenti non esisteremmo noi. Infatti, se percorriamo indietro la nostra genealogia, da nostro padre al padre di nostro padre e così via, andando più indietro nel tempo e più indietro ancora, ci deve pur essere un inzio di tutto: questo inizio è dio che è caratterizzato dal fatto di non avere né inizio né fine.
"L'altro diceva che se percorri con un dito la superficie di una sfera cercando l'inizio, potrai girare e girare fino alla fine dei tempi, e mai troverai l'inizio. Perciò così è per noi, ciò che chiamiamo vita è il punto della sfera che il nostro dito tocca, e la serie delle vite non ha né inizio né fine pur essendo la sfera finita. Io mi sono sentito confuso e non avrei saputo a chi dare ragione."
Chan pensò per un poco, poi disse: "Se dio esiste, o è veramente infinito, senza limiti né limitazioni, o non è dio. Infatti tutto ciò che è finito, che ha limiti, è in qualche modo possibile comprenderlo, definirlo, secondo la nostra capacità. Ora, l'uomo è evidentemente finito e limitato, sia nello spazio che nel tempo. Come può ciò che è finito contenere ciò che è infinito?
"Perciò è stupido tentare di comprendere se dio esiste e che cosa e come è. Se dio esiste non abbiamo mezzi per parlarne, è un inutile esercizio. Un cucchiaio non può comprendere tutto il lago, che pure è finito, un sasso non può comprendere tutto il monte, di cui comunque è una parte. Se dio non esiste, è inutile parlarne, è un esercizio senza frutto. Esiste dio? Non esiste? Qualunque risposta uno possa dare è una risposta vuota di significato. Il massimo che possiamo dire è che forse esiste, e che forse non esiste."
Nuovamente Li Pao ammirò la sapienza del ragazzo. Gli sottopose una terza domanda: "A tuo parere, Chan, che senso ha la vita dell'uomo?"
"Il senso che l'uomo gli vuole dare. Se pensa che sia inutile, vivrà una vita inutile. Se pensa che sia lotta, avrà una vita di continua lotta. Se pensa che sia amore, avrà una vita d'amore."
Uscirono dall'acqua e si si stesero al sole sulla pietra, fianco a fianco.
Chan chiese: "Posso farti io una domanda, Pao?"
"Sì, certo." rispose il letterato, girando il capo a guardare il profilo del ragazzo.
"Perché nelle canzoni che si ascoltano nelle locande o nelle fiere dei villaggi, che si cantano fra amici e camminando per via, si canta sempre della bellezza delle donne e non di quella dell'uomo?"
"Al mercato, chi vende belle pesche non ha bisono di decantarle, ha tanti compratori che non ha tempo per cantare e le vende in pochi minuti. Chi vende pesche meno belle, deve gridare: 'oh le belle pesche, venitele a comprare!', per riuscire ad attirare i clienti."
"Vuoi dunque dire che secondo te è più bello il corpo dell'uomo che non quello della donna?"
"Guarda fra gli animali. Ve ne sono solo due categorie: quelli come il cane o il gatto in cui non distingui il maschio dalla femmina se non esaminandone attentamente i dettagli del corpo, e quelli che da lontano subito distingui di che sesso sono. In questi ultimi, è sempre il maschio che è più bello della femmina. Non concordi con me che anche nel genere umano il maschio è più bello della femmina?"
"Sì, sono d'accordo con te; d'altronde mi basterebbe guardare il tuo corpo: è assai più desiderabile che non quello di una ragazza."
"Non hai detto: bello, Chan, hai detto: desiderabile..." notò Pao in tono lieve e caldo. "Dunque tu desideri il mio corpo?"
"Non è logico desiderare ciò che ci appare bello? Non è naturale compiacersi in ciò che crediamo essere buono? Non è giusto ammirare ciò che per noi ha valore?" chiese il ragazzo ed una sua mano si posò lieve sul petto di Li Pao sottolinenadone le belle forme con le punte delle dita.
"Dunque, Chan, tu desideri il mio corpo?" chiese Pao trattenendo il respiro e sentendo sorgere in sé, oltre al piacere di stare in compagnia di quel bel ragazzo, anche il desiderio di stringerlo a sé e di farci l'amore.
"Quando vedi due alberi di pesche carichi di frutti, è quello che mostra i frutti più belli che subito attira il tuo desiderio, non l'altro. Ma quando assaggi il frutto di un albero, poi dell'altro, è il più dolce, sia esso uno colto dall'albero con i frutti più belli, sia esso colto dall'albero che mostra frutti meno belli, è l'albero che dà frutti più dolci quello su cui siedi per coglierne i frutti e gustarli. Se poi hai fortuna, e trovi che il pesco che fa i frutti più belli è anche quello che li fa più dolci, allora ti reputi benedetto dal cielo e ti rallegri."
"Hai già assaggiato pesche da molti alberi, Chan?" gli chiese Pao, sentendosi sempre più pieno di desiderio verso il ragazzo.
"Sì. Alcune erano acerbe, altre dure e legnose, altre dolci ma troppo molli e mi colavano il loro succo sulle vesti sporcandole. Alcune erano dolci, ma dopo averne mangiate, erano pesanti da digerire, altre avevano dentro un verme che le stava corrompendo, si che un morso era dolce, ma un altro era disgustoso. Infine altre pesche, pur belle all'esterno, erano già marce nella polpa e disgustose. Non ho ancora trovato un pesco attorno a cui ho desiderato costruire un recinto su cui far scrivere il mio nome."
"Ancora mai neanche uno?" chiese Pao domandandosi se il ragazzo gli stesse lanciando un messaggio.
"Ho scoperto da poco un albero, un pesco sano e forte. La prima cosa che ha attratto la mia attenzione è la bellezza delle sue pesche, sia per la forma che per il colore. Mi sono avvicinato per ammirarlo, e mi ha colpito il soave odore che dalle pesche promana. Ho provato a sfiorarne alcune, e la loro buccia è vellutata e molto piacevole al tatto. Così, provo ora il desiderio di cogliere una pesca ed assaggiarla, poi un'altra da un altro ramo, ed una terza, per decidere se ho finalmente trovato il pesco attorno a cui costruire il mio giardino..."
"Che ti trattiene, Chan, dal gustare la prima di quelle pesche?"
"Il rispetto. Non so ancora se quell'albero sia già parte del giardino di un altro. Non vorrei calpestare una terra non mia, rubare un frutto non mio. Non è un crimine ammirare, lo può diventare il prendere."
"Se quel pesco di cui mi parli avesse per un prodigio il dono della parola e ti dicesse: vieni, Chan, cogli una delle mie pesche e gustala e se ti piace, costruisci attorno a me il tuo giardino... tu che faresti?"
"Chiederei a quel pesco, se oltre che al dono della parola avesse anche il dono dell'udito: che ne sai tu se io sarei un buon giardiniere, capace di farti fiorire e fruttificare anno dopo anno, o invece un giardiniere pigro, incapace o malaccorto, che ti farà deperire, avizzire, morire un giorno?"
"Il pesco allora, che per lo stesso prodigio ha anche il dono della vista, ti risponderebbe: da un po' di tempo io ti osservo, Chan, e ho l'impressione che tu sia un giardiniere accorto, capace, e solerte. Facciamo almeno una prova, prenditi cura di me. Io ti guiderò e farò di te anche un giardiniere esperto..."
"L'attrazione che quel bel pesco esercita su di me è molto forte, Pao, e temo che se cominciassi a gustare i suoi frutti non mi fermerei al primo morso e potrei fare una brutta indigestione... e forse rischierei anche di morirne. Forse è bene che io mi accontenti ancora per un poco di ammirare quel bel pesco, i suoi bei colori, il suo profumo, il velluto dei suoi frutti... e che quel pesco si abitui ad avermi attorno, e valuti meglio se posso essere un buon giardiniere... non credi?"
"Forse sei saggio, Chan. Ma credo anche che quel pesco che tanto ti attrae, attenderà con ansia che tu torni ad ammirarlo, e che tutte le sue foglie fremeranno come se fossero percorse dalla brezza primaverile ogni volta che tu gli andrai vicino e gli farai sentire il tuo desiderio di assaggiarne i frutti."
Così dicendo Pao sollevò una mano ed intrecciò le dita con quelle della mano di Chan che ancora indugiava sul suo petto. Il ragazzo girò il volto verso quello del giovane letterato. I loro sguardi si incontrarono. I loro volti si accostarono, finché le labbra dell'uno incontrarono quelle dell'altro e si unirono come le due valve di una conchiglia che si richiudono lentamente, aderendo una sull'altra in perfetta geometria, serrandosi strette.
Guizzavano i bei pesci giocando gioiosamente nelle chiare acque del laghetto, stormivano le fronde dei due salici sull'isolotto intrecciando più strettamente i loro rami, volavano le rondini nell'aria tersa e pura, in coppie, garrendo liete.
Una folata di caldo vento portò un brillante velo d'acqua dalla cascata ad irrorare i due bei corpi nudi, stesi uno accanto all'altro. Chan e Li Pao si separarono ridendo e si alzarono a sedere.
"Tornerà il mio bel giardiniere a cercare il pesco che desidera far parte del suo giardino?"
"Sì, certo, tornerà. E sarà lì, il pesco ad attenderlo, con pazienza?"
"Sì, ci sarà, ma lo attenderà con impazienza. Vorrà ancora sentire le sue dita sfiorarlo, vorrà ancora godere le sue labbra posarsi su di lui, e attenderà il momento in cui il bel giardiniere vorrà assaggiare i suoi futti."
"Quando il sole sarà poco oltre il mezzo giorno, il giardiniere verrà..." disse con un lieve sorriso il ragazzo, "per dedicarsi al pesco, nella speranza di essere eletto un giorno come unico che possa e debba dedicarsi a lui."
"E il pesco attenderà il felice giorno in cui il bel giardiniere costruirà un recinto attorno a lui, sì che nessun altro possa gustarne i frutti."
Chan sorrise. "Ora devo andare, oppure il mio capo mi spellerà vivo. Ho già dimenticato troppo a lungo che più che un giardiniere, sono uno dei ragazzi dell'acquedotto..." disse e prese a rivestirsi.
Anche Li Pao si rivestì. Si allontanarono per un tratto poi si separarono, ed il ragazzo salì verso la parte dell'acquedotto che doveva controllare, mentre Li Pao scendeva verso la villa. Di tanto in tanto si giravano per scambiarsi un lieto gesto di saluto, finché furono fuori vista.
Li Pao si disse che ognuno di loro due era per l'altro sia pesco che giardiniere. Anche lui voleva coltivare il bel pesco che aveva nome Chan ed assaggiarne i frutti. Anche lui, come Chan, aveva assaggiato molti frutti, anche gustosi, ma nessuno aveva conquistato il suo cuore.
Forse, si disse, perché diversa cosa è essere uno dei tanti che prende uno fra molti frutti da un cesto e lo mangia, altra cosa è coltivare un albero finché ti dà un frutto che è maturato per te e che solo tu puoi gustare.
Rientrato nel giardino posteriore della villa e indossati di nuovo gli abiti da letterato, Li Pao andò nella biblioteca per ripendere i suoi studi ed il proprio lavoro. Continuava però a pensare al dolce Chan ed un sorriso soave illuminava il suo volto.
Wei Hsien-tsu lo osservava da un poco: "Pao, che è dunque accaduto? Sembra che nel cielo sereno del tuo volto, oggi il sole sia più splendente che mai! Che forse la fata che dispensa l'amore è venuta a bussare alle porte del tuo cuore?"
"Ma no, che dici?" gli rispose Li Pao, conscio che l'altro aveva ragione, ma improvvisamente provando pudore per il bel sentimento che stava fiorendo nel proprio cuore. "Che fantasie sono, le tue?"
Wang Sheng sollevò il capo dal testo che stava annotando, guardò Li Pao ed esclamò: "Ho proprio l'impressione che Hsien-tsu abbai pienamente ragione. Solo chi si sta innamorando ha un tale sorriso ebete e da babbeo sul volto! Chi è l'oggetto della tua infatuazione, Pao? Quale dei servi? O dei soldati? O forse è uno di noi, lo sfortunato?" chiese ridacchiando.
"Perché dici sfortunato, Sheng? Non è forse Pao uno dei migliori fra noi?" gli chiese Hsien-tsu.
"Oh, sì, concordo con te, fratello. Ma vedi, il nostro Pao non farà mai carriera. È troppo idealista. Ha l'animo di un poeta, ed è risputo che i poeti muoiono tutti in povertà, a meno che usino la loro poesia per adulare i potenti. Ma il nostro Pao non è un adulatore. È un saggio, il buon Pao, ma i saggi sono ascoltati ed apprezzati finché portano valide ragioni per sostenere il pensiero del loro signore, ma sono gettati in prigione come traditori quando i loro ragionamenti danno torto al signore. Non ha ambizioni, Pao, ma chi non ha ambizioni è ottimo legno per costruire i gradini di una pedana, non per costruire il trono che su essa si posa." disse Wang Sheng.
"Ma è un valente letterato, malgrado sia il più giovane fra noi..." insisté Wei Hien-tsu, "e tu sai quanto sia il nostro amato principe sia il nostro Imperatore abbiano in alta stima i buoni letterati."
"Molto valente, ne convengo, amico Hien-tsu, molto valente. È come oro. A che serve l'oro? Per spenderlo o per farsene ornamenti, a null'altro. Io preferisco esere buon acciaio, che si forgia in una ottima lama, su cui il potente pone la propria fiducia per accrescere il proprio potere. Il re spenderà tutto il proprio oro, ma non cederà mai una buona lama."
Li Pao rise: "Avete finito, voi due, a tagliarmi e cucirmi indosso gli abiti? Non è un abito bello o brutto, ricco o povero che fa di un uomo un vero re o un vero mendicante. Un re può vestirsi da mendicante e resta un re, e un mendicante può vestirsi da re ma resta un mendicante."
"E tu che sei, mi ingenuo Pao?" gli chiese Wang Sheng, "Un re o un mendicante?"
"Come disse un giorno il nostro principe, io sono solo un contadino-letterato e godo nell'esserlo."
"E allora, amico, continua a zappare i tuoi libri, ed a leggere i tuoi campi." rise Wang Sheng.
"Sì, proprio questo intendo fare. Zapperò i miei libri, finché daranno frutto, leggero i miei campi, finché ne capirò gli insegnamenti..." rispose lieve Li Pao.
"E cerca di toglierti dal volto quel sorriso ebete da innamorato. Goditi la vita e quanto ti offre, finché ti offre qualcosa. L'ape che si ferma a suggere un solo fiore, muore con lui quando questo appassisce e muore. L'ape che vola di fiore in fiore, vive felice ed a lungo." gli disse Wang Sheng.
"Un uomo vide un prato in cui viveva una pianta rara ed unica, da cui fioriva un solo, bellissimo fiore. Rapito da tanta bellezza, lo colse, lo portò in casa e lo mise in un prezioso vaso per goderlo. Il fiore morì. L'uomo tornò nel prato e vide che la pianta aveva fatto sbocciare un nuovo fiore. Felice, lo colse e lo portò in casa. Quando anche questo morì, tornò nuovamente a cogliere quell'unico, bellissimo fiore e continuò così finche la pianta non poté più far fiori, e morì anch'essa e non vi furono più al mondo quegli splendidi fiori." disse Li Pao.
Poi proseguì: "Un altro uomo vide in un prato un'altra pianta unica e rara, che faceva fiorire un unico bellissimo fiore. Si inginocchiò ad ammirarlo, e strappò con cura le erbacce d'intorno affinché la pianta vivesse bella e forte. Tornò a guardare quel fiore, finché il fiore perse i suoi petali e sparse i suoi semi attorno. Quando l'uomo tornò ancora, vi erano dieci piante, con dieci splendidi fiori. L'uomo si rallegrò molto, ed ammirò i dieci fiori.
"Quale prima, quale dopo, anche essi persero i loro bei petali e sparsero i loro semi nel terreno che l'uomo aveva liberato dalle erbacce. L'uomo tornò ancora e vi erano cento piante, con cento fiori, poi mille piante con mille fiori, e diecimila e centomila finché tutto il prato fu un meraviglioso giardino colmo di splendidi fiori. Il vento portò lontano alcuni di quei semi, ed altri prati furono benedetti da tanta bellezza..."
"E con ciò?" chiese Wang Sheng. "Non capisco che vuoi dire."
"Povero Sheng." commentò Wei Hsien-tsu.