Per quanto Wilibert si sforzasse di seguire il consiglio del suo amato, pareva non riuscire a stare in riposo. Dava udienza a tutti, amministrava la giustizia, consolava gli afflitti e sosteneva i deboli, ammoniva gli ingiusti ed i prepotenti, visitava gli infermi, celebrava le sacre funzioni, visitava i suoi preti per tutto il vasto territorio...
Per ogni impegno che lasciava o riduceva, pareva trovarne di nuovi... Eppure era sempre allegro, pronto, disponibile con tutti. Inoltre a volte era convocato a corte dall'Imperatore che richiedeva il suo consiglio, che sollecitava il suo giudizio sui più disparati argomenti, ed il lungo viaggio per recarsi a corte e poi per tornare, non faceva che consumare ulteriormente le sue energie.
Un giorno, mentre stavano celebrando nelle loro stanze il quarantesimo anno di età di Waldemar, uno dei magistri della Schola gli chiese udienza. Wilibert guardò il segna-tempo che aveva portato con sé da Ströben e pensò che aveva un po' di tempo da dedicargli prima di recarsi in cattedrale per la funzione delle rogazioni.
Era magister Basilius, un giovane di ventisei anni, da due venuto da Ravenna per insegnare la lingua greca nella Schola. Quando Basilius fu davanti all'arcivescovo, si inginocchiò di fronte a lui e disse: "Benedicite, pater, perché molto ho peccato. Chiedo la grazia che ascoltiate la mia confessione."
Wilibert annuì, si alzò, fece alzare Basilius e lo condusse nel suo oratorio privato. Sedette sul banco e fece inginocchiare il giovane magister accanto a lui.
"Tutti pecchiamo molto, figlio mio. L'importante è riconoscere davanti a Dio le nostre colpe. Aprimi il tuo cuore, dunque, qui davanti alla croce di Nostro Signore."
"Padre arcivescovo, la mia colpa è grave..."
"Se così non fosse, forse non avresti chiesto me come confessore."
"Accetterò con grato cuore qualsiasi penitenza tu vorrai assegnarmi... ma aiutami, ti prego."
"Ti aiuterò per quel che so e posso fare, Basilius. Parla, dunque, in piena confidenza."
"Io, padre... ho peccato con uno degli allievi della Schola a me affidato."
"Ti sei unito carnalmente a lui?"
"Così è, padre... e più di una volta... Mi sono ripromesso di resistere alla tentazione, ma invano."
"L'hai... forzato, costretto ad unirsi a te?"
"No, padre... almeno non volontariamente."
"Che intendi?"
"Potrei averlo forzato... seducendolo, affascinandolo, facendogli sembrare bella e giusta una cosa errata. È giovane, inesperto... ed ha fiducia nei suoi magistri e maxime in me. È ancora influenzabile, e perciò..."
"Quanti anni ha, codesto ragazzo?"
"Diciannove, padre."
"Non è più un bambino..." commentò a mezza voce Wilibert pensando che quando lui aveva rivelato il proprio desiderio a Waldemar, questi ne aveva appena diciotto. "Il ragazzo... ti si è dato senza resistere, senza dubbi né problemi?"
"Sì, non appena gli ho fatto capire il mio desiderio."
"Sei tu il primo con cui lui si è unito?"
"No, prima di me con altri... ma soprattutto compagni... cose fra ragazzi. Io so di essere il suo primo uomo adulto."
"E tu, prima che con lui?"
"Con alterna fortuna, a volte ho saputo resistere alla tentazione, a volte vi ho ceduto, come ora con lui. Anche per questo... per non cedere ad una simile tentazione, fui lieto quando tu mi facesti offrire la possibilità di lasciare Ravenna e di venire ad insegnare qui."
"Si può fuggire da un luogo, figlio mio, ma non da se stessi. Che vorresti fare, andare ramingo per il mondo per tutta la vita, senza mai fermarti troppo a lungo nello stesso luogo, nella vana speranza di fuggire da te stesso?"
"Ma allora, padre, che posso fare?" implorò il giovane magister.
"Da quanto tempo, fra te e quel ragazzo..."
"Or sono sette mesi e due giorni."
Wilibert sorrise fra sé e sé per quella precisione nel contare anche i giorni.
"E... è capitato spesso, in tutto questo tempo?"
"A volte anche ogni giorno... poi a volte cerco di resistere alla tentazione... per pochi giorni vi riesco... ma poi cedo nuovamante..."
"E lui? Attende che tu lo cerchi? Ti sfugge? Ti cerca lui?"
"Lui è giovane, pieno di energie vitali... Lui vorrebbe... sarebbe lieto... se fosse sempre, ogni giorno. Che posso fare per me... e che cosa per lui?"
"Pensaci attentamente, poi rispondi con onestà alle mie domande. Tu l'ami, o il tuo è solo desiderio carnale? E lui ti ama, oppure anche per lui non è che pura ricerca di piacere?"
"Lui dice di amarmi... ne è convinto. Quanto a me... credo che, onestamente, vi sia l'uno e l'altro. Lo amo, e vorrei il suo bene, la sua felicità... e lo desidero anche carnalmente."
"Una cosa non esclude l'altra, mio povero Basilius. A volte si è in grado di amare solo spiritualmente, a volte si è capaci solamente di amore carnale... ed a volte le due cose convivono nello stesso sentimento e si completano e rafforzano a vicenda. La tua preoccupazione di fare del male ed alla sua ed alla tua anima, depone a tuo favore... Ma ora, per un momento, dimentica se puoi questo tuo problema e rispondi alle mie domande. Se tu amassi una fanciulla ed anche lei ti amasse, che cosa faresti?"
"Se questo fosse possibile per me, la chiederei in sposa."
"Ed avresti rapporti carnali con lei, prima del matrimonio?"
"Cercherei di non averne... ma se anche non sapessi resistere alle sue gazie ed al mio desiderio... con lo sposarla, rimedierei al mio errore."
"Sì, questo va bene. Ma se, una volta che tu l'hai maritata, ti capitasse di invaghirti di un'altra fanciulla che agli occhi tuoi è migliore della tua sposa... o più bella... o più buona... o più dolce... o più inelligente?"
"Cercherei di restare fedele alla mia spsosa con tutte le mie forze. E sarebbe, io credo, non troppo difficile, avendo io comunque la mia sposa ed il suo amore. Non posso certo giurare di non peccare con l'altra... però credo che sarebbe assai più facile non cadere in tentazione. La mia carne è debole, padre. So che non riuscirei a restare a lungo senza un contatto carnale.
"Ho tentato, anche col darmi sollievo con la mano, un peccato anche questo, ma meno grave... ma a nulla è servito. Ho pregato con tutte le mie forze il Signore di allontanare da me la tentazione, ma o non mi ha ascoltato o io non sono stato capace di ascoltare Lui. Ho indossato il cilicio sulla mia carne, dopo Ravenna e prima di rivelare il mio desiderio al mio allievo qui nella Schola, ma inutilmente.
"Mi sono tuffato nell'cqua gelida per calmare i miei bollori, ma a nulla è valso. Non so più che fare, padre. Aiutami!"
"Se io potessi stendere la mia mano sul tuo capo e far cessare tutto questo, lo farei pur di farti ritrovare la pace e del cuore e dei sensi. Ma ora rispondi ad un'altra mia domanda: questo tuo irresistibile bisogno di esprimere anche con la carne il tuo amore spirituale, proviene da Dio, dal demonio, o da te stesso?"
"Come può provenire da Dio, se contravviene al Suo comandamento? Ma dal demonio neppure, perché io vorrei il bene e non il male di colui che amo. Perciò penso che provenga da me, dal mio corpo..."
"Se tu, Basilio, cercassi di non respirare, vi riusciresti?"
"Per un tratto potrei, ma poi il mio corpo si ribellerebbe e mi costringerebbe a respirare di nuovo."
"E ugualmente accadrebbe se tu cercassi di non mangiare o di non bere, giusto? Il tuo corpo si ribellerebbe alla tua volontà e ti chiederebbe di dargli quanto gli abbisogna. E se tu volessi camminare senza volerti mai fermare, le tue gambe si fermerebbero da sole, contro la tua volontà, e rifiuterebbero di muoversi, di sostenerti.
"Io credo, mio povero Basilius, che il nostro corpo sappia, per una legge naturale, che cosa gli abbisogna e che perciò lo imponga al nostro essere. Può rinunciare a cose non essenziali, ma non può per ciò che gli è vitale. Io credo anche che il nostro Creatore non sia stato così maldestro da immettere nel nostro corpo uno stimolo prepotente per poi obbligarci a non seguirlo. Ci chiede di moderarlo, non di eliminarlo, visto che lui ce l'ha dato. Questo non significa che noi dobbiamo, ad esempio, ingozzarci fino a vomitare, per continuare a mangiare. Ci è lecito gustare un buon vino, non è giusto però ubriacarci.
"Dobbiamo scegliere, nel limite delle nostre possibilità, il cibo adatto per nutrirci e gustarlo, se possiamo, ringraziando il Signore di avercene dato. Rifiuatare di mangiare del tutto, sarebbe un suicidio e un grave peccato. Se il pesce, ad esempio, ti facesse vomitare, dovresti astenerti dal pesce e mangiare un altro cibo... Intendi quello che ti voglio dire?"
"Sì, è chiaro, però... la legge della Chiesa..."
"Tu devi anzitutto seguire la legge della tua coscienza e renderne conto a Dio. Se puoi, è bene che tu segua anche la legge della Chiesa, si capisce... purché non ti chieda cose per te impossibili. La Chiesa è la sposa di Dio. Ma il tuo dovere, prima che non quello di accontentare il volere della sposa del tuo signore, che sia egli il tuo Signore in cielo o il tuo signore in terra, è quello di rendere conto al suo sposo, prima che a lei... che sia egli il buon Dio o il tuo signore in terra."
"Tu quindi, padre, mi assolvi? E mi dici che posso dare il mio amore, anche il mio amore carnale, al mio ragazzo ed accettare il suo?" chiese profondamente stupito il giovane magister.
"Sì, io ti assolvo, per il potere che il Signore ti ha dato. E se sbaglio nell'assolverti, la colpa ricada su di me e non sul vostro capo. Però, ricorda anche che, se pure il Signore ti assolve per mano mia... la sua sposa non ammette di essere contraddetta. Perciò siate estremamente prudenti, per non rischiare la sua collera, che significherebbe per voi perire sul rogo. Purtroppo oggi questa è la crudele realtà, non dimenticatelo mai."
Il giovane magister Basilius prese una mano dell'arcivescovo e la baciò bagnandola con le sue lacrime: "Mi hai tolto un peso intollerabile dall'anima e dal cuore, padre... ed hai preso su di te il mio fardello. Benedetti i Santi che mi hanno ispirato di venire a confessarmi da te!"
L'arcivescovo gli dette l'assoluzione, poi gli disse: "Per penitenza, pregherai per l'anima mia il Signore, che abbia pietà di me, mi dia sapienza e fortezza d'animo, ed anche forza al mio corpo."
"Pregherò per te ogni giorno, per tutta la mia vita! E questa non è una penitenza, ma una gioia."
"Oh no, non ho mai dato a nessuno una penitenza tanto grave e lunga!" disse sorridendo l'arcivescovo, "L'avrai assolta se ti ricorderai di farlo di tanto in tanto."
Uscito Basilius, Wilibrand avrebbe voluto confidarsi con Waldemar, ma il segreto della confessione glielo impediva.
Il suo amato gli disse: "Quando magister Basilius è entrato qui, pareva un condannato che va al capestro... e quando è uscito, or ora, pareva un giovane che va a celebrare le sospirate nozze!"
"Ho fatto del mio meglio per dargli conforto..."
"E come al tuo solito vi sei riuscito bene. Non che io ne dubitassi, ma mi fa piacere vedere come il mio uomo sappia sempre essere di conforto a chiunque a lui si rivolge."
"Mi sembra un sogno che dopo il lungo periodo di tensione e di angustie culminato con il processo, si stia ora godendo un così lungo periodo di serenità e di pace. Tutto pare stia andando per il meglio. A volte, se guardo indietro, non riconosco più il giovane scapestrato e gaudente che ero... e sono stupito nel vedere come gli eventi mi abbiano condotto dall'essere un cavaliere qualsiasi, a diventare un principe dell'Impero ed un arcivescovo. Ma vedo anche che, senza te, avrei fatto la metà, anzi, molto meno, di quanto ho potuto fare, ma sopra a tutto non sarei l'uomo felice che ora sono."
"Sei rimasto un po' scapestrato, mio dolce uomo. Quando ti dedichi a qualche cosa, ti ci getti a capo fitto e non ti fermi fino a quando non hai raggiunta la meta che ti sei prefissato. Un po' come hai fatto con me... Non hai preso la cosa alla larga, non hai fatto un piccolo passo dopo l'altro con prudente strategia: m'hai preso fra le tue forti braccia e mi hai baciato con tutto il fuoco della tua passione."
"Ho fatto male?"
"No, affatto."
"Ma se invece avessi agito con te con molta calma e grande prudenza?"
"Prima o poi l'avrei fatto io: mi sarei gettato fra le tue braccia e t'avrei baciato io! Avevo fatto del tutto per attirare la tua attenzione, studiando con tutte le mie forze, facendoti domande che speravo intelligenti e cercando di dare giuste risposte alle domande che tu ci facevi nella Schola, ma mi pareva che tu non ti accorgessi di me..."
"E io, che mi ero accorto di te, e come, facevo del tutto per non trattarti meglio dei tuoi compagni, per giustizia, facevo del mio meglio per non avere sempre gli occhi su di te ed accarezzarti con lo sguardo, per non farti leggere il desiderio nei miei occhi..."
"Ci sei riuscito molto bene... ma per fortuna poi hai ceduto e ti sei deciso."
"Eppure, quando andavi a stenderti sotto la mia loggetta, non vidi mai il tuo corpo eccitato..."
"Non conoscevo ancora la gioia del contatto con il tuo... la mia era un'attrazione dettata più dal cuore e dall'anima che non dal corpo. Ma appena mi hai toccato, baciato, serrato fra le tue braccia, il mio corpo si è come risvegliato da un lungo sonno, ed ha risposto subito al tuo, e mi sono sentito ardere di desiderio per te. E quell'incendio ancora non s'è spento, per fortuna."
Giunse un giorno un messo del conte von Schardorf dicendo che il suo signore chiedeva udienza al principe. Wilibert disse che l'avrebbe accolto volentieri nel suo castello, nella prima domenica di settembre.
Ricevuto il conte Rainholdt von Schardorf con il dovuto onore, vide che con lui c'era il suo figlio terzogenito, il giovane Redafrits, un piacente ragazzo di diciassette anni, con un folto casco di soffici capelli biondi, grandi occhi verdi, alto e snello, ed un'espressione seria sul gradevole volto.
Il conte affrontò subito l'argomento per cui aveva chiesto quell'udienza: "Questo mio figlio, nonostante io abbia fatto del mio meglio per avviarlo alla carriera delle armi, facendolo anche vivere per tre anni come scudiero del figlio minore del nostro sovrano, alla corte del nostro imperatore, non mi vuole dare soddisfazione. Non c'è nulla da fare.
"Pur essendo divenuto valente nell'uso delle armi, continua ad insistere che vuole prendere gli ordini sacri e divenire un prete. Ti prego perciò di esaminarlo e se tu vedi che non è atto, come io credo, a divenire uomo di Chiesa, vedi di scoraggiarlo e di farlo desistere dal suo proposito."
"Chiedere ad un arcivescovo di scoraggiare una vocazione, non mi pare la cosa più saggia da fare, conte. Comunque, come mi chiedi, lo esaminerò e se avrò il minimo dubbio su di lui... da parte mia gli negherò gli ordini sacri e cercherò di fargli intendere ragione. Ma se al contrario vedessi che la sua vocazione è autentica e sincera, farò del mio meglio per convincere te a dargli il tuo permesso."
"Sono d'accordo con te. Ho piena fiducia nella tua saggezza e nel tuo giudizio."
"Molto bene. Gradirei avere tutto il tempo necessario per non prendere una decisione superficiale ed affrettata. Puoi lasciarlo qui da me come mio ospite? A tempo debito, ti farò avere la mia risposta."
"Ti ringrazio, arcivescovo. Confido in te."
Partito il conte, Wilibald chiese al ragazzo: "Ordunque, Redafrits, così tu credi di sentire la chiamata del Signore a servirlo e vorresti farti prete."
"Così è, arcivescovo."
"E da quanto tempo senti questa chiamata?"
"È da molto tempo, prima che mio padre mi mandasse come paggio alla corte del nostro imperatore, e che poi io fossi scelto come scudiero di suo figlio."
"E che cosa ti ha fatto desiderare di divenire un prete?"
Il ragazzo arrossì lievemente, poi disse con voce incerta: "All'inizio... i bei riti... i bei paramenti... ma poi, ora... ho molto sentito parlare di tutte le opere che tu compi per i più poveri e vorrei anche io dedicare la mia vita ai miseri come hai fatto tu..."
"E diventare anche tu un giorno arcivescovo e principe?"
"No, non quello, Io sarei contento di essere un semplice prete, e di donare la mia vita agli altri."
"La puoi donare agli altri anche vivendo come cavaliere."
"Un cavaliere deve prima di tutto servire il suo sovrano e non può dedicare tutta la propria vita agli altri."
"Temi la guerra?"
"Non la temo, non sono un vile. Ma non la amo neppure. Non voglio spendere la mia vita a cercare di uccidere gli altri."
"Neanche il nemico?"
"Non dice Nostro Signore che dobbiamo amare il nostro nemico?"
"Ma non per questo ci chiede di lasciare mano libera al prepotente, al despota..."
"Io comunque preferirei essere uomo di pace e non di guerra."
"Nobili parole, senza dubbio. Ma dimmi, sai tu che chi si fa prete fa voto di castità e di continenza? Vuoi tu rinunciare ad una cosa senza averla provata? Così facendo rischi, un giorno, di incontrare una persona che ha il potere di risvegliare i tuoi sensi e non essere in grado di mantenere il voto che hai pronunciato."
"Il rischio non è maggiore di colui che si sposa. E comunque..." e qui il ragazzo arrossì di nuovo lievemente, "io ho provato, so a che cosa rinuncio... e so che non mi peserebbe."
"Hai provato con una fanciulla?"
"Sì."
"E non ti ha dato piacere?"
"Sì, me ne ha dato, ma... non tale da non potervi rinunciare."
"E..." iniziò Wilibert esitando un poco, poi proseguì, "... e hai provato solo con fanciulle?"
Redafrits lo guardò negli occhi e disse a bassa voce: "Se anche tu sei stato in gioventù un paggio ed uno scudiero... sai che è molto raro che non si provi anche con altri... oltre le fanciulle."
"E questo, non ti ha dato paiacere?"
"Sì, me ne ha dato, ma... non tale da non poter rinunciare anche a questo."
Wilibert annuì ed apprezzò la completa sincerità del ragazzo. Lo sottopose ad altre domande nei giorni seguenti, ed infine decise di portarlo con sé in tutti i suoi impegni, dal mattino presto a notte fonda... concedendogli quel poco di riposo che concedeva a sé stesso, per sottoporlo così alla vita di disagi di una piena dedizione agli altri.
Redafrits sembrava sempre più entusiasta. Alla fine Wilibert pese la sua decisione.
"Ho deciso, Redafrits, di mandare la mia risposta a tuo padre."
"Oh... di già? E che hai deciso?"
"Ho deciso di mandare a dire a tuo padre che, secondo quanto mi ha chiesto..."
"Oh no, ti prego... no... Pensaci ancora. Tienimi ancora qui con te... non ti sarò di alcun disturbo... io..."
"Ho deciso di mandare a dire a tuo padre che, secondo quanto mi ha chiesto, ho verificato la tua vocazione. E che per ciò tu resterai qui, frequenterai la Schola ed io personalmente curerò la tua educazione, perché tu possa diventare un degno sacerdote."