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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA SANTA VITA DI UN VESCOVO PECCATORE CAPITOLO 7
DALL'ANNO 31° AL 34°
LA CONDANNA AL ROGO

"Ti fai ogni giorno più bello e più forte, mio Waldemar." gli disse il vescovo-conte guardandolo mentre gli toglieva di dosso, uno dopo l'altro, tutti i suoi panni. "E diventi ogni giorno più pezioso per me."

"Chissà perché, mi chiedo, l'arcivescovo ha accusato Friedbalts?" gli chiese pensieroso il giovane cancelliere.

"Me lo sono chiesto anche io... e temo che in realtà fosse un modo per dirmi che sospetta di noi due."

"Tu pensi? Eppure non ci siamo mai comportati in modo di destar sospetti. Anche qui nell'episcopio nessuno ha modo di sapere di noi due. Quand'anche avesse un suo uomo fra i tuoi servi, qui dentro, tu hai la tua camera ed io la mia... e in questi momenti le porte sono chiuse."

"Forse, benché non ne abbia le prove, lo sospetta."

"Dovresti forse trattarmi con maggiore distacco, almeno di fronte ad altri..."

"Non sarei capace di comportarmi così diversamente quando siamo soli e quando altri ci possono vedere. Mi sembra ipocrita e non giusto."

"O forse..." disse pensoso Waldemar stendendosi sul suo uomo, "è riuscito a spiarci quando eravamo suoi ospiti, più di quanto pensassimo possibile..."

"Sia come sia, non è questo il momento per queste preoccupazioni. Ho ben altro in mente, ora, e assai più importante e bello: il nostro amore."

Scacciati quei molesti pensieri, si dedicarono l'uno all'altro con tenera passione. Wilibert, in quei momenti di intimità profonda e di totale unione, si sentiva rigenerare da ogni fatica ed ogni affanno.

Pochi mesi dopo il ritorno dal concilio, Friedbalts, che stava lietamente preparando il giorno delle sue nozze, chiese udienza al vescovo.

"Signore, ho notizie importanti dal feudo di Walsthoff che confina a nord con il tuo. Il conte e la sua famiglia, sono stati tratti in arresto con l'accusa di stregoneria, eresia, perversione e sacrilegio."

"Tratti in arresto, dici? E da chi? E i suoi uomini, non li han difesi?"

"È stato lo stesso capitano delle sue milizie ad arrestarlo e chiuderlo con la famiglia nei sotterranei del castello, dopo che il vescovo Sigismund ha pronunciato su di lui la scomunica dall'altare."

"Ma la sua famiglia... la contessa, i suoi figli, che c'entrano? Sono stati anche essi scomunicati?" chiese Waldemar.

"No, sono stati arrestati perché sono gli unici che l'hanno difeso con le armi. Ho saputo che la stessa contessa, vibrando un colpo con un pugnale, ha tentato di uccidere il balivo."

"Si sono mossi in fretta..." mormorò Wilibert.

"Di chi parli, signore?"

"Oh, nulla, solo una mia riflessione. Sapevo che volevano in qualche modo incriminarlo... Grazie, Friedbalts. Se puoi, trova altri uomini da mandare negli altri feudi. Ma che siano assolutamente fidati, che non facciano il doppio gioco."

"Farò del mio meglio, signore. Ma se tu potessi trovare altri che non siano solo mendicanti... Un mendicante può vedere ed udire e notare molte cose, poiché nessuno si cura di lui, ma non può entrare nelle case e nei castelli..."

"Hai ragione." gli disse Waldemar, "Ma chi può girare negli altri feudi per noi, senza destare sospetti e avendo la possibilità di entrare in certi luoghi?"

"Mercanti." propose Friedbalts.

"Mercanti? Non mi fiderei di loro..." disse Wilibald.

"Uomini a te fidi che diventino mercanti. Se tu dai loro tessuti preziosi e gemme... possono entrare negli episcopi e nei castelli per venderle e vedere e notare cose interessanti."

"Nessuno parlerebbe di cose segrete davanti ad un mercante." obiettò Wilibert.

"Ma possono notare preparativi, incontri, presenze inusuali..." disse pensoso Waldemar.

Uscito Friedbalts, Wilibert disse a Waldemar di trovare qualche uomo adatto allo scopo, di fornirlo di denaro e merci attingendo al suo tesoro privato, e di inviarlo a girare i feudi circostanti.

"Perché dal tuo tesoro privato? Così facendo lo svuoterai in fretta. Vi saranno più uscite che entrate."

"Perché se usassi il tesoro del feudo, troppi sarebbero a conoscenza del fatto che lo uso per scopi non chiari, e la notizia potebbe giungere alle orecchie sbagliate e suscitare sospetti. Mentre tu prepari ed esegui tutto questo, io mi assenterò per qualche giorno..."

"Non posso venire con te? Dove intendi andare?"

"È meglio che tu resti qui, per questa volta. Andrò da mio padre per chiedergli assistenza e consiglio. Mio padre è fedele all'Imperatore, è a lui vicino, e soprattutto conosce questo mondo di intrighi meglio di me..."

Indossati abiti comuni, notte tempo, preso il suo cavallo, Wilibert partì. Sperava in questo modo di passare inosservato e che nessuno capisse dove stava andando. Cavalcò tutta la notte. Il dì seguente traversò senza problemi il feudo di Honeberg, poi piegò a nord, evitando così le terre dell'arcivescovo e dopo due giorni, sostando solo quel tanto necessario per far riposare il cavallo e consumare un frugale pasto, giunse finalmente al castello avito.

Fu riconosciuto dagli uomini del padre con sorpresa, non tanto per il suo imprevisto arrivo, quanto per le semplici vesti che indossava e per essere giunto senza scorta. Il conte suo padre, avvertito del suo arrivo, gli andò incontro e a metà dello scalone d'onore, lo abbracciò.

Gli chiese, preoccupato, il significato di quelle umili vesti e del suo arrivo. Wilibert, quando furono soli, gli spiegò il tutto.

"Ma non stanno dalla parte dell'imperatore, i vescovi di cui mi parli?"

"No, padre, specialmente l'arcivescovo, sta solo dalla propria parte, bada solo al proprio tornaconto. E se anche, comunque, il suo agire favorisse il nostro imperatore, il modo subdolo e disonesto con cui si muove, mi preoccupano molto."

"Vedo che sei diventato più vescovo che conte. No, non è un rimprovero il mio, anzi, ammiro e rispetto la purezza dei tuoi intenti."

Discussero a lungo sia dei vari problemi, sia di come Wilibert li stava affrontando. Alla fine il padre, dopo avergli dato alcuni utili consigli, gli disse:

"Ciò che posso fare per te, Wilibert, con affetto e piacere, sono tre cose. La prima, far giungere le tue preoccupazioni all'orecchio dell'Imperatore, mettendolo in guardia... senza fare il tuo nome. La seconda, è farti avere per quel che posso dell'oro, perché tu ne abbia a sufficienza: l'oro apre molte porte, anche se non tutte. La terza è chiedere d'ora in poi ai miei futuri cavalieri di non errare a caso come è costume, nell'anno di preparazione all'investitura, ma di visitare le terre dei tuoi vicini e raccogliere informazioni che poi [verranno] a riferirti prima di tornare indietro."

"Ma non troveranno strano, padre, quei signori e vescovi, avere all'improvviso un gran numero di visite di aspiranti cavalieri che provengono dalla tua terra e che perciò subito collegheranno a me?"

"Gli uomini che manderò saranno istruiti a dovere per dire che provengono da altri feudi: ho buoni amici fra gli altri feudatari, che si presteranno a dar loro salvacondotti, senza chiedermene la ragione."

"Grazie, padre. Mi riposerò una notte qui da te, poi ritornerò. Non voglio mancare troppo a lungo da Ströben."

Tornato con molte gemme preziose ed una riserva d'oro che il padre gli aveva dato, Wilibert fece in modo di giungere all'episcopio di notte, come era partito. Dal sollievo con cui Waldemar lo accolse, capì quanto il suo amato fosse stato in pensiero per lui.

Gli raccontò quello che aveva concordato con il padre. Poi Waldemar lo informò che già l'indomani sarebbe partito il primo dei falsi mercanti dirigendosi verso est, e pochi giorni più tardi il secondo mercante si sarebbe diretto verso sud.

"Per ora ne ho trovati solo due adatti allo scopo, amato mio, ma intendo continuare nella rierca, con l'aiuto di Friedbalts."

"Ti sono mancato, non è vero?"

"Almeno quanto io sono mancato a te."

"Allora moltissimo!"

"È la prima volta che siamo separati così a lungo. I giorni parevano non passare mai."

"Vieni qui..." gli disse Wilibert prendendolo fra le braccia e baciandolo con desiderio.

"Mi chiedevo quando mi avresti baciato..." sospirò lieto il giovane cancelliere, facendogli cadere dalle spalle il mantello da viaggio ed iniziando a slacciargli i legacci della rozza tunica di panno.

"Ti ho pensato ogni momento, sia durante il viaggio che nella sosta al castello di mio padre."

"Ed io... specialmente quando mi stendevo sul nostro letto troppo vuoto... Mi sentivo così solo, e sperso..."

"Eppure il mio cure è rimasto qui accanto a te."

"Lo sapevo, lo so. Ma mi mancava questo tuo corpo, forte e bello... e questa tua virilità fremente... Prendimi, mio amato, fammi sentire finalmente la tua presenza in me!"

Alcuni giorni dopo, mentre Wilibert stava riordinando alcuni documenti, un servo caricava il suo segna-tempo ad acqua, e Waldemar dava istruzioni all'elemosiniere della cattedrale, giunse un altro servo annunciando che un messo dell'arcivescovo chiedeva udienza.

Wilibert lo ricevette, ruppe il sigillo della pergamena che l'uomo gli aveva portato e lesse. Beowulfs aveva costituito il tribunale ecclesiastico che avrebbe giudicato il signore di Walsthoff e quello civile che avrebbe giudicato la sua famiglia. Il presidente sarebbe stato il vescovo-conte Adelhardt, l'accusatore il vescovo di Walsthoff, ed i giudici i due vescovi-conti Rainhardt von Memlingen e lui, Wilibert.

Questi notò subito alcune cose: la prima, che Beowulfs, pur avendo scelto i giudici, se ne teneva fuori: una mossa astuta. La seconda che, poiché un nobile doveva essere giudicato da suoi pari, ma basandosi le accuse più che altro su materia di religione, aveva conciliato le due cose scegliendo tre vescovi feudatari.

La terza, che sia l'accusatore che due dei tre giudici erano uomini fedeli all'arcivescovo. Solo di lui Beowulfs non poteva essere certo. L'aveva fatto per dare un'aria di imparzialità al processo, o per mettere alla prova lui? Non poteva saperlo.

Vergò la risposta e, dopo aver sigillato la pergamena, la affidò al messaggero, invitandolo, prima di riprendere la via del ritorno, a fermarsi da basso per rifocillarsi e riposare un poco. Nel messaggio dell'arcivescovo non veniva nominato il cancelliere del processo. Wilibert pensò che l'astuto Beowulfs avrebbe probabilmente scelto un uomo non di chiesa, probabilmente un giureconsulto imperiale... e non si sbagliava.

Il processo ebbe luogo nello stesso castello del conte di Walsthoff. L'accusatore lesse i vari capi d'accusa. I giudici ascoltarono i numerosi testimoni, gli accusati fecero la loro orazione di difesa, ed infine il vescovo Sigismund chiese la pena: morte sul rogo per il conte ed i due figli, e carcere a vita per la contessa.

I tre giudici si riunirono per discutere la questione, assieme al giureconsulto. Infine emisero il verdetto: morte sul rogo per il conte, spoliazione di ogni grado di nobiltà e di ogni diritto e carcere a vita per i due figli, esilio perpetuo per la contessa. Fu chiesto a Wilibert di leggere la sentenza, di convocare il boia per dargli gli ordini necessari e di farla eseguire. Tutti e quattro i vescovi avrebbero assistito all'esecuzione e firmato il documento per testimoniare che la pena era stata comminata.

Quando Wilibert parlò con il boia, gli chiese, pagandolo generosamente, di far sì che il conte fosse già morto quando avesse acceso la pira. Il boia gli garantì che l'avrebbe fatto: avrebbe fatto bere al conte un veleno che faceva effetto in poche ore. Quando avesse visto che il conte perdeva i sensi, e solo allora, avrebbe acceso la pira.

"Ma quando perderà i sensi, sarà ancora vivo?"

"Solo per pochi minuti, vescovo Wilibert, e sarà morto prima che le fiamme giungano a lambire il suo corpo. Fidati di me, conosco bene il mio mestiere."

Quando tutto fu compiuto, Wilibald stava per salire sul proprio cavallo per tornare a Ströben, quando fu avvicinato da un messo dell'arcivescovo, che l'invitava a recarsi immediatamene da lui.

"Questa è la resa dei conti..." pensò Wilibert, e con la sua piccola scorta ed accompagnato dal messo, cavalcò fino a Tretlingen.

Giunsero a sera e gli fu data una stanza, dicendogli che l'indomani mattina, dopo la messa, l'arcivescovo l'avrebbe ricevuto. Prima di coricarsi, Wilibert pregò il Signore di assisterlo e proteggerlo, e soprattutto di assistere e proteggere Waldemar se lui non fosse tornato...

Ebbe un sonno agitato da incubi, principalmente dalla visione del corpo del conte che si agitava nelle fiamme pur senza emettere un solo lamento.

"È morto di paura non appena il boia ha acceso la pira!" gli aveva detto il vescovo Rainhardt in tono divertito e con un ghigno di disprezzo.

"Eppure si è agitato per un buon tratto..." aveva mormorato Wilibert, scosso dalla scena.

"Il calore delle fiamme fa contrarre i muscoli anche di un corpo morto, non lo sai? È la prima volta che assisti a questo spettacolo, Wilibert?" gli aveva chiesto il vescovo Adelhardt in tono lieve. "Quello che non sopporto è solamente il puzzo delle carni bruciate. Mi disturba non poco."

Il mattino seguente Beowulfs lo ricevette, con modi cortesi ma con occhi più freddi che mai.

"Ho letto i documenti del processo. Ho notato che ti sei battuto al massimo contro le condanne ed in seconda istanza per mitigare le pene ai familiari. Eri forse convinto della loro innocenza, malgrado le concordi testimonianze contro di loro? Che cosa ti ha spinto ad agire come hai fatto?"

"Diverse considerazioni, arcivescovo Beowulfs. Una è che le testimonianze dei fatti di cui principalmente il conte era accusato, erano troppo concordi anche in dettagli secondari: quasi come se i testimoni avessero mandato a memoria le loro parti..."

"Su fatti che sono realmente accaduti, è naturale che le testimonianze siano concordi..."

"Perdona se ti contraddico, Beowulfs. Ma fai una prova: convoca qui tre dei tuoi uomini e dì loro di attendere. Poi osserva attentamente ciò che io faccio in questa stanza. Quindi, quando io sono uscito, interroga i tuoi uomini, ciascuno non in presenza degli altri e vedrai che i loro racconti, per quanto descriveranno il mio agire più o meno come tu stesso l'hai visto, non concorderà a pieno su molti dettagli secondari..."

Beowulfs lo guardò con un misto di ammirazione e di sorpresa: "Non è necessario fare la prova che tu dici... Tendo a crederti."

"Inoltre, ho pensato che se avessimo emesso un verdetto unanime, si sarebbe potuto sospettare che il processo fosse stato preordinato, cosa che io so non vera in quanto nessuno mi ha detto prima del processo come avrebbe dovuto concludersi. Visto perciò che il mio parere non avrebbe cambiato il verdetto, ho pensato saggio ed opportuno esprimere con un po' più di forza le mie perplessità. Infine ho insistito per graduare le pene, perché evidentemente le colpe non erano ugualmente gravi. Ho cercato di fare in modo, in altre parole, che tutti potessero dire che il conte e la sua famiglia hanno avuto un giusto giudizio."

Beowulfs l'aveva ascoltato annuendo ed alla fine disse: "Comincio quasi a credere, Wilibert, che tu sia più astuto ed intelligente di quanto io pensassi."

Wilibert si chiese se quella frase dovesse intendersi come un maldestro complimento o come un avvertimento, ma fece con il capo un cenno di ringraziamento.

"Ah, ho saputo che quel tuo Friedbalts ha preso moglie."

"Sì, le voci che avevi sentito su di lui erano del tutto prive di fondamento. Non ha mai fatto nulla con nessun ragazzino, è molto innamorato della moglie ed è felice con lei."

Beowulfs rise: "Innamorato, dici? Perché, tu credi ancora, alla tua età, che esista l'amore? No, esiste solo l'egoismo, credi a me."

"Ma Dio è amore, ed il riflesso del suo amore alberga in ognuno di noi. C'è chi lo sa vivere più chi meno, chi lo sa esprimere meglio, chi meno bene..."

"Sì, sì, Dio è amore, ma Lui è lassù... e noi siamo in terra, immersi nella terra. Questa è la realtà."

"Tu stesso hai detto che chi ama Dio è da lui benedetto con il potere e la ricchezza. Quindi anche l'uomo è capace di amare."

"No, no, hai capito male le mie parole. Non chi ama Dio ne riceve potere e ricchezza, ma chi è amato da Dio. L'uomo non è capace di amare, per quanto usi a sproposito questa parola. L'uomo è solo capace di volere per sé il più possibile, per godere il più possibile."

Wilibert non insistette, e provò pietà per la grettezza di cuore dell'arcivescovo.

Tornato a Ströben, incontrò prete Liutpold, in uno dei suoi periodici incontri con i preti della sua diocesi. Parlarono di varie cose e Wilibert gli chiese notizie del suo Godaliufs. Saputo che continuavano a stare ancora felicemente assieme, gli espresse il suo rallegramento.

Poi prete Liutpold gli disse: "Da quando sei tornato dal giudizio del conte di Walsthoff, ti vedo assai pensieroso..."

Wilibert allora gli narrò del processo e di tutte le sue perplessità.

"È stato accusato di stregoneria perché si dice che abbia tramutato il vino in acqua e questo, secondo l'accusa, è tanto più grave in quanto è l'anti-prodigio del miracolo delle nozze di Cana..."

"Qualcuno aveva assaggiato prima il vino e poi l'acqua?" chiese prete Liutpold.

"Lo chiesi, ma nessun dei testimoni aveva bevuto né dell'uno né dell'altra. Perché mi chiedi questo?"

"E sai come è avvenuto il prodigio?"

"Sì, durante il banchetto il conte si fece portare due coppe di fine cristallo, una piena di vino e l'altra vuota. Davanti a tutti versò lentamente il vino da una coppa all'altra e tutti videro che si tramutava in acqua."

"Come pensavo. E non spiegò il conte, a voi giudici, come avesse compiuto questo prodigio?"

"Tentò, disse che era solo un gioco... ma fu messo a tacere."

"Già. Vieni con me nella mia casa, se hai tempo. Ti farò vedere come si fa a compiere questo cosiddetto prodigio."

"Tu lo sai compiere?"

"Lo appresi a Freiburg, quando ero un ragazzo, da un dotto arabo che era ospite di un mio zio... Vieni."

Giunti in casa sua, prete Liutpold prese due coppe di vetro trasparente ed in una versò dell'acqua. Poi prese le ampolle dell'inchiostro, ne versò molto del rosso ed un poco del bruno e mescolò accuratamente il tutto.

"Ecco, vedi? Non pare questa una coppa colma di buon vino?" disse il prete.

Poi prese da un barattolo alcuni grani di una sostanza trasparente, li pestò finemente in un mortaio e versò la polvere nella coppa vuota. Vi versò sopra il succo di un limone, mescolò il tutto finché la miscela divenne un liquido incolore e con un dito lo spalmò accuratamente sulle pareti interne della coppa, gettando via quanto ne rimaneva. Wilibert osservava incuriosito queste manovre.

"Ora guarda: questa coppa pare piena di buon vino e questa pare assolutamente vuota. Ora versa tu stesso, lentamente, il liquido vinaceo nella coppa che ho preparata... ecco, vedi? Diventa trasparente come acqua. Non vi è nulla di prodigioso: la mistura che ho preparato con il limone, toglie il colore all'altra preparata con gli inchiostri. Immergi la punta del dito in quella che pare acqua ed assaggiane solamente una goccia..."

Wilibert l'assaggiò e subito fece una smorfia di disgusto: "Questo liquido è tutto meno che acqua!"

"Appunto. Il conte ha pagato con la vita uno stupido gioco... che forse gli aveva insegnato proprio uno degli uomini dei vescovi. Ma le altre accuse?"

"Di eresia... I testimoni hanno detto di averlo udito affermare che Nostro Signore Gesù Cristo non è il figlio di Dio ma solo il penultimo dei suoi profeti. Il conte ha sdegnosamente negato. Ma purtroppo per lui ha aggiunto che se Dio esiste, il Cristo può ben essere suo figlio... Quel SE è stato sufficiente per condannarlo."

"E poi?"

"L'ccusa di perversione... fu accusato da tre servi di aver avuto commercio carnale con animali vari... la sua parola contro quella di tre testimoni oculari... Il conte non fu creduto. E infine l'accusa di sacrilegio: Il conte fu accusato di aver usato una croce d'oro formata da quattro braccia in forma di membri virili, per sodomizzare con essa i suoi prigionieri nelle segrete del castello..."

"Che testimoniarono contro di lui ed in cambio ottennero la libertà e forse anche un compenso, ne sono certo." disse prete Liutpold scuotendo il capo.

"Comunque fra le cose del conte non fu trovata traccia di quella croce d'oro."

"Quindi hai ragione tu che tutto il processo sia stato solamente una crudele farsa montata per eliminarlo."

"Ne sono pressoché certo. I testimoni tutti resero le loro testimonianze esattamente nello stesso modo, i prigionieri descrissero la croce d'oro come se l'avessero avuto in mano a lungo e l'avessero osservata con minuziosa cura... Io ho fatto tutto il possibile per far presente tutto quanto non mi convinceva, ma inutilmente. Non potei provare che le accuse, che le testimonianze fossero false... Non potei fare nulla..."

"Il Signore premierà il giusto e punirà i malvagi... e forse ha già accolto il povero conte fra le sue braccia..." tentò di consolarlo prete Liutpold.

"Ma è così pesante sentirsi del tutto impotenti contro tanta malvagità... compiuta in nome di una falsa giustizia... e quel che è peggio, nel nome stesso di Dio!" esclamò Wilibert.


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