Altra cosa fu per Wilibert mostrare comprensione e clemenza verso prete Liutpold e Godaliufs, altro fu giustificare i propri desideri ed impulsi. Prima d'essere vescovo, mai s'era posto simili problemi. Coglieva i frutti più gustosi e li assaporava senza pensarci due volte. Non faceva mai del male, mai violenza, ma godeva dei suoi incontri senza mai chiedersi se fosse giusto farlo.
Ma ora, dato che quel che doveva fare lui sempre aveva cercato di farlo al meglio, ora si sentiva costretto a riflettere ed a decidere secondo giustizia e verità, per quanto ne era capace, non solo verso gli altri, ma anche riguardo alla propria vita.
Lasciando da parte la legge umana, che almeno nel suo feudo era lui a dettare, poteva lui, uomo di chiesa suo malgrado, disobbedire alla legge della stessa Chiesa in cui era pastore, se non di Dio stesso?
Più conosceva Waldemar, più sentiva di amarlo, oltre che continuare a desiderarlo ardentemente. Ma oltre ad amarlo sempre più di amore spirituale, cosa che non gli era preclusa, poteva permettersi di offrirgli anche l'amore carnale, come tutto se stesso sempre più bramava?
Aveva avuto modo di ammirare altre tre o quattro volte il bel corpo del ragazzo, quando questi si bagnava sotto la sua loggetta. L'aveva studiato, osservato attentamente durante le lezioni e se ne sentiva sempre più vigorosamente attratto.
Poteva dunque palesare la sua ossessione amorosa al bel Waldemar? E se il ragazzo l'avesse ricambiato, aveva lui il diritto di unirsi al ragazzo, pur restando degnamente un vescovo della Chiesa, pur restando, anzi, nella Chiesa?
Tutto gridava in lui "sì", il suo cuore, la sua anima, il suo corpo gridavano che poteva farlo. Solo la sua ragione ancora vacillava.
In lui ardeva un fuoco: doveva cercare di attirare a sé il ragazzo, mettendo altra legna al fuoco fino a farlo divampare, o allontanarsi da lui, gettare sul proprio fuoco un secchio d'acqua nella speranza di spegnerlo? Avvicinare il ragazzo a sé, o mandarlo lontano?
"Che divampi: o mi distruggerà o mi scalderà. O sarà l'inferno, o il paradiso. Non sono fatto, io, per il limbo e già troppo è durato il purgatorio." si disse infine.
Si alzo deciso e scese giù, fino alla Schola.
Entrò nella stanza in cui Waldemar viveva e seguiva le lezioni. Il magister che stava insegnando ai ragazzi le Sacre Scritture, sospese la lezione e tutti si alzarono in piedi.
"Scusa se interrompo la tua lezione, magister. Il tuo allievo Waldemar deve uscire con me." disse in tono risoluto.
"Devo prendere le mie cose, vescovo Wilibert?" chiese il ragazzo, sorpreso.
"No, lascia tutto lì, per ora. Dopo tornerai a disporne. Ora seguimi."
Il ragazzo lo seguì fino all'episcopio. Salita la scala esterna, entrarono nell'anticamera, poi nella stanza privata del vescovo, dove era il segna-tempo e che s'apriva sulla loggetta. Waldemar sembrava intimorito.
"Siedi!" gli disse quasi brusco Wilibert. "Tra poco i tuoi studi avranno termine. Hai già deciso il tema della tua orazione finale?"
"No, magister... vescovo..."
"Bene. Ora io te la detto: amore sacro ed amore profano."
"Un tema affascinante... ma non semplice."
"Ho deciso che tu sarai il mio cancelliere privato. Perciò, dopo che avrai preso gli ordini minori, dovrai ad un tempo continuare a studiare ed affiancare il mio attuale cancelliere di cui prenderai il posto un giorno, cioè quando questi ti avrà istruito a dovere. Nel frattempo prenderai anche gli ordini maggiori.
"Lasciata la Schola, porterai qui le tue cose e vivrai in episcopio. Farò allestire una stanza per te. Quando sarai pronto, muoverò il mio attuale cancelliere ad una carica più onorifica e tu prenderai definitivamente il suo posto. Ah... e tu sarai l'ultimo del tuo corso a pronunciare l'orazione finale in cattedrale."
Continò a parlare, Wilibert, mescolando gli argomenti, a volte ripetendoli, senza cessa, perché mentre diceva una cosa, un unico pensiero si affacciava alla sua mente. Con quel torrente di parole il vescovo cercava di arrestare quel certo pensiero, finché non fu più capace di trattenerlo.
"Voglio che tu sia mio..." disse e per coprire quanto era sfuggito dalle sue labbra, precipitosamente aggiunse: "... cancelliere privato. Sarai sempre al mio fianco, per assistermi alla bisogna..." e completamente smarrito negli occhi scuri e profondi e belli del ragazzo, finalmente tacque.
Waldemar parlò, in tono grave: "È un grande onore che mi fai, o mio vescovo e signore. Sarò tuo... servo e sarò sempre al tuo fianco... per ogni tuo desiderio. Farò del mio meglio per compiacerti in ogni modo io possa e sappia. Spero di saperti dare sempre tutto ciò che ti attendi da me..."
Wilibert si alzò e prontamente anche il ragazzo fu in piedi. Il giovane signore gli si mise davanti, lo prese per le braccia e, tiratolo a sé, lo baciò sulla bocca. Poi si staccò da lui e disse, a voce bassa e grave: "Anche questo, Waldemar? Anche questo sei pronto a darmi? Capisci quello che ti sto chiedendo? Non è il vescovo, Waldemar, non è il conte. È l'uomo! Sei disposto tu a questo?"
Waldemar gli si inginocchiò davanti e chinò il capo in segno di sottomissione.
"Non è il chierico che parla, né il suddito che risponde. È solo il ragazzo che ha avuto la sfrontatezza di saltare più volte il muro della Schola per andare a bagnarsi sotto la tua loggetta, nella speranza che tu ti affacciassi e posassi i tuoi occhi su di lui. Nella speranza che tu mi facessi un gesto, per dirmi: vieni! Ora sono qui, finalmente, al tuo cospetto, e t'imploro: fammi tuo, in qualsiasi modo tu voglia."
Wilibert gli si accoccolò davanti e presogli il mento fra le dita, gli fece sollevare il capo.
Con voce rotta dalla commozione, disse: "Davvero tu venivi per quello? Davvero tu vuoi essere mio?"
"Dal primo giorno in cui venisti nella nostra Schola per insegnarci, la mia anima e il mio cuore non hanno anelato che a questo. Ho pregato notte e giorno che il mio ardito sogno si potesse avverare."
"Ma sai tu, Waldemar, che se sarai mio, vivremo entrambi nel peccato?"
"Se davvero è peccato darti il mio amore anche con il mio corpo... bruceremo assieme nell'inferno. Ma se peccato non è, conoscerò il paradiso già su questa terra, con te. Fammi tuo, Wilibert, fammi tuo."
"Ma tu hai già avuto esperienza... con donne o con uomini, Waldemar?"
"Né con le une né con gli altri. La mia carne è ancora vergine. Ma ciò non toglie che io aneli di essere tuo."
"Sai che ci aspetta il rogo, se il nostro amore venisse scoperto?"
"Lo so. Ma preferisco rischiare che il mio corpo venga bruciato sul rogo, un giorno, che continuare a bruciare per te senza speranza."
"Sai anche, Waldemar, che unendoti con me... le prime volte può essere doloroso per un ragazzo vergine venire penetrato?"
"No, non lo sapevo, Ma so che non può nascere una nuova vita se non nel dolore. E so anche che la mia gioia poi sarà tale che il dolore sarà presto dimenticato e benedetto."
"Waldemar... tutto il mio corpo è in fiamme per te..."
"E io ora sento per te un calore così forte e nuovo e bello e grande quale mai avevo provato. Fammi tuo, Wilibert, ti prego."
"Non sarebbe più saggio... ora riprenderci e riflettere meglio... parlarne ancora... ripensarci..."
"Mi sento pazzo, non ragionevole, non saggio, ora! Pazzo di te! Prendimi, fammi tuo..." lo implorò il ragazzo.
"Ma io... io non voglio solo la tua carne, ragazzo, voglio di te tutto: il cuore, la mente, l'anima, lo spirito, il respiro... tutto. Voglio il tuo amore, perché io ti amo."
"E l'hai, puro ed incontaminato. Amore sacro ed amor profano, è il tema che tu mi hai assegnato. O l'amore è sacro, o amore non è, perciò... Tu mi stai dicendo che vuoi darmi il tuo amore, che vuoi avere il mio... Sono tutto tuo. Prendimi!"
Wilibert fece sollevare lentamente il ragazzo, alzandosi con lui. Poi lo prese per mano. Negli occhi di Waldemar brillava ora una luce intensa e pura, così diversa dalla luce di concupiscenza che altri ragazzi avevano negli occhi quando lui li voleva.
Lo trasse a sé e questa volta lo baciò profondamente, a lungo. Waldemar gli si strinse contro. L'uomo sentì la focosa virilità del ragazzo premersi contro di lui e cercar la sua. Tutto il corpo del ragazzo fremeva.
"Prendimi, ti prego..." invocò ancora Waldemar quando le loro labbra ardenti si separarono, "fammi tuo."
Wilibert lo condusse fino alla camera accanto, fino al proprio letto. Gli tolse tutti i panni di dosso e sollevatolo fra le sue forti braccia, lo depose sul letto, guardandone, finalmente da vicino, le belle forme ed il membro che per la prima volta vide eretto e vibrante per lui... Si denudò a sua volta e finalmente si stese sul ragazzo e lo fece suo.
Quando la passione che bruciava in entrambi fu per il momento sopita, ma non certo spenta, Waldemar mormorò, con occhi luminosi e lieti: "Grazie, Wilibert, grazie..."
"Non t'ho fatto troppo male?"
"Non troppo. E come sapevo, la gioia d'essere finalmente tuo m'ha fatto benedire quel dolore. Sei così bello e forte. Oh, Wilibert, mio signore e padrone... non solo per la legge, ma perché tale t'ha incoronato il mio cuore. La tua carne ha benedetto la mia."
"Ti amo, Waldemar. Sì, per tutti i Santi, io ti amo!" mormorò il giovane uomo ed una lacrima di gioia tremolò nei suoi occhi.
"Che fai, signore, piangi?" gli chiese il ragazzo carezzandogli una gota. Con un dito prese una lacrima e l'assaggiò.
"Se non piangessi, mi scoppierebbe il cuore per la troppa felicità d'averti finalmente fra le mie braccia."
"Mi farai sempre dormire qui, sul tuo letto, con te?"
"Ogni qual volta sarà possibile farlo senza destar sospetti."
"Saremo prudenti, non è vero, mio amato signore?"
"Sì, certo, perché nessuno possa guastare questo incantamento. Conosci tu, Valdemaro, il motto che è inscritto nel cartiglio sotto il mio stemma?"
"Certamente lo so: Ex Duobus Unum."
"Quando lo scelsi, non sapevo ancora che parlava di te e di me..."
"E sul campo bianco del tuo stemma, quello di sinistra, dalla parte del cuore, la tua spada nel mio anello..." gli disse il ragazzo. "Il mio patronimico è Khreng, cioè anello. Anche questo prefigurava il nostro amore."
"Già! Era dunque destino che io ti incontrassi..."
"... e mi facessi tuo."
Waldemar, con la punta di un dito, tracciò alcuni segni sul petto ampio e forte del giovane uomo.
"Che stai scrivendo?" gli chiese Wilibert.
"E.D.U. - le iniziali del tuo motto."
"Non dire ancor nulla a nessuno che tu sarai il mio cancelliere privato."
"Il tuo apprendista cancelliere, per ora. Non sai ancora se sarai soddisfatto di me. Certo che non dirò nulla, comunque."
"Lo comunicherò io dopo che avrò udito la tua dissertazione in cattedrale."
"Come tu vuoi, o signore incoronato nel mio cuore. Ma se non sarai contento di me... poi mi manderai via?"
"Tu che ne dici?"
"Sarebbe giusto."
"E allora cerca di diventare un perfetto cancelliere."
"Studierò tutto quanto v'è da studiare."
"A te piace studiare, non è vero?"
"Mi è sempre piaciuto molto, ma mi piace il doppio da quando studio per farti piacere."
"Quando vivrai qui, potrai usare tutto quanto vi è nella mia libreria privata, in cui ho anche fatto portare i testi che ho trovato nel castello del conte. Su, adesso rivestiamoci, devi tornare alla Schola, e non perdere altre lezioni." gli disse dandogli un buffetto sulle piccole e sode natiche.
Quando fu solo, il vescovo pensò alla lieta prontezza con cui il ragazzo gli si era dato e all'amorosa dedizione con cui gli aveva donato la propria verginità. Non era il primo, Waldemar, di cui lui aveva preso la verginità. Ma gli altri doveva blandirli, insistere, amavano farsi pregare e dopo sottolineavano quasi sempre con cura il fatto di avergli "sacrificato" la propria verginità, quasi ad assicurarsi la sua riconoscenza.
Non Waldemar. Gli si era donato prontamente, gli aveva sorriso con lieta accettazione nonostante il dolore, e dopo aveva ringraziato Wilibert per aver accettato di prendere la sua vergine innocenza. Il giovane uomo ne era profondamente commosso.
Sentendosi lieto e sereno come mai prima di allora, e il cuore riscaldato da tanto amore, terminò di vestirsi e scese lui pure. Pensava di recarsi nella cattedrale per ringraziare il Signore per avergli permesso di avere l'amore del ragazzo, oltre al suo corpo. Ringraziarlo nella cappella privata del proprio appartamento gli pareva inadeguato.
Giunto però sulla piazza, fu fermato da un mendicante. Era questi nell'età in cui non si è più ragzzi ma non si è ancora uomini. Era talmente magro da poter numerare tutte le sue costole, aveva indosso uno straccio che gli copriva a mala pena il corpo, eppure non era né sporco né maleodorante. Aveva grandi occhi colmi di mestizia e pena.
Il ragazzo stese una mano tremante e con voce fievole chiese: "Per amor di Dio, vescovo-conte, benedetto dal Signore e dagli uomini tutti, abbi pietà di me. Dammi una piccola moneta, che io possa comprare un pezzo di pane..."
"Come ti chiami, ragazzo?" chiese Wilibert sentendosi stringere il cuore nel vedere tanta miseria in tanta giovinezza.
"Il mio nome?" chiese stupito il ragazzo, "Mi chiamano tutti Meschinello, o mio signore."
"Non è un nome, codesto. Come fosti battezzato?"
"Fui battezzato Friedbalths, signore, anche se questo nome è ormai quasi dimenticato da tutti."
"E perché sei ridotto così?"
"I soldati del conte che era il nostro signore [prima] di te, uccisero mio padre, or sono sette anni, perché aveva ucciso una fagianella nella tenuta del conte per dare da mangiare qualcosa a mia madre ed a me."
"E tua madre? Dov'è ora tua madre?"
"È in cielo... Morì di crepacuore pochi mesi dopo che trovò nel bosco i resti di mio padre appesi ad un albero e dilaniato dai corvi..."
Wilibert rabbrividì: "E chi badò a te?"
"Nessuno. Vissi di elemosine... nessuno voleva fra i piedi un ragazzino troppo piccolo e troppo debole per essere d'uso alcuno... Puoi darmi una moneta, una piccola moneta, signore? Ho fame..."
"Dove abiti, ragazzo?"
"Sotto il cielo, signore."
"Vieni con me. Seguimi." disse risoluto Wilibert.
Lo portò nella cucina dell'episcopio e dette ordine ai servi di dare al ragazzo, innanzitutto, un buon pasto, poi di trovargli una tunicella ed un paio di sandali. Quindi di portarlo nuovamente alla sua presenza. Era profondamente scosso, il giovane vescovo, da tanta miseria procurata da tanta crudeltà.
Quando il ragazzo fu condotto alla sua presenza, gli disse: "La tua miseria è finita, Friedbalths. Non posso ridarti né tuo padre né tua madre... ma tu d'ora in poi lavorerai per me."
"Non so fare nulla, signore..." protestò tristemente il ragazzo.
"Hai occhi per vedere, gambe per camminare e bocca per parlare. Questo è tutto quanto ti necessita per il lavoro che ti affiderò. Qui accanto all'episcopio vi è una bassa costruzione dove i miei servi tengono la legna per il fuoco ed altre cose. Farò spostare il tutto altrove. Quella sarà la tua casa ed anche il luogo del tuo lavoro."
"La mia casa, signore? Avrò anche una casa?"
"L'avrai fin tanto che sarò soddisfatto del tuo lavoro per me."
"Ma... che dovrò fare per te, signore?"
"Vi sono altri poveri come te..."
"Non pochi, signore."
"Tu li cercherai ad uno ad uno, li porterai da te e darai loro un pasto ed una veste, se occorre. Chiederai il loro nome, e la causa della loro miseria, e anche che lavoro sanno o possono fare."
"Di che mangiare, signore? Ed una veste? E come potrò dar loro questo?"
"Provvederò in modo che tu abbia cibo a sufficienza per te stesso e per coloro che soccorri, ed anche vesti. Poi, se sono abili ad un qualche lavoro, una volta rifocillati e rimessi in sesto, ogni volta che ti verrò a trovare o che verrà un mio incaricato, ne parlerai e vedremo di trovare loro un lavoro perché possano guadagnarsi il proprio pane. Ma sii accorto di scartare gli sfaticati ed i profittatori. Te la senti di fare questo lavoro per me?"
Il ragazzo si inginocchiò e baciò i piedi del vescovo: "Signore, il tuo servo farà tutto secondo la tua parola. Tu sia mille volte benedetto."
"Alzati, Friedbalths. Ci si prostra così solo davanti al buon Dio..."
Wilibert chiamò poi il tesoriere e l'elemosiniere e dette loro ordine che da quel giorno in poi tutti gli oboli raccolti in cattedrale per i poveri non fossero più distribuiti a caso ogni domenica dopo la messa, ma usati per ogni cosa Friedbalths chiedesse.
Il ragazzo svolse bene il compito affidatogli e presto furono gli stessi beneficati ad aiutare Friedbalts nella sua opera, secondo le proprie possibilità. Un giorno comparve, sulla porta della casa in cui operava e viveva ragazzo un'insegna: era una mano benedicente con sotto scritto: "La mano del vescovo". Così da allora fu conosciuta l'opera di assistenza ai miseri.
Dopo alcuni mesi, notando che Friedbalts non andava più da lui a presentargli le sue richieste, Wilibert si recò dal ragazzo. Vide che nella casa v'era una vecchia che s'affacendava ai fornelli, una bimba che rammendava una tunicella, e due ragazzetti che dormivano in un angolo.
"Vescovo Wilibert, ci onori con la tua pesenza." lo salutò il ragazzo con lieto volto.
Wilibert notò che ora il ragazzo era in carne, ma vide anche che ancora indossava la tunicella che gli aveva fatto dare il giorno in cui l'aveva incontrato.
"Hai messo su famiglia, Friedbalts?"
"Non avevano un luogo ove dormire, e sono tutti troppo deboli per fare un lavoro, così divido con loro la mia casa... la casa che ti sei degnato di darmi." si corresse prontamente il ragazzo.
"E vedo anche che indossi sempre quella vecchia tunicellla. Non ne hai un'altra?"
"Come potrei averne due quando molti non ne hanno neppure una?" rispose con semplicità il ragazzo.
"Tu sei veramente la mano destra del vescovo, come dice l'insegna!" esclamò Wilibert, "E fai fruttare quel poco che io ti ho dato. Perciò, ora esprimi un desiderio, che io ti voglio premiare."
"Un desiderio, signore? Se solo avessi più spazio per accogliere coloro che non hanno un tetto e che sono ammalati... e un piccolo orto che anche un ragazzino possa curare senza fatica... e una gallinella per le uova... Ti chiedo troppo, signore?"
Wilibert sorrise: "Ancora troppo poco, io credo. Ti troverò una casa più degna e spaziosa, con un orticello e qualche animale facile da accudire... sì che tu possa accrescere la tua famiglia ed aiutare così anche più gente. Ma ad un patto."
"Dimmi, signore."
"Che tu non attendi che sia io a ricordarmi di te, ma venga più spesso a chiedere, che tu venga ogni volta che avrai bisogno del mio aiuto. E anche che, sebbene tu voglia avere una tunica sola, tu ne indossi una migliore, per non farmi sfigurare, se tu sei davvero la mia mano destra."