Stava, il vescovo Wilibert, come ho scritto, appoggiato al parapetto della loggetta che dominava sul lago, quando udì il tonfo di un tuffo. Guardò in giù e vide l'acqua increspata dalle vigorose bracciate di qualcuno che nuotava. Si chiese chi fosse.
Ne vedeva solo la chioma scura e parte del corpo che, per vigore ed agilità dei movimenti, gli fece pensare che il nuotatore dovesse essere un giovane uomo. Ne seguì con lo sguardo l'ampio giro a forma di "8" che lo sconosciuto compieva con forti e regolari bracciate e ritmati battiti dei piedi nell'acqua.
Lo vide tornare a riva, sotto di lui e un po' sulla destra, verso l'abside della cattedrale, emergere dall'acqua ed inerpicarsi lesto sullo sperone di roccia da cui doveva essersi tuffato. Era un giovane uomo, come aveva supposto, ed era completamente nudo. Ne distinse nettamente, non ostante la distanza, il morbido membro aureolato da un folto ciuffo di peli neri. Il nuotatore scrollò via l'acqua dai capelli scuotendo con forza il capo e, passandosi le mani lungo il corpo snello, si tolse anche di dosso gran parte dell'acqua.
La scena che si svolgeva sotto i suoi occhi era molto sensuale. Wilibert nell'ultimo anno non aveva avuto né modo né tempo di cercarsi un compagno per lenire i propri desideri. Era infatti molto affaccendato per tutto il giorno in mille cose, e la sera era tanto stanco da crollare nel sonno non appena si stendeva sul proprio letto.
Ma ora, improvvisamente provò di nuovo, ed in modo imperioso, il forte calore del desiderio, che lo investì come lo scrocio di un temporale.
Quando il bagnante guardò in su e lo scorse, prese in gran fretta i suoi panni con cui si coprì alla bell'e meglio le pudenda, poi iniziò velocemente a rivestirsi senza più guardare in su.
A Wilibert era bastato quel rapido guardare in su per riconoscere il volto del nuotatore: era il chierico Waldemar, uno degli allievi della Schola, un ragazzo di diciassette anni che lui aveva già notato per la sua avvenenza, per la vivace intelligenza, per la serietà e l'evidente piacere con cui si applicava agli studi.
Sentì di desiderare fortemente quel ragazzo, di volerlo con tale intensità che provò l'impulso di scendere in fretta da basso, prenderlo fra le braccia e farlo suo.
Lo vide allontanarsi agile e svelto, saltando di pietra in pietra, finché scomparve alla sua vista.
Emise un profondo sospiro e disse, a mezza voce: "Calmati, Wilibert... calmati. Non avresti potuto farlo, comunque, avresti rischiato solamente di metterlo in imbarazzo. Non tutti quelli che piacciono a te, solamente per questo, devono gradire che tu gli manifesti il tuo desiderio."
Rientrò nella sua stanza e guardò, senza vederlo, il segna-tempo ad acqua. Il ritmico e lieve rumore del gocciolio gli riportò alla mente il bel corpo gocciolante del ragazzo. Era assai bello anche nel corpo, oltre che nelle fattezze del volto.
L'eccitazione che gli ardeva nelle carni non accennava a diminuire. Riuscì a poco a poco e con fatica, a togliersi quel ragazzo dalla mente, ed a pensare alle molte cose che doveva fare, e così, gradualmente, l'eccitazione svanì dalle sue membra.
Nei giorni seguenti non pensò più a quell'episodio, nuovamente assorbito dai suoi impegni. Non vi pensò più fino al giorno in cui, recatosi alla Schola, andò a far lezione ai ragazzi dell'ultimo anno. Erano questi in undici, d'età compresa fra i diciotto ed i venticinque anni, a seconda dell'età in cui avevano iniziato gli studi ed anche delle loro capacità ed impegno.
Rivide Waldemar ed allo stesso momento riprovò acuto il desiderio. Iniziò a porre agli allievi le domande, ad ascoltarne le risposte, a trarne, completandole e correggendole la risposta giusta. Poi fece le obiezioni e le contro-domande, ascoltò le nuove risposte, ed infine trasse le conclusioni terminando con la sentenza.
I ragazzi annotavano tutti i passaggi sulle loro tavolette, e una volta corretto il contenuto, l'avrebbero trascritto in bella grafia su fogli.
Questo nuovo metodo di insegnamento era derivato da quello che i suoi tutori avevano usato con lui, e gli sembrava il migliore fra quelli di cui era a conoscenza.
I ragazzi, all'inizio, erano un po' confusi da questo suo nuovo modo di tener lezione: gli altri magistri usavano invece per prima dettare la sentenza, per poi illustrarla e commentarla, e tutto finiva lì. Ma ora gli studenti, abituatisi, amavano il nuovo metodo usato dal loro speciale Magister, il vescovo-conte.
Una cosa che Wilibert aveva preteso da tutti, quindi anche dagli studenti, era che non lo chiamassero ogni volta con tutti i suoi titoli, ma solamente, di volta in volta, quello del ruolo che stava svolgendo, seguito o no solamene dal suo nome.
Perciò per gli studenti era solo il magister Wilibert, per il clero era il vescovo Wilibert, per gli altri era infine il conte Wilibert. Per gli intimi era solamente Wilibert ed unicamente suo padre ed il fratello maggiore lo chiamavano, a volte, Wili.
Wilibert, quindi, fece la quinta ed ultima domanda che aveva preparato per quella lezione.
"Qual è il dovere d'ogni uomo verso l'autorità che ha su di lui potere?"
"Obbedire!", "Obbedire prontamente", "Eseguire alla lettera" furono quasi tutte le risposte, con poche varianti.
"Fare del proprio meglio per soddisfare l'ordine se non contrasta con un ordine d'un'autorità superiore." solo uno dei ragazzi disse.
"Dunque, sommando quanto avete detto," disse Wilibert guardando le note che aveva prese, "Si potrebbe così formulare la risposta: obbedire prontamente e alla lettera all'ordine, purché non contrasti ad un ordine di un'autorità superiore. È esatto?"
Un coro di "sì - giusto - è così" sanzionò la sua somma.
"Bene, avete scritto tutti? Allora possiamo iniziare con le obiezioni. Chi di voi ne ha da fare? Io ne avrei più di una..."
Waldemar si alzò in piedi, chiedendo così silenziosamente la parola. Poiché nessun altro si era alzato, Wilibert gli fece cenno di parlare.
"Se l'ordine è impossibile da seguire?" chiese il ragazzo.
"Fai un esempio, Waldemar." disse il giovane uomo, pensando che il nome del ragazzo aveva un gradevole suono.
"Se tu mi dici: spicca il volo! per quanto io desideri obbedirti, non mi è possibile, dato che non ho le ali."
"È giusto. Ma questo entra nelle parole: purché non contraddica un ordine superiore. Infatti che tu non possa volare è stabilito dall'ordine delle cose fissato da Dio all'atto della creazione."
Waldemar arrossì e sedette confuso.
"Non hai nulla da arrossire, Waldemar. La tua obiezione è tutt'altro che sciocca. L'autorità che emettesse l'ordine del tuo esempio, darebbe un ordine vuoto e senza valore, perché un buon governante deve emettere solamente ordini che sia possibile eseguire. Ma della vera autorità parleremo in altra occasione. Altre obiezioni?"
La lezione proseguì ed ebbe termine. Quando Wilibert uscì, Waldemar lo seguì.
"Magister, hai un momento per me?"
"Certo..." disse il giovane uomo provando una forte emozione.
"Mi spiace se l'altro giorno ti ho arrecato offesa."
"Offesa a me? E quando?"
"Al lago... mostrandoti le mie nudità."
"Ah, quello. Non è stata affatto un'offesa, anzi... ho notato che sei molto ben fatto." disse Wilibert e nuovamente provò acuto il desiderio di trarlo a sé e di baciarlo sulle belle labbra, morbide e colorite.
Il ragazzo arrossì e disse a bassa voce: "Avrei dovuto lasciarmi addosso qualche cosa... anche per bagnarmi."
"Io non l'ho mai fatto." replicò Wilibert.
"Che cosa, Magister?"
"Bagnarmi con qualcosa indosso. Amo sentirmi libero, almeno quando posso. E se qualcuno è disturbato dal vedere un corpo ignudo, ha solo da girarsi dalla parte opposta. Non hai letto nelle Sacre scritture la storia della casta Susanna e dei due vecchioni?"
"Non ti ho dunque offeso? Temevo di sì."
"No, te l'ho detto, affatto. Bagnati pure in quel punto liberamente, senza preoccuparti che io ti possa vedere o meno." disse Wilibert sperando che il ragazzo lo facesse davvero nuovamente.
"Grazie, magister. Posso dirti un'altra cosa?"
"Certamente."
"Io amo molto le tue lezioni. Sto imparando e comprendendo molto più ora che nei precedenti anni spesi nella Schola. Tutti noi amiamo molto le tue lezioni."
"Mi fa piacere; sto facendo del mio meglio. Ma dimmi, ora che sei nel tuo ultimo anno di studi, che intendi fare una volta terminati? Accedere agli ordini minori, o fare altro?"
"Chiederò gli ordini minori." rispose il ragazzo.
"Il tuo nome mi fa pensare che tu provenga da una nobile famiglia."
"No, magister. Mio padre è solo il guardia-caccia del conte... cioè tuo, ora. Mi ha messo questo nome importante, quando io nacqui, perché era il nome del padre del nostro ultimo signore di cui tu ora hai preso il posto. Mio padre aveva una vera venerazione per il vecchio conte, che lo beneficò in vari modi."
"Comunque sia, è un nome assai bello, che ben si addice alla tua avvenenza ed al tuo portamento."
Wilibert tornò nell'episcopio ed ai suoi impegni. Ma ora gli era più che mai difficile togliersi dalla mente quel bel ragazzo. A lezione cercava di imporsi di non posare su lui gli occhi più spesso o più a lungo che sugli altri allievi, e sperò di riuscirvi.
Ma ogni volta che i suoi occhi incontravano quelli scuri e profondi del bel ragazzo, un fremito lieve ma intimo e piacevolmente intenso percorreva il corpo del giovane vescovo.
Andò assai spesso a spiare dalla loggetta giù verso il lago in cui si specchiavano placidamente le cime delle belle montaghe che lo circondavano, ma invano. Il bel ragazzo non vi comparve più.
Finché un giorno udì di nuovo il rumore di un tuffo. Con il cuore in gola per l'emozione, uscì subito sulla loggetta, ma invece di affacciarsi, si pose, seminascosto, dietro ad uno dei pilastri da cui si dipartivano due archi. Di lì quasi certamente avrebbe [visto] il punto da cui sarebbe dovuto riemergere il ragazzo.
Se Waldemar non si fosse accorto della sua presenza, pensò il giovane uomo, il ragazzo avrebbe agito in piena naturalezza, offrendosi così alla sua ammirazione.
Un vento lieve gli incollò sul corpo la fine e semplice tunica di seta verde, che dato il caldo della giornata indossava, unico indumento, sul suo bel corpo nudo. Questo evidenziò il suo stato di forte eccitazione.
Dopo poco, come sperava, il ragazzo emerse dall'acqua. Come la volta precedente, non aveva nulla indosso e, scrollato il capo, si passò le mani sul corpo. Quindi si stese al sole del tardo meriggio ed il suo bel corpo brillò per l'acqua che ancora lo bagnava. Wilibert pensò che era una visione di rara bellezza. Quasi tratteneva il respiro, sentiva il sangue pulsargli nelle tempie e nella sua eretta virilità.
Per quanti bei ragazzi avesse avuto in passato, mai nessuno aveva suscitato in lui così forti emozioni. Desiderò di potergli essere tanto vicino da poter allungare una mano e carezzare quel corpo che gli pareva perfetto e più che mai desiderabile. Toccarlo fino a provocare, senza neppure sfiorarlo in quel punto, la reazione dettata dal risveglio del piacere, fino a far fiorire la sua giovane virilità. Doverlo ammirare così da lontano, era supplizio e beatitudine ad un tempo.
Il ragazzo, quasi a far eco e rispondere al suo bruciante desiderio, si passò lentamente le mani sul bel petto glabro, sul ventre incavato, poi sulle cosce forti e snelle.
"Oh, vorrei essere io a togliere dalla tua dolce pelle ambrata le ultime gocce d'acqua con le mie mani." sussurrò il giovane uomo al vento che lo carezzava sensualmente sul volto e su tutto il corpo acceso dalla passione.
Il ragazzo si alzò a sedere, si passò le dita fra i capelli ancora bagnati e lucenti al sole in riflessi di acciaio brunito, riassettandoli. Restò un poco a guardare la placida superficie del lago, poi le vette delle Alpi circostanti. Infine si alzò in piedi, restando con le spalle girate verso l'episcopio, e si stirò voluttuosamente.
Wilibert ne ammirò le spalle larghe, la vita stretta ed i piccoli e sodi globi del sedere che parevano di polito avorio, le gambe forti, belle e ritte, lievemente disgiunte, salde sulla pietra come colonne.
Il ragazzo si girò chinandosi a prendere i propri abiti che indossò, e infine si allontanò dirigendosi verso la Schola, in cui viveva come molti degli altri studenti, e che sorgeva al di là della mole di pietra dell'abside della cattedrale.
Wilibert rientrò nella sua stanza. Sapeva che i ragazzi dormivano tutti assieme, stendendo i pagliericci nelle stesse stanze in cui ricevevano le lezioni durante il giorno, ed invidiò i compagni che dividevano la stanza con Waldemar. Non era prono all'invidia, Wilibert, quella fu la prima ed ultima volta in cui provò quel sentimento.
Scese nella corte, prese la scure e si mise a spaccare i ceppi di legna per il fuoco: era quello compito dei suoi servi, ma sentiva, il giovane uomo, il bisogno di sfogare in qualche modo le energie che si erano accumulate in lui in quei pochi minuti. Ma cessò dopo poco: quell'esercizio era inutile e contrastava con la dolcezza che l'immagine di Waldemar suscitava in lui.
Irrequieto, cinse il mantello ed uscì sulla piazzetta delimitata dalla facciata dell'episcopio e dal lato sinistro della cattedrale.
"Benedicite, pater." lo salutò una voce.
"Dominus tecum." rispose meccanicamente il vescovo.
La voce lo seguì: "Vescovo Wilibert, di grazia, non riesco a tenere il tuo passo."
Wilibert si fermò e si girò. Trotterellando, il basso e grassoccio decano dei preti della cattedrale, lo raggiunse.
"Perdona, vescovo Wilibert, dovrei parlarti, se hai tempo per prestarmi orecchio. È materia grave."
"Di che mi vuoi parlare?"
"È cosa grave, inaudita, davvero da non credere. È molto, molto grave."
"Di che si tratta, dunque?"
"Prete Liutpold, sai, il prete che venne da Friburgo, quello alto che è entrato nel trentesimo anno di età e che..."
"Sì, so chi è; lo ricordo bene." tagliò corto il giovane vescovo.
"Prete Liutpold... che cosa inaudita... incredibile... Una cosa che, in vita mia..."
"Buon Dio, questo già l'hai detto più volte. Procedi, dunque!"
Il decano abbassò la voce e disse: "Prete Liutpold è reo dell'abominevole peccato di... di concupiscenza!"
"Oh, santo Iddio! L'hai fatta così lunga, e così incredibile che stavo quasi temendo che... fosse rimasto incinto!" esclamò Wilibert trattenendo a stento le risa.
Il decano lo guardò interdetto: "Ma... vescovo Wilibert... la concupiscienza, maxime in un prete, in un uomo consacrato a Dio... è cosa grave ed inaudita."
"Che possa essere cosa grave, te lo concedo. Che sia inudita, poi... se ne sente parlare anche troppo spesso, e se se ne parla, inaudita non è. Se uno parla, è perché altri lo odano. Ma dimmi, hai visto tu con i tuoi occhi ciò di cui lo accusi?"
Il decano fece un gesto che non si capì se fosse uno scongiuro oppure un segno della croce: "Ci mancherebbe altro. Ma da fonte sicura e degna di fede io so... va spesso, troppo spesso in casa della vedova Radolfa... E vi si trattiene ogni volta per il tempo sufficiente per... per compiere quegli atti immondi."
"Ah. E quanto tempo è sufficiente, secondo la tua esperienza, per compiere quegli atti che tu dici immondi, dimmi." chiese divertito il giovane vescovo.
"La mia esperienza, vescovo? Ma io non ho alcuna esperienza in quelle cose, naturalmente." rispose scandalizzato il decano.
"Ah, pensavo che... Bene. Hai fatto molto bene a parlarmene, mi occuperò io stesso della questione. Ma intanto, ti vincolo al più assoluto segreto su tutta la questione. Non voglio che si diffonda una voce che potrebbe anche essere priva di fondamento, e ne nasca uno scandalo. M'intendi? Guai a te se questa voce si diffondesse, se altri venissero a saperlo da te."
"La mia bocca sarà muta come una tomba, vescovo Wilibert." proclamò solennemente il decano e, trotterellando, si allontanò riprendendo la sua via.
Doveva parlare con prete Liutpold... della sua presunta concupiscenza... proprio lui i cui lombi bruciavano ancora per il desiderio del bel Waldemar! Non poteva accusare Liutpold senza accusare se stesso. E d'altra parte, non poteva essere tanto ipocrita, ammesso che l'accusa del decano fosse fondata, da punire un peccato dell'altro assolvendo se stesso. Né d'altra parte poteva approvare un peccato; era pur sempre, lui, il vescovo, il pastore del gregge che Dio gli aveva affidato per le mani della Chiesa e per volontà dell'Imperatore.
Turbato, Wilibert volse i suoi passi indietro ed entrò nella cattedrale. Si inginocchiò davanti al grande crocifisso che dalla volta pendeva sopra l'altare maggiore e pregò... cosa che non faceva da molti anni, non ostante fosse ormai uomo di chiesa.
"Perché, Signore, se tu ci hai creati, ci hai anche dato questo stimolo nella carne, e l'hai reso ad un tempo tanto acuto e tanto dolce? Sei dunque un padre così crudele da presentare ai tuoi figli una tavola imbandita di ogni prelibatezza e poi proibire loro di sedersi al desco e mangiarne?
"Se per amore ci creasti, perché ci imponi tanta sofferenza? E se osiamo gustare quanto tu stesso hai imbandito, perché poi ci dovresti punire? È veramente la tua legge che ci impone tutto questo, o è solo crudele invenzione degli uomini a cui hai affidato la tua Chiesa?"
Wilibert emise un lungo sospiro, poi proseguì: "E tu stai lassù, silenzioso, e non rispondi... sei dunque così indifferente alle nostre domande, ai nostri dubbi? Io, come magister, rispondo sempre ai miei studenti, per quel che so e capisco. Ora, tu che tutto sai, perché non ti degni di rispondere?"
Wilibert si alzò, salì fino all'altare, aprì a caso il pesante libro delle Sacre Scritture e lesse ad alta voce le prime righe della pagina di destra:
"Egli mi ricondurrà alla casa del vino
e il suo vessillo su di me sarà l'amore.
Ristoratemi con focacce d'uva,
fortificatemi con succo d'arance,
perché languente d'amore sono io!
La sua sinistra sta sotto il mio capo
E la sua destra mi stringe all'amplesso."
Wilibert ascoltò quelle parole riverberare sotto le antiche volte, e nel suo cuore, e disse: "È questo il tuo oracolo, Signore? È questa la tua risposta? Se così è, ti ringrazio. Ma se mi sbaglio, perdona!"