Pubblichiamo, nelle pagine che seguono, il testo integrale tradotto dall'alto tedesco in italiano corrente, del rotolo di pergamene contrassegnato con la sigla AT937-P conservato negli archivi di stato della città di Genova.
Nonostante gli studi su questo manoscritto siano ancora in via di svolgimento, e la stessa traduzione possa e debba in parte venire modificata e migliorata dal proseguimento di detti studi e ricerche, si è deciso di dare alle stampe questa prima, provvisoria pubblicazione.
Questo nella speranza che studiosi di storia alto-medievale in Europa, leggendo queste pagine e confrontandole con i documenti di loro conoscenza e con i dati in loro possesso, possano aiutarci a datare con certezza i fatti narrati dall'anonimo Autore.
Questo anche nella speranza che ci possano aiutare ad assegnare ad ognuno degli pseudonimi di fantasia che l'Autore ha usato per i vari personaggi di questa storia, nomi reali.
A nostro avviso infatti, come l'Autore stesso afferma nella parte iniziale, da lui intitolata "Antefatti", il suo scritto non è opera di fantasia ma cronaca storica basata su fatti realmente accaduti.
Il testo fu certamente redatto prima dell'anno mille. Esaminando infatti il tipo di pergamena impiegata, la sua concia, lo stile di scrittura e la grafia, il tipo di inchiostro usato, pensiamo sia stato scritto non prima dell'anno 925 e non oltre l'anno 975. I fatti sono perciò precedenti a queste date.
Il luogo di cui si svolgono i fatti narrati, dovrebbe quasi certamente essere situato sulle Alpi Nord Orientali, in una zona compresa fra l'attuale Tirolo austriaco e il Sud Tirolo o Alto Adige italiano.
L'estensore del testo doveva essere, per quel poco che dice di se stesso e per lo stile che usa, o un archivista o un proto-notaro. Ammesso che, come noi siamo propensi a credere, i fatti narrati siano realmente accaduti, alcuni dialoghi sono certamente frutto della fantasia dell'Autore, in quanto chiaramente egli non poteva essere presente a certi incontri e, se anche lo fosse stato, non poteva certamente averli registrati fedelmente.
Le pergamene sono in parte rovinate dall'umidità della parete in cui erano state murate, in parte dall'opera distruttrice dei tarli, ma il testo è ancora chiaramente leggibile all'80% e ricostruibile facilmente per un altro 15%.
Chi desiderasse avere i files con le fotografie digitali dei singoli fogli delle pergamene del testo, sia il retto che il verso, può rivolgersi alla nostra Università.
Benché, come detto, il testo sia stato scritto in volgare alto-tedesco, l'eleganza dello stile, i molti latinismi, le citazioni in greco e latino classico o ecclesiastico, fanno comprendere come l'Autore sia stato uomo di non comune cultura, e questo in modo speciale considerando che a quei tempi buona parte del clero e della nobiltà, fosse ancora quasi analfabeta.
Per chi fosse interessato ai dati circa il ritrovamento di questo manoscritto, rimandiamo all'articolo pubblicato sul mensile "Studi Medievali", anno XXXVIII, fascicolo 6°, pagine 127-164, intitolato "Ritrovamento di un antico manoscritto nel muro di sostegno dell'abside della chiesa di Santa Caterina, in Genova".
Il titolo che abbiamo deciso di dare a questa pubblicazione è lo stesso che l'Autore ha dato alla sua opera: "La santa vita di un vescovo peccatore". Ci è sembrato interessante lasciare immutata l'antinomia che il nostro Autore ha immaginato, con spirito così moderno.
Il testo che pubblichiamo in questo numero speciale del periodico "Studi Medievali", è a nostro avviso interessante, oltre che per gli studiosi di storia ecclesiastica e politica medievale, anche per coloro che si dedicano allo studio della sessualità nei tempi antichi ed in modo speciale, a quello dell'omosessualità.
M.F.Z. & A.C.L.
N.B. - le parole incluse in parentesi quadre [...] sono illeggibili nel testo e da noi ricostruite.
La santa vita di un vescovo peccatore
Antefatto
Se mai qualcuno un giorno si accingerà a leggere queste pagine che sto ora iniziando a scrivere, vorrà perdonarmi se non vi appongo il mio nome. Nonostante io ora viva a molte leghe a sud dei luoghi che videro lo svolgersi delle vicende che mi appresto a narrare, il timore che la "longa manus" di chi vorrebbe la mia testa possa raggiungermi, è ancora presente nel mio cuore.
Per lo stesso motivo e per lo stesso timore, i nomi dei luoghi e dei personaggi saranno da me sostituiti con toponimi, patronimici e nomi di fantasia.
Un ulteriore timore che mi impone queste cautele, è che nel seguente racconto io non condanno, benché non lo esalti oltre misura, l'amore profano che legò i due principali personaggi delle cronache di cui intendo scrivere.
So molto bene che questo potrebbe attirare sul mio già minacciato capo, altre sciagure ed altre condanne.
Però io protesto, o mio eventuale lettore, che tutto quanto sto per scrivere corrisponde a verità. Infatti, o ne fui testimone oculare, o ne ebbi testimonianza da persone oltremodo degne di fede, oppure lo dedussi da documenti, anche molto segreti, che i miei incarichi mi dettero modo di avere nelle mie mani e di consultare.
Giuro davanti a Dio Trinità Infinita, alla Gran Madre di Dio, ed a tutti i Santi, che quanto è scritto nelle seguenti pergamene è verità, nulla ho aggiunto, né tolto, né modificato nei fatti che qui narro.
Chi è a conoscenza dei fatti e dei luoghi di cui scrivo, riconoscerà i veri nomi che ho celato e saprà che quanto è contenuto in questo scritto, corrisponde al vero. Chi non ne è [a conoscenza], quand'anche usassi i nomi reali, non ne saprebbe [di più].
Professo qui che io ebbi modo di conoscere personalmente fin dalla mia più tenera gioventù il santo-peccatore che è il protagonista di questa cronaca, e che ora non è più fra noi: egli fu persona che dal primo nostro incontro, ebbe piena la mia ammirazione e stima e fiducia e che, anche ora che non è più con noi e che i miei molti anni stanno giungendo al termine, resta per me un vero santo, non ostante possa essere da troppi considerato un peccatore.
Ma chi è privo di peccato scagli la prima pietra, dice il Signore.
Lascio a te, o lettore, ogni giudizio. Ma ricorda: non devi cercare la pagliuzza nell'occhio del tuo prossimo, quando tu hai una trave nel tuo.
Iniziato a scrivere nel giorno della festa dei Santi Pietro e Paolo, in una piccola pieve in vista del mare, ove per qualche tempo io spero di poter riposare.
Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito
Amen, amen, amen.
Dall'anno 0 all'anno 24°
Quello che qui io chiamo "Anno zero" è l'anno che vide i natali del Conte Wilibert von Hausthaufen, settimo figlio del conte del Sacro Romano Impero, che fu il terzo feudatario della Signoria di Hausthaufen. La contessa sua madre fu portata via da un misterioso morbo quando il bimbo aveva iniziato il suo cammino terreno da soli settanta giorni.
Il padre convolò a nuove nozze quando Wilibert aveva due anni. Dalla seconda moglie il conte ebbe altri tre figli, che però tornarono al Signore nella tenera infanzia, tal che Wilibert rimase il minore dei figli del sire di Hausthaufen.
Fin da piccino Wilibert si mostrò dotato di talenti non comuni. Ebbi testimonianza che già all'età di quattro anni sapeva leggere e scrivere, a cinque già suonava la lira ed a sei inizò a cavalcare con non comune bravura. All'età di sette anni ebbe il suo primo maestro d'armi ed apprese a maneggiare la spada, arte in cui assai pesto primeggiò.
Cresceva, Wilibert, forte e bello, amato da tutti per il suo buon carattere, rispettato per la sua determinazione ed il suo coraggio, ammirato per la sua rettitudine e sincerità, corteggiato per la sua avvenenza e grazia.
Aveva Wilibert due volte sette anni, quando per la prima volta la sua virilità fiorente fu messa alla prova. Mi narrò lui stesso, anni più tardi quando vide in me il compagno fidato ch'io sempre fui per lui, come questo fatto avvenne.
Aveva dunque, come ho appena scritto, due volte sette anni. Con il padre suo, si era recato alla corte del Sacro Imperatore. Il giovanetto, alto e snello, forte e cortese, e di avvenente aspetto, catturò immediatamente gli sguardi di donzelle e cavalieri.
Egli mi narrò che, sebbene non del tutto ignaro riguardo alle cose che avvengono nel segreto delle alcove, era comunque alquanto ingenuo e non del tutto preparato ai misteri della vita.
Così avvenne un giorno che una delle donzelle che aveva posato su di lui i propri occhi non certo casti, riuscì ad attrarlo con una qualche scusa in un luogo appartato e senza porre indugio di mezzo, e con subdole arti, aveva fatto in modo di risvegliare la sua giovane virilità e ne aveva tratto il piacere a cui ella bramava.
Mi disse Wilibert che, tornando con il ricordo a quel giorno ed a quel fatto, in quell'occasione ne provò al tempo stesso piacere e vergogna, godimento e fastidio.
"Ella era," mi disse il giovane conte il giorno in cui me ne parlò, "interessata a quella mia nascosta parte che trovava bella ed eccitante e che usò a proprio agio per il suo esclusivo piacere. Non era interessata a me, a Wilibert. Mi sentii usato, pur nel godimento che in quei momenti provai, e poi dimenticato se non disprezzato, non appena tutto ebbe fine.
"Le crudeli parole che mi rivolse subito dopo l'atto da lei voluto e da me subito, e che cioè valevo assai poco come amante, mi ferirono. Non tanto per il fatto che lei mi dicesse che scarso era il mio valore in quelle cose, ma per il fatto che io tutto mi sentivo, meno che amante. Per me, non ostante i miei verdi anni, essere amante era cosa diversa da quell'incontro veloce e forsennato, più simile all'incontro di due cani in calore che non di due esseri umani. È di questo che provai grande vergogna.
"Negli altri innumerevoli incontri che ebbi dopo quel giorno con altre persone, sia pure finalizzati solamente al reciproco godimento, vi era pur sempre un reciproco rispetto, una sia pur debole scintilla di quell'amore che conobbi nella sua pienezza soltanto molti anni più tardi. Provai un tal disgusto, dopo l'atto, per quella donzella e per la mia debolezza nel lasciarla fare, che in seguito la evitai come si fugge dalla peste."
Questo però non significò che Wilibert sfuggisse allo stesso modo dalle attenzioni e dagli allettamenti di altre donzelle. Dopo di lei ebbe modo ed occasione di appartarsi con altre, ma in nessuna, pur non provando più né vergogna né repulsione, trovò mai quanto lui, nel suo profondo, desiderava. Tutto moriva sul nascere o poco dopo. Pareva quasi che le pudiche fanciulle fossero interessate quasi esclusivamente alle sue nascoste doti virili che a lui come compagno, sia pure solamente per breve stagione.
Wilibert mi disse che si sentiva sempre più disincantato e scontento di quei suoi segreti incontri. Non una delle fanciulle, lui mi raccontò, che gli dicesse: sto bene in tua compagnia; ma solamente: tu lo sai usare bene. Non una che gli sussurrasse: mi piace il tuo sorriso; ma solo: anche fra le tue gambe tu sei molto ben fatto. Il tuo arnese è forte e valente, gli dicevano; e non: il tuo cuore è nobile e gentile...
Fu l'anno successivo a quello di questa sua prima iniziazione, che ebbe modo di sperimentarne una seconda, di diverso tipo.
Vi era, là alla corte del sacro imperatore, un giovin cavaliere di Suebia, che con lui aveva gradualmente stretto amicizia. Wilibert mi disse che non sa se fu per arte o per natura, ma il cavaliere pareva godere, in occasione dei loro incontri, del suo elegante parlare, delle sue idee, dei suoi modi cortesi e della sua cultura, della sua forza d'animo e di corpo.
In somma, di Wilibert tutto intero pareva godere, in ogni suo aspetto di carattere e di aspetto, e non di una sola parte di lui.
La loro amicizia crebbe e si fece via via più forte, più intima, più calda e gradevole, fino a che un giorno il giovane cavaliere gli disse, recitandogli un poema, che sempre più forte provava il desiderio di dare espressione anche corporale al loro reciproco sentire. Gli disse che quando due anime e due menti si incontrano con tale e tanto piacere, anche i loro corpi si possono incontrare con altrettanto piacere. "Possono" e non "debbono" gli disse il cavaliere con modi gentili ed allettanti.
Così, un giorno che erano andati a bagnarsi al lago, come già altre volte avevano fatto, e poiché sapevano di essere soli e riparati da ogni indiscreto sguardo, quando il cavaliere lo prese gentilmente fra le sue braccia, Wilibert sentì che era giunto il momento di dirsi a vicenda anche con i loro corpi, quanto fosse gradevole la reciproca presenza, e bello essere amici.
Senza esitazione Wilibert si concesse al cavaliere. Dopo l'atto, mi disse quando rimembrò per me quel che accadde quel giorno, si sentì bene quanto mai prima s'era sentito in simili frangenti.
"Era una festa per la mia anima ed il mio cuore," mi spiegò Wilibert, "e non solamente per il mio corpo. E la festa non cessò come per maleficio al compiersi dell'atto. Inoltre lui mi disse che m'era grato, non solo per il piacere che avevo accettato di dargli, ma sopra a tutto per la gioia che grazie a me aveva provato nel cuore."
Fu talmente gradevole quell'incontro, che ne ebbero altri, per tutto il tempo in cui Wilibert rimase alla corte del sacro imperatore. Il loro stare piacevolmente assieme non si limitava soltanto ai loro segreti incontri: quegli atti erano graditi, ma costituivano solo una parte del piacere di stare l'uno con l'altro.
Quando, un anno dopo l'inizio di questa loro amicizia, Wilibert dovette lasciare la corte per tornare al castello del padre, il cavaliere lo salutò dicendogli che gli sarebbero mancati i bei momenti in cui potevano amabilmente conversare, andare a caccia fianco a fianco, allenarsi all'uso delle armi l'uno con l'altro, ridere, bere e cantare con gli altri amici e, per ultimo aggiunse, tenerlo fra le braccia e stare fra le sue.
Wilibert cresceva sempre più bello e forte, divenne un raffinato amante delle belle vesti, del buon cibo e delle allegre compagnie, dei piacevoli conversari e dello studio. In somma, stava crescendo in un avvenente e raffinato giovin signore. E come sempre tutti gli occhi amavano posarsi su di lui e molti cuori battevano per lui.
Wilibert mi disse che al castello del padre, ebbe modo di accompagnarsi con non pochi giovani o ragazzi, che fossero servi o paggi, scudieri o suoi pari, ed anche con qualche fanciulla. Ma presto si accorse sempre più nettamente che i primi gli davano assai maggior soddisfazione e piacere ed appagamento che non le seconde.
Così ormai, al volgere del suo diciottesimo anno, ricercava assiduamente la compagnia del suo stesso genere ed evitava accuratamente quella del genere opposto.
"Con le donzelle," egli mi disse, "era assai gradevole conversare, scherzare, far giochi o dilettarsi a suonar musica, recitar poemi, ma nulla più. Con quelli del mio genere invece, oltre a tutto ciò ed alle attività virili quali la caccia o il prender parte a giostre e tornei, era assai gradevole appartarsi in segreto per fare altre cose."
So per certo che anche quando Wilibert riusciva a portare nel proprio letto un servo o un paggio, mai lo costrinse approfittando del proprio rango, ma sempre e solo se l'altro era pienamente consenziente e lo desiderava almeno quanto lui.
Un giorno mi disse: "Se Dio ha concesso a noi nobili una parte della sua potestà, non è per usarla per il nostro tornaconto. Più un uomo è in basso nella scala sociale ed umile di stato, più chi gli è superiore per nobiltà di stirpe o per potestà, deve rispettarlo e proteggerlo."
Più che non queste sue parole che qui io scrivo, fu il suo agire che sempre confermò e rese concreto questo suo credo.
Venendo ora ad un altro punto di quanto sto descrivendo in questa prima parte del mio racconto, devo dire che durante la sua giovinezza Wilibert non era stato uomo di religione. Era un credente, come tutti noi lo siamo, attendeva ai sacri riti prescritti dalla chiesa, ma non era affatto interessato alle Sacre Scritture né alle cose della Santa Chiesa.
Se pure in modo spontaneamente moderato, senza mai trascendere, era un giovane gaudente che assaporava ed apprezzava con piacere ogni bella cosa che gli potesse offrire la vita. Il suo motto avrebbe potuto essere "carpe diem" oppure anche "gaudeamus igitur" o infine "ad ogni giorno basta il suo affanno".
Non guardava al passato, se non per la sua naturale curiosità di comprendere gli antefatti del suo presente; né guardava al futuro, se non per sapere dove dirigere, senza correre inutili rischi, i suoi passi. Non aveva smodate ambizioni, se non quella, comunque moderata ed equilibrata, di essere ogni giorno un poco migliore che non il giorno precedente.
Giunto al suo ventesimo ano di età, si accinse a trascorrere il suo anno di preparazione per l'investitura a cavaliere, titolo massimo a cui poteva ambire, essendo egli il minore fra i figli del Conte. Dovendo per quell'anno errare per l'impero con il suo cavallo ed assistito solamente da uno scudiero, scelse fra questi uno che avesse piacere di essere, per quell'anno, anche un disponibile compagno per i segerti piaceri del giaciglio.
Come mi disse Wilibert, quello fu un anno senza nulla di memorabile né nulla da dimenticare. Ad ogni bivio, egli si dirigeva dove il suo cavallo decideva di andare, passando di feudo in feudo, di castello in castello, di abazia in abazia e di locanda in locanda, ma mai fermandosi troppo a lungo nello stesso luogo.
La sola cosa utile di quel vagare fu che gli permise di conoscere meglio se stesso, di vedere terre e costumi nuovi, di ampliare i propri orizzonti e di comprendere meglio, grazie ai più svariati incontri, l'animo umano.
Con il suo scudiero, come era uso un tempo e come usa tuttora, divideva tutto: il cibo e le bevande, le difficoltà e gli agi quando ne aveva, il brutto ed il bel tempo, le fatiche, il riposo ed il giaciglio e, non ultimo i loro corpi ed i loro giovanili ardori.
Il suo scudiero era un ragazzo caldo ed appassionato, e come amava star con lui durante il giorno e dividere le avventure del viaggio, così amava star lui durante le notti in cui oltre al meritato riposo si concedevano anche reciproco piacere, condividendo i loro desideri e i loro corpi.
"A te lo posso confessare, " mi disse un giorno, "fu al mio scudiero, oltre al mio primo cavaliere, a cui concessi, o per meglio dire chiesi, di entrare in me oltre che io in lui. Molto mi piacque, perché oltre che caldo e appassionato, egli era delicato e forte ad un tempo. Tanto era il mio piacere nel fargli gustare la mia virilità, tanto lo era per me gustare la sua.
"Alcuni dicono che chi mette è virile e chi prende è femmineo nei gusti, nei modi e nell'intima essenza. Ciò è asolutamente falso. Prendere o dare non fanno di un uomo nulla di più o di meno virile di quanto egli sia. So di miei compagni che si sentirebbero sminuiti nel farsi mettere sotto e che sviliscono chi si far metter sotto. Ma né io mi sentivo svilito nel farmi prendere dal mio scudiero, né lo svilivo nel prenderlo. Son tutte fole assurde."
Questo pensava Wilibert e questo trovò piena conferma quando finalmente conobbe il vero amore a cui sempre aveva anelato.
Vi era anche una parte di amore, sia pur piccola, fra Wilibert ed il suo scudiero, come con altri amanti che ebbe prima di incontrare colui che era predestinato a lui. Ma, com'egli diceva, quelli non erano che piccoli amori, eran solo assaggi del vero amore. Da ogni piccolo amore si impara qualcosa, è come una preparazione a passo a passo verso la meta, infatti anche l'amore è qualcosa che si apprende sia a ricevere che a dare sia spiritualmente, come [pure] a fare fisicamente.
Gli amori sono come una scuola per il grande Amore. Però, diceva Wilibert, sarebbe un errore pensare che il grande Amore sia un punto di arrivo. È solamente un punto di partenza. L'amore va seminato, curato, e coltivato a passo a passo, va annaffiato con il mutuo rispetto, va concimato con la mutua donazione, va potato eliminando i reciproci egoismi, oppure avvizzisce e poi muore.
Per questo, quando finalmente Wilibert conobbe il vero amore, volle piantare con lui nel suo giardino un alberello: "Ogni qual volta io e lui lo annaffiavamo e curavamo, ci si ricordava che dovevamo dar cure ed acqua anche al nostro amore. Se lo avessimo visto avizzire perché dimentichi di esso, sarebbe stato l'allarme che anche il nostro amore stava avvizzendo."
Dette tutte queste cose, mi accingo ora ad iniziare la prima parte di questa storia, narrandovi quanto accadde nel 24° e 25° anno di vita di Wilibert.
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