Giunse il giorno della partenza per il lungo viaggio per Londra. Sistemati i bagagli sull'imperiale della carrozza, i due ragazzi vi salirono ed il viaggio iniziò. Altri quattro passeggeri avrebbero compiuto con loro la prima parte del viaggio: una giovane coppia da poco sposata, un attempato maestro di musica ed un giovane attore. Si recavano tutti e quattro fino a Frankfurt.
All'inizio erano tutti silenziosi. Avevano solo scambiato poche frasi di cortesia quando avevano saputo che avrebbero viaggiato nella stessa diligenza. Poi l'attore e la giovane coppia avevano iniziato a parlare di varie cose: dell'andamento della guerra contro i francesi, del crescente costo della vita, della difficoltà di trovare un lavoro, del clima e del tempo...
Torsten era seduto fra Nicolaus ed il giovane attore. Di fronte a Nicolaus sedeva il maestro di musica e alla sua sinistra la giovane coppia: la moglie al centro, di fronte a Torsten.
"Anche voi, signore, vi fermate a Frankfurt?" chiese la donna al maestro di musica.
"Sì, mi fu offerto l'incarico di maestro di cappella della cattedrale." rispose l'uomo.
"Mio marito e io siamo sarti. Ci si è conosciuti al lavoro. Abbiamo sentito dire che a Frankfurt è più facile trovare lavoro che non da noi. Così si va a tentare la fortuna." disse la sposina.
"Ah." disse l'uomo asciutto. "Vi auguro di trovarla, la fortuna. Siete sarti per signora o per gentiluomo?"
"E l'uno e l'altro. Sapete, si lavorava nel laboratorio di Herr Sauberweldt. L'avrete sentito nominare, penso, da lui si veste la migliore società di Innsbruck. Ma ora, con questa guerra contro Napoleone... gli affari vanno meno bene e così..."
"Herr Sauerweldt? Mai sentito nominare." disse il maestro di musica.
"Io sì." interloquì l'attore. "È quello che ha il laboratorio accanto alla chiesa dei francescani, non è così?"
"Proprio lui. Vi siete mai servito da lui?"
"Troppo caro per le tasche di un attore... specie di un attor giovane come me."
"Sì, capisco. E voi, giovin signore? I vostri abiti sono di ottima fattura..." disse la donna rivolgendosi a Nicolaus.
"No, la mia famiglia si serve da Monsieur Leroux."
"Ah, da un francese! Siamo in guerra con i francesi." disse la donna.
Nicolaus rispose: "Non con tutti i francesi, a quanto pare. Monsier Laroux venne ad Innsbruck quando in Francia vi fu la rivoluzione."
"Sì..." disse lo sposo, "molti francesi vennero in esilio da noi, quando la povera Marie Antoinette fu decapitata. Che barbari, i francesi! Ghigliottinare la loro sovrana!"
"In ogni popolo vi sono sia barbari che gente civile." obiettò Nicolaus.
"Ma non nell'impero d'Austria, per fortuna." esclamò lo sposo.
"Ne siete così certo? Non credete che l'uomo, sotto ogni cielo, non sia poi così diverso? Se noi fossimo un popolo tanto civile, non avremmo bisogno né di polizia né di prigioni, non credete?" disse Nicolaus.
"Homo homini lupus." sentenziò il musicista.
"Sì, e foemina foeminae lupior, presbiter presbiteri lupissimus." disse sorridendo Nicolaus.
Il maestro di musica sorrise: "Questa variazione sul tema non l'avevo mai udita. È divertente."
"Che lingua è?" chiese lo sposo.
"Latino." spiegò l'attore.
"Ma che significa?" chiese la sposina.
"Che l'uomo è come un lupo nei confronti di un altro uomo, la donna e ancor più lupo verso altre donne, ma il prete è il peggiore dei lupi nei confronti di un altro prete." spiegò Nicolaus.
"Siete un anticlericale, voi, signore?" chiese la sposina sgranando gli occhi.
"No, è solo un modo di dire che usava uno dei miei insegnanti, un dotto padre domenicano. E se lo diceva lui... credo proprio che avesse validi motivi per dirlo. Ma per nostra fortuna, non tutti gli uomini sono lupi per gli altri uomini." disse Nicolaus.
"Né le donne con le donne!" precisò la sposa.
"Di questo ne sarei meno certo," le disse lo sposo ridendo lieve, "al lavoro, fra voi ragazze, vi sbranavate a vicenda, snza pietà... anche se solo con le parole."
"Oltre il tedesco ed il latino, giovane signore, quali altre lingue conoscete?" chiese l'attore.
"Beh... il greco, ma poco, poi il francese e l'inglese."
"Mamma mia! Io mi ci perderei, se dovessi conoscere cinque lingue. Dovete avere un cervello fino, voi!" disse la donna, poi soggiunse, "Chissà perché non parlano tutti il tedesco? Non sarebbe più semplice?"
"E voi?" chiese ad un tratto l'attore a Torsten.
"Io sono solo un servo, io parlo solo il tedesco e neanche molto bene... e non so nulla di nulla." disse il ragazzo con un sorriso schivo, "Eppure sono felice."
"È il vostro servo?" chiese il maestro di musica a Nicolaus.
"Molto di più. È il mio confidente ed il mio angelo custode." rispose con un sorriso il ragazzo, "E non è affatto vero che non conosce niente di niente, anche se non ha avuto la fortuna di poter studiare. Ha l'animo di un poeta..."
"E vi par poco!" esclamò il maestro di musica. "Se tutti gli uomini avessero un animo da poeta, il mondo sarebbe un luogo assai più gradevole. La musica, l'arte e la poesia fanno bello il mondo."
"E i cuori puri e capaci di amare." aggiunse Nicolaus.
"Ah, l'amore, l'amore... rende gli uomini citrulli." disse l'attore con un esagerato sospiro e tutti risero.
A sera la carrozza si fermò alla posta per far riposare i cavalli. Vi erano solamente tre stanze libere, perciò una fu data alla coppia di sposini, una al maestro di musica ed all'attore, e l'altra a Nicolaus e Torsten. Dopo la cena, quando furono soli in camera, i due ragazzi finalmente si abbracciarono.
Torsten chiese: "Signorino, che cosa è un citrullo?"
"È come dire uno sciocco."
"Allora io sono un citrullo, e sono felice di esserlo."
"Perché dici di essere un citrullo? Tu non lo sei affatto."
"Certo che lo sono, perché sono pieno d'amore."
Nicolaus sorrise.
"Come si dice citrullo in inglese?" chiese il servo.
Nicolaus questa volta rise: "Non lo so davvero. Forse si dice silly, ma non ne sono sicuro."
Come nel loro consueto e spontaneo rituale, iniziarono a spogliarsi l'un l'altro, accarezzandosi e scambiandosi baci sempre più caldi ed intimi. Ma questa volta, quando Nicolaus fu a petto nudo, Torsten si chinò su di lui e si mise a baciargli e lecchettargli i piccoli capezzoli. L'altro emise un breve gemito di fiacere e fremette.
"Vi piace?" gli chiese in un sussurro compiaciuto il servo.
"Sì..."
Allora Torsten si dedicò con maggiore cura ai due piccoli e turgidi capezzoli dell'amato, lieto di aver scoperto un altro punto grazie a cui dare piacere al suo Nicolaus. Provò anche a mordicchiarli delicatamente, a suggerli e si rese conto che l'altro gradiva molto quelle nuove attenzioni.
Terminarono di spogliarsi l'un l'altro e Torsten attirò l'amante sul letto, cingendone il bel corpo con le braccia e le gambe.
"È meno morbido e meno grande del vostro letto, ma va bene lo stesso." mormorò il giovane servo.
"Ti amo, mio bellissimo Torsten. Ti amo tanto!"
"È bello sentirvelo dire e ripetere. I love you... in tutte le lingue del mondo, anche quelle che né voi né io sappiamo."
La fiammella della lanterna danzava dietro il vetro, quasi partecipe alla loro danza d'amore sul letto, e traeva lievi barbagli di luci e soffici ombre dai corpi nudi dei due amanti, riflettendosi a volte anche negli occhi dell'uno o dell'altro. Dopo un po' che si davano piacere a vicenda, Nicolaus si offrì all'amante.
"No... prendetemi prima voi, signorino, questa volta. Per favore..." gli sussurrò Torsten pieno di desiderio.
"Che differenza fa? Lo faremo un po' per uno, come le altre volte." gli disse il ragazzo, ma si apprestò ad accontentarlo.
"Per tutto il viaggio non ho fatto che desiderare di sentirvi dentro di me." gli rispose il bel servo, mettendosi lietamente in posizione per essere preso.
Nicolaus entrò in lui, e come sempre il suo volto pareva diventare più bello e luminoso, man mano che penetrava in lui. Torsten quasi non avvertiva le asperità del duro materasso di crine vegetale e le ruvide lenzuola di canapa sotto la propria schiena: si godeva solo il bel corpo dell'amato che lo sovrastava ed i suoi dolci movimenti di va e vieni dentro di sé.
Si sorridevano felici, pieni di passione e di amore, colmi di desiderio e di tenerezza.
Continuarono a lungo nella loro giostra d'amore, donandosi l'uno all'altro, godendosi l'un l'altro, ebbri di gioia. Poi, quando infine prima Torsten poi Nicolaus ebbero acquietato la loro passione l'uno nell'altro, e rilassati, appagati e felici, le loro membra ancora teneramente intrecciate, ebbero nuovamente trovato la calma dei loro respiri e dei loro cuori, Nicolaus agilmente scese dal letto e frugò nei suoi bagagli.
Ne trasse uno scatolino foderato di velluto blu, ne prese una catenella d'oro con un ciondolo e la pose al collo dell'amato.
"Te l'avevo promesso. Questa ti ricorderà che sono tuo anche nei momenti in cui non staremo assieme." gli disse con un soave sorriso.
Torsten gli rispose con un sorriso dolce e lieto, ma poi si rabbuiò lievemente: "Io però, signorino, non ho niente da darvi perché vi abbracci in questo modo e in quei lunghi momenti in cui non saremo assieme."
"Ci avevo pensato, amato mio. Immaginavo che questa sarebbe stata la tua reazione, il tuo pensiero. Perciò..." disse tornando a frugare nelle sue cose e prendendone un altro scatolino uguale al primo, "Ecco, tieni, questa è tua."
Torsten aprì l'elegante e piccolo astuccio: conteneva un'altra catenella d'oro con un ciondolo, identica a quella che ora aveva al collo.
"Un'altra?" chiese lievemente stupito il bel servo, poi chiese, "È mia?"
"Certo."
"Allora, venite. Posso donarla a voi. Anche se siete stato voi a procurarla con il vostro denaro. Se solo avessi avuto il mio..."
"No, questa non l'ho comprata con il mio denaro, ma con quello che ho chiesto al mio signor padre di affidarmi, per compensare i tuoi servigi. Quindi, se pure sono stato io ad ordinarla all'orefice, questa catenella è veramente tua. Ed ora è il tuo regalo per me. Sei contento?"
"Voi, amato mio signorino, pensate proprio a tutto. Certo che va bene. Lasciate che ve la metta al collo."
"Il mio degno signor padre, per anni, ti ha avuto al nostro servizio, ma a differenza degli altri servi, non t'ha mai dato un salario."
"Questi erano i patti. Mi ha dato comunque del buon cibo, belle vesti..."
"La livrea dei servi..."
"Perché sono un servo. E mi ha dato un comodo riparo."
"Ma a che prezzo."
"Prezzo che ora mi pare sia stato poco da pagare, perché mi ha dato voi."
"Ma d'ora in poi le cose cambieranno. Tu da questo momento non sei più il mio servo, ma il mio compagno, e farai la mia stessa vita."
"Sarò sempre solo un montanaro ignorante, signorino."
"Ma sai già qualche parola di inglese." lo celiò il ragazzo, poi con volto serio, gli disse: "D'ora in poi non devi più chiamarmi né signorino, né tanto meno padrone."
"Come dovrò chiamarvi, allora?"
"Nicolaus e basta, così come io chiamo te Torsten."
"Davvero posso? È così bello, il vostro nome! Sì, vi chiamerò Nicolaus soltanto, e con gioia." disse il ragazzo con occhi luminosi, carezzando lieve la catenella che l'amante gli aveva posto al collo. "Però, a volte, non vi chiamerò con il vostro nome, ma in un altro modo."
"E come?
"My love. Amato mio."
Il mattino seguente, ripreso il viaggio dopo una buona colazione, Torsten faticava a non lasciar trapelare in modo troppo evidente la felicità in cui si sentiva immerso.
"Ti vedo allegro." gli disse infatti ad un certo punto il giovane attore, che sedeva alla sua destra.
"Sono eccitato per tutte le cose nuove che sto vedendo grazie a questo viaggio. È la prima volta che vado così lontano."
"Oh, capisco. La mia vita, invece, mi costringe a viaggiare assai. All'inizio anche io ero eccitato come te, ma ora questi viaggi mi sono venuti a noia. È vero che si possono fare incontri interessanti e piacevoli, ma..." disse l'attore lanciando un'occhiata al maestro di musica, che ora sedeva di fronte a lui, e lasciando la frase in sospeso.
"Anche per noi questo è il primo viaggio." disse lo sposo. "Sia io che mia moglie siamo nati ad Innsbruck e vissuti sempre lì. Ma a noi questo viaggio non dà ancora eccitazione: non sappiamo se a Frankfurt troveremo davvero un buon lavoro."
Giunti finalmente a Frankfurt, la comitiva si sciolse, e Torsten notò che il maestro di musica e l'attore si avviavano, fianco a fianco, nella stessa direzione.
"Da come hanno continuato a lanciarsi occhiate, quei due, e che ora vanno assieme, mi sa che durante la notte scorsa, sia avvenuto qualcosa di speciale fra loro, che han diviso lo stesso letto." disse Torsten a Nicolaus.
"Ho pensato a qualcosa di simile anche io. Buon per loro, se si sono incontrati..." commentò Nicolaus con un sorriso.
Alla posta delle diligenze vi era un corrispondente del barone von Meyerburg ad attenderli. Questi aveva già predisposto tutto per la continuazione del viaggio di Nicolaus e Torsten. Pernottarono nella casa di questi, quindi presero un'altra diligenza che li avrebbe condotti a Köln, e qui avrebbero poi preso un'altra diligenza fino al porto di Rotterdam.
Questa diligenza era più grande della prima, e vi erano otto passeggeri. Ma a differenza della prima tratta, nessuno si mise a conversare con gli altri.
Quando infine raggiunsero Rotterdam. Nicolaus chiese di dove partisse la nave per l'Inghilterra. Avuta l'informazione, si presentarono al capitano della nave, che disse loro che il suo veliero avrebbe salpato le ancore solo tre giorni più tardi. Nicolaus si fece consigliare una locanda in cui trovare una stanza pulita ed un buon trattamento. Qui giunti, chieste informazioni al locandiere, portò Torsten da un sarto e gli chiese se poteva fare in due giorni un abito per il suo servo.
"In soli due giorni, signore, è assai difficile... a meno che vi accontentiate che io adatti per il vostro servo un abito. Un mio cliente me l'aveva ordinato, ma malauguratamente è mancato il giorno stesso in cui avrebbe dovuto fare l'ultima prova..."
"Fate vedere." disse Nicolaus.
Era un abito di un modello assai sobrio, di taglio austero e di panno di un colore bruno assai scuro.
"Mi farete un buon prezzo?" chiese Nicolaus, "dato che il vostro cliente l'avrà di già pagato."
"Non completamente, e comunque vi sono le modifiche da fare. Però, certo, vi costerà meno di un abito fatto appositamente."
"Mi pare giusto. Considerate anche che non ho potuto scegliere né la stoffa, né il colore, né il modello... e che comunque vi resterebbe qui invenduto, se non lo acquistassi io..."
Concordato il prezzo e prese le misure di Torsten, il sarto chiese di ritornare l'indomani per fare una prova e promise che entro due giorni sarebbe stato pronto.
"Mi spiace, Torsten, che non sia il bell'abito che avevo in mente per te. Ma a Londra ne faremo fare di migliori."
"Non era necessario, Nicolaus, potevano bastarmi le livree che ho con me."
"No, vedi, anche il sarto, a causa della tua livrea, ha subito capito che sei un servo. Nessuno a Londra deve pensare a te come al mio servo, ma come al mio compagno. L'abito fa il monaco, purtroppo. Io, comunque tu sia vestito, vedo in te solamente il mio amato, ma non è così per gli altri."
"Anche se, ne sono certo, Nicolaus, voi preferite vedermi con indosso solamente l'abito con cui sono venuto al mondo..." gli disse con un sorriso birichino il ragazzo.
"Hai perfettamente ragione, è il più bell'abito che tu possa indossare, per rendermi felice."
"Ma se i londresi non devono capire che sono il vostro servo, Nicolaus, e dato che non possiamo dire che sono il vostro amato, che dovranno pensare di me?"
"Che sei il mio compagno... il mio assistente... il mio segretario, che so io..."
"Un segretario che non sa né leggere né scrivere?"
"T'insegnerò, te l'ho promesso... se tu desideri imparare. Non voglio che tu impari solo perché io lo desidero."
"Ma quello che voi desiderate, Nicolaus, diventa per legge di natura il mio desiderio, non lo sapete?"
"Sei così dolce, mio amato Torsten!"
"Mai quanto vorrei esserlo per voi."