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una storia originale di Andrej Koymasky


pin AMORE DI PADRE CAPITOLO 17
UN PIANO AZZARDATO

Torsten ascoltò allibito il piano di Nicolaus. Gli fece diverse obiezioni, ma il figlio del barone, invece di essere scoraggiato e dissuaso da queste, non faceva che rafforzarsi nella sua idea, in quanto, rispondendo alle obiezioni, il suo piano prendeva via via più solida forma e sostanza.

Discussero a lungo, esaminarono ogni possibilità, ogni dettaglio... ed alla fine anche Torsten si convinse.

"Ma voi, signorino, siete disposto a tanto... per me?"

"No, mio amato, non solo per te, ma per noi. Sì, sono più che disposto... e d'altronde, se tu non fossi riuscito a farmi desistere prima, ora io certamente sarei un assassino. Io farò bene la mia parte, ma anche tu devi fare alla perfezione la tua. Se sbagliamo un solo passo, andrebbe tutto a monte. Ma Heinz è troppo sicuro di sé... vedrai che ci cascherà, come un merlo al laccio. Non so se pagherà per tutto quello che meriterebbe di pagare, ma sono quasi certo che non ci accadrà mai più nulla di simile a quanto hai dovuto subire fino ad ora, e specialmente questa mattina."

"Che dio ce la mandi buona, signorino. Io tremo per voi..."

"Non so se dio esiste, e se anche esiste, non so se farà davvero qualcosa per far sì che le cose vadano per il verso giusto o no. Ma so che dobbiamo contare sulle nostre sole forze e che dobbiamo fare qualsiasi cosa per difendere il nostro amore."

"Ma voi... essere disposto a subire tanto..."

"Sempre assai meno di quanto hai dovuto subire tu, e che saresti stato disposto a subire ancora. No, mio amato, proprio questo nostro piano, che abbia o no il risultato che spero, ci renderà ancora più vicini, ancora più uniti. Vedi, ora mi sento meglio, perché vedo una possibilità di liberarci da questo incubo. Tu, piuttosto, povero amore mio?"

"Mi basta stare accanto a voi per dimenticare tutto." gli disse son un tenero sorriso il giovane servo. "Signorino?"

"Dimmi, amore."

"Lo sapete che vi amo più di me stesso?"

"Me l'hai ampiamente dimostrato, amore mio."

Il pomeriggio passò quietamente. Di tanto in tanto i due ragazzi si scambiavano lunghi baci, tenere carezze e parole d'amore.

Nicolaus scese per la cena e riuscì a comportarsi nel modo usuale, senza far trapelare nulla, nonostante il profondo disprezzo che nutriva ormai in cuore per la propria famiglia ed in particolare per Heinz.

Otto ed il padre parlarono soprattutto della guerra che si diceva stesse per scoppiare contro la Francia ed il suo auto-proclamato imperatore, nonostante le proteste della baronessa che si annoiava nell'ascoltare quei discorsi.

"Dovrò trovare il modo per far sì che voi tre, se la guerra scoppiasse, non siate richiamati nell'esercito, o per lo meno che non siate inviati al fronte. Ho buone conoscenze, non dovrei avere problemi." disse il barone, poi aggiunse: "Basterà ungere le ruote giuste, anche se costerà... Ma proprio in caso di guerra, il potere e l'influenza di un banchiere aumentano, perché una guerra costa molto."

"Eh, è il denaro che fa girare il mondo..." osservò Otto.

"Non è solo il denaro che fa girare il mondo, fratello mio..." disse Nicolaus in tono lieve.

"E che altro, sentiamo, fratellino." gli chiese Otto in tono di lieve sarcasmo.

"Oh, molto altro... Prova ad esempio a fermare la peste, o il vaiolo con tutto il denaro di tutte le banche dell'impero. Non puoi. O prova semplicemente a far piovere e fare bel tempo nel modo migliore per far fruttare le nostre terre... non puoi."

"Ma è pur grazie al denaro, Nicolaus, che possiamo avere le nostre comodità e godere i nostri lussi." interloquì la baronessa.

"Ma può forse il denaro fermare la morte, il giorno in cui essa verrà a mietere le nostre vite?" la rintuzzò Nicolaus.

"Oh, ma che avete stasera? Solo di disgrazie sapete parlare voi uomini?" si lamentò la baronessa, "Pestilenze, disgrazie, guerra, morte!"

"Anche l'amore, il desiderio, la fame di potere, l'oppressione del forte sul debole... anche questi fanno girare il mondo..." disse lieve Nicolaus lanciando un'occhiata ad Heinz, che non la colse.

Questi anzi rispose: "Che il forte si avvantaggi sul debole, è legge di natura. Chi è troppo debole è destinato a soccombere, o a servire il più forte. Il vero uomo è colui che sa come sottomettere gli altri."

Otto ridacchiò, cogliendo il senso delle parole del fratello.

"Sì, certo, ma sono due le categorie di persone che sono destinate a soccombere, Heinz: chi non ha sufficiente fiducia in se stesso e non si sa difendere... e chi ha troppa fiducia in se stesso e si crede invincibile. E chi si sente troppo sicuro di sé quando monta a cavallo, prima o poi viene disarcionato... e quando meno se lo aspetta." gli rispose Nicolaus.

"La virtù sta nel mezzo, mi pare che si dica. Anche se io personalmente preferisco non avere troppa virtù ma poter stare più in alto della metà." commentò la baronessa.

Quando finalmente la cena ebbe termine, Nicolaus tornò nelle proprie stanze. Con Torsten c'era una delle serve, che attendeva che il ragazzo terminasse di mangiare.

"Come sta il nostro malato, questa sera?" chiese Nicolaus entrando nella stanzetta e facendo l'occhiolino a Torsten da dietro le spalle della donna.

"Mi pare di stare un po' meglio, signorino. Spero di levarvi presto l'incomodo."

"Quando lo deciderà il signor dottore, non prima. Comunque non mi sei d'incomodo, questa stanzetta non era usata."

"Oh, voi signorino siete sempre buono e gentile con tutti." gli disse la serva.

"Con tutti quelli che lo meritano, Thea, solamente con coloro che lo meritano."

"Oh no, signorino, voi siete sempre buono e gentile. Tutti vi amano, in questa casa." insisté la serva. "Avete sempre un sorriso pronto, voi, signorino, un per favore ed un grazie sempre sulle labbra persino con noi servi. Che dio vi benedica mille volte." disse la donna alzandosi e, preso il vassoio dal letto di Torsten, salutò Nicolaus con un breve inchino ed uscì dalla stanza.

"Com'è andata la cena con la vostra famiglia?" gli chiese Torsten quando furono soli.

"A meraviglia. Mi sono concesso anche il lusso di lanciare un avvertimento a Heinz... che logicamente non l'ha colto. E la tua cena, com'è andata?"

"Non ho mai mangiato meglio, da quando sono ammalato. Oh, beh, si mangiava molto bene anche prima, ma ora è da leccarsi i baffi."

"Chissà come saresti?"

"Come?"

"Se tu avessi i baffi..." disse ridendo lieve Nicolaus.

"A voi piacerebbe se io li avessi?"

"No, mi piaci così come sei. Mi piace il tuo bel volto pulito. Come mi piace tutto di te."

"Proprio tutto, signorino?"

"Proprio tutto... e specialmente questo." ridacchiò il ragazzo toccandolo, attraverso i panni del letto, fra le gambe.

Torsten arrossì lieve, ma sorrise.

"Che fai, arrossisci? Arrossisci con il tuo amante?" lo celiò Nicolaus.

"Con altri forse non arrossirei, non m'importerebbe nulla. Con voi... è diverso. Non è un rossore di vergogna, sapete? Ma di piacere."

"Comunque questo," disse Nicolaus senza togliere la mano, anzi sfregandovela lieve, "posso toccarlo finché voglio, perché mi appartiene."

"Certo, vi appartiene come tutto di me e potete toccarlo, e farci quel che meglio vi piace."

"Sì, così come io appartengo tutto a te, e come tu puoi fare di me, di ogni parte del mio corpo ciò che più ti aggrada." gli rispose Nicolaus e, abbracciatolo, lo baciò con passione.

"Mica è necessario aspettare la mezzanotte anche questa sera, vero, signorino?" chiese Torsten con un tono di speranza nella voce.

"Più è tardi e più siamo sicuri di non essere disturbati, lo sai."

"Avete ragione... ma non troppo tardi, spero."

"Hai tanta voglia?"

"Voi no?"

"Senti qui fra le mie gambe... tocca quello che ti appartiene... senti quanto desidera essere di nuovo tuo... lui darà la risposta alla tua domanda." gli disse soavemente il ragazzo.

Non aspettarono la mezzanotte. Molto prima, chiusa accuratamente a chiave la porta esterna del quartierino, furono uno nelle braccia dell'altro, nudi, sul grande letto di Nicolaus.

Di nuovo si donarono l'uno all'altro, ebbri di desiderio e di amore, dimentichi di tutti e di tutto, e delle brutture della vita. Fecero l'amore a lungo, alternando momenti di focosa passione, di intensa gioia, e di tenero languore. Quando infine appagati spensero le candele, si rilassarono restando strettamente allacciati.

Nicolaus gli disse: "Al più presto, con i miei risparmi, voglio comprarti una catenella d'oro da mettere al collo, con un bel ciondolo, per ricordarti sempre che sono tutto tuo."

"Non è possibile, signorino. Lo troverebbero strano, penserebbero che l'ho rubata."

"Sotto gli abiti, nessuno la vedrebbe."

"Dimenticate che... a volte... qualcuno mi vede anche senza nulla indosso." mormorò Torsten sottovoce.

A quell'allusione il cuore di Nicolaus provò una fitta: "Ma presto, molto presto, non correrai più quel rischio." gli sussurrò, "Specialmente se tutto andrà secondo il nostro piano. E allora tu apparterrai solo a me, e solo io potrò godere delle tue belle nudità."

"Quel giorno, allora, mi darete la catenella, e la indosserò con orgoglio e sarà per me più sacra di una fede nuziale. Sarà la catena che mi renderà libero, incatenandomi a voi."

"Tu sei un poeta, Torsten. La catena che mi renderà libero incatenandomi a voi. È una bellissima immagine."

"Se davvero sono un poeta, signorino, è l'amore che mi date e che accettate da me, che mi rende tale."

"Hai sonno, amato mio?"

"No, ma forse è meglio che dormiamo. Credo che sia già molto tardi."

"E domattina... tutto come convenuto."

"Ma se non venisse?"

"Sento che verrà. Ma se mai, sarà per la mattina dopo, o quella dopo ancora."

"Ma... e la vostra scuola?"

"A quella penserò poi. Ma sento che non dovremo attendere a lungo."

"A volte... vostro fratello Otto, mi prendeva anche durante la notte."

"Perché ricordi quelle brutte cose, ora?" lo rimproverò dolcemente Nicolaus, stringendolo a sé quasi a proteggerlo così anche dagli sgradevoli pensieri.

"Perché se siete voi a farlo, se svegliandovi ed avendomi accanto, si risveglia anche il vostro desiderio, io sarò molto felice se mi prendete."

"Se è così, e se capitasse, ti prometto che lo farò, ma solo ad una condizione."

"Quale?"

"Che anche tu lo faccia, se fossi tu a svegliarti e ne venisse il desiderio a te. Me lo prometti?"

"Con tutto il cuore, signorino."

"E anche con questo?" gli chiese con fare malizioso il ragazzo, carezzandogli il membro morbido e caldo.

"Sì, certo, anche con quello. Con che altro ve lo devo promettere, oltre che con il cuore e con quello?" ridacchiò il giovane servo sentendosi felice.

"Mi basta... almeno per ora. Questa volta è stato anche più bello che la notte scorsa fare l'amore."

"Sì, perché i nostri corpi stanno imparando a riconoscersi. Le prime volte, forse, si è un po' intimoriti e preoccupati su come farlo, come farlo bene, come saper dare all'altro il piacere che si desidera dargli... Si pensa troppo. Ma poco alla volta diventa naturale, spontaneo. Non è più la mente a dirigere i passi, i movimenti, ma è il cuore, è il corpo stesso di sua iniziativa. Perciò diventa più bello... almeno penso che sia così."

"Ti amo, Torsten!"

"È così bello sentirvelo dire, ripetere..."

"Ed è anche bello potertelo dire e ripetere."

"Anche io vi amo, signorino."

"Non dimenticare di dirmelo, di tanto in tanto."

"Se pure potessi dimenticarlo, le mie labbra ve lo direbbero da sole, come pure tutto il mio corpo. Ve lo direbbero i miei occhi, ve lo sussurrerebbe il mio respiro, ve lo confermerebbero le mie mani... tutto di me. Ve lo confesserebbero i miei baci... e ve lo ribadirebbe il mio membro. Tutta la mia carne ve lo farebbe sapere. Comunque le mie labbra ve lo ripeteranno ancora."

Tacquero infine. Quando finalmente il sonno appesantì le loro palpebre e rese profondo e regolare il loro respiro, il loro dolce abbraccio si allentò pur senza sciogliersi.

Nella grande e lussuosa casa immersa nella quiete, solo i loro cuori continuavano a cantare strofe d'amore, ritmate in misteriose frasi che nessuna penna di poeta sarà mai capace di scrivere.


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