Il mattino seguente, dopo essersi svegliati, si baciarono a lungo, carezzandosi l'un l'altro per tutto il corpo. Poi Torsten dovette tornare nella stanzetta del valletto e mettersi a letto, mentre Nicolaus si vestiva.
"Fra non molto dovrebbe venire il valletto. Ti porterà la colazione. Io ora scendo, ma tornerò su, prima di uscire per recarmi a scuola. Mi raccomando, ricorda che per tutti tu sei ancora malato."
"Sì che lo sono, signorino: sono ammalato d'amore!"
Nicolaus sorrise: "Dev'essere una malattia contagiosa, ma un male da cui spero di non guarire mai. Una malattia cronica." gli disse carezzandogli i capelli con tenerezza.
"E non m'importa se devo prendere tre volte al giorno un cucchiaio di quell'orribile cordiale, finché mi permette di restare qui con voi."
"È così amaro?"
"Peggio della mala sorte."
"Ne getterò un cucchiaio nella toeletta, tre volte al giorno. Tu dirai ai servi che io in persona te l'ho fatta bere. Non ti preoccupare."
Mentre Nicolaus era al piano inferiore a fare colazione con la famiglia, un servo portò a Torsten la colazione: un ottimo zabaglione fatto con un cucchiaio di porto e biscottini all'uovo. Il ragazzo pensò che con la scusa della malattia, stava ricevendo un trattamento da gran signore. Mangiò lentamente, assaporando quelle delizie ma facendo mostra di mangiare contro voglia.
"Vedi di guarire in fretta, Torsten. Il padrone giovane e il signorino sono molto scontenti di dover fare a meno dei tuoi servizi..." gli disse il servo, senza alcuna malizia.
"Lo spero anch'io..." mentì il ragazzo. "Mi sento così strano, così debole." Poi ebbe un'idea: "Che giorno è oggi? È già domenica?"
"Ma no, che dici? Oggi è solo mercoledì. Sei svenuto solo ieri, martedì pomeriggio."
"M'era sembrato di sentire le campane della messa..." inventò il ragazzo parlando con voce debole e incerta.
"Ma che campane! Nessuna campana ha suonato, a parte le ore."
"E cos'è allora questo rumore?"
"Non c'è nessun rumore, è tutto quieto. Stai proprio male, tu, stai vaneggiando. Mah, che il signore Iddio ti protegga, ragazzo mio..." sospirò il servo, ed andò ad iniziare a pulire le stanze di Nicolaus. Sulla porta si girò: "Chiama, se ti senti peggio, o se hai qualche problema, almeno finché io sarò qui." gli disse ed andò a fare le sue faccende.
Torsten sorrise soddisfatto. Sapeva bene quanto i servi parlassero fra di loro: in breve tutti avrebbero saputo che stava ancora molto male.
Non era un furbetto, il ragazzo, ma la necessità aguzza l'ingegno, e lui desiderava con tutto se stesso di poter restare il più a lungo possibile nel quartierino del suo amato signorino Nicolaus.
Questi, dopo colazione, salì a salutarlo, dandogli un rapido bacio mentre il valletto era fuori vista. Si mise il mantello e perse il necessario per recarsi alle lezioni.
Ma, uscito di casa ed andando a passo svelto verso la propria scuola, appena fu a distanza suficiente, cambiò direzione e si avviò verso il centro.
Camminava in fretta, aveva chiara la sua meta. Si fermò davanti ad un portoncino con una targa d'ottone. Quindi, risoluto, preso in mano il battente a forma di testa di leone. Batté tre colpi decisi. Dopo poco il portoncino si aprì ed un ragazzzo con le mezze maniche nere sulla immacolata camicia bianca, andò ad aprire.
"Desiderate?"
"È nel suo studio l'avvocato von Kleber?"
"È appena giunto. Entrate. Chi devo dire che..."
"Il figlio del barone von Meyerburg."
"Attendete solo un attimo, vedo se vi può ricevere."
Dopo poco il praticante di studio lo fece entrare nello studio dell'avvocato. Questi si alzò e lo accolse con un lieve sorriso sorpreso.
"A che devo questa impervista, ma così gradita visita, Nicolaus? Avete forse..."
"Ho bisogno del vostro aiuto, del vostro consiglio legale."
"Speravo che foste qui per... altro. Ma accomodatevi, e ditemi."
Nicolaus gli spiegò la situazione di Torsten, senza omettere nulla, compreso il fatto che erano divenuti amanti.
"Vedo... Vi rendete conto che raccontandomi tutto ciò, vi siete messo nelle mie mani? E che il prezzo per la mia assistenza potrebbe essere assai alto? E non parlo di denaro, come potete ben immaginare. Siete un ragazzo intelligente, oltre che molto bello, e sapete quello che io da tempo anelo avere da voi..."
"Come voi siete nelle mie mani, avvocato. A causa proprio del vostro desiderio."
"Ma ora... ora potrei decidere di denunciare tutto a vostro padre, anziché aiutarvi."
"Conservo ancora tutti i biglietti con cui mi avete corteggiato. Credete che mio padre, o la polizia imperiale, crederà più alle vostre parole o ai vostri stessi scritti?" chiese tranquillo il ragazzo.
"Mi state ricattando?" gli chiese l'uomo, con un sorriso lieve sulle labbra.
"No, se voi non ricattate me."
"E perché mai avete deciso di rivolgervi proprio a me? Non è crudeltà la vostra?"
"Perché, sapendo che a voi come a me non interessa minimamente il gentil sesso, ho pensato che voi mi possiate capire, e perché so che di voi mi posso fidare. A chi altri avrei potuto chiedere aiuto in sì delicata materia?"
"Ma dite, e che ci guadagno io, ad occuparmi del vostro caso? Voi vi date ad un servo, e vi rifiutate a me, un uomo della buona società, rispettato e stimato, che vi farebbe ponti d'oro se voi vi concedeste a lui. Non capite che è crudele chiedere a me aiutarvi in questo? Né credo che potreste permettervi di sostenere le spese delle mie parcelle. Che ci guadagno, dunque?"
"Nulla, oltre un mio grazie, né però ci rimettete nulla. O forse ci guadagnate il fatto di aver compiuto un'opera buona... e di non pagare per la sfrontatezza che avete avuto nello scrivermi i vostri biglietti e nel chiedermi in termini sì espliciti, di rallegrarvi diventando il vostro Ganimede. Già, vi siete paragonato a Zeus, il re degli dei. Siete comunque il re del foro di giustizia, a quanto si dice. Dimostratemelo, ed accontentatevi di aver fatto sì che due ragazzi che si amano possano essere felici assieme."
"Ben magra consolazione. Ma sì, vorrei comunque fare qualcosa per voi. Però vi avverto, non sarà affatto semplice. Il documento che affida la tutela del servo a vostro padre è certamente stato redatto con tutti i crismi della legge. E se, come m'avete detto, non volete uno scandalo, se non volete gettare vostro padre ed i vostri fratelli nel fango... o anche in prigione... non so davvero che cosa si potrà fare. Inoltre, quando anche la tutela potesse venire annullata, come fareste a vivere con il vostro drudo, mettendovi contro la vostra stessa famiglia? Capite, non è che io non vi voglia aiutare, ma il vostro mi pare proprio un caso disperato."
"E se decidessi che vale la pena di far scoppiare lo scandalo?"
"Anche in questo caso, anche se le possibilità di risolvere il vostro problema potrebbero aumentare un poco, che valore può avere la parola di un servitorello ignorante contro quella della vostra famiglia? Di certo vostro padre ed i vostri fratelli negherebbero tutto; e senza poter produrre alcuna prova, il vostro drudo finirebbe per finire lui in prigione, per calunnia. E la vostra parola non avrebbe alcun valore, sia perché anche voi siete solo un ragazzino, sia perché non avete prove dirette, ma solo la parola del vostro servo."
"Anche se lo meriterebbero tutti e tre, non voglio uno scandalo, comunque. Ma devo trovare un modo per liberare il mio amico e per vivere con lui. A costo di fuggire assieme."
"E dove? E con che mezzi? Due minori, senza denaro e senza appoggi... non capite che una vostra eventuale fuga avrebbe vita breve?"
"Certo che lo capisco, per questo mi sono rivolto a voi. Voi avete esperienza di leggi ed anche di vita... come pure della nostra diversità. Siete quindi il migliore alleato che io potessi trovare... nonostante tutto."
"Un alleato un po' contro voglia, lo capite, però... sì, dopo tutto vi capisco, capisco la vostra situazione, i vostri desideri. Perciò vedrò che cosa si può fare. Non vi prometto nulla, ma vi do la mia parola d'onore che cercherò di fare del mio meglio. Certo che, se voi foste meno crudele nei miei confronti..."
Nicolaus sorrise: "Signor conte, immagino che potete avere tutti i ragazzini che volete. Non avete bisogno di me. E se, dandomi a voi, potreste fare qualcosa per il mio problema, questo significa che lo potete fare ugualmente, anche senza avermi. Posso contare su di voi, dunque?"
"Vi ho detto, non vi prometto nulla, ma farò quanto è possibile fare."
"Ci conto e ve ne sono grato. Ora devo andare. Sono molto in ritardo per le mie lezioni e dovrò trovare una scusa. Mi farò vivo quanto prima, per sapere se avete da darmi qualche suggerimento. Conto sulla vostra più totale discrezione. Ricordate, sono nelle vostre mani molto meno di quanto voi lo siate nelle mie."
"È proprio questa mistura di dolcezza e di determinazione che è in voi, che fa di voi un ragazzo speciale, assai diverso ed assai più attraente e desiderabile di ogni altro... oltre alla vostra notevole bellezza." sospirò l'avvocato.
Quel breve colloquio non aveva dato molte speranze a Nicolaus, capiva quanto le difficoltà accennate dal conte fossero reali e non una semplice scusa. Ma sperava che l'uomo fosse in grado di trovare una qualche soluzione al suo impellente problema.
A scuola inventò una scusa plausibile e non ebbe problemi. Ma per tutto il tempo non fece che pensare alle bellissime ore passate con il suo Torsten, che ora lo attendeva tutto solo nella sua stanza.
Mentre Nicolaus era a scuola, e Torsten solo nel lettino, ed entrambi i ragazzi non facevno che pensare l'uno all'altro, il ragazzo udì aprirsi la porta del corridoio. Pensò che potesse essere uno dei servi, ma sentì che la porta veniva chiusa a chiave e questo lo allarmò. Tosto udì una voce bassa e minacciosa.
"Puttana, dove sei?"
Era Heinz! Torsten, preso dal panico, non sapendo che fare, chiuse gli occhi e si abbandonò sul lettino senza rispondere, fingendo di essere nuovamente privo dei sensi. Sentì Heinz entrare nella cameretta.
"Perché non rispondi, puttana!" disse il giovane accostandosi al lettino.
Afferrò per un braccio il ragazzo e lo scosse con rudezza. Torsten non reagì e restò abbandonato come se fosse totalmente privo di forze. Dopo diversi scrolloni ed insulti, Heinz parve desistere e lo lasciò. Ma Torsten ancora avvertiva la sua presenza. Udì lievi fruscii che non riuscì a decifrare. Era tentato di socchiudere gli ochi per vedere che cosa Heinz stesse facendo, ma decise che era più saggio continuare nella sua finzione.
Dopo poco sentì che Heinz gli strappava di dosso la coperta. Poi si sentì prendere di peso e girare sul ventre e subito capì, con tremore e smarrimento, quanto l'altro aveva intenzione di fare. Quasi subito sentì infatti il corpo seminudo di Heinz calargli sopra... e dopo poche manovre, penetrarlo con un solo violento colpo ed iniziare a fotterlo con violenza, mentre gli diceva con voce roca e crudele:
"Sarai malato, ma il tuo culo funziona a meraviglia!"
Torsten chiuse con forza gli occhi, quasi a trattenere le cocenti lacrime di disperazione e rabbia che premevano per uscire. Quell'ulteriore violenza, dopo le belle ore d'amore passate con il suo Nicolaus, gli fecero desiderare di morire. Ma qualcosa dentro di lui si ribellò a quel pensiero: no, non lui, che crepasse Heinz, piuttosto! Lui doveva vivere, vivere per il suo Nicolaus.
Heinz gli si agitava sopra, continuando a prenderlo con selvaggio piacere e sadico gusto. Torsten, se pure a stento, restò immobile ed in silenzio, pregando in cuor suo che quell'ulteriore oltraggio e supplizio cessasse presto. Se tutte le altre volte aveva subito ogni cosa, questa volta sentiva ribollire dentro di sé una crescente rabbia e disgusto, un senso di rivolta e ripulsa che dominò a stento.
Heinz continuava ad insultarlo a bassa voce ed a fotterlo con violenza... e finalmente si scaricò in lui. Con un basso grugnito soddisfatto, gli si tolse di sopra e scese dal letto.
Mentre si ricomponeva gli abiti, disse: "Vedrai che guarirai presto, puttana, grazie a queste mie cure ricostituenti. Tornerò, ogni volta che il mio fratellino non è in casa, e ti fotterò, che tu sia privo di sensi o ben desto: per me non cambia nulla. E mi dispiace per il povero Otto, che invece in questi giorni resterà a bocca asciutta."
Gli rimise la coperta sopra, lasciandolo disteso sul ventre, e finalmente uscì. Torsten trattenne il respiro e restò immobile a lungo, anche dopo che sentì la porta del quartiere di Nicolaus essere aperta e richiusa.
Restò immobile, cercando di trattenere i silenziosi singhiozzi che gli scuotevano il corpo. Che poteva fare? Se non fosse stato per Nicolaus, sarebbe fuggito... avrebbe dato fuoco a quella casa maledetta, si sarebbe vendicato.
Ma così avrebbe perso il suo amato, l'unico raggio di sole che illuminava e riscaldava la sua vita. Fingersi privo di sensi non era servito a nulla. Né sarebbe servito a nulla se non avesse finto. Che poteva fare per far cessare quel supplizio? si chiese. Nulla! fu la risposta.
Torsten restò così, immobile, a lungo, non avrebbe saputo dire neppure lui per quanto tempo. Aveva la mente ed il cuore in subbuglio.
"Che tu possa morire fra i più atroci tormenti, Heinz maledetto!" mormorò con voce fioca, soffocata dal cuscino, ma con accento terribile.
Non aveva neppure più lacrime da versare.
Nonostante la violenza di quell'atto, non gli aveva fatto male fisicamente... ma gli aveva profondamente ferito l'anima. Per la prima volta, più che non umiliato, si sentiva... profanato. Sì, ora che aveva finalmente trovato e provato l'amore, subire quei soprusi non era più sostenibile. Eppure doveva sopportare, per amore del suo Nicolaus.
Quando questi tornò dalla scuola, salendo i gradini a due a due, felice al pensiero che finalmente avrebbe rivisto il suo Torsten, che l'avrebbe potuto riabbracciare, baciare, ed entrò nella stanzetta del valletto dove era il suo giovane e bell'amante, lo chiamò con voce allegra: "Amore! Sono finalmente di ritorno. Ti sono mancato, non è..." disse ma si interruppe, vedendo sul volto che Torsten aveva girato verso lui l'espressione stravolta del suo ragazzo.
A fatica, e dopo molte insistenze, riuscì finalmente a farlo parlare ed andò su tutte le furie.
"Io l'ammazzo! Io ora prendo il mio pugnale e vado ad ammazzarlo!" gridò rosso in volto Nicolaus alzandosi dal lettino, dove s'era seduto.
Torsten gli si aggrappò addosso: "No! Tacete... sedetevi qui con me... non lo fate... o vi metteranno in galera e vi perderò, mi perderete. Vi prego, calmatevi... per l'amore che mi portate, calmatevi, ve ne scongiuro... Non fate pazzie!"
Torsten faticò non poco a far calmare il suo amato, ma infine vi riuscì, blandendolo, carezzandolo, facendolo riflettere e dicendogli parole d'amore.
"Ma non posso più tollerare... no Torsten, non posso più tollerare. Devo trovare una via d'uscita... per te, per me. Dio, quanto lo odio!"
"Odiarlo... sì, sarebbe anche giusto. Ma odiarlo fa più male a voi che a lui... e non risolve nulla. È proprio per non perdervi che sono disposto a subire ogni cosa, ogni oltraggio. Per lo stesso motivo, se voi mi amate..."
"No! No!" disse Nicolaus scuotendo risolutamente il capo. Tacque per un poco, poi disse: "Ha detto che tornerà quando io non sono in casa, m'hai detto."
"Sì, ha detto così."
"Bene, molto bene. Forse so come far cessare ogni cosa."
"Che avete in mente?" chiese Torsten, un po' stupito per l'improvvisa calma che pareva essere scesa sull'amato.
"Devo solo pensare bene a tutti i dettagli... dobbiamo pensare bene a tutto, tu ed io... Ascolta..."
In quella bussarono alla porta e la voce di un servo chiamò: "Signorino Nicolaus, il vostro signor padre mi manda ad avertire che son già tutti a tavola... mancate solo voi..."
"Attendi un attimo." disse Nicolaus al suo ragazzo ed andò alla porta: "Riferisci al mio signor padre che mi sento lievemente imbarazzato di stomaco e preferisco saltare il pranzo. Nulla di grave, nulla di cui preoccuparsi. Prima di sera sarà certamente passato tutto."
"Come desiderate, signorino." disse il servo e scese a portare il messaggio.
Nicolaus tornò dal suo amato.
Questi gli disse: "Non sarebbe stato meglio se foste sceso per il pranzo?"
"No, non avrei sopportato la vista di Heinz... e degli altri. Non sono ancora del tutto in me. Dunque, ti dicevo, ascolta..." gli disse e gli abbozzò il piano che aveva formulato.