Nicolaus non sapeva che cosa stesse sopportando il giovane e bel valletto a causa dei suoi fratelli, eppure... la sua sensibilità gli aveva fatto intuire qualcosa.
Da quando Nicolaus aveva tredici anni, cioè dall'anno precedente a quando Torsten era stato portato in casa, il ragazzino aveva iniziato ad intuire di essere diverso dagli altri... Non tanto e non solo per la sua avvenenza, né per la sua delicatezza, quanto...
Dapprima il ragazzino non avrebbe saputo dire perché sentiva di essere diverso. Dopo tutto, ogni essere umano è differente da tutti gli altri. Ma la sua pareva essere una diversità... diversa. Non era solamente un gioco di parole, questo.
Sentire di essere diverso e cercare di capire perché, o per lo meno in che cosa, fu per Nicolaus un tutt'uno. Iniziò quindi a studiare se stesso e gli altri con peculiare attenzione.
Questo, da un lato gli permise di conoscere sempre meglio se stesso e quindi di padroneggiarsi; dall'altro sviluppò in lui una particolare sensibilità verso gli altri, sì che divenne sempre più capace di notare e capire dettagli che ai più sarebbero sfuggiti. Per questo Nicolaus divenne, dei tre fratelli, il più sensibile ed anche il più affascinante per carattere.
Gli ci volle più di un anno di continua ed attenta analisi e ricerca per riuscire finalmente a mettere a fuoco in che cosa consistesse la sua particolare diversità. Un passo importante fu per Nicolaus la scoperta, nella biblioteca paterna, dei pochi libri d'arte che il barone aveva.
Scoprire l'arte e, al tempo stesso, scoprire anche le non rare riproduzioni del nudo maschile e del bello, fu un tutt'uno. Si sentì subito attratto sia dal primo che dal secondo.
L'ammirazione, inizialmente più che altro estetica, della bellezza delle forme maschili, presto si colorò, anche a causa del suo sviluppo sessuale, di un crescente erotismo e di sensualità. Fu così, pochi mesi dopo l'arrivo di Torsten, che Nicolaus comprese, senza ombra di dubbio, di essere attratto, anche sessualmente, dalle grazie virili e non da quelle muliebri. Rendersene conto ed accettarlo fu, per il ragazzetto, un fatto spontaneo e naturale.
Nel contempo, però, si rese anche conto che questa sua diversità era, per lo meno su un piano ufficiale, severamente condannata dalla società, dalla chiesa e soprattutto dalle leggi dell'impero. Comprese che doveva perciò essere molto cauto e far sì che nessuno potesse sospettare questa sua diversità.
Nicolaus, a differenza di tutti gli altri membri della sua famiglia, sviluppò un carattere romantico. Decise perciò che, finché non avesse trovato la sua "anima gemella", non si sarebbe rivelato se non a questa.
Più d'una volta qualcuno aveva tentato un approccio con lui, a volte anche in modo piuttosto esplicito, tentando di portarselo a letto. Ma Nicolaus, a volte fingendo di non capire, a volte con chiare parole, aveva sempre scoraggiato tutti. Questo, fino a quando Torsten fu portato nella sua casa ed regalato a suo fratello Otto.
Nicolaus si sentì presto attratto dall'avvenenza di Torsten. Ma aveva poche o punte occasioni per poter stare con il suo coetaneo, che viveva quasi segregato nel quartiere del fratello maggiore.
Non aveva ancora mai sperimentato nessun rapporto sessuale, Nicolaus, eppure non ne era del tutto digiuno, almeno su un piano teorico. Carpendo a tratti e bocconi, dai suoi maggiori, brani di conversazione, allusioni e battute, e leggendo qua e là cose più suggerite che espresse, si era fatto un discreto bagaglio di conoscenza alquanto esatto e dettagliato, se pure necessariamente incompleto. Sapeva comunque che cosa avrebbe voluto fare con la sua anima gemella, che tipo di relazione, anche sul piano fisico, gli sarebbe piaciuto avere con questa.
Se pure lentamente, l'attrazione che provava nei confronti di Torsten si rafforzò con il passar del tempo, e quando aveva finalmente deciso di offrire la sua amicizia al giovane valletto suo coetaneo, quello era stato il primo passo cosciente per sondare il terreno, per vedere se e che cosa sarebbe potuto nascere fra loro.
Il fatto che Torsten fosse un montanaro analfabeta, un servo, non lo preoccupava affatto. Solamente, doveva essere sicuro che, come aveva intuito, o forse come solamente sperava, Torsten fosse un "diverso" proprio come lui. E se così fosse stato, fino a che punto lui poteva essere l'anima gemella di Torsten.
Il giovane valletto non aveva la sua stessa sensibilità, pertanto, pur avendo finalmente compreso di essere innamorato del signorino giovane, non immaginava neppure lontanamente quello che Nicolaus stava provando in modo sempre più forte e chiaro nei suoi confronti.
Ma il minore dei tre figli del barone era determinato a portare avanti la sua ricerca, a scoprire se e quanto potesse svelare i propri sentimenti ed i propri desideri, le proprie speranze al giovane ed avvenente valletto.
Una delle cose che più attraeva Nicolaus verso Torsten, erano i suoi occhi buoni, il suo sorriso dolce, più ancora che non la sua indubbia avvenenza. Il figlio minore del barone aveva imparato abbastanza presto a valuarte le persone dal loro modo di sorridere. In parte, anche il fatto di avere la stessa età faceva sentire, non solo a Nicolaus ma ad entrambe i ragazzi, pur di così dissimile estrazione sociale, una maggiore vicinanza ed affinità.
Nicolaus aveva anche notato, proprio a partire dal giorno in cui aveva offerto la sua amicizia a Torsten, che il ragazzo pareva divenire vieppiù triste con il passare dei giorni, e se ne chiedeva il motivo.
Perciò un giorno lo fermò nel corridoio e, presolo per mano, gli chiese: "Che hai, Torsten? Vedo che qualcosa ti rattrista."
"Ma no, signorino, non è niente. Proprio niente." Ma così dicendo il giovane servo distolse lo sguardo dagli occhi dell'altro.
"Non ti credo. Perché non vuoi confidarti con me? Lo sai che io ti sono amico, veramente amico."
"Sì, signorino, lo so, e ve ne sono assai grato. Ma... davvero non c'è nulla."
"Non insistere. Se tu non me ne vuoi parlare, pazienza. Ma non mi dire questa che so essere una bugia. Se non vuoi dirmelo..."
"Non è che non voglio!" esclamò quasi alzando la voce. Poi soggiunse a voce bassa e triste: "È che non posso. Ho dato la mia parola al vostro signor padre che non avrei mai detto a nessuno, neppure a lui, ciò che vedo, sento o faccio quando sono al servizio dei vostri fratelli. Perciò... non posso dirlo neppure a voi... per quanto possa desiderarlo. Torsten ha una sola parola..."
"Questo ti fa certamente onore. Ma... non ti fidi di me? Io ti do la mia parola che, qualsiasi cosa tu possa dirmi, resterà un segreto fra te e me soltanto."
"Non è che non mi fido di voi, signorino. È che ho dato la mia parola, perciò..."
"Comunque, quello che ti angustia, è evidente, è qualcosa che hai visto, sentito, o forse sei stato obbligato a fare... che forse ti si sta facendo in relazione al tuo lavoro, al tuo servizio. E poiché ho avvertito il cambiamento da quando sei anche al servizio di mio fratello Heinz... devo presumere che sia il modo in cui lui ti tratta."
"Io non ho detto niente. Io non vi ho detto né sì, né no..."
"Eppure, amico mio, io vorrei poter fare e saper fare qualcosa per te."
"Continuate a sorridermi... non ho altro di bello, nella mia vita. Continuate a guardarmi come siete uso a guardarmi, ed io sopporterò qualsiasi cosa... per voi, per i vostri sorrisi. Questo potete farlo per me, non è così?"
"E certamente lo farò. Anche solo pensare a te fa fiorire il sorriso sulle mie labbra. Ti sono amico, Torsten, e vorrei anche..." disse Nicolaus e si interruppe per un attimo, poi riprese, "... e vorrei anche essere più di un amico, per te."
"Lasciatemi andare, ora, per cortesia. Devo tornare subito nelle stanze di vostro fratello Otto... Vi prego..."
La richiesta era talmente accorata, che Nicolaus lasciò la mano del ragazzo, e Torsten quasi corse via, scomparendo dietro la porta del quartiere di Otto, che richiuse accuratamente dietro di sé.
Il suo padrone era nello studiolo e stava scrivendo alcune carte. Sollevò lo sguardo sul suo servo. Il giovane uomo indossava solamente la sua vestaglia da camera.
"Oh, eccoti qui. Vieni, giungi a proposito. Inginocchiati sotto il mio tavolo e dammi piacere con la bocca, mentre termino quello che sto facendo. Ma non farmi venire, che più tardi, sul mio letto, voglio fotterti come si deve. Giù, svelto!"
Torsten entrò carponi sotto il tavolo, si infilò fra le gambe del giovanotto, scostò i lembi della veste da camera e si dedicò prontamente a dare al suo padrone quanto questi gli aveva richiesto.
"Stai diventando sempre più bravo... sì, così... ma ora rallenta un poco... mi stai portando troppo rapidamente dove ancora non voglio giungere... Ecco, così, bravo... senza smettere..."
Torsten fece del proprio meglio per accontentare il padrone. Nel pomeriggio Heinz non aveva avuto ospiti, quindi il servo aveva dovuto accontentare solo il signorino, che lo aveva fottuto in bocca a lungo, fino a raggiungere il piacere.
Heinz, come due o tre dei suoi amici, preferivano farsi servire di bocca, dal valletto. Tutti gli altri, invece, preferivano prenderlo da dietro. Anche Heinz, a volte, ma non spesso. Otto invece di solito lo fotteva nel culetto circa due volte, la sera prima di addormentarsi e la mattina appena si svegliava, o qualche volta anche durante la notte. Al contrario di Heinz, gli chiedeva piuttosto raramente di servirlo anche di bocca.
A questo era ridotto il povero Torsten, a parte le ore in cui era da solo nelle stanze dell'uno o dell'altro dei suoi padroni, per fare le pulizie e riassettare: a due fori da cui trarre il massimo piacere a proprio capriccio.
Ma ciò che più costava al giovane valletto, era essere trattato con degnazione, disprezzo, indifferenza. Ed anche essere giocato agli scacchi da Heinz e dover soddisfare i suoi amici.
Il ragazzo aveva anche scoperto, facendo le pulizie, il foro che Heinz aveva praticato sul battente della porta della stanzetta in cui doveva soggiacere agli amici del signorino e ne aveva subito capito lo scopo e l'uso: questo la avviliva ancor più di tutto il resto. Essere osservato, spiato, divenire oggetto di spettacolo proprio mentre doveva sottomettersi alle voglie degli amici del signorino, lo faceva sentire, se possibile, ancor più umiliato.
Non erano solo i molteplici atti di sesso a cui era sottoposto ad avvilire il povero ragazzo, quanto piuttosto come questi avvenivano. Anche gli amici di Heinz avevano iniziato a chiamarlo "puttana", quando approfittavano di lui. Certo, per tutti lui non era altro che un buco in cui sfogare le proprie voglie... un accogliente buco con carne calda, soda e tenera, attorno!
"Perché aspettare..." la voce del padrone interruppe questi suoi pensieri, "Vieni qui, calati le brache e poggia il petto sul tavolo. Mi è venuta voglia di fotterti subito." ordinò Otto.
Torsten obbedì, come sempre. Uscì di sotto il tavolo, si calò i calzoni della livrea, e poggiò il petto sul ripiano che frattanto Otto aveva liberato dalle sue carte.
"Non mi stancherei mai di fottere questo tuo bel culo!"
"Lo so, padrone." rispose il servo restando fermo, in attesa.
Otto rise: "Certo che lo sai. Non ti faccio mai mancare un bel tocco di buona carne per sfamare la tua bocca o meglio ancora il tuo culo. Ecco... prendilo! Prendilo tutto!" gli disse il giovane uomo penetrandolo in un solo colpo.
"Se mi vedesse il signorino Nicolaus, in questo momento, morirei dalla vergogna. Ma se ci fosse lui al posto del padrone, mi sentirei al settimo cielo." pensò il ragazzo mentre Otto gli martellava dentro con il consueto vigore.
"Lo sai, bestia, che il tuo culo mi soddisfa assai? Altro che quelle servette smorfiose! E nonostante ormai io ti abbia usato anche più di mille volte, resti stretto e caldo ed eccitante. I greci antichi erano saggi a dare ad ogni uomo valente e di nobile famiglia un ragazzino da svezzare... inculandolo. Cominci ad essere un po' in là con l'età, tu, servo, ma continui ad essere un gran bel culo!" disse il giovane uomo in tono allegro e compiaciuto.
Otto gli stava battendo dentro di buona lena, quando un rumore fece trasalire sia il padrone che il servo. Sul vano della porta, appoggiato allo stipite, c'era Heinz che li guardva con un sorrisetto divertito.
"Bestia! Non hai chiuso a chiave la porta!" esclamò Otto irato.
"Continua, fratello, continua. Fra noi, dopo tutto, non ci sono segreti, riguardo a usare quella puttanella." disse Heinz ed entrò nella stanza chiudendo a chiave la porta dietro di sé. "Ecco, ora si è al sicuro da brutte sorprese. Nessuno ci può cogliere sul fatto. Continua, ti ho detto, è assai penoso fermarsi a metà."
Si avvicinò di alcuni passi ed iniziò a sbottonarsi gli attillati calzoni di raso.
"Che credi di fare?" gli chiese Otto, riprendendo però a muoversi nel ragazzo.
"È un peccato che la nostra puttana abbia un foro inutilizzato. Sai che ti dico, mentre tu ti diverti con il suo culo, io mi occuperò di mettere qualcosa nella sua bocca..."
Otto rise e riprese a martellare allegramente dentro il ragazzo: "Sei davvero uno sfrontato, fratello mio, ma non hai affatto torto. Suvvia, datti da fare anche tu!"
Heinz, che aveva il membro ritto e duro e ora pienamente rivelato, si accostò ancora a Torsten, lo prese per i capelli e, tenendogli ben fermo il capo, iniziò a sua volta a fotterlo in bocca.
"Come mai sei qui, a quest'ora?" gli chiese Otto continuando a stantuffare nel servo.
"Volevo parlarti, ma ho visto che c'è meglio da fare, ora. Non pensi che sia un peccato usare solo un foro alla volta della nostra puttanella, quando ne ha due a disposizione?" gli chiese Heinz agitandosi con piacere nella bocca del servo.
"Beh, in fondo... perché no? È divertente, anzi, eccitante." rispose il fratello maggiore in tono lieve.
"Quindi possiamo farlo ancora, nei prossimi giorni."
"Sì, si potrebbe... Ma così tu stai usando il mio servo nel mio orario. Stai andando oltre quanto ti spetta. A me, che me ne viene?" gli chiese Otto.
"Ne discuteremo poi. Ora godiamoci la nostra puttana." rispose Heinz.
Per un po' i due fratelli restarono in silenzio, continuando a stantuffare nel loro servo, uno davanti e l'altro dietro. Di tanto in tanto si guardavano e si scambiavano un lascivo e complice sorriso. Poi Otto rallentò e si fermò.
"Che fai? Smetti?" gli chiese Heinz.
"Non voglio ancora venire e lasciarlo tutto a te..." rispose il maggiore.
"Beh, cercheremo di venire nello stesso momento, allora. Ma guardalo, non ti pare un porcello allo spiedo, così infilato dai nostri due schidioni?"
Otto rise: "Sì, hai ragione, un bel maialino allo spiedo, che fra poco condiremo con le nostre salse!"
Scherzavano allegramente e deridevano la loro povera vittima. Otto riprese a fottere il ragazzo con rinnovato vigore. Continuarono così per diverso tempo.
"Oh... ecco... sto per versargli dento... la mia salsa." mugolò Heinz. "Sei anche tu vicino?"
"Quasi..." ansimò Otto accelerando i colpi che ora dava con vera foga. "Sì, Heinz... ci sono... quasi..."
"Oh... anche io... ecco... sto per..."
"Vengo... sì, vengo... Aaahhh..."
"Oohh... sì... bevi tutta la mia salsa... bevi..."
I due fratelli, gemendo e mugolando, si scaricarono quasi all'unisono dentro il ragazzo. Poi si fermarono ansanti.
"Hai ragione tu, Heinz. In due è più eccitante, più divertente."
Uno dopo l'altro si sfilarono dal ragazzo e si riassettarono le vesti. Torsten fece per rialzarsi.
"No, resta lì, fermo così!" gli ordinò Otto sospingendolo nuovamente sul tavolo, "ora i tuoi padroni devono accordarsi su come modificare gli orari del tuo servizio, vista l'interessante variante che abbiamo testé trovata."
I due sedettero, incuranti del servo a cui di tanto in tanto lanciavano un'occhiata divertita, e si misero a mercanteggiare sui nuovi orari da assegnare alla loro docile vittima.