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una storia originale di Andrej Koymasky


pin AMORE DI PADRE CAPITOLO 7
L'INIZIO DEI SOGNI

Di norma, Otto si divertiva con Torsten un paio di volte al giorno, una volta fottendolo nel culetto e l'altra facendoselo succhiare. Raramente capitava che lo usasse per il proprio piacere tre volte, o anche una volta sola. Il più delle volte lo prendeva sul proprio letto, ma anche a volte nella vasca da bagno, o anche in piedi come la prima volta. A volte ne richiedeva i servizi appena si svegliava, o prima di mettersi a dormire, ma in qualche occasione anche in piena notte, o nel pomeriggio, appena tornava a casa dalla banca.

Solitamente Otto schioccava le dita: quello era il segnale che indicava al ragazzo di prepararsi alla bisogna. Nel giro di alcune settimane, Torsten si abituò alla penetrazione. Dapprima, poiché veniva preso ogni giorno, gli pareva che il dolore non dovesse andarsene mai né diminuire. Ma poiché a Otto non faceva più male penetrarlo, il ragazzo intuì che il proprio foro si stava adattando al calibro del membro del padrone, e infine si rese conto che in effetti il dolore stava scomparendo.

Non è che il ragazzo potesse dire che gli piacesse essere penetrato dal giovane padrone, ma per lo meno quel servizio stava diventando più sopportabile. Quello che invece scoprì piacergli sempre più, era riceverlo in bocca, leccarlo, succhiarlo...

"Certo," si diceva il ragazzo, "piacerebbe anche a me poter provare a metterlo in un culetto o farmelo succhiare... Se fossi ancora su a Pätsch, forse con Alois, prima o poi, sarebbe successo..." ma scrollava le spalle: è del tutto inutile sognare ad occhi aperti. La sua vita era quella, che gli piacesse o no.

Durante il giorno, Otto era in banca con il padre, così Torsten svolgeva i suoi pochi compiti: teneva pulito ed ordinato il quartierino del suo padrone, i suoi abiti, le sue cose, cambiava le candele sui doppieri e portava i mozziconi nella sua stanzetta, usandone uno alla volta finché era completamente consumato. Lui non aveva un doppiere, ma metteva il mozzicone che usava su un piattino, per non fare gocciolare la cera.

Muovendosi per casa per i suoi servizi, aveva incontrato diverse volte gli altri membri della famiglia del barone. Il barone, quando lo incontrava, gli lanciava solo un'occhiata distratta, senza mai rispondere al saluto del ragazzo.

La baronessa... era una donna alta e snella, assai elegante, e con uno solo degli abiti che aveva indosso, ci si sarebbero potuti fare tanti abiti da rivestire tutta la famiglia di Torsten! Non aveva mai rivolto la parola a Torsten, e quando questi le porgeva il saluto, fingeva di non vederlo.

A Torsten non piaceva la baronessa: aveva occhi penetranti e cattivi... o per lo meno alteri, sprezzanti. Sentiva, a volte, come trattava gli altri servi e le serve, con lieve arroganza e non celata durezza. Ma lui, semplicemente era ignorato dalla dama.

Solo quando a palazzo vi era un ricevimento, la baronessa diventava un'altra persona: affabile, premurosa, assai gentile, per lo meno con gli ospiti. Qualche volta anche un po' civettuola con i più giovani ed avvenenti.

Torsten era sorpreso per questa doppia personalità della signora baronessa, non aveva mai conosciuto nessuno che si trasformasse così rapidamente e totalmente. Si chiese quale delle due fosse la "vera" baronessa e concluse che, quasi certamente, non era quella che appariva durante i ricevimenti.

Conobbe anche Heinz Caesar, il secondo figlio, quello di diciassette anni. Era meno bello di Otto, ma altrettanto elegante, anche se di uno stile più sobrio. Aveva occhi penetranti, che parevano scrutarti fin dentro l'anima, e le sue labbra avevano una piega risoluta e lievemente dura. Fisicamente assomigliava al signor padre tanto da sembrarne la copia più giovane e più snella.

Ma nel carattere era assai più simile alla sua signora madre, a quella, per lo meno, che Torsten vedeva per casa quando non vi erano ospiti. Dei tre figli, Heinz pareva sicuramente il più determinato ed il più indipendente. A parere di Torsten era il prediletto della madre, almeno quanto Otto lo era del padre, forse e soprattutto per l'affinità dei caratteri.

Veniva infine il terzo figlio, il minore, quello della stessa età di Torsten, solo di tre mesi più vecchio di lui, Nicolaus Constantinus.

Fin dalla prima volta che l'aveva scorto, Torsten era rimasto colpito dalla bellezza del "signorino giovane". Pur avendo di già tratti maschi, aveva un volto di una dolcezza incredibile, occhi buoni e modi cortesi. Quando Nicolaus sorrideva, il che non era cosa rara, Torsten si sentiva sciogliere per l'emozione, poiché il signorino aveva lo stesso sorriso del suo amico Alois... anche se era assai più bello di lui.

Inoltre, di tutti i membri della famiglia, Nicolaus era il più gentile con tutti, anche con lui. Se a volte gli chiedeva un piccolo servizio, era sempre con parole come "per favore, per cortesia" ed inoltre era l'unico fra i membri della famiglia a chiamarlo sempre per nome.

Torsten più volte si rammaricò di non essere stato comprato per Nicolaus, invece che per Otto. Quando poteva, si faceva in quattro per il "signorino giovane". Tanto più che, dei tre ragazzi, Nicolaus era quello che più spesso era in casa, infatti la scuola che frequentava lo impegnava solamente di mattina.

Anche Heinz andava a scuola solo di mattina, ma spesso nel pomeriggio andava ad allenarsi nella vicina scuola di scherma. Dicevano i servi che stava diventando un provetto spadaccino... Quando non era fuori casa, Heinz a volte invitava i suoi amici, i suoi compagni di scuola o di scherma, per fare interminabili partite a scacchi nel proprio quartierino, durante le quali non voleva assolutamente essere disturbato.

Ognuno dei ragazzi, come d'altronde anche il barone e la baronessa, aveva un proprio quartierino, cioè una suite di stanze, dal salotto allo studio, dalla camera da letto alla stanza di toilette, oltre ad una stanza per il proprio valletto. I cinque quartieri si aprivano su una galleria al primo piano, da una parte quallo del barone e quello della baronessa, più vasti, e dall'altra quelli dei tre figli.

L'unico dei tre ragazzi ad avere un valletto personale ed esclusivo, era Otto, da quando il padre gli aveva donato Torsten.

Una volta Heinz se n'era lamentato con il padre: "Perché, signor padre, Otto può avere un valletto personale e non io? Non è giusto!"

"Giusto? Che cosa non è giusto? Ormai Otto è quasi un uomo, e lavora già in banca con me. Quando sarete più grande, vedrò di assegnarvene uno. Per ora vanno bene i valletti di casa."

"Ma per lo meno... potrei condividere quel giovane servo con Otto, no? Dopo tutto lui non è quasi mai in casa, durante la giornata, e..."

"No, il ragazzo è stato assunto solo per servire Otto e dipende esclusivamente da lui, non da me; quindi è del tutto inutile che voi ne parliate con me. Se vostro fratello fosse disposto a condividerlo con voi, la cosa non mi riguarderebbe. Parlatene con Otto, quindi."

"Gliene ho parlato... ma non vuole intendere ragione. Anche io voglio..."

"Voglio, voglio! Quando anche voi inizierete a lavorare in banca, se ne riparlerà. Per ora basta, il discorso è chiuso. Se vostro fratello Otto vuole tenere il valletto tutto per sé, è semplicemente nel suo diritto."

"Voi avete sempre preferito Otto a me e a mio fratello Nicolaus!"

"Se anche fosse come voi dite, non siete voi forse il preferito della vostra signora madre? Di che vi lamentate? La baronessa mia sposa non ha occhi e cuore che per voi, Heinz. Avrete il vostro valletto personale il giorno in cui, licenziatovi dalla scuola, inizierete anche voi a lavorare nella banca di famiglia. Non un giorno prima, ho detto."

Heinz uscì dalla stanza del padre, indispettito. Pensò che avrebbe dovuto lavorarsi la madre... benché sapeva bene che sarebbe servito a poco, finché il padre la pensava in quel modo. Heinz era invidioso di Otto. Il fratello maggiore avrebbe un giorno ereditato la direzione della banca e lui sarebbe rimasto sempre in sott'ordine. Otto avrebbe ereditato anche il titolo di barone e non lui, lui sarebbe stato semplicemente il cavaliere von Meyerburg. Il secondo, per tutta la vita! Poco gli importava che la stessa sorte era riservata anche a suo fratello Nicolaus. Non si guarda mai verso il basso, ma verso l'alto.

Oltretutto Nicolaus, a parere di Heinz, era solo un rinunciatario, non aveva ambizioni, non aveva spina dorsale. Si accontentava di quanto aveva. Non lui! Heinz voleva diventare "qualcuno"... ne avrebbe trovato il modo, prima o poi. Un buon matrimonio, le giuste conoscenze, specialmente a corte... Non per altro aveva voluto iscriversi a quella esclusiva scuola di scherma, frequentata dai membri delle più importanti famiglie di Innsbruck, dove stava stringendo amicizie importanti, altolocate.

E non per altro a volte si lasciava vincere agli scacchi dai quei compagni da cui sperava, un giorno, di ottenere qualcosa. Solo a volte si lasciava sconfiggere, non sempre, in modo di rimanere alla pari, si capisce. Un perdente non è mai apprezzato, ma chi vince sempre può essere temuto o invidiato... un pari... è un pari.

I mesi passarono. Torsten si era ormai abituato al suo nuovo lavoro che svolgeva con discreta competenza, ed anche alle prestazioni sessuali che Otto, invariabilmente, gli richiedeva.

Non provava più dolore nell'essere penetrato dal giovane uomo. Non è che potesse dire di provarne piacere, però non gli costava più come nei primi tempi. Si lasciava prendere, usare come più piaceva al suo giovane padrone.

Una volta Otto l'aveva portato con sé in un viaggio a Vienna. Soli nella carrozza, mentre viaggiavano, Otto l'aveva fatto denudare e l'aveva preso a lungo, interrompendo di tanto in tanto la virile fottuta in modo di non farla terminare troppo in fretta. Solo quando furono alle porte della capitale il giovane padrone si lasciò finalmente andare al godimento e permise al servo di rivestirsi. Torsten era lievemente indolenzito per quella interminabile monta, resa più forte dai numerosi sobbalzi della carrozza.

Ma, come aveva preso l'abitudine di fare, dato che ciò procurava piacere al suo padrone, quando finalmente si poté rivestire, gli disse: "Grazie, padrone, è stato molto bello."

Una vera menzogna... ma tanto valeva, visto che così il padrone era contento di lui. E se il padrone era contento, lo trattava con meno rudezza e, soprattutto, non lo puniva. Era capitato solo tre volte che Otto lo avesse punito, prendendolo a scudisciate. Una volta perché una notte non l'aveva sentito chiamare e non era accorso a compiere il proprio dovere. Otto era andato nella sua stanzetta e l'aveva svegliato colpendolo con forza con lo scudiscio del cavallo.

Un'altra volta perché, senza volerlo, gli aveva versato il caffè su un paio di calzoni che il padrone aveva appena comprato. Non per colpa sua. Era inciampato sul tappeto che era lievemente sollevato... ma tant'è. Otto s'era infuriato, gli aveva fatto calare i calzoni della livrea, l'aveva fatto appoggiare con il petto sulla scrivania, gli aveva dato dieci scudisciate... poi l'aveva preso con un vigore inconsueto, lì ripiegato sulla scrivania, dandogli dentro con tale forza che, ad ogni colpo, la pesante scrivania si spostava di qualche centimetro.

La terza volta, infine, era accaduto pochi giorni prima del viaggio a Vienna. Il motivo era che, quando Otto era tornato a casa alla banca, e pieno di voglia di fotterlo, non lo aveva trovato ad attenderlo nelle sue stanze. Heinz aveva ordinato a Torsten di andare a prendere un bricco di cioccolata calda in cucina, per lui e per il suo amico con cui stava giocando a scacchi.

Otto gli aveva detto che lui era solo al suo servizio, non a quello del fratello, e che perciò non doveva obbedire agli ordini di questi o di altri. Per farglielo entrare bene in testa, l'aveva colpito con dieci scudisciate, per fortuna però senza fargli togliere gli abiti, sì che gli fecero un po' meno male... e di nuovo, dopo averlo punito, si mise sotto il ragazzo, a quattro zampe sul tappeto, prendendolo con furia selvaggia.

Ogni volta, dopo ognuna delle tre punizioni, Otto l'aveva preso con violenza. Punire il ragazzo lo eccitava incredibilmente. Ma per fortuna non era capitato spesso, e Torsten faceva del proprio meglio per non fare arrabbiare il suo giovane padrone, e Otto non lo puniva senza un valido motivo.

Spesso, quando Torsten era solo nella sua stanzetta, si masturbava. Gradualmente si rese conto che la sua fantasia, in quei momenti, non correva più ai tempi dei suoi segreti incontri con l'amico di infanzia Alois, ma a poco a poco, iniziò a fantasticare di poterlo fare con Nicolaus. Era così bello, e così dolce, e così buono...

Non aveva mai potuto vederlo nudo, ma a giudicare dalle belle mani e dal volto così bello e perfetto, immaginava che tutto il corpo del signorino giovane dovesse essere altrettanto bello e perfetto.

Sì, Torsten si sarebbe volentieri dato a Nicolaus, se questi l'avesse voluto. Si sarebbe dato a lui anima e corpo... ma purtroppo lui apparteneva a Otto. Ciò non ostante, magari di nascosto dal suo padrone, se Nicolaus glielo avesse chiesto, gli si sarebbe dato senza esitazione e con estrema gioia.

Ma il signorino giovane, com'era chiamato dalla servitù, non gli aveva mai fatto capire che desiderasse da lui altro che qualche piccolo, insignificante servizio. Il "grazie" con cui Nicolaus lo ripagava per quelle piccole cose, era per lui come un dono prezioso. Nessuno gli aveva mai detto grazie per nulla, né in casa, su al suo villaggio, né ora lì, nel palazzo del barone. Nessuno a parte Nicolaus.

Torsten non se ne rendeva ancora conto ma si stava innamorando, gradualmente ed inesorabilmente, del bel figlio minore del signor barone.

Non se ne rendeva conto, perché non s'era mai innamorato prima, in vita sua, perché non aveva mai parlato con nessuno né sentito parlare di "amore". Eppure sempre più, con il passare dei giorni, il solo pensare al nome di Nicolaus gli faceva provare dentro una incredibile dolcezza; il solo vederlo era più piacevole che essere accarezzati da un raggio di sole; poter fare qualcosa per lui, era per Torsten più gratificante di ogni altra cosa, ed i suoi sommessi "grazie" accompagnati da un lieve sorriso, erano un balsamo dolce che rendeva bella la sua giornata.

Sempre più spesso, ogni qual volta Otto pretendeva i suoi servigi sessuali, Torsten sognava che fosse il bellissimo Nicolaus a farlo con lui... Ah, quanto gli sarebbe sicuramente piaciuto! Appartenere a Nicolaus, invece che a Otto... non avrebbe potuto desiderare altro dalla vita.

Fu distolto da questi pensieri dallo schioccare delle dita del suo giovane padrone. Si girò a guardarlo. Otto era seduto su una sedia, le gambe larghe, e si stava carezzando la visibile erezione. Torsten capì che doveva andare a soddisfarlo con la bocca. Prontamente, andò ad inginocchiarsi fra le gambe del giovane uomo, gli aprì la ribaltina dei calzoni eleganti, ne estrasse il turgido e forte membro, e prese a lavorarlo di buona lena con le labbra e la lingua.

Quando il membro fu ben duro e pienamente eretto, Torsten stava per farselo scendere fino in gola, ma Otto lo fermò.

"L'hai ben lavato il buco del tuo culetto?"

"Certo, padrone."

"Allora vieni su, siediti sul mio grembo e infilatelo tutto dentro. Questa volta voglio prenderti in questo modo."

"Come comandate, padrone." rispose il ragazzo.

Lestamente si liberò dei calzoni e delle mutande e salì in grembo al giovane uomo. Guidato da questi che lo teneva saldamente per la vita, spingendo una mano in dietro per tenere il duro membro di Otto ben ritto, Torsten si calò giù lentamente e lo accolse tutto dentro di sé. Ormai gli scivolava dentro senza più alcuna fatica.

Poi, i suoi movimenti accompagnati dalle forti mani del giovane padrone, iniziò a muovere su e giù il torso ed il bacino. Otto chiuse gli occhi e rovesciò la testa in dietro, e si godeva quel nuovo modo di prendere il proprio servo.

Anche Torsten chiuse gli occhi, continuando a molleggiare su e giù, e sognò di essere in grembo a Nicolaus... e provò un intenso piacere, sì che per la prima volta il suo membro si inturgidì, si rizzò, prese a palpitare.

"Oh, padrone, è troppo bello!" mormorò il ragazzo.

La voce beffarda lo fece tornare in sé: non era quella di Nicolaus, purtroppo, era quella di Otto.

"Ah, così, non solo hai smesso di lamentarti, ma ora ti piace! Mi sa che tu sei un pervertito, se ti piace così tanto prenderlo nel culo. Anche a me piace mettertelo, comunque, e devo accontentarmi di te, finché non potrò finalmente avere le mie donne... Su, cavalca il mio bastone, piccolo maiale, e fammi godere come si deve!"

Appena le parole beffarde del padrone riportarono il ragazzo alla realtà, quasi istantaneamente la sua erezione si afflosciò. No, purtroppo non era Nicolaus che stava compiacendo, né mai lo sarebbe stato, pensò con profondo rammarico Torsten, continuando a compiere il proprio dovere per portare all'orgasmo il giovane uomo.

Istintivamente, aveva appreso a muoversi nel modo giusto per dare ad Otto un buon orgasmo. Ad arte, dimenava lievemente il bacino e faceva palpitare l'ano. Ormai era sempre più spesso lui, Torsten, a decidere la durata di quelle fottute, in modo di portare il padrone all'orgasmo quando avesse voluto lui.

Otto non se ne rendeva conto, anche perché comunque, ogni volta, era pienamente appagato. Ma se pure era ancora il padrone a decidere quando e come farlo, ormai era Torsten a decidere quanto dovesse durare.


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