Torsten era eccitato e preoccupato al tempo stesso.
Eccitato, perché era la prima volta che viaggiava in una carrozza bella quanto mai avrebbe potuto sognare esistesse, e perché mai si era allontanato tanto da casa nella sua verde vita. Eccitato perché sarebbe andato a lavorare per il barone, e non avrebbe più dovuto sottoporsi alla dura ed ingenerosa fatica dei campi. Eccitato anche per la prospettiva, come gli aveva detto il padrone, di mangiar bene, vestire bene e con abiti anche migliori di quelli che ora indossava. A tratti ne carezzava lieve, inconsciamente, il panno vecchio ma buono, così morbido, così bello...
Ma era anche preoccupato. Preoccupato perché non sapeva se sarebbe stato in grado di svolgere bene il suo nuovo lavoro, i suoi nuovi compiti di valletto in modo soddisfacente per il padrone. Ma preoccupato soprattutto per quanto il padrone gli aveva spiegato che avrebbe dovuto fare per il figlio... se già prendere in bocca quello del barone gli era sembrato difficile, e ancor più difficile dover ingoiare il suo "latte", lo spaventava un poco doverlo anche accogliere tutto nel suo vergine culetto.
Quello di Alois non era né così grosso né così lungo, era circa uguale al suo. Se avesse provato a farlo con il suo amico d'infanzia, pensava, non sarebbe stato difficile, non troppo, per lo meno. Ma quello del barone era tanto più grosso e lungo di quello di Alois... sarebbe riuscito a prenderlo tutto senza problemi?
Il barone gli aveva detto che non avrebbe dovuto farlo con lui, che quella era solo stata una prova, perché lui aveva moglie e "certe cose" lui le faceva solo con la sua signora moglie, la baronessa. Torsten avrebbe dovuto farlo con il suo figlio primogenito, Otto... Ma Torsten sapeva, per averlo a volte visto al villaggio, che anche i ragazzi di venti anni, come il barone gli aveva detto che suo figlio aveva, l'avevano comunque ben più grosso del suo e di quello di Alois. Chi più chi meno, ma comunque grosso assai.
"Ti abituerai," gli aveva detto il barone. "Ci si abitua a tutto."
Sì, Torsten sapeva che era vero, ci si abitua a tutto... anche alla fame. Però... però era preoccupato.
Il barone non era stato chiaro riguardo ai suoi altri compiti a servizio del figlio Otto, a parte questo di fargli "sfogare" le sue necessità virili. Gli aveva semplicemente detto che avrebbe dovuto obbedire a qualsiasi ordine del figlio, niente più.
Mentre il ragazzo stava riflettendo su queste cose, continuava a guardare fuori dal finestrino della berlina, assorto. Anche il barone era assorto nei suoi pensieri, per lo più diretti agli affari della sua banca. Ma di tanto in tanto osservava brevemente il ragazzo che stava portando in dono al proprio figlio.
Sì, era avvenente, di bella presenza. Sedeva ritto, serio. Un buon taglio di capelli, bagni frequenti ed abiti decenti, ne avrebbero fatto un bel ragazzo. Sembrava pronto di intelligenza, il che poteva essere di poca importanza, ma pareva anche obbediente, e quasi certamente anche riservato, e queste cose erano assai più importanti.
Anche se il corpo aveva iniziato a svilupparsi verso la maturità virile, era ancora efebico per poter dare l'illusione di avere fra le mani una ragazzina anziché un ragazzetto... il figlio poteva ben accontentarsi, per qualche anno. Doveva accontentarsi, comunque!
Il barone era soddisfatto, almeno per ora. Sì, era vero che aveva dovuto concedere al padre del ragazzetto il venticinque per cento di più della sua parte, ma dopo tutto un quarto di poco, è pur sempre poco. Aveva fatto un buon affare. Inoltre, a differenza degli altri servi di casa, a questo non avrebbe dovuto corrispondere un salario: gli aveva promesso infatti solo cibo, abiti ed un letto... poca roba, in fin dei conti. Sì, un ottimo affare.
Otto doveva accontentarsi... e si sarebbe accontentato. Dopotutto avrebbe potuto fottere il ragazzino a suo piacere, quando e come avesse desiderato, no? Più spesso e con più agio che se avesse continuato a correre dietro alle servette e soprattutto senza alcun rischio.
"Fottere" era una parola che il degno barone non vrebbe mai pronunciato neppure con la sua amante. Ma pensare a quel termine gli procurava uno strano senso di piacere. Era una parola che possedeva una sua suggestiva forza interna, era una parola maschia.
Il ragzzino non era stato granché quando gli aveva succhiato il membro: la sua amante lo sapeva fare molto meglio. La sua consorte, invece, non s'era mai voluta piegare a quella pratica che lei definiva come "degradante ed immorale". Il barone sorrise fra sé e sé. Degradante per una baronessa... poteva anche forse esserlo. Ma immorale! E perché mai?
Per un uomo il piacere sessuale è essenziale quasi quanto il cibo, no? E un maschio appagato nei suoi istinti, poi, rende molto di più nel proprio lavoro. Lo sapeva ben lui che, quando era sopraffatto dai problemi della sua banca, gli era sufficiente andare a sfogarsi con la sua amante per sentirsi, subito dopo, pienamente lucido e pronto ad affrontare il mondo.
Sì, certo, proprio per questo, pur essendosi adirato con Otto, non aveva potuto non comprenderne le ragioni. Anche gli altri due figli, prima o poi, avrebbero dovuto passare per quella fase in cui il fisico reclama "quelle cose".
Al figlio maggiore aveva detto una piccola bugia: anche lui, quando aveva la stessa età del figlio, aveva "sltato la cavallina" e non s'era certamente accontentato della propria mano. Ma ai suoi tempi le servette avevano meno grilli per il capo e, soprattutto, lui era sempre stato molto accorto di non metterle incinta... anche perché lui le servette preferiva farle lavorare di bocca o di culetto, e in questo aveva ragione suo figlio Otto, che un buco è sempre un buco... e comunque lui sapeva far credere alle servette che fosse un grande onore se lui si degnava di accoglierle nel suo letto.
Il barone non s'era mai messo sotto un ragazzo, fosse questi un servo o altro. Ma dopo tutto, pensava, fino al giorno del matrimonio, perché no? Un ragazzetto pulito, non uno di strada, era più sicuro di una ragazza, per l'appunto, perché non solo non poteva restare incinta, ma neanche illudersi di essere sposato...
Le leggi dell'impero d'Austria erano severe nei riguardi dei rapporti carnali fra due uomini, lo sapeva bene. Ma questo era solo il retaggio di una assurda religione. Dopo tutto, pensava il degno barone, sebbene a lui sarebbe sembrato innaturale che due uomini adulti potessero avere quel tipo di rapporto fra loro, usare un ragazzino della plebe, era cosa diversa. Dopo tutto, non era forse la regola nell'antica Grecia, patria di ogni civiltà?
Sì, Otto aveva avuto una brillante idea a pensare ad un ragazzino... o era stato lui a pensarlo? Sì, una così geniale idea doveva essere venuta a lui, non al figlio. Comunque Otto l'aveva accettata abbastanza prontamente. Dei tre figli, il maggiore era certamente quello che gli assomigliava di più, come carattere. A suo tempo sarebbe stato il suo successore ideale, alla guida della banca di famiglia. Gli assomigliava sia nel fiuto per gli affari, come pure per la necessità di dare frequenti sfoghi alle sue necessità sessuali, pensava compiaciuto il barone.
La sua amante non era una donna della buona società. Era una ex sartina... che gli aveva saputo dare solo due figlie femmine, ma molto piacere fisico. La signora moglie, al contrario, di buono gli aveva dato solo i tre figli maschi, ma una vita sessuale assai noiosa e sempre più limitata. La sua sartina, invece, a letto era davvero molto brava, disponibile. Faceva di tutto e con evidente piacere. E inoltre gli costava assai meno della sua signora moglie: un modesto appartamentino, un mensile per lei e le due figlie... poca roba, paragonata al piacere che la donna sapeva dargli a letto. Era molto sensuale, la sua sartina... esattamente il contrario della baronessa.
Però, doveva ammetterlo, la moglie era la donna ideale in occasione dei ricevimenti, delle feste, per andare a teatro o a corte... la sua sartina avrebbe di certo sfigurato in quelle occasioni e soprattutto l'avrebbe fatto sfigurare.
Le due donne, pensò soddisfatto il barone, erano perfettamente complementari: ciascuna era perfetta per rendere la sua vita gradevole, l'una in un senso e l'altra nell'altro. Era un uomo fortunato. Fortunato ed accorto, infatti dopo tutto, e senza false modestie, era lui ad essersi organizzato così bene la sua vita, sia quella pubblica che quella privata.
La maldestra, anche se pronta, prestazione del ragazzetto gli aveva fatto desiderare con vigore la sua sartina... doveva andare a farle visita al più presto, si disse provando un gradevole calore a quel pensiero.
Trovare il ragazzino per quietare Otto, dopo tutto, era stato assai più semplice di quanto avesse previsto. Otto gli doveva essere grato per quanto stava facendo per lui. E anche quel piccolo montanaro avrebbe dovuto essergli grato: l'aveva sottratto ad una vita di stenti e di miseria e come lavoro non poteva trovarne uno più semplice: lasciarsi usare da Otto come questi meglio avesse desiderato. Che può voler di più, un pezzente, dalla sua vita?
"Devi essermi grato, Torsten." esclamò d'un tratto il barone, dando voce ai propri pensieri.
Il ragazzo, distratto dalla sua contemplazione del paesaggio che scorreva al di là del finestrino, ebbe un soprassalto: "Sì, eccellenza?"
"Sì, ti ho tolto dalla miseria per affidarti al mio promogenito. Ti offro una vita di agi in cambio di un lavoro semplice e pulito. Mi devi essere grato, perciò."
"Sì, ecellenza. Spero di saper far bene quello che dovrò fare, eccellenza."
"Non sarà difficile, credi a me. Devo solo lasciarti... fottere," disse il barone gustando il suono di quella parola proibita, "da mio figlio Otto. Nulla di più semplice."
"Userà il burro, eccellenza, vostro figlio?" chiese il ragazzo preoccupato.
"Il burro? Che burro?" chiese l'uomo senza capire, non ricordando quanto il ragazzetto gli aveva detto su a Pätsch.
"Alois diceva che per fare quelle cose è meglio usare il burro, altrimenti può fare male." spiegò il ragazzo.
L'uomo ridacchiò: "C'è di meglio del burro. Comunque, se pure all'inizio ti farà male, presto o tardi ti abituerai, come t'ho detto."
"Sì, ci si abitua a tutto, eccellenza."
"Appunto. Tu devi solo essere obbediente, discreto e pulito. Non ti si chiede molto altro. Devi essere sempre prontamente disponibile agli ordini di Otto, come ti ho spiegato. Né più, né meno. E, se vuoi un consiglio, devi far vedere che ti piace assai obbedire gli ordini di mio figlio, e devi ringraziarlo ogni volta che vorrà sfogarsi su di te. È semplice, no?"
"Lo spero, eccellenza."
"È stato così difficile darmi quel piccolo piacere, là, sulla piazza del villaggio?"
"Sì, eccellenza, è stato difficile..." ammise il ragazzo sinceramente, ripensando ai conati di vomito che gli aveva provocato.
"Ecco, il primo errore di evitare. Dovevi rispondere che è stato gradevole, invece."
"Ma non è così, eccellenza. Perché dovrei mentire?" protestò sottovoce il ragazzo.
"Che importa. Quello che tu provi è del tutto indifferente, tu devi solo soddisfare il tuo padrone. Prima lezione, Torsten: tu devi ragionare in base a quanto sai fare per far contento il tuo padrone, e non essere egoista pensando solo a te stesso. Perciò, ti chiedo di nuovo: è stato così difficile darmi quel piccolo piacere?"
"No... eccellenza... se a vostra eccellenza ha dato piacere." rispose esitante il ragazzo, sperando di dare così la giusta risposta.
Torsten era abituato fin da piccolo adire "mi piace, non mi piace" in piena sincerità, anche se era pure uso a fare le cose che si dovevano fare, anche quando non gli piacevano.
"Il tuo primo dovere," lo ammonì il barone, "è compiacere il tuo padrone. Perciò devi farti piacere qualsiasi cosa piaccia al tuo padrone. Lo capisci, questo?"
"No, eccellenza. Ma farò come mi dite. Dirò che mi piace ciò che piace al padrone, anche se non è vero. È così che mi devo comportare, giusto?"
"Sì, è proprio così. Penso di aver fatto un buon acquisto, comprandoti da tuo padre. E credo che mio figlio Otto sarà lieto per il dono che gli sto portando. Tu sii obbediente, pronto e disponibile, e tutto andrà bene. Dovrai imparare ad usare meglio la tua bocca, ed ogni parte del tuo corpo, per dare piacere a Otto... Penso che imparerai presto, comunque."
"Chi mi insegnerà, eccellenza?" chiese un po' preoccupato il ragazzetto.
"L'esperienza... e mio figlio, presumo. Fai con prontezza tutto quanto ti accorgi che gli dà piacere ed evita accuratamente ogni cosa che non gliene dà. È molto semplice. Obbedisci subito e senza fare storie. È tutto qui. Se poi quello che mio figlio farà con te ti piacesse, tanto di guadagnato. Ma soprattutto non dovrai mai e per nessun motivo parlare con altri di quanto mio figlio farà con te. È chiaro?"
"Neppure con voi, eccellenza?" chiese il ragazzetto.
"Neppure con me, certo. Tu apparterrai a Otto e solo a lui. Per questo ti do in dono a lui: dovrai dargli prontamente tutto il sollievo fisico di cui necessita, capisci? Ogni qual volta ed in ogni modo lui lo passa desiderare, chiaro?"
"Certo, eccellenza, è chiaro." ammise il ragazzo annuendo serio.
"Ed accettare docilemente da lui le punizioni che vorrà darti, quando non svolgerai a modo il tuo dovere."
"Punizioni, eccellenza?"
"Certo. Ma se compirai bene il tuo dovere, non vi saranno punizioni."
"Ma io, eccellenza, non ho mai fatto prima questo... lavoro..."
"Cerca dunque di imparare in fretta e bene. Dirò comunque a mio figlio di essere paziente con te, almeno nei primi tempi. Tu lasciati fottere come più gli piace, e tutto andrà per il meglio." disse l'uomo gustando ancora una volta il suono della parola proibita.
"E mi fotterà assai spesso?" chiese il ragazzo, pensieroso.
"È giovane, mio figlio, ha venti anni ed è pieno di energie da scaricare. Perciò prevedo che capiterà piuttosto di frequente. E tu dovrai mostrarti lieto ogni volta..."
"Anche se non mi piace." commentò Torsten.
"Proprio così. Quel che piace o non piace a te, come t'ho già spiegato, non ha la minima importanza. Solo ciò che dà piacere ad Otto è importante, non dimenticarlo mai. Per questo ti ho comprato da tuo padre, no?"
Comprato. Quella parola risuonava sinistra nelle orecchie e nella mente del ragazzetto. Lui sapeva che si compra il bestiame, gli attrezzi da lavoro, gli oggetti... dunque lui ora era diventato più o meno un animale da lavoro, un attrezzo da usare, un semplice oggetto... Questo pensiero, se pur confuso, non lo rallegrava affatto.
Però... anche un oggetto, un utensile, se è utile in casa o per il lavoro, viene tenuto con cura... perché sia sempre efficiente, utile. Ecco, sì, lui doveva solo mostrarsi efficiente ed utile e, sperava, sarebbe stato trattato bene. Anche un animale è una ricchezza per chi lo possiede, e gli si dà da mangiare, cura e riparo, perché resti in buona salute. Così sarebbe stato per lui, sperò il ragazzo dentro di sé.
La berlina giunse in città e Torsten guardava le eleganti e grandi case con occhi sgranati. Erano alte e belle, ed anche le chiese erano grandi e belle, tutte decorate, molto più che non la loro chiesetta su a Pätsch, che pure era la più bella costruzione che Torsten avesse mai visto. Le vie erano larghe e piene di traffico: gente a piedi vestita in modo molto elegante, gente a cavallo, altre carrozze che incrociavano quella del barone...
Quando la berlina del padrone si fermò nella corte della sua residenza e scesero, Torsten si guardò attorno a bocca aperta. La casa del barone era così grande ed alta che avrebbe potuto contenere tutte le povere case del suo villaggio.
Il barone affidò il ragazzo al maggiordomo, dandogli alcuni ordini. L'uomo guidò allora Torsten dentro la casa. Il lusso che lo circondava gli fece quasi girare la testa: anche se erano nell'ala riservata alla servitù, tutto gli pareva grande e bellissimo!
Per un po' di giorni Torsten fu affidato ad uno dei valletti che gli spiegò le regole e le abitudini della casa del barone von Meyerburg. Il ragazzo fu fatto lavare a fondo, il barbitonsore gli sistemò ad arte la folta capigliatura, il sarto di casa gli confezionò le belle livree ed i ricambi.
Per il momento Torsten fu fatto dormire su nelle soffite, nel piano riservato ai servi, e mangiava a tavola con loro nella grande cucina. Non aveva più rivisto il barone, né ancora incontrato nessuno della sua famiglia.
I servitori nella casa del barone erano numerosi, Torsten ne contò almeno quattordici! Lui era il più giovane di tutti. Tutti indossavano la bella livrea nera filettata di rosso cremisi ed immacolate camicie e polpe bianche. Le serve avevano lunghe ed ampie gonne, pure nere, con un grembiule bianco, una camicetta bianca ed un corpetto nero con legacci cremisi incrociati sia sul davanti che sulla schiena, oltre ad una crestina in capo che a Torsten sembrò molto buffa.
Il primo problema per il ragazzo furono le scarpe: non ne aveva mai avute e le sentiva strette e scomode. Ma tutti le avevano e vi si dovette abituare. Come si dovette abituare al modo esatto di abbottonare e sbottonare gli abiti della livrea e tenerla sempre molto pulita ed in ordine, a pettinarsi con cura ed a lavarsi meticolosamente... tutto era nuovo per lui.
Il cibo era veramente ottimo ed abbondante. In casa regnava un'atmosfera austera, tutti erano di poche parole e parlavano sommessamente. Solo a tavola, nella grande cucina, così grande che avrebbe potuto contenere tutta la casa del padre di Torsten, a volte regnava un po' più di allegro chiasso, spesso smorzato, però, e tenuto sotto controllo dal maggiordomo e dalla governante.
Quando finalmente fu pronta la prima livrea fatta su misura per il ragazzo, rendendolo così presentabile, ed ebbe imparato le cose essenziali riguardo al funzionamento della casa, Torsten fu condotto nello studio del barone.
L'uomo lo guardò compiaciuto: sì, pensava di aver davvero fatto un ottimo affare. Il maggiordomo gli aveva detto che in quei giorni il ragazzetto s'era dimostrato assai docile e pronto, desideroso di apprendere.
Il barone mandò a chiamare Otto. Mentre attendeva il figlio, fece girare Torsten su se stesso, guardandolo attentamente da capo a piedi. I calzoni attillati della livrea fasciavano e mettevano nel giusto risalto il tenero culetto... Otto gli sarebbe certamente stato grato per quel bel dono. Gli occhi del ragazzo erano particolarmente belli, luminosi e profondi. Tutto l'aspetto ed anche la postura del servetto era gradevole, allettante, si disse il barone.
Se Otto avesse apprezzato, come avrebbe dovuto, quel dono, una grave preoccupazione sarebbe stata tolta dalle spalle del barone.
"Tra poco conoscerai il tuo padrone, ragazzo. Ricordati di compiacerlo in ogni modo, qualsiasi cosa ti ordini di fare."