"Eike, corri subito su a chiamre Torsten, corri!" gli ordinò la madre, poi, rivoltasi al barone, gli disse: "Eccellenza, vi farei entrare in casa ma... mi vergogno..."
"Qui fuori va bene, donna, se solo mi portaste uno sgabello."
"Oh, certo, certo, perdonatemi eccellenza. Hilke, va subito a prendere la sedia di tuo padre e portala a sua eccellenza. Puliscila bene, pima, fa svelta!"
La ragazzetta corse in casa. Il barone era lievemente nauseato dalla povertà di quella gente, di quella che più che una casa si sarebbe dovuta chiamare una topaia. La miseria l'aveva sempre messo a disagio, quasi quanto la lebbra. Come può la gente ridursi in quello stato, si chiedeva? Non hanno dignità, non hanno orgoglio, né amor proprio... e soprattutto non sanno darsi da fare. Chiunque, il degno barone ne era certo, con un poco di impegno e di iniziativa, avrebbe potuto emergere dalla massa.
In fondo quel Torsten, se avesse deciso di sceglierlo, avrebbe potuto dirsi fortunato di poter uscire da quella miseria per vivere fra gente civile, nella sua bella casa in Kapuzinergasse, pagando tutto ciò solamente con il lasciarsi fottere da suo figlio Otto Augustus.
Dopo poco la piccola gli portò la sedia. Aveva avuto l'accortezza, per fortuna, di stendervi sopra un panno vecchio ma pulito. Il barone s'era seduto da poco, quando vide giungere un uomo accompagnato da due ragazzini. Uno era quello che era salito a chiamarli, e l'altro doveva essere quel Torsten che lui stava attendendo. Lo studiò mentre s'avvicinava.
Era snello, forte, aveva un incedere svelto ed agile. Indossava stracci pietosi che lo coprivano a mala pena ed era a piedi nudi. Aveva capelli scarmigliati di un color castano scuro, occhi di un blu intenso ed un'espressione seria su un volto grazioso. La prima impressione del barone non fu gradevole, sia a causa dell'aspetto misero dell'abbigliamento del ragazzetto, sia perché non pareva granché pulito.
Ma l'uomo si rese conto che, ripulito, pettinato, tagliatigli i capelli e rivestito a modo, poteva anche essere un bel ragazzo. Soprattutto gli occhi del ragazzo lo colpirono: parevano due turchesi scintillanti e pure. Il terzetto si fermò davanti al barone, a rispettosa distanza.
L'uomo, evidentemente il padre, fatto un cenno di rispettoso saluto, chiese: "Vostra eccellenza voleva vedere mio figlio Torsten, ho sentito. Eccolo, è lui, Di che si tratta, se posso chiederlo?"
Nonostante l'atteggiamento rispettoso dell'uomo, il barone fu infastidito dal suo tono così diretto. Istintivamente si alzò in piedi, quasi a sovrastare l'uomo, senza essere obbligato a guardarlo dal basso in alto.
"È questo, dunque, tuo figlio Torsten."
"Sì, lui, come ho detto."
"Dimmi Torsten, hai quattordici anni, ho saputo."
"Sì, signore, quattordici compiuti."
"Devi rivolgerti al padrone dicendo vostra eccellenza e non signore!" lo rimbeccò il contabile."
"Sì, vostra eccellenza. Io non lo sapevo che voi non siete un signore, perdonatemi." disse il ragazzo, in tono mite.
Il barone sorrise: "Siamo tutti signori, a parte voi contadini, ma pochi sono baroni come me, ragazzo. E a un barone, un servo non dice signore, ma vostra eccellenza." Poi, rivolto al padre, disse: "Son venuto per cercare un valletto, un servo cioè, per il mio primogenito. Ho sentito dir bene di vostro figlio ed ora lo voglio esaminare per vedere se corrisponde al ragazzo che sto cercando. In caso positivo, il ragazzo verrà quest'oggi stesso con me giù ad Innsbruck."
"Vostra eccellenza, se voi mi togliete..." iniziò a dire il padre.
Il contabile lo interruppe: "Sua eccellenza è perfettamente al corrente di ogni cosa, anche dei tuoi problemi. E sopra a tutto non hai il diritto di negare qualcosa al tuo padrone. Comunque, se il signor barone sarà soddisfatto di tuo figlio Torsten e lo porterà via con sé, provvederà generosamente anche alla tua famiglia sì da alleviare i tuoi problemi."
"Generosamente? E come?" chiese con una certa diffidenza l'uomo.
"Se e quando il signor barone deciderà che tuo figlio è degno di servirlo, te ne parlerò." tagliò corto il contabile, ed il barone apprezzò il suo atteggimento: non bisogna mostrarsi accondiscendenti con i sottoposti, devono restare al posto che loro compete.
"Bene, Torsten, ora ti vai subito a lavare a fondo, ti pettini e ti metti indosso abiti decenti, poi vieni da me, in modo che io ti possa esaminare."
"Abiti decenti, vostra eccellenza? Il ragazzo non ha che questi che ha ora indosso." disse il padre.
"Ma come? E per andare in chiesa la domenica... ci va con questi stracci indecorosi?" chiese il barone incredulo.
"Con questi stessi stracci indecorosi, sì, eccellenza, gli unici che siamo in grado di dare ai nostri figli, eccellenza."
"Ma via... non posso certamente portarlo con me ad Innsbruck conciato in codesto modo!" protestò quasi scandalizzato il barone.
"Eccellenza, se sarete contento del ragazzo, forse posso procurargli io qualcosa di più... presentabile." gli sussurrò il contabile, "Credo che mia moglie abbia conservato nel cassettone, o da qualche altra parte, alcuni abiti dei nostri figli, di quand'erano piccoli."
"Sì, meno male, si farà così, se è il caso..." disse il barone sollevato. Poi, rivolto al padre del ragazzo, gli disse: "Appena è pronto il tuo Torsten, mandalo al villaggio, alla casa del signor contabile. Lo attenderò là. E vedi che faccia svelto, non ho tutto il giorno da perdere, io."
"Ma se decidete di portarmi via questo mio figlio..." disse lievemente accigliato l'uomo.
"Lo verrete a sapere dal signor contabile, che vi comunicherà anche quali sono le mie condizioni. Vi dirà cioè quanto ci guadagnate ed a che cosa vi impegnate." gli disse seccamente il barone e, fatto un cenno al contabile, si girò e scese nuovamente fino al villaggio.
Giunti nella casa del contabile, il barone gli chiese di far cercare subito alla moglie qualche abito decente per il ragazzo. Gli disse poi di portarglieli nella sua berlina, dove lui avrebbe atteso, e di farvi entrare il ragazzo appena fosse giunto, poi di vegliare che nessuno andasse ad origliare mentre esaminava il ragazzo.
Quindi, congedato il cocchiere dicendogli di andare a sedere all'osteria e di lì vegliare anche lui che nessuno si acostasse alla sua carrozza mentre esaminava il ragazzetto, salì nella berlina e chiuse la portiera. Tirò accuratamente le cortine dei finestrini, lasciando aperta solamente quella sul retro: di lì nessuno avrebbe potuto sbirciare dentro.
Aveva deciso di mettere alla prova il ragazzetto lì, dentro la sua carrozza, perché così era sicuro che nessuno li avrebbe potuti ascoltare o vedere. Lui, invece, attraverso la tela delle tendine tirate, avrebbe potuto vedere senza problemi se, nonostante i due uomini vegliassero secondo le sue consegne, qualcuno si fosse accostato.
Per quello che aveva in mente di fare per mettere alla prova il ragazzetto, necessitava infatti della più totale riservatezza. Sapeva di poter contare sia sul proprio cocchiere che sul contabile che, anche se non ne conoscevano il motivo, capivano bene che il barone non volesse essere disturbato o spiato.
Dopo poco il contabile gli portò gli abiti, modesti ed un po' antiquati, usati ma puliti ed in buono stato, che il barone posò sul sedile accanto a sé. Pochi altri minuti più tardi, il contabile bussò di nuovo alla portiera della berlina.
"Eccellenza, il ragazzo è qui." annunciò.
"Fatelo salire, poi tornate a far la guardia dalla porta della vostra casa." ordinò il barone.
La portiera si aprì e il ragazzetto si arrampicò su per i tre gradini, agile come uno scoiattolo. Un po' ripulito, nonostante gli stracci che aveva indosso, aveva di già un aspetto migliore. Torsten, mentre il contabile chiudeva la portiera alle sue spalle e si allontanava, si guardò attorno con gli occhi sgranati.
"Voi abitate qui, signore vostra eccellenza?" chiese quasi sottovoce, ritto davanti all'uomo e continuando a guardarsi attorno stupito.
"Ma no, ragazzo, questa è solo la mia carrozza con cui io mi sposto e viaggio."
"Ah... è molto bello qui, ma è troppo piccolo per viverci, infatti. È più piccolo che a casa nostra, anche se però là siamo in troppi."
"Già. Dunque, ragazzo, saresti grato se ti portassi con me in città, ad Innsbruck, e diventare il valletto di mio figlio?"
"Valletto, eccellenza signore, cosa è?"
"Servitore personale."
"E cosa dovei fare?"
"Tutto quello che mio figlio ti ordinerà di fare. Tutto, prontamente, senza mai dire no. Capisci?"
"Sì, vostra eccellenza signore. Ma se mi chiede di fare una cosa che io non so fare, che non ho mai fatto prima? Io so badare ai campi ed alle capre, e non so fare niente altro, signore eccellenza vostra."
"Quello che non sai fare, imparerai a farlo. E quello che dovrai fare, non è poi nulla di difficile, dopo tutto. Basta che tu obbedisca sempre, e senza far storie."
"Obbedire, io obbedisco, e se imparo quello che devo fare, lo faccio, come ho imparato il modo giusto di zappare la terra e di mungere le capre, signore vostro eccellenza."
"Non devi ogni volta dire signore vostra eccellenza. Basta che dici eccellenza, quando parli con me."
"Certo eccellenza. E vostro figlio è anche lui eccellenza?"
"No... lo chiamerai padrone, o signor padrone o come lui preferirà che tu lo chiami. Ma ora basta con queste sciocchezze. Se mi sembrerai adatto, verrai ad Insbruck con me. Avrai buon cibo, un buon letto, abiti dignitosi... ma dovrai essere sempre molto pulito ed ordinato e, soprattutto, molto obbediente. Molto, molto obbediente, mi hai capito?"
"Sì, certo, eccellenza, sarò molto molto obbediente, se mi vorrete prendere come servitore."
"Molto bene. Allora adesso, per prima cosa, togliti di dosso quegli stracci."
"Nudo, eccellenza?" chiese il ragazzo sgranando gli occhi.
"Certo. Nudo. Sei sordo? Obbedisci agli ordini o no? Prima di tutto devo contrallare se sei sano, e poi, como posso farti indossare questi abiti, se prima non ti spogli nudo?"
"Ah, sì, certo, capisco." rispose il ragazzo illuminandosi e, senza esitazione, si tolse svelto di dosso la casacca e le braghe restando totalmente nudo davanti all'uomo, senza mostrare il minimo imbarazzo.
Il barone ne fu un po' sorpreso: "Ti capita spesso di spogliarti nudo davanti agli altri?" gli chiese.
"No, tanto spesso no, ma a volte capita. In casa, oppure quando si va al torrente con gli amici o a nuotare nel laghetto." rispose il ragazzo, tranquillo.
"Girati, fammi vedere come sei fatto e se sei sano."
Torsten girò lentamente su se stesso. L'uomo allungò un braccio e lo palpò sulle braccia, sul petto, sulle gambe, poi anche sulle natiche.
"Ora apri la bocca e fammi controllare i denti e la lingua." gli disse l'uomo.
La dentatura era regolare, forte e sana. L'uomo gli toccò di nuovo il petto, poi il ventre, quindi scese a toccargli il membro morbido, ma già in via di sviluppo e circondato da un folto ciuffo di pelo riccio e scuro, ed i testicoli. Il ragazzo ebbe un breve soprassalto, ma non si sottrasse.
"Sei abituato a farti toccare ed a toccare qui con i tuoi compagni, non è vero, Torsten?" chiese l'uomo senza togliere la mano dai genitali del ragazzo e continundo a manipolarli con leggerezza.
"Io, eccellenza..." iniziò a dire schermendosi il ragazzo ed arrossendo lievemente.
"Non mentire, ragazzo." lo ammonì l'uomo, "Io so che lo fai. Non c'è nulla di male, di sbagliato a farlo. Tutti i ragazzi della tua età lo fanno. Me l'ha detto anche padre Dieter, che lo fate..." mentì il barone.
"No, non è possibile. Io non l'ho mai detto a padre Dieter."
"Se non tu, certamente è stato uno dei tuoi amici che gli ha detto che lo fa con te." insisté l'uomo e notò con un sottile piacere che il membro del ragazzo si stava inturgidendo al suo tocco lieve ma insistente.
"Ah... allora Alois mi ha detto una bugia. M'aveva fatto giurare di non dire niente a nessuno e specialmente al prete... e invece lui... lui lo ha detto!" esclamò a voce bassa, ingenuamente, e con espressione un po' arrabbiata e delusa il ragazzo.
"Sì, Alois ha raccontato proprio ogni cosa a padre Dieter, e padre Dieter ha riferito tutto a me. Però non sono certo che Alois abbia raccontato tutto giusto o se magari ha inventato qualche cosa. Perciò ora tu mi racconterai tutto con esattezza, almeno dopo saprò se questo Alois è un bugiardo oppure no... e se lo sei tu oppure no."
"Ma io, eccellenza, avevo dato la mia parola a Alois che non lo dicevo a nessuno, e non l'ho mai detto a nessuno, ma ora... non so..."
"Se sarai il mio servo, il valletto di mio figlio, devi essere sempre sincero. Quindi ora a me ora devi dire tutto, con esattezza. E poi, io ormai so molte cose su di voi, e perciò... Certo che se prometti di non dire a nessuno una cosa, devi assolutamente mantenere la parola data. Ma in questo caso, dato che Alois ti ha tradito..."
"Già..."
"Allora, raccontami tutto quello che tu ed Alois facevate... come vi toccavate... in che modo... per filo e per segno."
"Ogni tanto io e lui... quando nessuno ci vedeva... ci si calava le brache e ci si toccava lì... lui a me e io a lui, finché... finché ci veniva duro duro, un po' come adesso..." disse esitante il ragazzo.
"Ma facevate anche altro, oltre a toccarvi lì con le mani, non è forse vero?"
"Ci si... ci si dava anche qualche bacio in bocca e poi... ci si sfregava uno contro l'altro finché... finché... finché da lì usciva quella specie di latte, eccellenza, signore."
"Sì, proprio come ha detto Alois... e vi piaceva farlo, logicamente."
"Sì, certo, ci piaceva molto." disse Torsten arrossendo di nuovo.
"Non vi è nulla di cui devi arrossire, ragazzo, è una cosa... come dire... naturale. E ve lo mettevate anche fra le chiappette, nel culetto, no?"
"Anche quello ha detto?"
"Sì, ha raccontato proprio tutto, come ti ho detto."
"Sì, eccellenza, ce lo sfregavamo anche sul culetto, fra le chiappette, è vero..."
"E ve lo mettevate anche dentro al buchetto del culo..."
"No, quello no, mai!" protestò il ragazzo.
"Sì, anche Alois ha detto che quello ancora non l'avete fatto, però ha detto che avevate voglia di farlo..."
"Alois aveva voglia di farlo, però... però non l'abbiamo ancora mai fatto."
"E perché? Tu non volevi?"
"No, non è che non volevo... e che, diceva Alois che un giorno dovevamo farlo, ma ancora non l'abbiamo mai fatto. Diceva Alois che le prime volte bisogna usare il burro, e che perciò ne dovevamo rubare un po' in casa, solo che mica è facile prenderne senza che se ne accorgano e poi rubare è brutto, e così..."
"E tu e Alois," chiese l'uomo con voce suadente, "ve lo siete mai preso in bocca, l'uno all'altro?"
"In bocca, eccellenza?" chiese il ragazzo sgranando gli occhi. "No, mai. E perché in bocca?"
"Perché due che fanno queste cose... di solito il più giovane prende in bocca quello del più vecchio per dargli piacere... per farlo gioire. Il più giovane lo prende nel culetto e lo prende in bocca per far godere il più vecchio. Non lo sapevi?"
"No, eccellenza, non lo sapevo. Ma forse è perché Alois e io abbiamo la stessa età, anche se lui è nato un mese prima di me."
"Comunque Alois era il più vecchio di voi due e perciò, prima o poi, l'avrebbe messo tutto sia nel tuo culetto che nella tua bocca."
"Non lo sapevo, eccellenza."
"Beh, Torsten, ora lo sai. Bene, sono lieto che tu sia stato sincero con me. Hai superato la prima prova. Ma adesso, prima di passare alla seconda prova, tu devi farmi un giuramento, devi giurarmi una cosa."
"Che cosa, eccellenza?"
"Che tutto ciò che vedrai, udrai o farai qui con me, o con mio figlio quando sarai in casa mia, non lo dirai mai a nessuno e per nessun motivo."
"Certo, eccellenza. Mai a nessuno e per nessun motivo, si capisce." disse serio il ragazzo. "Lo giuro."
"Come posso fidarmi, però? Anche ad Alois avevi fatto un simile giuramento, eppure a me hai detto tutto."
"Perché Alois per primo ha tradito il nostro giuramento."
"No, ragazzo. Alois non ha mai detto nulla a padre Dieter, né padre Dieter a me. Ti sei lasciato turlupinare dalla mia astuzia. Vedi, questo non sarebbe dovuto capitare, non deve mai capitare, lo capisci?"
Il ragazzo lo guardò a bocca aperta, poi arrossì ed abbassò lo sguardo: "Sono stato uno stupido, non è vero, eccellenza?"
"No, non stupido, solo ingenuo. Devi solo fare bene attenzione a non caderci di nuovo, con nessuno. Se qualcuno ti vuole far dire cose che hai giurato di non dire, tu devi assolutamente non dirle. Spero che ora tu abbia imparato la lezione."
"Certo, eccellenza. Se dovesse capitarmi una cosa così, quando ho giurato di non parlare, io non dirò neanche mezza parola."
"Molto bene. E tu hai giurato or ora a me che tutto quello che vedrai o udrai o farai con me o con mio figlio, o comunque in casa mia, non lo dirai mai a nessuno, per alcun motivo."
"Certo, eccellenza, l'ho giurato."
"Bene, voglio fidarmi di te, ragazzo."
"Posso ora provare quegli abiti, eccellenza?" chiese il ragazzo quando l'uomo smise di manipolargli il membro ormai fieramente ritto e duro.
"Non ancora, Torvald. Fra poco li indosserai, se supererai anche la seconda prova..." disse serio l'uomo.
"Come volete voi, eccellenza." rispose il ragazzo.
Il barone allora divarico le gambe: "Inginocchiati qui davanti a me, fra le mie gambe. Bravo, così. Ora sbottonami i calzoni... No, lascia, faccio io. Però dovrai imparare a farlo... Ecco, ora prendi fra le tue mani il mio membro virile e carezzalo, un po' come facevi con Alois, finché sarà ben ritto. Sì... bravo... così..." disse l'uomo godendo le fresche mani del ragazzetto sul proprio membro ancora morbido.
"Bene, Torsten. Fallo diventare ben duro... devi palparlo, baciarlo... leccarlo... poi prenderlo in bocca e succhiarlo per darmi piacere. Impara a farlo bene, questo sarà uno dei tuoi doveri, con mio figlio. Così... non farmi sentire i denti... muovici contro la lingua... così... fallo scendere sempre più giù nella tua bocca... più giù... più giù... muovi la lingua... Non ti togliere! Perché hai smesso?"
"Perdonatemi, eccellenza, ma è troppo lungo e grosso il vostro coso... mi tocca giù in gola e mi fa... mi fa..."
"Devi resistere, Torsten, devi imparare a farlo bene. Mio figlio deve essere contento di te. E mio figlio Otto te lo infilerà anche tutto nel tuo bel culetto... è per questo che tu verrai ad Innsbruck con me."
"Ma è molto grosso, eccellenza, non so se..." si lamentò il ragazzo, in tono incerto.
"Ci si abitua a tutto, Torsten. All'inizio può sembrare difficile, ma ci si abitua a tutto. Ora datti da fare, ragazzo, dammi il piacere. Poi potrai indossare quei begli abiti... e a Innsbruck te ne farò fare anche di più belli... succhia, dai... succhia... Oh, ragazzo, sì... fammi godere... ah... più giù, più giù, ragazzo. Così... ah... ah... ooohhh..." gemette l'uomo, e si scaricò nella gola del ragazzetto.
Finalmente soddisfatto, l'uomo si ripulì e si ricompose. Fece indossare gli abiti al ragazzo che, rosso in viso per la prova subita, si rivestì. Ora sembrava un ragazzino a modo, pensò il barone soddisfatto. Sì, quello era il dono giusto da portare ad Otto.
Fece andare il ragazzo a salutare la famiglia, frattanto incaricò il contabile di portare il denaro al padre di Torsten e di fargli firmare i necessari documenti per avere la tutela legale del piccolo montanaro. Appena Torsten fu di ritorno, la carrozza ripartì scendendo veloce a valle, verso Innsbruck.