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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VITA SEGRETA DI UN MUSICISTA CAPITOLO 2
TRASFERIMENTO A VIENNA

Il periodo di Budapest fu, per Niklos, un periodo in cui sia si formarono le sue basi di compositore e musicista, sia si forgiò la sua sessualità. Il maestro Ipoly Zajzon seguiva con assidua cura il giovane genio, ed aveva iniziato a portarlo in vari salotti nelle residenze di nobili famiglie, per fargli eseguire, con vero virtuosismo, sia brani classici che le sue composizioni.

Al tempo stesso Laszlo con altrettanta assidua cura, ogni volta che i due ragazzi andavano a letto, con uguale virtuosismo si metteva sotto Niklos e se lo godeva con immutato piacere. Come Niklos negli studi si lasciava guidare dal maestro, seguendone ogni suggerimento ed insegnamento, così a letto si lasciava guidare dal suo compagno, rispondendo sollecitamente a tutti i suoi desideri sessuali, con vero godimento.

A volte Laszlo lo faceva mettere a quattro zampe, a volte lo prendeva in piedi, appoggiato contro il muro della loro stanza, ma più spesso se lo metteva sotto con le gambe ben premute contro il petto o ai fianchi. Quando invece se lo faceva succhiare, gli piaceva far appoggiare a Niklos la schiena contro la testiera del letto e spingerlielo in bocca curvandoglisi sopra e sostenendosi sul bordo della testiera con entrambe le mani.

Quando invece, a volte, era Laszlo a far venire il ragazzetto, o glielo manipolava con le mani, quando lo prendeva in piedi o a quattro zampe, o glielo succhiava facendolo stare steso e chinandoglisi sopra.

Niklos, mite e dolce, gli lasciava fare tutto quello che voleva e come voleva, docile fra le sue mani, pronto e lieto di rispondere ai suoi desideri. A volte Laszlo si svegliava di notte e si infiammava di desiderio per il suo più giovane compagno, allora ricominciava a fare l'amore con lui, addossandoglisi ed iniziando a penetrarlo da dietro, stando su un fianco. A Niklos non dispiaceva affatto essere svegliato in quel modo, ed anzi gli spingeva contro il proprio culetto, accogliendo dentro di sé, con un basso mugolio di piacere, il forte palo del compagno.

Laszlo era gentile con lui, spesso quando mangiavano con i servi, gli dava i bocconi migliori, e lo sollevava sempre dalle incombenze più pesanti che i due ragazzi dovevano svolgere nella casa. Era allegro e piacevole, e in segreto lo chiamava "mio bel culetto d'oro fino". Fu proprio pensando a quel modo affettuoso di chiamarlo che Niklos compose la sua sonata in re bemolle "La mia bella pesca d'oro fino".

Niklos stava crescendo, il suo corpo si stava sviluppando armoniosamente, la sua presenza era sempre più richiesta nei salotti della capitale, per eseguire parte del suo crescente repertorio. Qualche giovane dama, e anche non poi tanto giovane, iniziò a cercare di fargli capire il proprio desiderio, ma Niklos non si sentiva affatto attratto dalle grazie femminili: era completamente soddisfatto ed appagato dalle appassionate attenzioni di Laszlo.

Dopo uno dei suoi applauditi concerti nel salotto della principessa Albertha Sophia Ernak - Beriszl, gli si accostò un uomo sulla cinquantina, vestito all'ultima moda e con notevole eleganza, anche se un po' borghese e grigia, che si presentò.

"Giovanotto, lei ha del talento, sì, indubbiamente ne ha, e glielo dice un vero intenditore. Permetta che mi presenti: sono l'impresario Berthold Willibald, di Vienna. I più famosi musicisti dell'impero e della nostra epoca sono passati per le mie mani. Ma lei è uno dei migliori, nonostante la sua giovane età. A proposito, quanti anni ha?"

"Ne ho appena compiuti diciassette, signore."

"Davvero straordinario! Lei è sprecato, qui a Budapest. Mi creda, è veramente sprecato. Io posso aprirle i migliori salotti della capitale dell'impero, compreso il palazzo imperiale. Lei dovrebbe venire con me a Vienna. Io potrei fare di lei la nuova stella dell'impero, mi creda."

"La ringrazio, signore. Lei è molto cortese. Ma non mi pare che il mio maestro concordi con il suo gentile giudizio. E, senza offesa, signore, io seguo sempre ciò che mi dice il mio maestro..."

"Il suo maestro, giovanotto? Non è forse il maestro Ipoly Zajzon?"

"Sì, proprio lui. Ora è di là, che sta parlando con la principesa Albertha Sophia..."

"Aha! Il maestro Ipoly Zajzon! Tutti sanno che non lancerà mai uno dei suoi allievi quando sa che ne è superato in maestria: è troppo invidioso. La terrà per sempre sotto la sua ala... per controllarla meglio, per non avere in giro un temibile concorrente. Non si rende conto che il maestro Ipoly Zajzon non ha mai fatto concerti a Vienna? E sa perché? Perché senza una buona introduzione, nessuno gli apre il proprio salotto. Ed io sono proprio la persona che invece potrebbe farlo. È il mio lavoro, giovanotto.

"Tutta la nobiltà della corte imperiale si rivolge a me, quando vuole organizzare un concerto, una serata di musica, una festa, si rivolge a me per avere i migliori musicisti. E tutti si fidano assolutamente e ciecamente del mio giudizio. Dia retta a me, mio bel giovane. Lei, oltre ad un vero dono, un reale talento per la musica, è anche un giovane uomo di bell'aspetto: io posso aprirle le porte delle più importanti residenze di Vienna."

"Come le ho detto, signore, io ho piena fiducia nel mio maestro. Dovrebbe parlarne con lui, e ciò che il maestro Ipoly Zajzon deciderà, per me andrà bene." rispose con ferma cortesia il ragazzo.

L'uomo non insisté oltre. Con un lieve inchino lasciò Niklos e si allontanò, mescolandosi con gli invitati della principessa. Niklos lo guardò spostarsi in un altro salotto. Il sorriso dell'uomo gli era sembrato falso, una maschera da uomo di mondo, una pretesa di essere il gentiluomo che non era. L'uomo era corpulento, aveva dita tozze e mani grandi, un accenno di pancetta gli gonfiava il panciotto su cui brillava una vistosa catena d'oro che quasi certamente terminava in un orologio da tasca. Era calvo, solo una corona di capelli restava attorno al grosso capo. Aveva labbra carnose, un naso forte, occhi incavati sotto cespugliose sopracciglia, ed un accenno di doppio mento.

A Niklos, l'insieme dell'aspetto dell'uomo provocava un lieve senso di disagio, accentuato dagli occhi il cui sguardo era acuto e penetrante, oltre che astuto ed autoritario. Ma soprattutto era quel sorriso formale, insincero, che aveva colpito negativamente il ragazzo.

Non ci pensò più, almeno per il momento.

Quando la sera ne parlò con Laszlo, il compagno gli disse: "Niklos, per quanto mi dispiacerebbe perderti, temo che quell'impresario abbia perfettamente ragione. Sai che io sono solo un mediocre musicista, non sarò mai una celebrità, ma tu sei diverso. Tu sei veramente speciale. E come dice l'impresario, è prorio per questo che il maestro ti tiene ancora qui: non si azzarda a far andare via né quelli mediocri come me ma neppure quelli troppo bravi come te. Lui lascia solo andare via quelli che non lo fanno sfigurare ma che al tempo stesso non possono offuscare il suo nome, come era Dusan."

"Ma il maestro dice che io non sono ancora pronto..."

"Non lo sarai mai, mio caro Niklos, temo, se aspetti che il maestro ti lasci libero di volare con le tue ali. Quell'impresario potrebbe davvero essere la tua fortuna, credi a me. Ma adesso vieni qui, ho voglia di farlo..."

Niklos si lasciò spogliare dal compagno, che si liberò in fretta dei propri abiti, lo fece chinare sostenendosi ad una sedia, gli si addossò di dietro e, con poche esperte spinte, lo penetrò. Lo abbracciò alla vita e, mentre con una mano gli afferrava il membro duro, iniziò a muoverglisi dentro con forti va e vieni, godendoselo come sempre con spensierato e virile piacere.

A Niklos piaceva sentire l'ardente desiderio, la maschia foga e l'intenso piacere con cui il compagno lo prendeva. Se non fosse stato Laszlo ogni volta a prendere l'iniziativa, molto raramente Niklos l'avrebbe presa, però ogni volta che il compagno gli manifestava il desiderio di avere sesso con lui, Niklos non si tirava mai indietro, anzi ne era contento. Parlare di manifestare desiderio, forse non è del tutto giusto: Laszlo semplicemente lo prendeva, ogni volta che erano soli in camera e che ne aveva voglia... e la voglia l'aveva assai spesso, come d'altronde può essere naturale in un giovane e vigoroso uomo di ventuno anni.

Il giovane genio rivide tre o quattro volte l'impresario viennese nei salotti di Budapest, ma l'uomo, pur guardandolo spesso ed a lungo e con malcelato interesse, non gli rivolse più la parola.

Però Berthold Willibald, l'impresario, oltre ad essere veramente interessato all'arte ed al genio del giovane Niklos Sebestyen Jusztin Teteny, aveva un altro, forte interesse verso il ragazzo. Infatti il viennese, anche se la cosa non era di conoscenza pubblica, e pur essendo sposato e pur avendo messo al mondo già cinque figli, era un segreto amante delle grazie maschili e in particolare preferiva proprio i giovani maschi in età compresa fra i sedici ed i venticinque anni.

Quindi Berthold voleva a tutti i costi avere Niklos con sé e per sé. Sapeva che era inutile parlarne con il maestro Ipoly Zajzon, in quanto l'analisi che ne aveva fatto Laszlo con Niklos era esatta, e anche che era inutile insistere con Niklos, perché aveva capito che il ragazzo non si sarebbe mai ribellato al suo maestro. Quest'ultimo fatto da una parte faceva molto piacere a Berthold, infatti capiva che, se avesse potuto avere Niklos nelle sue mani, il ragazzo non si sarebbe neppure mai opposto né a lui né alle sue voglie.

Perciò l'impresario fece tutto un lavorio sotterraneo per scoprire chi potesse costringere il maestro Ipoly Zajzon ad affidargli il giovane talento. Una volta che il maestro Zajzon avesse ordinato a Niklos di affidarsi a lui, Berthold avrebbe avuto tutto quanto voleva: un giovane geniale compositore da sfruttare ed un giovane e sensuale ragazzo da sottomettere alle proprie voglie. Dopo alcuni mesi Berthod Willibald riuscì finalmente a trovare il sistema per ottenere quanto voleva sempre più ardentemente.

Il principe Florian Ignacs Szecheyi-Bethlen era estremamente geloso della sua bella e giovane moglie, ed al tempo stesso era il proprietario della casa in cui abitava il maestro Ipoly Zajzon. Berthold, grazie ai buoni uffici di una sua amica, fece sapere al principe che il giovane Niklos era segretamente innamorato di sua moglie, e che perciò, per evitare alla principessa una spiacevole ed insistente corte, sarebbe stato meglio allontanare da Budapest il giovane compositore. Subito dopo Berthold si fece anunciare al principe e gli chiese di aiutarlo a convincere il maestro Zajzon di affidargli il giovane Niklos per portarlo con sé a Vienna.

Il principe, allarmato, seccato, ma anche convinto della verità del pettegolezzo, ed anche contento per la fortunata coincidenza della visita dell'impresario, convocò il maestro Zajzon e lo mise di fronte ad una scelta: o mandava immediatamente il giovane Niklos Teteny a Vienna affidandolo al'impresario Willibald, oppure lo avrebbe estromesso dall'alloggio che gli affittava.

Ipoly Zajzon tentò di convincere che la storia del suo pupillo che corteggiava la moglie del principe era assurda, ma Szecheyi-Bethlen non volle intendere ragione: vero o falso, voleva allontanare da Budapest il giovane compositore. Alla fine Zajzon, se pure molto a malincuore, dovette cedere.

Perciò chiamò Niklos e gli comunicò che a suo parere era tempo che il ragazzo tentasse il grande passo ed andasse a Vienna. Per questo, gli disse, lo affidava ad un noto impresario della capitale, il signor Berthold Willibald. Niklos, come sempre, accettò senza discutere la decisione del suo maestro.

Willibald per prima cosa fece firmare un contratto al giovane Tetleny, in cui questi si impegnava, per dieci anni, a non accettare nessuna scrittura che non fosse decisa da lui, a fargli amministrare i suoi guadagni, a scrivere un determinato numero di opere e composizioni ogni anno. In cambio l'impresario gli avrebbe fornito un pianoforte, carta ed inchiostro per gli spartiti, vitto, alloggio, riscaldamento ed abiti, e gli avrebbe procurato tutte le necessarie scritture. Il ragazzo firmò il contratto senza problemi.

Raccolte le sue poche cose e fatti i bagagli, salutati Laszlo ed il maestro Zajzon, dopo aver passato anche pochi giorni a casa dei suoi per salutarli, nell'aprile del 1821, cioè poco dopo aver compiuto diciotto anni, Niklos partì per Vienna nella carrozza del gongolante impresario. L'uomo, per tutto il viaggio, non fece che spogliare con gli occhi il ragazzo seduto davanti a lui, bello ed elegante nella sua marsina verde scuro e negli attillati calzoni bianchi, e lo intontì di chiacchiere e di mirabolanti promesse, anche se prudentemente non tentò ancora il minimo approccio.

Nelle soste lungo la strda l'uomo ogni volta si fermò in un albergo chiedendo una sola stanza, cosa non rara in quei tempi. Ma anche qui, la sera, quando si toglievano gli abiti per andare a letto, l'uomo non fece ancora nessun tentativo per sedurre il ragazzo. Non sapeva infatti quale sarebbe stata la reazione del giovanissimo compositore e non voleva rischiare uno scandalo. Niklos, da parte sua, non ebbe alcun sospetto riguardo al desiderio che bruciava nei lombi dell'uomo.

Giunti finalmente a Vienna, l'impresario condusse subito il ragazzo nel Graben, in quello che sarebbe stato il suo alloggio. Era una casa antica e di aspetto nobile ed austero. Entrati nell'angusto cortile si saliva per una scala nella parte posteriore della costruzione. Giunti al terzo piano si percorreva un angusto corridoio e da qui, aperta una porticina, si saliva per un'altra stretta scala per due piani fino a giungere in un quartierino nel sottotetto.

"Ecco il tuo alloggio, ragazzo mio. Qui puoi suonare il pianoforte anche in piena notte: nessuno degli abitanti di questa casa ne sarà disturbato né udrà nulla, neppure se tu cantassi a squarciagola..."

"Ma io non canto, signore..." gli disse ingenuamente Niklos un po' stupito per quella frase.

L'uomo rise divertito: "Allora diciamo che nessuno ti udrebbe neppure se tu urlassi. Qui hai tutta la quiete che ti può servire. Ecco, queste sono le tre chiavi: quella del portoncino in strada, quella della porta nel corridoio del terzo piano e infine, questa, della porta del tuo alloggio. Logicamente anche io avrò le stesse chiavi, così potrò venirti a trovare ogni volta che occorre, senza problemi."

"Mi scusi, signore, ma qui vedo solo il letto ed il pianoforte... dove posso mangiare?"

"Non certo qui in casa, d'altronde chi dovrebbe venire a cucinare? No, ogni giorno scenderai ed andrai a mangiare alla locanda che vi è in strada, all'angolo opposto di questa casa."

"Con che denaro, signore?" chiese Niklos un po' preoccupato.

"Alla locanda mangerai tutto ciò che ti aggrada e che la locanda offre e passerò io ogni settimana a pagare il conto. Logicamente tratterrò le spese dai tuoi guadagni, quando inizierai ad esibirti. Non ti preoccupare, per ora anticipo io il denaro necessario. Qui hai tutto quanto ti occorre: un letto per dormire, un tavolo ed una sedia per scrivere i tuoi spartiti, uno scaffale, il pianoforte ed un armadio. Ah, lì c'è anche la stufa, per quando farà freddo. Ti farò portare il carbone quando inizierà a fare freddo."

"Non vi è un lume per la notte, signore?" chiese Niklos osservando la stanzetta spoglia.

"Certamente c'è, guarda nell'armadio... ci deve essere sia la lampada che l'olio per alimentarla. Nell'armadio dovrebbero essersi anche un paio di coperte. Il vaso da notte dovrebbe essere sotto il letto: per vuotarlo andrai giù a pian terreno. La custode della casa ti dirà dove lo puoi vuotare e risciacquare."

"E per lavarmi, signore?" chiese il ragazzo vedendo che non vi era nulla.

"Ah, giusto. Per lavarti, se vieni qui fuori sul terrazzo..." gli disse l'uomo ed aprì la porta-finestra.

"Ecco, quella porta: dietro vi è un lavello con il rubinetto dell'acqua corrente e vi è anche una bella tinozza di zinco con la stufa per riscaldare l'acqua in inverno. L'acqua sporca la versi lì, vedi? in quello scolo. Entra... in due non ci si sta."

Niklos entrò: c'era un basso lavello quadrato di pietra, con un rubinetto. A fianco v'era una bacile di pietra con lo scolo. La vasca di zinco era incastrata fra il lavello e la parete e la stufa, attaccata alla vasca, era accanto alla porta.

"Mi scusi, signore, ma il sapone e gli asciugamani... dove sono?"

"Credo che siano nella stanza, nell'armadio. Andiamo a controllare..."

Niklos notò che il minuscolo terrazzino aveva una ringhiera di metallo che dava sul tetto della parte inferiore della casa: di lì si vedeva solo una distesa di tetti da cui emergevano qua e là le guglie delle chiese, antiche torri ed i più importanti palazzi e le reggie della capitale. Notò, guardando il sole, che il terrazzino era esposto a sud.

Rientrati nella squallida stanzetta, Niklos controllò il contenuto dell'armadio: oltre quanto gli aveva detto l'uomo, vi era anche una brocca ed un bicchiere di vetro azzurro per l'acqua. Nello scaffale vi era una risma di carta per gli spartiti, alcune penne, un calamaio di vetro ed una bottiglia di inchiostro.

"Mi scusi, signore... a casa del maestro potevo leggere i libri che aveva nella biblioteca... qui non ho nessun libro..."

"Quando inizierai a guadagnare, mi dirai quali libri desideri e, se non esageri, te li comprerò. Va bene?"

"Non potrei avere io il denaro ed andarli a comprare direttamente dai librai o nelle bancarelle, signore? A volte si trovano libri di seconda mano, almeno a Budapest, che costano meno di quelli nuovi..."

"Beh... vedremo... Forse ti darò un mensile per le tue spese voluttuarie..."

"I libri, signore, non sono spese voluttuarie, per un compositore. Spesso la buona letteratura è fonte di ispirazione... I libri sono importanti quasi quanto il pianoforte, mi creda..."

"T'ho detto che ti darò un mensile, che vuoi di più, ragazzo!" gli disse un po' seccato l'uomo.

"Nulla, nulla signore..." si affrettò a dire Niklos.

"Avrò parecchie spese da fare per te, prima che tu inizi a guadagnare qualcosa, ragazzo. Innanzitutto dovrai avere abiti che non ti facciano sembrare uno stupido provincialotto, quando andrai a suonare nei palazzi dei tuoi mecenati. Nei prossimi giorni ti dovrò portare da un sarto. E dovrai anche andare regolarmente da un barbitonsore, che ti tenga in buon ordine i capelli... sempre a spese mie. Ti rendi conto che almeno inizialmente dovrò spendere parecchio denaro per te, ragazzo?"

"Sì, signore..." gli disse Niklos in tono mite.

"Grazie a me tu potrai diventare famoso. Verrà un giorno in cui guadagnerai tanto da toglierti qualsiasi fantasia, credi a me. Tu devi solo e sempre fare quanto io ti dico. Non mi creare problemi, ragazzo, e vedrai che andremo d'amore e d'accordo, io e tu!"

"Non ho nessuna intenzione di crearvi problemi, signore." gli disse Niklos, intimorito.

"Ho già pagato l'accordatore per quel pianoforte, che è uno dei migliori che siano stati fabbricati. E per farlo portare fin quassù ho dovuto spendere parecchio denaro! Ho dovuto farlo smontare e rimontare da persone esperte. Tutto denaro che ho investito per te, lo capisci?"

"Sì, signore, grazie, signore. E... potrò uscire di casa di tanto in tanto, oltre che per andare a mangiare e per le altre cose necessarie?"

"Sì, ma solo se avrai fatto il tuo lavoro... e solo durante la mattina o nel pomeriggio. Dopo la cena, però, dovrai sempre essere in casa, perché se devo parlare con te, vederti, non voglio stare qui ad aspettare per ore i tuoi comodi. Dopo la cena e fino al mattino seguente, tu dovrai essere sempre in casa; sempre, è chiaro?"

"Certamente, signore." rispose Niklos.

"E ricordati di tenerti sempre estremamente pulito. Anzi, ti procurerò anche una boccetta di acqua di colonia, ne metterai un po' prima di andare assieme in qualche palazzo o a teatro per un concerto. Un'ombra di acqua di colonia ed un fiore fresco all'occhiello... te ne porterò io uno, ogni volta che occorre."

"Grazie, signore."

"Bene. Lascia qui le tue cose e prendi le chiavi. Sistemerai tutto quando torni qui. Ora andiamo alla locanda dove ti presenterò e mi accorderò con il proprietario, poi verrai dal barbitonsore. Infine tu tornerai qui in casa, ed io potrò finalmente rivedere la mia famiglia."

"Grazie, signore." ripeté Niklos.

L'impresario era lieto per la remissività del ragazzo: non avrebbe avuto troppe difficoltà a piegarlo alle proprie voglie! Aveva quasi la tentazione di fare subito una prova, ma si disse che poteva aspettare. Una delle virtù di cui si gloriava Berthold Willibald era proprio la pazienza.

Era proprio grazie alla sua pazienza che aveva trovato quella stanzetta, in cui in passato aveva portato molte delle sue giovani conquiste maschili, il luogo ideale in cui, anche se uno dei ragazzi avesse gridato sotto i suoi colpi di maglio mentre lo prendeva, nessuno l'avrebbe sentito... Aveva comprato quella stanza circa venti anni prima, da un vecchia.

Ricordava con un certo piacere il primo ragazzo che vi aveva portato: era un giovane mendicante di sedici anni. Ed era ancora vergine! L'aveva costretto a spogliarsi nudo, l'aveva fatto stendere sul letto e gli era calato sopra, infilandogli dentro tutto il proprio duro membro senza troppi complimenti, incurante delle grida di dolore del ragazzetto, anzi eccitato proprio dai suoi vani tentativi di sottrarglisi... Ma che può fare un ragazzetto denutrito contro un uomo di trenta anni nel pieno delle proprie forze?

Dopo essersi divertito con quel ragazzetto, di cui non ricordava neppure il nome né il volto, l'aveva chiuso a chiave in quella stanzetta, per poterselo godere anche nei giorni seguenti. Ma quando, la sera seguente, era tornato su con un cestello con un po' di cibo, per godersi di nuovo il suo culetto stretto, aveva scoperto che il ragazzetto era scappato attraverso i tetti. Avrebbe dovuto portarsi via gli abiti del mendicante, aveva pensato deluso, almeno non sarebbe potuto scappare.

Dopo quel ragazzetto, ne aveva portati lassù diversi altri, alcuni ospitandoli lì solo nelle notti in cui li prendeva, altri per periodi più o meno lunghi. A volte erano ragazzi poveri, che si lasciavano prendere da lui in cambio di un po' di cibo e di un tetto, ma più spesso erano giovani musicisti, come ora il bel Niklos, di cui lui faceva l'impresario... L'ultimo era un ragazzo zigano, un violinista, ma l'aveva estromesso di lì sei mesi prima, perché s'era stancato di lui e perché stava dievntando troppo adulto e virile: il corpo gli si stava coprendo di peli. A lui piacevano corpi glabri, per questo li preferiva giovani...

Ricordò anche, sei anni prima, quando aveva ospitato in quella stanzetta due fratelli, il minore di diciassette anni ed il maggiore di diciannove. Se li faceva sempre tutti e due, e gli piaceva anche obbligarli a prendersi l'un l'altro, oppure a ordinare loro di succhiarselo l'un l'altro mentre lui lo infilava ora al maggiore ora al minore, fino a togliersi la voglia... Li aveva trovati in un'osteria, il padrone aveva appena pizzicato il più piccolo dei due mentre tentava di rubare qualcosa nella dispensa mentre il più grande faceva da palo...

L'uomo era furente e voleva chiamare la polizia. Lui era inervenuto spacciandosi per un commissario di polizia in borghese e li aveva portati con sé fin lassù, mettendoli di fronte alla scelta: o facevano tutto quello che lui ordinava loro, o li portava in galera. I due, spaventati, avevano subito ceduto alle sue richieste... Poi Berthold si era stufato anche di loro, soprattutto perché erano poco puliti e questo lo infastidiva alquanto. Così, dopo un paio di settimane, aveva detto loro di sparire...

Quando aveva trentanove anni aveva anche ospitato lì dentro per quattro anni un ragazzo, un flautista che gli era stato affidato dalla madre vedova perché gli trovasse lavoro presso qualche orchestra. Era un bel ragazzotto di venti anni di nome Hans-Jurgen. Il ragazzo era tutt'altro che nuovo al sesso fra maschi e gli piaceva molto prendersi cura del grosso membro dell'uomo, sia con bocca che con il bel sedere.

Hans-Jurgen gli chiedeva. "Posso suonare il tuo bel flauto, Berthold?"

L'uomo gli rispondeva divertito: "Certo, Hans, e dopo io ti suono la grancassa!"

Era molto piacevole farlo con quel contadinotto che gli si torceva sotto come una troietta in calore! Poi il ragazzo aveva deciso di entrare nell'esercito come suonatore, e lui l'aveva lasciato andare: anche lui stava diventando troppo adulto! L'aveva rivisto un paio di volte, in uniforme, in giro per la città e Hans-Jurgen gli aveva confidato di essere divenuto l'amante segreto del suo capitano...

Quando Niklos poté tornare su nella stanzetta, sistemò le sue carte nello scaffale, i pochi abiti nell'armadio, quindi decise di farsi un bagno. Anche a Niklos piaceva essere pulito, quindi si lavò accuratamente ed a lungo. Rivestitosi, provò il pianoforte: aveva un bel suono ed era accordato perfettamente. Più tardi scese nella locanda per fare cena. Il locandiere gli mise davanti il cibo, una bella fetta di pane, una caraffa d'acqua e mezzo bicchiere di vino rosso. Il ragazzo mangiò seduto in un angolo del vasto, fumoso e rumoroso locale, da solo ed in silenzio. Il cibo era meno appetitoso e meno raffinato che in casa del maestro Zajzon, ma era comunque buono.

Poi tornò su nella stanzetta. Accese la lampada, suonò ancora un po' al pianoforte, quindi si spogliò ed andò a letto. La sera era fresca, quindi, indossata la lunga camicia da notte, spense la lampada e si coprì con entrambe le coperte rincalzandosele bene attorno al corpo. Avevano un lieve odore di chiuso, e pensò che la mattina seguente le avrebbe stese sul terrazzino per fargli prendere aria.

La stanza era squallida, più ancora della stanza in cui aveva dormito con Laszlo ed il letto era piccolo, ma dovendoci dormire da solo questo non era un problema. Il soffitto scendeva dalla parte del pianoforte e del tavolo, ed era sostenuto da due spesse travi aggettanti. Sul muro a fianco del letto vi era una finestrella che, assieme alla porta finestra che dava sul terrazzino, era l'unica fonte di luce della stanza.

Ripensò a Laszlo... e per la prima volta ne sentì la mancanza. Non tanto e non solo per il sesso che il ragazzo faceva con lui, quanto per la sua allegria, per la sua compagnia, per la sua forza e per la sua gentilezza. Si chiese, con un sorriso, come Lazlo potesse fare, ora che non c'era più lui, a togliersi la voglia di fare sesso che costantemente aveva. Forse avrebbe aspettato che il maestro Zajzon prendesse un nuovo allievo in casa...

Mentre stava per addormentarsi, sentì come una musica nella sua testa, una musica ispirata dal suo viaggio da Budapest a Vienna. Allora si alzò di nuovo, accese il lume, preparò il calamaio, una penna ed una risma di fogli con i pentagrammi prestampati, e si mise a provare sul pianoforte ed a scrivere le note su un foglio... avrebbe sviluppato in seguito quell'idea, ne avrebbe fatto un poema sinfonico a tema che avrebbe chiamato "Viaggio lungo il Danubio" o qualcosa del genere. Ma ora doveva fissare l'idea.

Suonava e scriveva, correggeva, riprovava, scriveva di nuovo finché ebbe riempito diversi fogli di musica fissando i brani principali della storia musicale del viaggio che aveva appena compiuto. Avrebbe poi dovuto svilupparli, collegarli, armonizzarli, ma era contento di quanto stava componendo. Gli unici momenti eccitanti della sua giovane vita, in cui si sentiva pienamente libero, erano proprio quelli in cui trovava l'ispirazione e poteva comporre.

Quando finalmente chiuse il pianoforte verticale, ripose il calamaio ed i fogli nello scaffale, spense il lume e tornò a letto, era notte fonda. Si risistemò le coperte sul corpo, tremando leggeremente per il freddo. Mentre si addormentava risentiva i brani che aveva composto suonare dolci e tristi, nella sua mente. Vi aveva descritto l'ultima notte con Laslo e la foga virile con cui il ragazzo l'aveva preso, il saluto alla sua famiglia che forse per anni non avrebbe più potuto rivedere, l'addio a Budapest, la città che amava, le varie tappe del viaggio nella carrozza dell'impresario, l'arrivo a Vienna e la prima impressione che la capitale gli aveva fatto ed infine lo squallore di quella stanzetta grigia e nuda, sotto i tetti, che era ora la sua "casa", nonché la solitudine che stava provando.

Si addormentò, se non sereno, per lo meno parzialmente soddisfatto, come era sempre quando componeva. "Sì," pensò poco prima che il sonno lo accogliesse fra le sue braccia, "ne farò un poema sinfonico a tema". L'idea gli piaceva. E finalmente si addormentò.

Quando la mattina si svegliò, andò a lavarsi con l'acqua fredda, si rivestì, scese alla locanda per fare la colazione, quindi tornò nella sua stanza e riprese a lavorare alacremente a quanto aveva composto durante la notte. A volte si fermava, ripeteva mentalmente quanto aveva scritto e suonato al pianoforte, quindi faceva aggiunte, correzioni, varianti, e sviluppava ad una ad una le parti del suo primo poema sinfonico.

Sentiva che sarebbe stato qualcosa di grande, di bello, di notevole. Si chiese per un attimo che cosa ne avrebbe pensato il maestro Ipoly Zajzon, ma poi si disse che ora doveva solamente compiacere il suo impresario, quell'invadente e chiacchierone Berthold Willibald... Uno strano uomo, che però emanava dagli occhi e dal corpo, dai gesti e dalla voce un senso di forza animale che in parte lo intimidiva.

Il suono del cannone che segnalava il mezzogiorno lo fece sobbalzare. Terminò di scrivere il brano che stava ritoccando, mise il panno verde sulla tastiera del pianoforte e lo chiuse. Scese nuovamente e tornò alla locanda per il pranzo. Il locandiere gli fece un cenno di saluto e dopo poco gli mise davanti il cibo, sul tavolaccio di legno senza tovaglia...

Dopo aver pranzato tornò subito nella sua stanzetta sui tetti: aveva ancora parecchio lavoro da fare, per completare il suo primo poema sinfonico a tema, e finché non l'avesse finito, sapeva che non avrebbe potuto fare altro.


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