"Gabri! Sei tornato a casa, finalmente!" lo salutò Sergio allegramente.
Dario si affacciò, nudo e con le guance coperte di schiuma da barba, dalla porta del bagno: "Oh, chi non muore si rivede!" gli disse con un gran sorriso.
"Ciao, ragazzi. E Franco?" chiese Gabriele sedendo e sorridendo agli amici.
"Non è ancora tornato. È andato dal tuo amico marinaio... ultimamente ci sta sempre più a lungo, mi sa che fra quei due stia nascendo qualcosa..." gli rispose Sergio.
"Ma va là! Solo lavoro." disse Dario.
"Ma tu, raccontaci, dai... a parte i tuoi messaggini, non sappiamo niente. Cazzo, un mese e mezzo! Ne avrai da raccontare!" gli disse Sergio sedendo al tavolo davanti a lui.
"No, Gabriele, aspetta: finisco di farmi la barba e vengo. Voglio sentire anche io!" gli disse Dario e tornò in bagno.
Gabriele pensò che Dario era davvero attraente... sorrise: sì, quella era casa sua, era tornato a casa, finalmente.
"Mentre aspettiamo Dario, raccontami tu qualcosa, piuttosto, Sergio."
"Io? Bah, qui ben poco di nuovo. La solita vita. Le solite scopate ed i soliti clienti. Che vuoi che ti racconti?"
"Niente di particolare, di interessante?" insisté Gabriele.
"Forse Franco ha trovato un altro posto, forse traslochiamo. Per lo stesso affitto che paghiamo qui, in via Audinot c'è un appartamentino con tre stanze e bagno."
"Tre per lo stesso prezzo? Cavolo, tre stanze, un bel salto!"
"Sì... molto piccole e su due piani, e la casa è bruttina, vecchia. Però avremmo un ingresso indipendente sulla strada, una porta fra due negozi con scala interna: al primo piano una cucina e il bagno e al secondo due camerette... È di un cliente di Franco, un tizio pieno di soldi, un grossista di caffè."
"L'avete vista anche voi? Quando traslochiamo?"
"Sì, l'abbiamo vista. Prima deve essere ripulita a fondo, Franco insiste che deve farla pulire il tizio e quello invece dice che dobbiamo farlo noi... Se si mettono d'accordo si firma il contratto e è fatta."
Arrivò Dario e mentre Sergio faceva un caffè per tutti e tre, Gabriele iniziò a raccontare. Senza fare nomi, cambiando solo alcune cose per non far capire che si trattava di Alessandro e della Giocagiò, come s'era impegnato a fare, raccontò della "recita" e del suo rapporto con Alessandro.
"Cazzo, quello t'ha offerto casa e lavoro e tu hai rifiutato? Sei scemo o che?" gli disse Sergio.
"Bisogna vedere quanto gli dava di paga..." osservò Dario.
"Anche se gli dava poco, Gabri può continuare a battere per arrotondare, no? Io avrei accettato subito." insisté Sergio.
"No, non capite? Io m'aspettavo altro da lui. Non di fare il mantenuto in cambio di una scopata ogni volta che gli tira!"
"Altro, Gabri? E cosa? Non credo che possa fregartene più che tanto fare una scopata in più o in meno, per noi il lavoro è lavoro." ribatté Sergio.
"Ma di', mica ti sei innamorato di quello?" chiese Dario guardandolo negli occhi.
"Sì..." rispose mogio mogio Gabriele. "Sì, credevo che fosse diverso. Mi pareva un uomo pulito, onesto, e mi pareva che anche lui mi volesse bene..."
"Ma che cazzo, Gabri! Quello è solo un frocio represso... Vuole e non vuole... ma da qui a illuderti... innamorato, quello, di una marchetta! Guarda che il mondo delle favole esiste solo nei libri, non in questa vita di merda!" disse Sergio.
"Mi pareva diverso. Che cazzo me ne faccio del suo lavoro, della sua casa? Io volevo stare con lui..."
"Ti aveva dato alla testa la bella vita? T'eri abituato alle comodità?" gli chiese Sergio.
"No... anche se era un poveraccio... anche se era spiantato... era lui che mi piaceva, che pensavo che mi piaceva. Però... Lui si prendeva cura di me, mi pareva... io mi prendevo cura di lui... non capisci?"
"Ma quello ha quasi cinquant'anni, poteva davvero essere tuo padre. Fosse stato uno giovane... che so..." insistette Sergio.
"L'età vuol dire poco. A parte che comunque è un uomo molto sexy, ha un bel corpo. No, quello davvero non conta." rispose Gabriele.
"E da quello che dici, scopava pure bene." aggiunse Dario.
"Sì... anche se è successo solo una volta..." assentì Gabriele.
"Cazzo, solo una volta in un mese e mezzo... Povero Gabri... Io avrei dato di matto. Alla nostra età... Non dico tre volte al giorno, ma almeno un giorno sì e uno no..." rise Sergio. "Ma quel... come hai detto che si chiama?"
"Non l'ho detto. Gli ho promesso di non dirlo..."
"Beh, a noi potresti dirlo, no? Mica lo andiamo a dire in giro, no?" disse Sergio.
"No, l'ho promesso." disse Gabriele.
"Ma tu pure, innamorarti di quello... un mese e mezzo, è poco, per conoscere uno, no?" gli disse Dario.
"Un mese e mezzo sempre insieme, a casa, al lavoro, sempre insieme... No, lo conosco abbastanza. Sì, è un frocio represso, come dici tu, Sergio. Ma magari... io credevo di piacergli... e invece..."
"Gli piaceva solo il tuo bel culetto!" completò la frase Sergio con un sogghigno.
"Secondo me no, sennò lo fotteva più spesso, almeno dopo quella volta che s'era sbloccato." notò Dario.
"E allora? Se gli piaceva Gabri, se lo teneva stretto e a casa sua, no in un alloggetto come un mantenuto, come una qualsiasi puttana." ribatté Sergio.
"Forse non capisce ancora manco lui cosa vuole..." disse Dario. "Se vuoi il mio parere, Gabri, o te lo levi dalla testa, o accetti quello che ti offre e sfrutti la situazione. Quello dev'essere uno facile da spennare, deve essere un'ingenuo. Io, al posto tuo, tornerei da lui e farei il comodo mio."
"No, non posso. Magari riuscirò a levarmelo dalla testa."
"Guarda, hai solo da riprendere la vita... Qualche cliente chiedeva dov'eri andato a finire... ce n'è che gli piace scopare con te. Chiodo scaccia chiodo, come si dice, no? Dai, Gabri! Su con la vita." gli disse Sergio.
"Sì... sì... mi passerà..." disse Gabriele.
Più tardi tornò a casa Franco, e Gabriele raccontò anche a lui la sua storia di quel mese e mezzo. Franco gli raccontò dell'alloggetto ed anche del marinaio.
"Sai mi chiede spesso di te. Dice che tu e io siamo i migliori sulla piazza. M'ha anche chiesto se qualche volta ci andrebbe di farlo in tre, noi due e lui. Che ne dici, Gabriele?"
"Non lo so. È un mese e mezzo che non faccio più la vita e... e non mi dispiace. Pensavo di... di trovarmi un lavoro. Adesso che sono maggiorenne e che non ho più paura che mio padre mi trovi, posso anche trovarmi un lavoro. Se lo trovo... posso continuare a stare con voi?"
"Ehi, la pecorella smarrita vuole tornare all'ovile? Sì, certo che puoi restare con noi, tonto. Siamo o non siamo amici? Che tu ti guadagni i soldi dando via il culo o facendoti il culo a lavorare, che cambia? Certo che non so se sarà facile trovarti un altro lavoro, di questi tempi. O magari lo trovi pure, ma guadagni meno che a fare marchette. Però, questa è una scelta tua..."
"Comunque, non è che uno può fare marchette per tutta la vita, no? Prima o poi deve smettere, e allora tanto vale che ci provo subito..."
"Sì, è vero, anche se hai ancora parecchi anni davanti, specialmente se ti tieni bene in forma, fisicamente. Ma a me mi sa che... quello che mi preoccupa è che... tu sei ancora innamorato di quello."
"No, Franco... o forse sì, ma me lo voglio levare dalla testa."
"Magari levartelo dalla testa sarà pure facile, ma... levartelo dal cuore? Da come me ne hai parlato, direi che sei proprio innamorato cotto di quello. Anche la reazione che hai avuto con lui... è da innamorato. Anche il fatto che non hai voluto portare via niente... a parte questa tuta da jogging che... che è uguale alla sua... Uno mica può cancellare un'innamoramento così, come se fosse una cosa da niente. A meno che uno trasforma l'amore in odio... Tu provi odio per lui, adesso? Non mi pare proprio..."
"Odio? No, odio no. Solo una terribile delusione..."
"Forse hai avuto troppa fretta... forse dovevi solo dargli più tempo per... per capire quello che lui sentiva per te..."
"No... se non l'ha capito in un mese e mezzo... se non l'ha capito quando abbiamo scopato... se non l'ha capito quando gli ho detto che da lui non volevo niente e gli ho detto che me ne volevo andare..."
"Non m'hai detto che lui non l'aveva mai fatto, a parte quand'era un ragazzetto?"
"Sì, è quello che m'ha detto lui..."
"E che lui era convinto di non essere gay?"
"Sì, me l'ha ripetuto parecchie volte..."
"E credi che uno che per più di trent'anni è convinto di non essere gay, può accettare in poco più di trenta giorni di esserlo? Con tutte le pressioni che deve avere ricevuto, subìto?"
"E allora, che dovrei fare? Aspettare altri trent'anni?" gli chiese Gabriele con un velo di sarcasmo nella voce.
"No, certo che no. Però... Come tu non riuscivi a levartelo dalla testa e lo desideravi sempre più, così lui non riusciva ad accettare a non continuare a scappare da quello che sentiva. Non ti pare?" gli disse Franco.
"Sì, magari hai pure ragione, ma io non gliela facevo più a stargli vicino così... Per questo me ne sono voluto andare..."
"Mica dico che hai fatto male... Anche se forse io ci sarei rimasto, approfittando di quello che mi sapeva offrire, che fossero soldi o il suo letto, e frattanto facendomi la mia vita... Ma ognuno di noi è diverso, tu sei tu e io sono io. Ho visto la smorfia che hai fatto quando ho detto 'approfittare'... Ma in fondo, non facciamo altro che approfittare uno dell'altro per tutta la vita? Si può farlo più o meno onestamente, lo ammetto, però... in fondo anche io approfitto della vostra amicizia, no? Anche voi della mia, no?"
"Beh, da quello stronzo che sono, io m'ero illuso che lui non approfittava di me e io non voglio approfittare di lui." rispose un po' secco Gabriele.
"Perché sei innamorato di lui, mio povero Gabriele." gli disse con un certo affetto Franco.
"Mi passerà..." rispose il ragazzo.
Quella sera stessa, cambiatosi, Gabriele andò a battere al solito posto con gli amici. Un giovanotto in una Panda si fermò e gli fece cenno di avvicinarsi. Gabriele si chinò al finestrino: era un bell'uomo, sulla trentina, con un paio di baffetti biondi ed una polo che gli fasciava un petto muscoloso.
"Quanto vuoi, bello?" gli chiese il giovanotto.
"Cento." sparò Gabriele.
"Un po' caro. Ma fai tutto?"
"Sì..."
"Salta su..."
"Hai un posto?"
"No, andiamo in un motel. Conosco il gestore, ci porto sempre quelli come te per fottere, e non mi chiede mai chi è la puttana che ci porto."
"Cercati un altro!" gli rispose secco Gabriele ed andò via.
"Ehi, puttana!" gli gridò dietro il giovanotto.
Gabriele si allontanò in fretta: d'accordo, lui era solo una puttana, comunque non gli andava di essere trattato da puttana. Non in modo così esplicito, per lo meno. Forse era assurdo, però... Alessandro l'aveva sempre rispettato, pur sapendo cosa faceva lui per guadagnarsi da vivere.
Alessandro... possibile che non facesse che pensare a lui? S'inoltrò nel parco. Si fermò appoggiandosi ad un albero, sentendosi strano.
S'avvicinò a lui un uomo, che lo guardò negli occhi. Lui ricambiò lo sguardo. L'uomo si guardò attorno, poi si aprì la patta, ne estrasse il membro duro e prese a masurbarselo lentamente.
"Lo vuoi, ragazzo?" gli chiese con un sorrisetto lascivo.
"No. Ce ne ho uno anche io." gli rispose Gabriele con sarcasmo.
L'altro fece un risolino: "Ma il tuo non lo puoi succhiare né mettertelo in culo. Guarda che bel salame ho qui. Non lo vuoi?"
"Sono vegetariano, io! Smamma, lasciami in pace." gli rispose Gabriele irritato.
L'uomo gli si avvicinò e fece per palparlo fra le gambe. Gabriele lo respinse con violenza.
"Ehi, principessa del pisello! Che ci fai qui se non vuoi scopare?" gli chiese l'uomo guardandolo con occhi cattivi ma rimettendosi a posto il membro.
"Quello che cazzo voglio. Va' a fa'n culo e vattene." gli rispose in tono combattivo Gabriele e si allontanò di nuovo, irritato.
Mentre camminava, seccato, si chiese che gli prendeva. Aveva rifiutato due clienti che non erano né meglio né peggio di tanti altri con cui era andato in passato. D'accordo, aveva un po' di soldi in tasca, non aveva fretta di trovare un nuovo cliente, però... Tornò lungo il viale. Aveva voglia di tornare a casa e nello stesso tempo non ne aveva voglia... Dette un calcio ad una lattina vuota e ne ascoltò il rumore mentre rimbalzava sull'asfalto.
Le mani in tasca, continuava a camminare lentamente, il capo chino, guardandosi la punta delle scarpe. Un'auto si fermò accanto a lui. Un giovane con un muso da topo, occhietti ammiccanti, lo guardò dal finestrino. Quando Gabriele gli passò accanto, lo chiamò.
"Ehi, sai che ora è?" gli chiese.
"L'ora di andare a letto." gli rispose il ragazzo.
"Con te mi piacerebbe... quanto vuoi?" chiese l'altro.
Gabriele guardò dentro l'auto e vide che anche questo si stava masturbando e gli sorrideva con uno sguardo che voleva essere allettante, ma che infastidì il ragazzo.
"Di più!" gli rispose.
"Che vuol dire di più?" chiese l'altro mentre il suo sorrisetto si raffreddava.
"Tu avrai deciso quanto ti va di pagare, no? Beh, a me non basta, voglio di più. E adesso magari hai pensato a una cifra più alta... ma io voglio di più..." gli rispose Gabriele con lieve ironia.
"Non capisco... Che cavolo vuoi dire?" chiese l'altro smettendo di masturbarsi.
"Che non sei il mio tipo. Che con te non ci vengo manco se mi copri d'oro. Che è meglio se ti cerchi un altro. È chiaro, adesso?" chiese il ragazzo in tono freddo e determinato.
L'altro alzò il vetro del finestrino, innestò la marcia ed andò via. Gabriele guardò le luci rosse posteriori allontananarsi, e si mise a ridere. Non era una risata allegra, era piuttosto nervosa. Si decise a tornare a casa e si avviò a passo svelto. Non era ancora mezzanotte, e in casa non c'era nessuno. Si spogliò e si mise a letto. Fece fatica ad addormentarsi: si girava e si rigirava nel letto senza pace.
Brani della vita che aveva avuto nelle ultime sei, sette settimane gli tornavano in mente. Non tanto la bella camera in cui aveva dormito, né i bei vestiti che Alessandro gli aveva comprato, né gli ottimi pasti che aveva fatto, ma momenti del suo rapporto con l'uomo... il suo sorriso lieve ed un po' schivo, la sua serena semplicità, il suo modo di fare... ed anche quell'unica, bellissima volta in cui avevano fatto l'amore...
Perché aveva rifiutato quei tre clienti? Perché nessuno di loro era Alessandro. Però lui aveva rifiutato, in un certo senso, anche Alessandro. Ma allora, che cavolo voleva dalla vita? Si addormentò con questi pensieri, con questi interrogativi nella testa. E dormì un sonno agitato, discontinuo, inquieto.
Il giorno dopo, quando si alzò, i tre amici stavano ancora dormendo. Cercando di non fare rumore per non svegliarli, andò a lavarsi, poi, ancora nudo, si fece un caffè e sgranocchiò un paio di fette biscottate con un po' di Nutella. Si vestì scegliendo gli abiti più "normali" che aveva ed uscì. Erano le otto di mattina.
Andò verso il centro e cominciò ad entrare in diversi locali, bar, negozi, chiedendo se avevano bisogno di un cameriere o un commesso. Passò anche in banca per riscuotere l'assegno che gli aveva dato Alessandro e lo depositò nel suo conto, in cui non aveva molti soldi: con quelli dell'assegno quasi raddoppiò i propri risparmi. Poi andò a mangiare il pranzo in un self service.
Quando ebbe finito, chiese alla cassiera se poteva parlare con il gestore. Dovette aspettare una mezz'ora, ma finalmente incontrò l'uomo e si riconobbero subito: era stato più di una volta un suo cliente. L'uomo lo portò in un piccolo ufficio disordinato e lo fece sedere.
"Che vuoi, che ci fai qui?" gli chiese sospettoso.
"Lavoro. Voglio solo un lavoro." rispose Gabriele.
"Non ce l'hai già un lavoro, tu?" gli chiese l'uomo in un tono un po' sarcastico.
"Sì... ma lo voglio cambiare..." gli disse Gabriele con voce quieta.
"Pensi di... di ricattarmi?" gli chiese l'uomo guardandolo con durezza.
"Ma no! Cosa cavolo ti viene in mente? Voglio solo un lavoro. Se non me lo dai... buonanotte ed amici come prima." gli rispose Gabriele.
"Amici... proprio non direi. Io e te, a parte qualche scopata, non abbiamo altro in comune. Anche se mi piace come sei a letto..."
"Si fa per dire, no? E non ho più voglia di passar di letto in letto... neppure nel tuo. Puoi darmi un lavoro o no?"
"Che sai fare, tu, oltre scopare?" gli chiese l'uomo guardandolo con un sorrisetto ironico.
"Stare lì a fare le porzioni, non ci vuole un'arte speciale. Lo saprei fare io pure. O spazzare i pavimenti, lavare i vassoi e i piatti, che so..."
"E... qualche volta... farti una scopata con me?" chiese l'altro.
"No, questo non fa parte del lavoro che cerco. Per quello me la cavo anche senza venire a lavorare da te."
"Per il momento non ho niente. E poi... per assumerti dovresti fare la visita medica, e il libretto di lavoro, e..."
"Posso cominciare a farli, comunque... se mi dici cosa si deve fare."
"Senti, voglio darti una mano... ho sentito che il McDonald cerca personale... Prova ad andare là... ma non dire che ti mando io..."
"Non so neanche come ti chiami... Grazie, comunque." disse Gabriele ed uscì.
Andò subito al McDonald, dove effettivamente cercavano personale. Lo presero in prova e gli dissero quali documenti doveva preprarare. Gabriele si mise subito in moto per fare tutte le carte. Nel giro di pochi giorni iniziò a lavorare. La paga non era alta, il lavoro era un po' caotico, a volte c'era da correre come matti, a volte invece avevano poco da fare. La paga non era alta, ma potevano mangiare lì due pasti al giorno, quindi gli andava bene.
Capitava anche, se pure di rado, che vedese qualcuno dei suoi clienti d'un tempo andare a mangiare lì, ma Gabriele faceva finta di non riconoscerli ed anche la maggioranza di loro o non lo riconosceva o fingeva come lui di non riconoscerlo.
Ormai aveva orari diversi dai suoi amici, perciò li vedeva di rado. Solo nel suo giorno libero, che ogni settimana cadeva in un giorno diverso, poteva passare un po' di tempo con loro.
Una volta Dario gli chiese: "Come va, Gabriele?"
"Bene..."
"T'è passata?"
"Cosa?"
"La cotta per quel tale..."
"Non lo so. Non mi pare... qualche volta lo sogno... sogno di stare con lui."
"Te la sei proprio presa brutta, eh?"
"Sì."
"E il lavoro? Sei contento?"
"È lavoro. Almeno mentre lavoro non ho tempo di pensare a lui."
"I compagni di lavoro?"
"Normali. Niente di speciale né in bene né in male."
"C'è qualcuno che ti piace? Sono tutti giovani, mi pare."
"Sì, circa metà ragazze e metà ragazzi. C'è un cuoco caruccio, però quello è uno spaccafighe."
"Can che abbaia non morde. Magari è solo una maschera..."
"No, l'ho visto spesso con una ragazza che pomiciava, quando usciamo dal lavoro. E poi, è caruccio, ma niente di speciale."
"Non ti manca... un po' di sesso?"
"Sì, ma... per ora me la cavo con una sega. Come facevo quando stavo a casa di quello e sognavo di farlo con lui... Sto diventando un segaiolo professionista." disse Gabriele con un sorrisetto.
"Qualche volta, se ti va... sai che con te lo farei volentieri, no?" gli disse Dario con un sorriso amichevole.
"Mah, per ora va bene così. Anche io l'ho sempre fatto volentieri con te, ma per ora... proprio non mi sento."
"L'hai proprio presa brutta, allora. E purtroppo non basta un'aspirina per fartela passare. L'unica medicina è il tempo."
"Sì... ma quanto tempo?"
"Sei pentito di averlo mandato a quel paese?"
"No, proprio per niente. Ho fatto la cosa più giusta." disse Gabriele convinto.
"Però mi dispiace vederti così. Eri il più allegro di noi. Adesso ti vedo sempre pensieroso."
"Passerà, Dario, passerà." rispose Gabriele.
Da McDonald Gabriele notò un ragazzo che arrivava tutti i giorni all'una e dieci, puntuale. E notò anche che il ragazzo faceva sempre la coda alla sua cassa, e che gli sorrideva con calore. Non potevano parlarsi, a quell'ora era sempre affollato, e doveva fare in fretta a servire. Ma Gabriele si accorse che, giorno dopo giorno aspettava che arrivasse quel ragazzo.
Era sul metro e ottanta, doveva avere meno di venti anni, doveva essere suo coetaneo, era snello ma non magro, vestito come tutti i giovani della sua età. Aveva un ciuffo di capelli castani ed occhi azzurro intenso, ciglia lunghe, ed un bel sorriso. Aveva un voce calda e sensuale.
Gabriele si disse che gli sarebbe piaciuto poterlo incontrare fuori di lì, scambiare qualche parola con lui... sondarlo...
Dopo che l'aveva servito, il ragazzo gli diceva sempre "Grazie, Gabriele." evidentemente aveva letto il suo nome sulla targhetta che tutti i dipendenti di Mac Donald dovevano portare sull'uniforme.
Una volta Gabriele, visto che nessuno aspettava dietro quel ragazzo, gli disse: "Tu sai il mio nome, ma io non so ancora il tuo..."
L'altro sorrise: "Io non ce l'ho la targhetta... Mi chiamo Simone."
"Fai l'università" gli chiese Gabriele.
"Sì, lettere. Sono un matricola."
"Non sei di Bologna, tu."
"No, di San Marino."
Gabriele sorrise: "Allora sei uno straniero!"
"Già, proprio così." sorrise l'altro.
Senza pensare, Gabriele gli disse: "Hai un gran bel sorriso, Simone..."
L'altro arrossì lievemente: "Anche tu, Gabriele. Mi piacerebbe conoscerti meglio..."
"Oggi finisco alle quindici. Se mi aspetti qui fuori fra le quindici e le quindici e trenta..." gli disse Gabriele con un sorriso.
"Sì, oggi posso. Ci sarò, Gabriele."
Si incontrarono. Simone gli disse: "Senza quel camiciotto a righe bianche e rosse sei pure più carino..."
"Grazie. Posso offrirti un caffè?"
"Volentieri."
"Vivi da solo, qui a Bologna?"
"No... a casa di un amico. E tu?"
"Io con tre amici. Un compagno d'università?"
"No... Un uomo che ho conosciuto quando avevo diciassette anni... che veniva sempre in ferie nell'albergo di mio padre."
"Un uomo? Anziano?" chiese Gabriele.
"No, ha quarantatré anni. Ha una galleria d'arte dietro a San Petronio. Mio padre non sa che sto da lui, pensa che ho affittato un monolocale."
"Ah, ma se ti vengono a trovare i tuoi?" gli chiese Gabriele.
"Sullo stesso pianerottolo c'è il mio monolocale, che è suo, e il suo appartamento. Mio padre sa che me l'ha affittato lui... non sa che in realtà i soldi che mi manda per l'affitto me li tengo io, e che vivo a casa sua..."
"Siete... proprio amici, allora, tu e il gallerista..." gli disse Gabriele.
"Sì, anche più che amici... se capisci quello che voglio dire." rispose Simone con un sorrisetto.
"Allora... non puoi portarmi nel tuo monolocale, penso..."
"Non per... quello. Io voglio bene a Valerio e anche lui a me. Non voglio... non voglio farlo con un altro. Tu mi sei simpatico e... da come mi guardavi e mi sorridi ho capito che anche tu sei... come me. Però non è per quello che ho accettato il tuo invito. Preferisco che sia subito chiaro..."
"Sì, hai ragione. Il fatto è che anche io sono innamorato di un uomo... però lui... pare che non ne voglia sapere di me. Così sono solo."
"E i tuoi amici?"
"Solo amici. Comunque, mi piacerebbe se tu e io diventassimo amici, anche senza andare a letto assieme." gli disse Gabriele, con un lieve senso di rammarico.
Forse, con Simone, sarebbe anche riuscito a dimenticare Alessandro.