"Alessandro, hai un po' di tempo?" chiese Gabriele affacciandosi alla porta dello studio dell'industriale.
"Sì, certo, vieni..."
Il ragazzo entrò e sedette davanti alla scrivania dell'uomo. "Hai una brutta faccia..."
"Sì, sento che mi sta per venire una brutta emicrania..." si lamentò Alessandro ed aprì un cassetto della sua scrivania.
"Se cerchi la Novalgina... l'ho nascosta io." gli disse il ragazzo.
"E perché?" chiese l'uomo sollevando gli occhi con uno sguardo corrucciato.
"Perché m'avevi promesso che avresti fatto come ti dicevo io..."
"E cioè?" disse Alessandro un po' irritato.
Gabriele si alzò ed aggirò la scrivania: "Slacciati la giacca, levati la cravatta e slaccia il colletto della camicia." gli ordinò.
"E perché?" chiese l'uomo sollevando il capo a guardarlo negli occhi con diffidenza.
"Fai come ti dico, dai..." gli disse il ragazzo con un sorriso. "Fidati... per una volta."
Alessandro sospirò ma fece come diceva il ragazzo che gli andò alle spalle.
"Adesso rilassati, appoggiati allo schienale, appoggia la testa indietro e chiudi gli occhi... Sì, così... Adesso inspira contando mentalmente fino a dieci ed espira contando fino a venti, più lento che puoi, e continua così..."
Mentre l'uomo eseguiva, Gabriele gli posò i polpastrelli sulle tempie ed iniziò a massaggiargliele con lievi movimenti circolari, a volte sfiorandolo appena, a volte premendo con più energia.
"Così... continua a respirare e cerca di non pensare a niente..." gli disse il ragazzo con voce bassa e calda.
"Non pensare a niente... facile a dirsi, con tutti i problemi che ho..."
"Non parlare e continua a respirare come t'ho detto... Se non riesci a non pensare, pensa a qualcosa di bello: un bel panorama... un bagno in mare... la neve che cade... qualcosa di piacevole e bello... rilassati... respira lento e rilassati..." gli disse Gabriele continuando nel suo massaggio.
Lentamente Alessandro sentì un senso di benessere insinuarsi in lui e gradualmente si rilassò. Le dita fresche del ragazzo, la sua voce calma, bassa, calda, gli dava una gradevole sensazione. Si rilassò sempre più ed il suo corpo, che dapprima sembrava pesare, affondare nella morbida pelle della poltrona, parve diventare più leggero.
Le dita di Gabriele, oltre a tracciare cerchi più ampi, si divaricarono ed iniziarono a passare, lievi, sulla fronte dell'uomo, sulle sopracciglia, sulle palpebre, sugli zigomi, tornando a soffermarsi sulle tempie. Alessandro fremette lieve e pensò che era gradevole, e si rilassò ancora di più.
Ora le mani del ragazzo gli sottolineavano anche il naso, gli carezzavano le gote, gli passavano lievi come ali di farfalla sulle labbra, mentre la sua voce continuava a dirgli di rilassarsi... di rilassarsi... L'uomo fremette di nuovo...
"Come ti senti, Alessandro?"
"Meglio... bene..." mormorò l'uomo.
Dopo pochi minuti non sentì più le mani sul suo volto, sulle sue tempie. L'uomo allora schiuse gli occhi e vide che Gabriele era di nuovo seduto di fronte a lui. Emise un sospiro e si rizzò lentamente a sedere, guardandolo.
"Sì, sto meglio... ma sento che tornerà presto..." mormorò Alesandro.
"No, non devi pensare che torni, o sarai tu a farlo tornare. La paura di un dolore ce lo fa venire e poi sentire più forte di quello che è. Devi imparare a rilassarti, a prenderti dei breack ogni tanto. Se ci sono io ti faccio questo massagio, se no, fai da solo: è meno efficace ma funziona. E quando viene, devi pensare che passerà presto, che non è poi così forte, che tu lo puoi controllare, lo puoi vincere... e devi accettare il dolore, non fuggirlo. Tu sei più forte dei tuoi mal di testa..."
"Non li sopporto... la Novalgina..."
"No. Finché ci sono io... sarò io la tua Novalgina, d'accordo? Vedrai che andrà sempre meglio. Ci vorrà un po' di tempo, ma vedrai che funziona. Fidati."
"Cosa eri venuto a dirmi, Gabriele?" chiese l'uomo riprendendo la cravatta dal ripiano della scrivania.
"Non metterla ancora. Devi sentirti libero, non prigioniero dei tuoi abiti. Mettila solo quando devi ricevere qualcuno di importante. Adesso non ti serve... papà."
Alessandro sorrise. Sentiva quanto il ragazzo esitasse ogni volta che si imponeva di chiamarlo papà: non ci si era ancora abituato. "Allora?" chiese di nuovo.
"Tu ti fidi di Riccardo, di tuo cugino?"
"Sì, certo... perché?"
"A lui... magari mi sbaglio... ma a lui non gliene frega niente della tua fabbrica. E meno ancora dei tuoi dipendenti... Non è lui che si occupa delle assunzioni? Del personale?"
"Sì... anche se da un bel po' non assumiamo più nessuno..."
"Riccardo pensa solo a se stesso... e... tu lo sai che gli ultimi assunti sono quasi tutti suoi amici o parenti? E che quelli fanno carriera più in fretta degli altri?"
"No... come fai a saperlo, tu?" gli chiese Alessandro, incuriosito.
"Sai... col mio... mestiere... so far sbottonare la gente. Perché so... mostrarmi come loro vogliono che io sia... Quel Bagarelli, per esempio..."
"Riccardo lo vorrebbe licenziare, non è certo uno dei... suoi protetti."
"No, Riccardo vorrebbe che tu lo licenziassi, per metterti contro i sindacalisti. Fa il doppio gioco, lui. Bagarelli è un casinista, è vero, ma l'ha messo lui lì... per creare una situazione di tensione. Bagarelli dovrebbe fare un altro lavoro e sono sicuro che lo farebbe meglio. Come spedizioniere sarebbe più adatto Perrino, un tipo ordinato, quasi pignolo, che invece deve dirigere la squadra di manutenzione..."
"Ammesso che tu abbia ragione, che interesse avrebbe Riccardo a fare il doppio gioco?"
"Te l'ho detto, vuole far funzionare male le cose per creare scontento nei tuoi confronti, metterti contro i sindacalisti. E se tu non fai qualcosa, prima o poi ci riuscirà..."
"Sì, ma che interesse avrebbe? Che ci guadagnerebbe lui? Se le cose vanno male... ci rimette anche lui, no?"
"È riuscito a mettere i suoi nei posti chiave... in modo che imparino tutti i trucchi del mestiere... Se tu vai a fondo, sono sicuro... beh, quasi sicuro... lui sarebbe pronto a prendere il tuo posto in qualche modo. Io non me ne intendo, però... Se tu dovessi chiudere lui aprirebbe un'altra fabbrica e si prenderebbe i tuoi clienti. La capo dell'ufficio commerciale è sua cognata... la sorella di sua moglie..."
"Non lo sapevo. Tu come hai fatto a scoprirlo?"
"Indagini... chiacchiere di corridoio, se vuoi, e una guida del telefono... e anche... un mio ex cliente che lavora qui." disse Gabriele arrossendo lieve.
"Un'altra fabbrica non si apre dal nulla. Come farebbe, secondo te?" gli chiese Alessandro ancora un po' incredulo.
"Se tu dichiarassi fallimento, non credi che lui potrebbe comprare tutti i tuoi macchinari a prezzo stracciato?"
"Sì... sì, però..."
"Lui sa della recita che stai montando con Alda e me per quel Mariano Gerbini?"
"No, non ne sa niente nessuno, qui dentro. Solo voi due e a casa Ivano."
"Non deve saperlo, o, mi ci gioco la testa, si darebbe da fare per far sapere tutto a Gerbini. Seguita a chiedermi perché mi hai portato qui..."
"E tu cosa gli hai detto?"
"Che sto facendo uno stage... perché studio organizzazione aziendale alla Bocconi a Milano..."
"Ah... e l'ha bevuta?"
"Sì. Per questo ho avvertito Alda ed ora te. Allora gli ho chiesto come si può fare per aprire una nuova fabbrica con pochi capitali..."
"Ah... e lui che ti ha detto?"
"Poco. Non potevo insistere troppo, però... Lo sai che si sta interessando ai locali dei magazzini della Coop di Zola Predosa?"
"Questo che c'entra?"
"Si trasferiscono altrove e li mettono in affitto. Ho visto alcune carte sulla sua scrivania... Quanti metri quadri sono la tua fabbrica?"
"Mah, circa 800 compresi i 300 di parcheggi, giardini ed accessi..."
"La Coop di Zola ne ha 900 con 400 di aree libere... non sarebbe il posto giusto dove fare una fabbrica come questa?"
"Sì... comunque gli servirebbero capitali che non penso proprio che abbia..."
"A meno che ha soci pronti a metterci quei capitali..."
"Anche questo è possibile... Bene. Lo devo neutralizzare, se è così..." disse Alessandro pensieroso.
Chiamò Alda in uffico e la mise al corrente dei sospetti di Gabriele. La donna allora gli fece notare altri particolari che, prima dei sospetti del ragazzo, le erano sembrati secondari, ma ora parevano confermare quanto Gabriele aveva detto. Organizzarono con una scusa un viaggio per Riccardo, in modo che restase all'estero per un paio di mesi: Alessandro gli disse che doveva esplorare il mercato di giocattoli in Australia per espandere il giro di affari... E frattanto incaricò un'agenzia di investigazioni private di fare una ricerca su Riccardo e sulle sue relazioni.
Alessandro era rimasto molto colpito dall'abilità del ragazzo nel vedere, in pochi giorni, quanto lui non aveva neppure lontanamente sospettato. Durante l'assenza di Riccardo iniziarono a giungere le prime relazioni dall'agenzia, che chiarivano e confermavano puntualmente il quadro tracciato da Gabriele.
Erano a Villa Serena. Era domenica pomeriggio e in casa c'erano solo Alessandro e Gabriele, perché Rodolfo era con Clara in ospedale, in quanto era cominciata la rottura delle acque, ed Ivano li aveva accompagnati con la sua auto. L'uomo indossava solo i calzoni del pigiama e una vestaglia di seta verde bottiglia. Il ragazzo aveva ancora indosso la tuta da jogging.
Alessandro era teso, agitato, e consultava alcuni documenti nel suo studio. Gabriele, seduto sul divano, stava leggendo un romanzo. L'uomo emise un lieve gemito ed il ragazzo alzò gli occhi dal libro a guardarlo.
"Che c'è, Alessandro?" gli chiese.
"Niente. Mi sento stanco, mi sento tutti i muscoli annodati. Forse stamattina ho fatto troppa palestra, non so... e sono preoccupato..."
Gabriele si alzò in piedi: "Lascia perdere per un po' quella roba e stenditi qualche minuto sul divano..."
"No, voglio mettere a posto queste carte entro stasera..."
"Lo fai dopo... Se serve, ti do una mano io. Adesso stenditi qui, dammi retta."
"Gabriele, non è il caso..."
"Dai, testone! Stenditi qui per qualche minuto." insisté il ragazzo.
Alessandro sospirò, posò le carte e si alzò. Andò a stendersi sul divano. Gabriele gli si accostò e gli disse di girarsi sul ventre, di chiudere gli occhi e di fare l'esercizio di respirazione che gli aveva insegnato. L'uomo obbedì. Il ragazzo cominciò a massaggiargli le spalle, impastandogli i muscoli con abilità.
"Sei più duro di uno stoccafisso. Rilassati e vedrai che ti metto a nuovo in pochi minuti... Dopo lavorerai anche meglio..." gli disse in un tono basso e tranquillo.
Non era la prima volta, in quei venti giorni, che Gabriele l'aveva fatto rilassare con i suoi massaggi. Il ragazzo era in gamba, e ad Alessandro dava un vago senso di benessere sottoporsi a quei massaggi... L'unico neo era però che, farsi massaggiare da Gabriele, gli riportava alla memoria i massaggi che, più di trenta anni prima, gli aveva fatto Ulrico... e questo provocava nell'uomo al tempo stesso un senso di disagio e di piacere stranamente mescolati.
Quel giorno il massaggio di Gabriele gli sembrò anche più efficace delle altre volte... Alessandro si rilassò completamente, chiudendo gli occhi... Il senso di benessere era totale... Si lasciò rigirare dal ragazzo, si lasciò slacciare la vestaglia... le mani sulla sua pelle nuda lo fecero fremere intensamente... e gli provocarono una piacevole erezione...
Questa volta la memoria dei massaggi di Ulrico non era più qualcosa di vago, di indistinto, di sfocato, ma al contrario era vivido come se un film scorresse contro le sue palpebre chiuse. Questa volta rivide chiaramente il corpo nudo di Ulrico, rivide il suo bel volto sorridente, lo rivide chinarsi su di lui per baciarlo...
Schiuse gli occhi ed il volto di Ulrico si confuse con quello di Gabriele, il sorriso di Gabriele prese il sopravvento su quello di Ulrico... le labbra di Ulrico si trasformarono in quelle di Gabriele e lo baciarono...
Alessandro abbracciò le spalle nude di Ulrico-Gabriele e lo tirò a sé... le loro bocche si unirono con una passione bruciante... le mani di Alessandro si posarono sulle piccole natiche sode di Gabriele-Ulrico... sentì il suo membro duro premere contro quello duro di Gabriele... e di Ulrico... e di Gabriele... e di...
"Ti voglio!" mormorò con voce roca l'uomo, sentendosi la testa girare come se fosse stato ubriaco.
"Sì..." mormorò Ulrico... no, era Gabriele...
Si chiese quando e come il ragazzo si fosse liberato della tuta da jogging... ma che importava? Lo voleva, lo voleva fortemente. Un suo dito si spinse nel caldo solco e vi frugò fino ad individuare il foro nascosto, e lo sentì morbido, fremente... vi frugò leggero ed il lieve gemito del ragazzo fece divampare il desiderio in lui.
L'uomo non si rese neppure conto di quando e come si fosse sfilato di dosso la vestaglia, se fosse stato lui o il ragazzo a togliergli di dosso i calzoni del pigiama... Aveva quel corpo fresco e forte, caldo e dolce fra le braccia, fra le gambe e lo voleva!
Aveva fra le braccia Ulrico e anche tutti gli uomini che per trent'anni aveva inconsciamente, segretamente ammirato, desiderato senza ammetterlo neppure a se stesso, ed aveva fra le braccia Gabriele, quel dolce e bel ragazzo che non voleva altro che essere suo!
I due corpi nudi dell'uomo e del ragazzo si intrecciavano sullo stretto divano, scivolando uno contro l'altro, uno sull'altro in un'incessante ricerca di piacere. Le mani dell'uomo esploravano terreni sconosciuti, o meglio dimenticati, e dolci; le mani del ragazzo spaziavano su terre lasciate per troppo tempo deserte, resuscitandovi a vita.
Le labbra dell'uomo si dissetavano a sorgenti dimenticate, quelle del ragazzo facevano tornare in vita fonti da tempo disseccate... Le lingue dei due indugiavano in giochi antichi eppure nuovi, e il desiderio che bruciava nei forti lombi dell'uomo si faceva sempre più intenso.
L'uomo era sopra al corpo del ragazzo, e lo sentiva, caldo e fremente, sotto di sé. Il ragazzo cinse con le gambe la snella vita dell'uomo e con una mano, calda, forte, decisa, guidò il membro durissimo dell'altro sulla meta. L'uomo puntò i ginocchi e si accinse a spingere.
"Prendimi..." mormorò con voce dolce ed eccitata il ragazzo.
"Sì... Ulrico... eccomi..." disse con voce roca di passione l'uomo ed iniziò a spingere.
Gabriele non fu disturbato nel sentire Alessandro chiamarlo con quel nome: capiva che due tronconi di un filo spezzato si stavano per riannodare, sentiva che le due estremitò di una retta, invece di allontanarsi verso l'infinito, si congiungevano chiudendo un cerchio...
Il ragazzo sentì l'uomo farsi strada in lui, divaricare il suo voglioso sfintere, riempirlo, affondare lentamente ed inesorabilmente in lui. L'uomo aveva gli occhi chiusi ed un'espressione beata sul bel volto maschio. Il ragazzo lo riceveva in sé con un piacere quale mai aveva provato nella sua giovane vita con nessuno dei suoi numerosi clienti... con una felicità quale mai aveva conosciuto.
Quando l'uomo gli fu completamente e saldamente infisso dentro, riaprì gli occhi ed incontrò lo sguardo sorridente e lieto del ragazzo. Iniziò allora a muoversi, avanti e dietro, con virile vigore, in un ritmo forte, inconsciamente sincrono con il battere del proprio cuore, con il pulsare del sangue nelle sue vene.
Il ragazzo gli si muoveva sotto ad arte, ma diversamente che con altri uomini, non era qualcosa di studiato, di programmato, ma di spontaneo, di istintivo... voleva donare all'uomo tutta la gioia, tutto il piacere che il suo corpo sapeva e poteva dare. Le sue mani sfregavano i capezzoli dell'uomo, ne carezzavano il corpo forte, i muscoli guizzanti nella lieta fatica dell'accoppiamento.
L'uomo si sentiva felicemente annegare negli occhi limpidi e luminosi del ragazzo, il ragazzo si sentiva avvolgere dallo sguardo appassionato, dal corpo ardente dell'uomo. Il ritmo dei loro cuori e dei loro respiri si faceva più forte, più profondo, e al tempo stesso più profondo e forte diventava il martellare dell'uomo dentro il ragazzo.
I fremiti dell'uno si comunicavano all'altro, la passione dell'uno contagiava l'altro... un duetto di lievi gemiti appena sussurrati si levò con intensità gradualmente crescente man mano che il piacere permeava i loro corpi.
Quando l'uomo si rese conto, dai gemiti e dalle contrazioni del corpo del ragazzo, che questi stava avendo un forte orgasmo, raggiunse quasi improvvisamente il suo e si scaricò con un basso e lungo mugolio nelle calde e strette profondità del ragazzo.
Si fermarono ansanti, assaporando il declinare, dapprima rapido poi più lento, della intensa passione che era divampata nei loro corpi. I loro respiri ed il battito dei loro cuori tornò alla normalità ed anche i loro membri ritrovarono le dimensioni di riposo.
Allora Alessandro si alzò dal divano, prese diversi cleenex dalla scatola e ne porse alcuni al ragazzo, perché si ripulisse, mentre anche lui si puliva, girando in parte le spalle a Gabriele. Raccolse i propri panni dal tappeto e li infilò di nuovo mentre anche il ragazzo si rivestiva.
Gabriele da una parte era soddisfatto e felice, ma dall'altra aspettava, con una certa apprensione, di capire quale sarebbe stata la reazione dell'uomo.
Alessandro sedette alla scrivania, quasi a mettere un confine, anche se troppo tardi, fra se stesso e il ragazzo.
"Non dovevo farlo..." disse l'uomo con voce piana, senza né rammarico né gioia nel tono.
"Ma... ti è piaciuto?" chiese il ragazzo restando seduto sul divano.
"Sì. Ma non dovevo farlo." ripeté l'uomo.
"Perché?" chiese il ragazzo.
"Era un capitolo chiuso della mia vita... non dovevo riaprirlo."
"Sei arrabbiato con me, adesso?" chiese Gabriele temendo la risposta.
"No, non con te, con me stesso. Io sono un uomo maturo, tu solo un ragazzo. Toccava a me tenere sotto controllo la situazione, non a te. Per te sono solanto uno dei tanti, dopo tutto."
"No, non sei uno dei tanti." gli disse il ragazzo, un po' mortificato. "Non è la puttana che l'ha fatto con te, non è la marchetta. Non è per i soldi. Credevo che fose chiaro, ormai. Non è per dovere che... Non puoi pensarlo, non puoi trattarmi da puttana..." aggiunse addolorato.
Alessandro lo guardò un po' sorpreso per quelle parole, per l'intensità del tono del ragazzo: "No, non l'ho pensato, né lo penso. Non intendevo dire quello, davvero. Non ho nessun diritto, né alcuna volontà di offenderti, Gabriele. Tu hai fatto solo quello che il tuo istinto, il tuo desiderio ti suggeriva, lo so..."
"Anche tu hai fatto solo quello che ti suggerivano l'istinto e il desiderio..." gli fece notare sconsolato il ragazzo.
"Ma un uomo è proprio definito dalla sua capacità di comandare ai propri istinti e non lasciarsi dominare da loro." ribatté con voce piana Alessandro.
"Ma un uomo muore dentro, se sopprime i propri istinti." lo contraddisse Gabriele. "Non volevo farti stare male, comunque... al contrario..."
"Non sto male. Sto bene, lo devo ammettere. Sì, il mio corpo sta bene. È la mia testa che è in piena confusione, in questo momento. E non è colpa tua, te lo ripeto. Non sono né arrabbiato né deluso con te."
"Vado su in camera. Se hai bisogno di me, chiamami... papà!" gli disse Gabriele secco, alzandosi ed uscendo dallo studio.
Quell'ultima parola, Alessandro lo sentiva, era come uno schiaffo che il ragazzo gli aveva lanciato. Era come un muro più saldo che non la sua scrivania. Gli dispiaceva, non avrebbe voluto ferire il ragazzo. Quello che però turbava più di tutto l'uomo, era che, fisicamente, gli era piaciuto molto quanto aveva fatto con quel ragazzo... gli era piaciuto troppo.
Ripensò di nuovo ad Ulrico e agli incontri con lui... alle "cure" a cui il padre l'aveva fatto sottoporre, al lavaggio del cervello che l'emerito psicologo gli aveva fatto, e si sentì turbato. Ripensò che, lasciandosi andare con Gabriele come aveva appena fatto, aveva cancellato di colpo tutti quegli anni, l'aveva fatto ripombare negli anni in cui era solo un adolescente smarrito.
Ulrico... Gabriele... che cosa avevano in comune i due, a parte un piacevole corpo? A parte la lieve spontaneità di due adolescenti sulle soglie della maturità? Ricordava bene come, in quei momenti, l'immagine del suo quasi dimenticato amico di gioventù si fosse sovrapposta a quella del ragazzo che aveva preso in casa per quell'importante recita...
"Papà!" gli aveva detto Gabriele prima di andarsene e quella parola era stata, in quel momento, più acuminata di un insulto. Un insulto che, dopo tutto, si meritava. Gabriele e Ulrico... Aveva scelto quel ragazzo, per impersonare la parte del figlio, perché inconsciamente continuava a cercare Ulrico? Sì, fisicamente potevano avere una qualche somiglianza... eppure Donato Giorgetti gli somigliava molto di più, e non per questo lui aveva mai provato il desiderio di portarselo a letto, di farci l'amore.
Frattanto Gabriele, al piano di sopra, s'era gettato prono sul letto e lacrime di rabbia gli scendevano dagli occhi. Che stupido era stato! Lui s'era dato all'uomo, felice che quello finalmente avesse dato spazio al proprio desiderio. Che finalmente avesse accettato quello che lui voleva dargli. Per una volta, s'era illuso di aver realizzato un incontro fra due esseri umani, fra due anime, e non solo fra due corpi, non fra cliente e marchetta.
Ma d'altronde, che poteva aspettarsi? Come aveva potuto illudersi? Essere così ingenuo? Avevano firmato un contratto, dopo tutto. E il sesso ne era escluso, no? Escluso, e non semplicemente non compreso.
"Stronzo! Stronzo! Sei solo uno stronzo, Alessandro! Tu, così per bene, così tutto d'un pezzo. E sono uno stronzo io pure, a credere che tu avessi un cuore... No, hai solo un cervello di cui sei fiero, e un cazzo di cui ti vergogni! Ma niente cuore, niente anima, tu!" mormorava sottovoce, ma con rabbia, continuando a piangere, artigliando le lenzuola.
Nessuno dei due s'era accorto, mentre si univano su quel sofà, che Ivano era rientrato, né che attraverso i vetri della porta dello studio che dava in giardino, li aveva visti.
Ivano era silenziosamente scomparso, ed ora attendeva in cucina, ancora vestito di tutto punto, il momento di farsi vivo, di avvertire che era tornato a casa. Senza volerlo, ascoltò tutta la conversazione fra i due. Poi sentì i passi del ragazzo su per le scale, attese ancora un po'. Quindi si alzò ed andò a bussare alla porta dello studio di Alessandro.
"Mi scusi, Signore, sono appena tornato dall'ospedale. Ha bisogno di qualche cosa?" gli chiese cerimoniosamente, come sempre.
"No, Ivano, grazie. O anzi... sì, mi puoi fare un caffè, per cortesia?"
"Certamente, Signore. Mi tolgo il soprabito e..."
"Come sta tua figlia? È già nato il nipotino?" gli chiese l'uomo, prima che uscisse.
"Non ancora, ma ormai è solo questione di ore, dice il medico. Rodolfo è restato con lei..."
"Sì, ha fatto bene. La cameriera rumena, quando arriva?"
"È già arrivata, signore. La faccio venire la mattina, quando il signore non è in casa. Per il resto posso cavarmela da solo. Vado a fare il caffè, signore."
Ivano preparò due caffè. Ne portò uno ad Alessandro, poi salì con l'altro alla camera del ragazzo. Bussò ed entrò. Vide che il ragazzo aveva pianto.
"Mi scusi, signorino, mi sono permesso di portarle un caffè..."
"Grazie, Ivano. Appoggia pure lì..." disse il ragazzo scendendo dal letto.
"Mi scusi, signorino, posso permettermi di parlarle... col cuore in mano?"
"Sì?" disse Gabriele guardandolo sorpreso per quella richiesta.
"Mio figlio Luca... come lei probabilmente sa, è gay..."
"E le ha detto... quello che faccio? Che sono una marchetta?" chiese Gabriele sentendosi un po' a disagio.
"No... non questo... solo che anche lei è gay..." disse l'uomo con un sorriso.
"Oh dio... credevo... adesso lei..." disse Gabriele arrossendo e balbettando.
"Signorino, ormai un po' la conosco e... non ho intenzione di dirlo al signore..."
"Alessandro? Lui lo sa già. Ma lei... ora che pensa di me?"
"Signorino... un padre che ha un figlio gay, che lo ama, che lo capisce, che lo conosce come conosce i suoi problemi, come conosce anche l'amante del figlio, Fabio... sviluppa una certa sensibilità... Inoltre, senza volerlo... ho ascoltato... quello che lei e il signore vi siete detti dopo... dopo quello che è accaduto fra voi..."
"Eri in casa?" chiese Gabriele arrossendo di nuovo.
"Ero appena tornato e... mi ascolti... quanto le voglio dire non posso dirlo al signore, ma io lo conosco da quando era un ragazzo della sua età... Vede, signorino, io penso che il signor Alessandro in realtà..." disse l'uomo con un sorriso gentile al ragazzo che ora lo ascoltava attentamente.