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una storia originale di Andrej Koymasky


pin FIGLIO PER UN MESE CAPITOLO 6
PROVE PER UNA RECITA

La mattina, dopo essere andato a svegliare Gabriele, Alessandro si vestì poi, passato a chiamare il ragazzo, scese con lui a fare colazione. Presentò il ragazzo ad Ivano, alla figlia ed a Rodolfo, dicendo loro semplicemente che il ragazzo avrebbe lavorato per un po' per lui. In un'altra occasione avrebbe spiegato ad Ivano il vero motivo per cui Gabriele era lì.

Gabriele immaginò, per come era stato presentato, che Alessandro non aveva detto niente alla servitù, perciò, pur dandogli del tu, non lo chiamò mai papà davanti agli altri. Dopo una buona colazione all'inglese, Alessandro prese l'auto e portò il ragazzo con sé in fabbrica.

Durante il breve tragitto, Alessandro disse al ragazzo: "Ascolta, Gabriele, io penso che sia meglio non dire né ad Alda né ad Ivano ed i suoi che tu fai... marchette. Diremo che... che lavoravi come... no, semplicemente che cercavi lavoro. D'accordo?"

"Ti vergogni a dire che hai ingaggiato una marchetta?" gli chiese il ragazzo.

"No, per nulla. Semplicemente questo semplifica le cose. Che cosa facevi per vivere non riguarda nessuno. Neanche me, dopo tutto. Non voglio che ti guardino con... con sospetto o con sufficienza."

"Ma allora, perché hai cercato una marchetta per questa parte?" gli chiese Gabriele.

"Perché avevo bisogno di trovare un ragazzo della tua età, libero, senza una famiglia che gli alita sulle spalle spalle, senza altri impegni. Così ho pensato che uno come te fosse il più adatto."

"Che ne sai tu, di marchette?" gli chiese Gabriele.

"Proprio niente. Tu sei il primo che incontro."

"Ma tu, Alessandro, sei gay o no?" gli chiese allora il ragazzo.

"No." rispose tranquillamente, ed onestamente, Alessandro.

"Non l'hai mai fatto con un uomo?" insistette Gabriele.

"No, mai." rispose Alessandro, poi ricordò Ulrico. Ultimamante gli stava tornando in mente sempre più spesso. "A parte una storia da ragazzo, con un coetaneo... giochi da ragazzini, comunque."

"Quelli non contano, di solito." concesse Gabriele.

Una volta arrivati in ufficio, vi fece entrare anche Alda.

"Alda, questo è nostro figlio Gabriele. E questa è tua madre, Alda."

"Ciao Gabriele..." lo salutò la donna studiandolo.

"Ciao... mamma..." rispose il ragazzo e sorrise un po' imbarazzato, guardando subito con aria interrogativa verso Alessandro.

"Sì, è meglio che ci abituiamo subito. Anche se forse... davanti al personale della fabbrica e in qualche altro caso è meglio chiamarci solo per nome. Ho notato che non mi hai mai chiamto papà davanti a Ivano e Clara."

"Ho pensato che forse non gli avevi ancora parlato di me, o del tuo progetto, perciò..." disse Gabriele.

Un ragazzo intelligente ed attento, pensò Alessandro compiaciuto. "Sediamoci, e cominciamo a vedere come oranizzarci in questo mesetto che ci resta..." disse e subito Alda prese il suo notes e la penna.

Durante la mattinata Alessandro fece girare tutta la fabbrica a Gabriele e gli presentò gli impiegati più importanti. "Alda ti farà avere la lista dei loro nomi, più tardi... adesso voglio solo che ti fai un'idea generale della fabbrica..."

"Sai che da piccolo ho avuto qualche giocattolo della Giocagiò?" disse Gabriele divertito. "Mi piacevano i tuoi giocattoli."

"Bene. Nei prossimi giorni, se vuoi girare per vedere come si lavora qui e anche fare qualche domanda su qualcosa che ti incuriosisce, fallo. Per questo t'ho presentato dicendo che lavori per me. Bada bene, non per la fabbrica, ma per me, è chiaro?"

"Sì, certo."

Andarono tutti e tre a pranzo assieme, poi Alessandro mandò Alda con Gabriele in città per comprare qualche vestito. Gli disse di andare prima di tutto nel negozio di abbigliamento di Luca, il figlio di Ivano, a cui lui avrebbe telefonato di mandargli il conto.

A sera, quando tornarono a casa, Gabriele volle che Alessandro andasse a vedere quello che aveva comprato.

"Ti piacciono, papà?" gli chiese.

"Sì, ma a te piacciono? Alda non ti ha... limitato troppo?"

"No... un poco sì, ma non troppo. Dopo tutto li paghi tu, perciò devono piacere a te."

"Ma li devi indossare tu, perciò devono piacere soprattutto a te."

"Sono molto belli, non ho mai avuto roba così bella. T'ho fatto spendere troppo?"

"Non lo so ancora, ma non credo. Alda sicuramente ha fatto i conti e di lei mi fido."

"E bello che papà e mamma si fidino uno dell'altro... a differenza dei miei... Mio padre voleva sempre determinare tutto... e mamma cedeva sempre. Alda, come è con te?"

"Non è mia moglie... però, come segretaria, anche se logicamente fa sempre quello che le dico, non ha peli sulla lingua, se deve dirmi qualcosa me lo dice chiaro e tondo."

"Mi pare una donna in gamba. Non hai mai pensato di sposarti con lei?"

"No, non ho nessuna intenzione di sposarmi di nuovo."

"Sei stato sposato?"

"Sì, anche se non è andata proprio bene."

"Sai, volevo dirti una cosa... Quel Luca, il figlio di Ivano... e il suo socio..."

"Sì?"

"Lo sapevi che sono gay?"

Alessandro lo guardò un po' stupito: "Luca gay? No, non lo sapevo... ci sei andato a letto?"

"No, ma li ho visti qualche volta in un disco gay. Erano sempre assieme, non li ho mai visti da soli con un altro. Per quello che ne so, dovrebbero essere una coppia... fedele. Anche se ce ne sono poche, nell'ambiente gay."

"Ah sì? Non lo so, io. E loro, ti hanno riconsciuto?"

"Se anche fosse, non l'hanno fatto notare. Si sono comportati... in modo molto professionale. Forse perché ero con Alda, non so. Ma non m'hanno lanciato neppure un'occhiata. E in negozio non si comportavano come una coppietta, a differenza che nel disco gay. Sì, molto professionali."

"Questo credo che ti stia molto bene..." gli disse Alessandro indicandogli uno dei vestiti che il ragazzo aveva comprato.

"Vuoi che me lo metta?" disse il ragazzo e, prima che Alessandro rispondesse, si tolse gli abiti di dosso, restando in mutande e canottiera, ed indossò l'abito che gli aveva indicato l'uomo. "Come sto?"

"Molto bene, sì. Tienilo per cena. Adesso vado un attimo a parlare con Ivano e gli spiego perché sei qui. Ci vediamo a tavola, Gabriele."

"Sì, papà. Posso andare in biblioteca, mentre aspetto l'ora di cena?"

"Certo. A dopo."

Alessandro scese a pian terreno e chiamò Ivano. Seduti in salotto, gli spiegò il motivo della presenza di Gabriele in casa e concluse: "Perciò non ti stupire se mi chiama papà. Ed avverti tu Clara e suo marito. Anche Alda Ferro, la mia segretaria, verrà spesso qui in casa, nei prossimi giorni. Anzi, prepara un'altra delle stanze anche per lei, caso mai si volesse fermare."

"Sì, signore. Ma è sicuro che il ragazzo sia fidato?"

"Per ora mi pare di sì. Se credi, tienilo d'occhio, Ivano, ma senza averne l'aria..."

"La prima impressione che ho avuto del... del signorino, non è affatto negativa. Ma a volte dietro una faccia d'angelo si cela un poco di buono... Starò attento, signore. Con discrezione."

Mentre stavano cenando, Gabriele chiese ad Alessandro: "Quando tutto questo sarà finito... posso tenerli davvero quei vestiti?"

"Certo, fanno parte della tua paga. Sai che stai davvero bene con quel vestito, Gabriele?"

"Sì, è vero. Prima mi guardavo allo specchio, su in camera... cavolo se un vestito può cambiare l'aspetto di una persona! Sembro proprio un bravo ragazzo, vestito così."

"Perché?" chiese divertito Alessandro, "non sei un bravo ragazzo tu?"

"Col mestiere che faccio, pochi penserebbero che lo sono." rispose ridacchiando Gabriele.

"Ma tu, pensi di essere un bravo ragazzo o no?"

"Beh... sì... non peggio di tanti altri, comunque. Non perché uno è gay è più o meno in gamba degli altri. E se faccio quel mestiere, è perché non ne potevo fare un altro."

"Ti dispiace farlo o ti piace?" gli chiese l'uomo, incuriosito.

"Con certi uomini... mi piace. Se non fosse che mi devo guadagnare la giornata, ci andrei anche gratis. Con altri, se non avessi bisogno di soldi, non ci andrei per niente. Credo che pochi di noi ti risponderebbero in un altro modo, comunque."

"Pochi, dici. Quindi qualcuno lo farebbe per soldi anche se non ne avesse bisogno, vuoi dire."

"Non proprio. Diciamo piuttosto che qualcuno guadagna di più facendo... quel mestiere, piuttosto che fare l'operaio per te, per esempio. Ma tu sei contento del lavoro che fai?"

"Direi di sì, anche se spesso mi fa venire terribili emicranie e mi sta facendo venire un'ulcera gastrica..."

"Perché?"

"Preoccupazioni. Vedi, la commedia che stiamo montando è proprio per poter fare andare meglio la mia fabbrica."

"E guadagnare di più."

"Sì e no. Sono un po' preoccupato, vedi? Nella mia fabbrica lavorano quasi duecento cinquanta persone, perciò duecento cinquanta famiglie dipendono dal fatto che la mia fabbrica vada bene o no. Ultimamente gli affari non vanno proprio male, ma neanche veramente bene, e mi dispiacerebbe dover licenziare qualcuno. Se uno dei miei dipendenti perde quel posto, rischia di non trovare un altro lavoro, specialmente i più anziani. Se riuscissimo a fare una buona impressione su quel Mariano Gerbini..."

"Lo svizzero?" chiese Gabriele.

"Sì, lui. Allora non solo il posto di lavoro dei miei uomini sarebbe sicuro, ma molto probabilmente potrei anche assumere qualcun altro..."

"Allora non è vero che tutti i padroni sono pezzi di mer... scusa, tuo figlio non deve parlare così... non è vero che tutti i padroni pensano solo a se stessi."

"Non tutti. È un po' come mi dicevi tu prima a proposito dei tuoi... colleghi. Qualcuno sì, ma non tutti."

"È proprio vero che non si deve mai giudicare nessuno, e comunque mai dalle apparenze, mai senza conoscerlo. D'altra parte lo dice pure il vangelo, no? Comuque, fino al punto di farti venire emicranie e un'ulcera..."

"Non sono io che me li faccio venire. Vengono e basta, per le preoccupazioni. E devo prendere sempre più Novalgina e altre medicine."

"Prendi la Novalgina? No, fai male. Quelle medicine ti rendono schiavo, e più ne prendi più devi prenderne e le emicranie, invece di diminuire, aumentano..."

"Sei un medico, tu?" gli chiese con lieve ironia Alessandro.

"No, ma so che è così. Il mio amico Franco ha smesso di avere emicranie dopo che ha smesso di prendere porcherie contro il mal di testa."

"Ma se non la prendo, mi sembra di diventare pazzo e non riesco più a lavorare."

"Se ti capita... mi prometti che invece di scolarti la Novalgina, lo dici a me?"

"E tu me lo fai passare? E come?"

"Non dico subito, però un po' per volta te lo faccio passare, promesso... Se ti capita dimmelo, e io ti faccio vedere come si fa. Franco l'ha fatto, e adesso quasi non ha più mal di testa, e se anche gli viene, gli passa senza bisogno di avvelenarsi con quelle porcherie." disse il ragazzo sicuro di sé, poi chiese: "L'hai già detto ad Ivano? Che ha detto?"

"Sì gli ho detto che lavori per me e anche la storia della famiglia modello. Ne ha preso nota. Ero sicuro che non avrebbe fatto commenti. Lui lo dirà, o forse l'ha già detto, alla figlia ed al genero. Ah, cambiando discorso, una di queste sere andiamo a vedere l'opera, assieme ad Alda."

"L'opera? Oh dio che noia!" esclamò il ragazzo.

"Ci sei mai stato?" gli chiese Alessandro.

"No, mai. Ne ho visto qualche pezzetto in TV, e era proprio una pizza."

"Se ci vai preparato, magari ti piace. Prima di andarci ti faccio leggere il libretto e ti faccio sentire i pezzi migliori da un CD... e segui col libretto. Poi l'andiamo a vedere. Solo un paio, poi se non ti piace, basta. Ma mio figlio, anche se non gli piace l'opera, deve esserci andato almeno qualche volta." gli disse divertito Alessandro.

"Allora facciamo un patto... papà?" disse il ragazzo con un sorrisetto.

"Sentiamo."

"Ogni volta che tu mi vuoi portare all'opera, o prima o dopo, non importa, vieni con me a passare una serata in un disco."

"Non posso farmi vedere in giro in un disco gay, Gabriele!"

"Un disco misto, dove vanno gay e non gay. O anche un disco etero, se vuoi."

"Ma alla mia età..." protestò Alessandro poco convinto.

"Oh, vedessi quanti vecchi ci vanno... mica che tu sei vecchio, comunque."

"A ballare il liscio?" chiese Alessandro.

"No, home-music. Musica moderna. Io vengo all'opera e tu vieni in discoteca. D'accordo, papà?"

Alessandro sorrise: "E va bene, mi pare una cosa equa. Poi vieni anche al maneggio con me, qualche volta."

"Questo già mi convince di più... comunque, per ogni volta che mi porti al maneggio, io ti porto al cinema. E scelgo io. Va bene?"

"Ehi, Gabriele, la pianti di mercanteggiare con me?" gli disse ridendo l'uomo.

"No, papà. D'altra parte la prima cosa che abbiamo fatto, tu ed io, è stata proprio mercanteggiare, no?" gli rispose Gabriele con aria biricchina.

Ad Alessandro, essere chiamato papà dal ragazzo, benché glielo avesse chiesto lui, dava una strana sensazione: da un parte gli faceva piacere ma dall'altra lo metteva lievemente a disagio e non riusciva a capirne il motivo. Dopo tutto non gli sarebbe dispiaciuto se quel ragazzo fosse stato veramente suo figlio. Da che cosa gli veniva allora quel senso di imbarazzo?

Quando invece lo chiamava Alessandro, non provava il minimo disagio, gli andava bene. Il ragazzo gli era sempre più simpatico, la sua compagnia era piacevole, era intelligente ed anche sensibile, allegro ed anche di bell'aspetto.

"Senti, Gabriele, e se io ti porto a giocare a golf con me, tu in cambio, o per vendicarti, dove mi porti?" gli chiese l'uomo.

"In una sala giochi a fare qualche gioco elettronico!" gli rispose pronto il ragazzo. "Ma non per vendicarmi: se io devo conoscere i tuoi gusti ed i tuoi divertimenti, anche tu devi conoscere i miei, no?"

Alessandro annuì. "Dovresti fare un po' di palestra, Gabriele..." gli disse.

"Tu ne fai?"

"Sì, ho una stanza attrezzata, qui in villa."

"Possiamo andarci insieme, qualche volta..." gli disse il ragazzo.

"E in cambio?" gli chiese Alessandro.

"Questo te lo do gratis, in cambio niente. Oppure sì: un po' di jogging."

"Perché no. Fuori in giardino. Ce l'hai una tuta?"

"No. L'avevo quando andavo a scuola... è rimasta a Milano, però, e credo che comunque non mi starebbe più."

"Allora domani ti vai anche a comprare una bella tuta da jogging. D'accordo?"

"Sì, va bene. Di che colore devo comprarla?"

"Di qualsiasi colore, basta che sia funzionale."

"La tua di che colore è? Di che marca?"

"Bianca e azzurra con righe rosse. È della Fila."

"Se me la fai vedere, ne compro una uguale. Padre e figlio è bello se hanno la stessa tuta, no?"

"Già, è bello..." gli rispose Alessandro pensieroso.

"Mi accompagna di nuovo Alda, in città o mi accompagni tu?"

"Non so..."

"Accompagnami tu, se hai un po' di tempo libero..."

"Va bene. Vedrò di trovare un po' di tempo." gli concesse Alessandro.

"Grazie." rispose Gabriele e quella semplice parola dette un senso di piacere all'uomo.

Due giorni più tardi, mentre a sera tardi Alessandro era a letto e leggeva un libro, sentì bussare alla porta.

"Avanti!" disse ad alta voce pensando che fosse Ivano.

Invece sulla porta comparve Gabriele. Indossava il pigiama di seta grigio perla che gli aveva comprato Alda, con la giacca aperta e nulla sotto.

"Scusa, ho visto che avevi ancora la luce accesa... volevo chiederti una cosa..." disse il ragazzo accostandosi al letto.

"Sì?" chiese l'uomo posando il libro.

"Posso parlarti senza peli sulla lingua, senza che mi mandi a quel paese?"

"Qualche problema, Gabriele?"

"Sì, qualche probelma... che invece di diminuire, aumenta."

"Che c'è? Dimmi..."

"Io... tu sei un bell'uomo e io... io ho sempre più voglia di farlo con te, Alessandro." gli disse il ragazzo passandogli una mano lieve sul petto nudo, "mi diventa sempre più difficile non dirtelo, non provarci..."

L'uomo mise una mano su quella del ragazzo facendolo smettere di muovere la mano, ma senza toglierla dal proprio petto: "T'ho già detto che non è per questo che..." iniziò a dire.

"Sì, me l'hai detto. Ma tu lo sai come sono io, no? E tu mi piaci, e mi piaci sempre più. Sono stufo di... di menarmelo pensando a te! Fammi venire nel tuo letto, Alessandro. Per favore..."

"No... no, te l'ho detto che io non ho mai..."

"Con quel tuo compagno però l'avevi fatto, no? E ti piaceva... penso..."

"Eravamo ragazzini. No, Gabriele, devi levartelo dalla testa."

"È proprio quello che non riesco a fare. Vivere qui con te, così... vederti in palestra... o anche adesso... Ti prego, provaci con me... una volta almeno, solo una volta..."

"No, Gabriele. Mi dispiace, non la devi prendere male, sei un bel ragazzo, simpatico, sto bene con te, ma... non me la sento proprio, non l'ho mai più fatto, dopo quella volta. E non sono più un ragazzino, che esplora la sua sessualità. Sono un uomo adulto e ormai so quello che mi piace fare... Se... se tu hai... bisogno di... magari qualche volta puoi andare in città e trovarti qualcuno... Magari la sera ti lascio in città e ci rivediamo la mattina, quando ne senti il bisogno..." gli disse Alessandro.

"Non mi manca un qualsiasi maschio, non lo capisci? Posso resistere, almeno per ora, però... è con te che lo vorrei farlo... anche solo una volta..."

"Gabriele, no. Non lo capisci? È come se io ti chiedessi di farlo una volta con una ragazza: se non te la senti, non te la senti. Non potrei forzarti..."

"Se... se una volta io lo faccio con una donna... tu lo faresti con me?" chiese Gabriele guardandolo negli occhi.

Alessandro sorrise: "Non è materia da mercanteggiare, questa, Gabriele. Non lo capisci? Sei un ragazzo intelligente, non insistere, non faresti che mettere a disagio anche me..."

"Io... saprei farti godere, Alessandro, ne sono sicuro."

"Ma io non ne sento affatto il desiderio. Vedi, tu sei giovane, capisco che ne hai bisogno, ma... io non mi masturbo nemmeno. Sto bene così. Non insistere, per favore. Mi dispiace farti... questo effetto. Forse è meglio se non andiamo più nella stanza degli attrezzi assieme..."

"Il fatto è che tu mi fai lo stesso effetto anche quando sei in giacca e cravatta, anche in ufficio. O a tavola... o mentre guidi la macchina..."

"Vuoi... vuoi rinunciare? Voi che ti riporto a casa tua? Ti pago ugualmente il mese..."

"No. Te l'ho promesso, mi sono impegnato. E poi, tu m'hai spiegato che è importante anche per quelle duecento cinquanta famiglie dei tuoi dipendenti. No, dobbiamo continuare, è chiaro. Non è per i soldi, non lo capisci? Sei tu..."

"Ma t'ho spiegato che non posso, Gabriele, che non voglio. Non insistere, per favore."

"No, hai ragione. Però... io ci dovevo provare. Vuol dire che... quando sono in camera da solo, vedrò di continuare a farmela passare menandomelo. Buona notte, Alessandro."

"Mi dispiace..." gli disse l'uomo mentre Gabriele s'avviava verso la porta.

"No, questo non devi dirlo. Non ti dispiace. Non vuoi, e mi sta bene, ma non dirmi che ti dispiace, Alessandro. Sii onesto, non dire che ti dispiace!" disse il ragazzo ed uscì in fretta dalla stanza.

L'uomo fu scosso da questa ultima reazione del ragazzo. Non se l'aspettava. Aveva sentito una certa durezza nella voce di Gabriele che non aveva mai sentito prima. Sì che gli dispiaceva, gli dispiaceva davvero sentire, capire che per il ragazzo quella strana convivenza stava diventando un peso, sul piano sessuale.

D'altra parte, più che proporgli di passare qualche notte fuori per divertirsi, che poteva fare, lui? Il ragazzo era gay, ma lui no... E poi, non è neppure questione di essere gay o no... se anche Gabriele fosse stato una ragazza e gli avesse fatto la stessa proprosta, il suo sarebbe stato ugualmente un no. Uno non può fare l'amore con una persona, maschio o femmina che sia, solo perché l'altro ne ha voglia.

Forse Gabriele ragionava così perché lui lo faceva con altri anche quando non ne aveva voglia... Solo per necessità, solo per denaro... Ma lui, si chiese Alessandro, l'avrebbe fatto solo per necessità? Se per esempio l'unico modo per salvare la fabbrica fosse stato andare a letto con un uomo, lui avrebbe ugualmente detto di no? Avrebbe preferito licenziare i suoi dipendenti piuttosto che andare a letto con un uomo, con un ragazzo? O con una donna, comunque?

È vero, il problema non era quello... visto che Gabriele accettava di continuare, nonostante tutto. Ma in fondo, Gabriele rinunciava al suo desiderio e continuava a dargli una mano per non metterlo nei pasticci, per non farli rischiare di dover licenziare i suoi uomini. Lui, invece, non rinunciava a niente. Chi agiva più onestamente, lui o il ragazzo?

Se Gabriele gli avesse detto: o mi prendi nel tuo letto, o io mando a monte tutto... che cosa avrebbe scelto lui? Avrebbe preferito fare sesso col ragazzo pur di riuscire nel suo piano, o avrebbe preferito rischiare di licenziare i suoi dipendenti pur di non cedere alla richiesta del ragazzo?

Non sapeva darsi una risposta... o non voleva darsela? Gli venne un forte mal di testa. Decise di non alzarsi per prendere la novalgina. Spense la luce e cercò di addormentarsi... e pensò che molto probabilmente proprio in quel momento Gabriele si stava masturbando... pensando a lui.


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