Gabriele stava appoggiato al solito lampione e chiacchierava con Franco e Dario: Sergio era già andato via con un cliente. Quando andavano a battere nella zona limitrofa a quella dei "marocchini", preferivano andarci sempre assieme. Chi poi restava da solo, si spostava in una zona più sicura, per evitare brutti incontri con i ragazzi arabi.
Una Stilo si fermò davanti a loro, il conducente abbassò il vetro del finestrino e guardò verso i tre ragazzi che ricambiarono lo sguardo.
L'uomo chiese:" Tu, moretto, quanto vuoi?"
Si indirizzava a Dario, che s'avvicinò all'auto e si chinò a parlare con l'uomo. Gabriele non poté fare a meno a notare quanto fosse attraente la snella figura dell'amico in quella posa. Anche a guardarlo da dietro. Dopo poco Dario si girò facendo un cenno di saluto agli amici con un sorriso e salì nell'auto che partì subito, scomparendo dietro la prima curva del viale.
"Non l'ho mai visto, quello, da queste parti..." notò Franco.
"Neanche io. A proposito, sai quel tizio che ieri mi ha portato a casa sua in via Costa nel suo pied à terre? Beh, parlando con lui, ti ha descritto perfettamente... è già venuto con te, e gli sei piaciuto..."
"In via Costa? Non mi ricordo nessun cliente che sta in via Costa..." disse Franco pensieroso.
"No, il pied à terre ce l'ha solo da cinque mesi, ha detto. Diceva che t'aveva portato in una soffitta in via San Carlo... anche se diceva che ti chiami Sandro, sono sicuro che parlava di te..." disse Gabriele.
"Sandro... più di cinque mesi fa... era mica un uomo sui trent'anni, sposato, alto, castano chiaro, con gli occhiali..." chiese Franco.
"Sì, proprio così. E con il tatuaggio di una farfalla sulla chiappa destra..."
"Ah. Il marinaio! Sì, me lo ricordo. Continuava a chiamarmi Sandro, non so perché... Era un bell'uomo e sapeva scopare bene..." commentò Franco sorridendo, "C'ero andato quattro o cinque volte con quello, poi non l'ho più visto."
"M'ha detto che era in viaggio. Se ti interessa, posso dargli il numero del tuo telefonino..." gli disse Gabriele.
"Dovrebbe averlo... però sì, se non ti dispiace puoi darglielo. Se invece te lo vuoi tenere tu..."
"Non mi dispiace, però a quello piace più farsi fottere in culo che fottere e sai che invece a me... Dice che per fottere gli basta la moglie. Comunque dovresti vederlo, il suo pied à terre: l'ha arredato tutto come la cabina di una nave, persino la finestra l'ha coperta e ci ha messo un oblò... Solo la cuccetta, che pare normale, invece si tira fuori e diventa più grande di un letto matrimoniale..."
Stavano chacchierando così quando si fermò un'altra auto. Alla guida c'eera un ragazzo che non doveva avere più di venti anni. Il ragazzo scese ed andò dritto davanti ai due amici. Guardando Franco, gli chiese: "Tu lo metti in culo?"
"Certo." rispose Franco con aria indolente.
"E puoi venire due o tre volte?"
"Sicuro." rispose Franco con un sorrisetto.
"Ce l'hai grosso?"
"Diciannove centimetri. Ti bastano?" gli chiese il ragazzo.
"E quanto vuoi?"
"Cinquanta, ma non più di un'ora."
"E... tutta la notte?"
"Duecento e ti fotto tre volte come vuoi tu."
"Bene. Andiamo."
"Hai un posto?" gli chiese Franco.
"Sì. Su verso San Luca."
Così Franco andò con il ragazzo. Gabriele era sempre stupito quando uno così giovane e pure carino, era disposto a pagare fior di quattrini per farsi scopare... Mah! Dario diceva che qualcuno si sente più "forte" se paga... si sente "padrone"... forse era così.
Gabriele, restato solo, si mise a camminare verso Porta Saragozza. Mentre camminava, vide passare una Lamborghini azzurra che andava quasi a passo d'uomo. Intravide alla guida un uomo sulla cinquantina, bello, ben vestito. Ma l'auto non si fermò. Quello doveva essere pieno di soldi, pensò il ragazzo. Se l'avesse abbordato, poteva anche alzare il prezzo. Ma evidentemente cercava altro, visto che non s'era fermato.
Alla guida della Lamborghini azzurra c'era Alessandro Spalleri, l'industriale. Alla stazione, il giorno prima, aeva comprato la guida gay per vedere dove poteva trovare una marchetta a Bologna ed ora stava esplorando i luoghi segnalati. Aveva notato Gabriele, e fino a quel momento era quello che gli sembrava il più adatto. Prima però voleva finire il suo giro.
Era già passato nella zona con i "marocchini" ma anche se doveva ammettere che uno o due erano proprio belli, nessuno fisicamente era adatto per quello che voleva. Aveva anche visto qualcuno degli "albanesi" e uno gli era sembrato perfetto, ma quando s'era fermato per parlarci, il forte accento straniero gli aveva fatto capire che anche quello non poteva andare bene.
Dopo pochi minuti, Gabriele vide passare di nuovo, lentamente, la Lamborghini azzurra. A parte il fatto che quello doveva avere un sacco di soldi, era davero un gran bell'uomo. Forse leggermente in là con l'età, però bello ed affascinante. Ma nuovamente il conducente lo guardò e non si fermò.
"Chissà che tipo sta cercando? O magari cerca uno che già conosce..." si disse Gabriele.
Gli si fermò accanto una panda nera. Gabriele guardò e vide un uomo sui quaranta anni, grasso come una foca... Il corpo dell'uomo pareva straripare dal sedile.
"Ehi, marchettina, quanto vuoi per succhiarmi il cazzo e bere tutta la mia sborra?" gli chiese l'uomo ad alta voce.
Gabriele si sentì un po' infastidito, specialmente dopo aver visto il bell'uomo nella Lamborghini.
"Trecentomila!" sparò Gabriele.
"Tu sei matto! Trecento? Al massimo te ne do trenta."
"Ce l'hai tutte in monete da cinquecento? Se ce l'hai... mettitele tutte in culo, stronzo!" gli dise Gabriele e si allontanò.
Frattanto Alessandro continuava a fare i suoi giri. Pensò che quel ragazzo biondiccio era il migliore: anche com'era vestito, come camminava, gli piaceva. Tornò dove l'aveva visto e quando notò la panda nera fermarsi, sperò che quel ragazzo non ci salisse. La vide ripartire sgommando ed il ragazzo non c'era andato. Sorrise. In prima s'avvicinò lentamente alle spalle del ragazzo e appena l'ebbe sorpassato, fermò e fece scorrere giù il vetro del finestrino.
Gabriele non l'aveva sentito arrivare, ma quando lo vide e vide che l'auto s'era fermata poco oltre, sorrise. Accelerò il passo e, raggiunta l'auto, si chinò a guardare dentro.
"Buonasera... vuole un po' di compagnia?" chiese Gabriele sorridendo all'uomo.
"Sì. Ti va di salire in macchina?"
"Non mi chiede quanto le costa?"
"Quanto mi costa?" chiese allora Alessandro.
"Cento un'ora. Trecento tutta la notte."
"E ventiquattro ore?" gli chiese Alessandro.
"Ventiquattro ore?" chiese un po' stupito Gabriele, "Mah... cinquecento... più i pasti, si capisce."
"Si capisce. E... una settimana?" chiese allora Alessandro.
"Mi sta prendendo in giro?"
"No, assolutamente. Una settimana, quanto?"
"Vuole fare un viaggio? Con me?" chiese Gabriele a metà fra l'incredulo ed il divertito.
"Forse, se sei la persona adatta..." rispose Alessandro, pensando che forse aveva davvero trovato il tipo giusto.
"Beh... una settimana... un milione e mezzo più tutte le spese..."
"Quindi un mese tre milioni, andrebbe bene..."
"Tre miloni sono solo due settimane..." rispose Gabriele.
"Tu m'hai fatto dei prezzi che corrispondono più o meno alla formula x = 100 per radice di y... più le spese, si capisce. Quindi..."
"Ma scusi, vuole fare matematica o scopare? Io sono in gamba solo nella seconda, non nella prima." gli rispose ridendo Gabriele.
"Se vieni in auto, ne possiamo discutere altrove, con calma."
Gabriele salì in auto a fianco di Alessandro e mentre questi ripartiva, guardandolo e pensando che era davvero un bell'uomo e che aveva un'aria simpatica, gli chiese, divertito: "E allora, per un anno, quanto dovrei chiedere?"
"Beh, per un anno... circa dieci milioni."
"Ma non mi converrebbe!"
"I prezzi che tu m'hai detto, e la formula che senza saperlo hai applicato, porterebbe a questo risultato. Si vede che non sei forte in matematica. D'altronde, l'hai detto anche tu che il tuo campo è... diverso, no?" gli rispose sorridendo Alessandro, pensando che quel ragazzo, oltre ad essere grazioso, era simpatico.
"E lei fa tutti questi calcoli a memoria?"
"È il mio campo, calcolare..." rispose Alessandro.
"Dove mi porta?"
"In un posto tranquillo, dove possiamo discutere di... affari."
"E scopare?"
"No, solo discutere di affari. Io ho bisogno del tuo tempo, non del tuo corpo."
"E per questo s'è venuto a cercare una marchetta?" chiese un po' stupito Gabriele. Poi aggiunse: "Comunque se devo venire a discutere con lei, lei mi paga il tempo."
"Certo, cento per un'ora, trecento per la notte e cinquecento per ventiquattro ore, come hai chiesto tu." rispose allegramente Alessandro, sempre più convinto di aver incontrato il ragazzo giusto solo la terza notte che girava... Poi chiese: "Li vuoi anticipati?"
"Beh... no... mi fido di lei. Comunque ho la targa della sua auto." rispose Gabriele allegramente. Clienti strani ne aveva avuti, ma questo li superava tutti.
Alessandro imboccò l'autostrada e si fermò alla prima area di servizio. Qui scesero, andarono a sedere nell'autogrill ed Alessandro chiese al ragazzo che cosa voleva prendere. Ordinò, pagò ed andò al tavolo con il vassoio.
"Allora, quanti anni hai e come ti chiami?" gli chiese Alessandro studiandolo.
"Ho diciotto anni compiuti e mi chiamo Gabriele."
"Hai tempo libero?"
"Se lei paga, ho tutto il tempo che vuole."
"Vivi da solo o in famiglia?"
"Da solo.. cioè, con altri tre amici... marchette come me. Ma non posso portarla a casa mia, per scopare. Lei non ce l'ha un posto?"
"Sì, ce l'ho... Non hai nessun accento... di dove sei?"
"Italiano..." rispose Gabriele, poi rise: "Ormai sono maggiorenne... sono nato a Milano ma vivo da due anni a Bologna. Perché?"
"Così... solo curiosità. L'importante è che non hai nessun accento regionale. Che studi hai fatto, Gabriele?"
"Cos'è, un colloquio di lavoro?" chiese divertito il ragazzo.
"Sì, più o meno. Che studi hai?"
"Fino alla prima liceo classico, poi ho smesso."
"Due anni fa, quando sei scappato di casa?"
"E che ne sa lei? Però sì, proprio così."
Alessandro annuì: "Se da due anni vivi a Bologna e fai marchette... due e due fa quattro." disse sorridendo.
"Ah già, che lei è un matematico..." rise Gabriele. "Ma io a parte marchette, non so fare altro. E poi, a che le serve una marchetta, se non per scopare? Che lavoro dovrei fare, per lei?"
"Il figlio." sparò Alessandro guardando la reazione del ragazzo.
"Il... figlio? Che cavolo vuol dire? Che lavoro sarebbe fare il figlio?"
"Senti, io ho bisogno di una famiglia per un mesetto circa, forse poco più. Una moglie ed un figlio, per ottenere un buon contratto. La moglie l'ho trovata, mi mancava un figlio. Non ti andrebbe di farlo per me? Tre milioni al mese, più spese, compresi vestiti nuovi e, forse, anche un viaggio... Però dovresti... imparare a farmi da figlio, dobbiamo, entro un mese, creare un background con la mia presunta moglie, cioè tua madre e me. Una storia di famiglia."
"Dove l'ha trovata questa presunta moglie, è una battona?" chiese Gabriele chiedendosi fino a che punto l'uomo lo stesse prendendo in giro o fino a che punto stesse parlando sul serio.
"No, è la mia segretaria. Una donna molto in gamba."
"Ma sta parlando sul serio?" chiese Gabriele.
Alessandro tirò fuori il portafogli, contò centomila lire e le porse al ragazzo: "Questo per la prima ora... domattina le altre duecentomila e così via. Mi credi, adesso?"
Gabriele si infilò i soldi nel portafogli, poi disse: "Sì, comincio a crederle. È talmente assurda, questa storia, che deve essere vera. Se devo essere suo... figlio, devo sapere chi è lei."
"Si capisce. A suo tempo lo saprai."
"E devo darle del tu..." aggiunse Gabriele.
"Puoi cominciare anche subito, se credi."
"E... finché sono suo figlio... dovrei vivere con lei e con... e con mia madre."
"Certamente. Dobbiamo tutti abituarci uno all'altro e creare una storia di famiglia plausibile, in modo di non smentirci."
"Ma, mi scusi, cos'è questa storia che deve avere una famiglia per concludere un buon affare?" gli chiese Gabriele, ora veramente incuriosito.
Alessandro allora, senza fare nomi, gli raccontò tutta la questione.
Quando ebbe finito, il ragazzo gli disse, allegramente: "Sì, li conosco bene i tipi così... è quasi come mio padre... Lei, ci scommetto, non immagina neppure che cosa fa mio padre..."
"No..."
"Il pastore in una chiesa Evangelica. E se posso aiutarla a fregare quel becero, lo faccio più che volentieri. A pagamento, si capisce."
"Ecco, per prima cosa, devi ricordarti che sei cattolico, apostolico e romano, e non un protestante."
"La Bibbia è sempre quella. Magari possiamo andare due o tre volte a messa, perché sappia come funziona, ma di religione ne so anche troppo, mi creda. Le posso quasi citare il Vangelo a memoria, se serve."
"Ottimo. Potrebbe servire... senza esagerare. Davvero ti chiami Gabriele?"
"Sì, siamo tre fratelli, Michele, Gabriele e Raffaele, come i tre arcangeli... anche se probabilmente per mio padre io sono l'angelo decaduto, Lucifero. Se vuole, mi può cambiare nome, comunque."
"No, Gabriele va bene. Hai qualche hobby?"
"No, a parte la lettura e l'arte. Ci sono libri, a casa sua?"
"Molti, ho una biblioteca di circa quindicimila volumi, compresi romanzi e libri d'arte."
"Caspita! Quindicimila! Potrò leggere qualcosa, mentre sto con lei?"
"Certo, nel tempo libero... anche se ne avrai poco. Dovrai anche venire a visitare la mia fabbrica, dato che, ufficialmente, un giorno dovresti prendere tu il posto di tuo padre, cioè mio..."
"Ma che lavoro fa, lei? Chi è? A questo punto, non crede che potrebbe dirmelo?"
Alessandro pensò un po'... sì pensava di potersi fidare. Magari prima doveva far firmare al ragazzo un contrattino in cui si impegnava a tenere il segreto su tutta quella storia... Guardò l'orologio: era già mezzanotte passata.
"Senti, Gabriele, a me pare che tu sia proprio la persona che cercavo. Prima di dirti tutti i particolari, però, dovremmo stendere un... contrattino: tu ti impegni a tenere il segreto su tutto quello che vieni a sapere e su questa storia, e io mi impegno a pagarti quanto ti ho detto. Va bene?"
"Sì, va bene. Solo che, se devo venire a vivere da lei per un mese o più, devo avvertire i miei tre amici."
"Purché tu non gli dica con chi e dove, certo che li puoi avvertire."
"Basta che gli dico che ho trovato uno ricco che mi vuole portare in viaggio... Durante questo mese... posso andare qualche volta dai miei amici?"
"Sì, basta che sia di rado e per poco tempo. E se non siamo in viaggio, si capisce..."
"Adesso mando loro un SMS per avvertirli che non torno a casa... Domani pomeriggio li chiamo al telefono. Posso dire che ho ritrovato un cliente che conoscevo... va bene così?"
"Certo, basta che non fai nomi..." gli ricordò Alessandro.
"Non so ancora chi è lei... comunque." gli rispose sorridendo Gabriele mentre cominciava a comporre il messaggino da mandare agli amici sul suo cellulare. Poi chiese: "E quando incontrerò... mia madre? E come si chiama?"
"La incontrerai domani e si chiama Alda. Dovrai raccontarci un sacco di cose su di te... in modo che ti conosciamo bene, almeno quanto due genitori conoscono un figlio."
"Beh... sa già che mio padre è un pastore evangelico e..."
"No no, quello te lo devi scordare e non ci interessa. Cose come quello che ti piace mangiare e quello che non ti piace, per che squadra di calcio tieni o cose del genere, intendo dire... e anche noi due, si capisce."
"Ah sì, certo. Mi porta a casa sua già stasera, no?"
"Sì, certo. Possiamo anche andare subito. Ma sei sicuro di voler accettare questo lavoro?"
"E come no! Fare il figlio di uno come lei, anche se solo per un mese... ha detto che mi compra anche vestiti, no?"
"Sì, certo. Li andrai a scegliere assieme a tua madre: devono piacerti però devono essere adatti a... alla nostra famiglia."
"Anche cose firmate?"
"Se di buon gusto, sì."
"Cavolo! E... anche qualche libro?"
"Certo. Quello che desideri, purché sia approvato da Alda o da me, puoi averlo. Ma ricordati, per convincere quello, devi essere un figlio obbediente ed affettuoso, un figlio modello..."
"Non ho fatto altro per i primi sedici anni della mia vita: dovrebbe riuscirmi piutosto bene, non crede?" disse Gabriele con un sorrisetto divertito.
"Bene, andiamo, allora. E comincia a darmi del tu..."
"Ed a chiamarti papà, giusto?"
"Giusto, papà." confermò Alessandro.
"Mi piacerebbe guidare la tua macchina, papà..."
"Hai la patente?"
"No, non ce l'ho..."
"Allora, mi dispiace, Gabriele, ma niente da fare." gli rispose Alessandro allegramente: sì quel ragazzo gli piaceva proprio, sarebbe stato un figlio perfetto, con il giusto allenamento.
Riprese l'auto e guidò fino a casa.
"Villa Serena..." lesse il ragazzo alla luce dei fari mentre il cancello, azionato dal telecomando, si apriva.
"Sì, era il nome di mia nonna. Questa casa l'ha costruita mio nonno."
"Ah, la bisnonna. E il bisnonno come si chiamava?"
"Alessandro come me. E tuo nonno, mio padre, si chiamava Giusto."
"E come mai non ho il nome del nonno?" chiese Gabriele.
"Perché... perché a mio padre non piaceva il suo nome. Ti pare buona come scusa?"
"Sì, papà... e comunque l'iniziale è la stessa. Dovrò scrivermi tutti i nomi da qualche parte, per impararli a memoria."
"Dovremo scriverci tutti e tre un sacco di cose, per non fare stupidi sbagli..." gli disse Alessandro mentre fermava l'auto davanti all'ingresso della villa.
Lo portò in casa. Dormivano già tutti, perché in quelle sere aveva detto ad Ivano di non aspettarlo, di andare a dormire. E di non stupirsi se avesse trovato qualcuno nella stanza degli ospiti. Portò su Gabriele per la scala centrale, e gli mostrò la sua camera.
"Ecco, dormirai qui. Lì hai anche il bagno privato. Puoi farti la doccia, se vuoi. Nel bagno c'è tutto il necessario. Domattina sveglia alle sette, verrò io a bussare alla tua porta." gli disse Alessandro.
"Non... non mi porti a letto con te?" gli chiese Gabriele che, in fondo, ci sperava: quell'uomo gli piaceva.
"No, non è per questo che ti ho portato qui..."
"Sì, ho capito, ma... sarebbe compreso nel prezzo, comunque..."
"Buona notte, Gabriele. Dormi bene, che da domani avremo giornate piuttosto intense."
"Buona notte... papà!" disse il ragazzo ed Alessandro uscì chiudendosi dietro la porta.
Gabriele era un po' deluso: Alessandro era un uomo sensuale e, per quel poco che lo conosceva, gradevole, oltre che bello. Gli sarebbe davvero piaciuto andarci a letto assieme. Se non altro per vedere come faceva l'amore.
Si guardò attorno: la stanza era elegante, non aveva mai dormito in una stanza così bella. E con bagno personale! Si spogliò nudo ed andò in bagno. Era grande ed elegante anche il bagno. C'era tutto: asciugamani, sapone, bagno schiuma, shampoo, rasoi usa e getta, spazzolino da denti, filo interdentale... davvero non mancava niente.
Si mise sotto la doccia e si lavò: era gradevole, il box era spazioso, l'acqua abbondante e si regolava bene, a differenza di quella della casa che condivideva con i compagni.
Quando il corpo fu ben coperto di schiuma, passandosi le mani sul corpo e pensando ad Alessandro, si eccitò. Chiuse gli occhi e cominciò a masturbarsi lentamente, imaginando di stare con l'uomo... Immaginando che fossero le sue mani a scorrere sul suo corpo, a stringere il suo membro... E finalmente venne in un gradevole e calmo orgasmo.
Si sciacquò, si asciugò, ed andò a stendersi nel letto: le lenzuola fresche di bucato e stirate perfettamente erano morbide, piacevolissime sul suo corpo nudo. Spenta la luce, scivolò dolcemente nel sonno, dicendosi che era entrato in un bel film...
Frattanto Alessandro era in camera sua. Anche lui, spogliatosi, andò a farsi una lunga e piacevole doccia. Anche lui ripensava al ragazzo, però non in modo sessuale. Ne aveva avuta un'ottima impressione e si disse che era un peccato che un ragazzo come quello dovesse prostituirsi per vivere.
Gabriele avrebbe potuto davvero esser suo figlio: che vita diversa avrebbe fatto se fosse nato da lui invece che dai suoi genitori! Si chiese come avrebbe reagito se avesse scoperto che il proprio figlio era gay... Pensava che l'avrebbe accettato, che avrebbe cercato di essergli vicino, di consigliarlo...
Suo padre, quando lui aveva avuto quella storia con Ulrico, da ragazzino, l'aveva fatto curare da uno psicologo... Anche lui avrebbe fatto curare un figlio gay da uno psicologo? Non riusciva a darsi una risposta. La "cura" a cui lui era stato sottoposto pareva aver avuto un buon risultato... però qualcosa dentro di lui, qualcosa che non riusciva a mettere a fuoco e a definire, lo faceva sentire restio a pensare che avrebbe mandato un figlio dallo psicologo per "drizzarlo"...
Gabriele, nonostante la vita che faceva, gli era sembrato un ragazzo equilibrato, pulito, sano... certamente non malato. È davvero una malattia psicologica essere gay? Il ragazzo gli aveva detto che il padre voleva farlo sottoporre ad una cura di ormoni maschili... Eppure il ragazzo non pareva davvero carente, da quel lato. Non ne aveva visto il corpo nudo, ma da quello che si vedeva con gli abiti indosso, Gabriele pareva abbastanza virile, quanto per lo meno lo è un normalissimo ragazzo di diciotto anni. La voce, i gesti, le fattezze, tutto era maschile in Gabriele.
Alessandro si mise a dormire con l'immagine del gradevole sorriso del ragazzo negli occhi.