Alessandro andò in ufficio prima delle nove: voleva essere sicuro di non mancare quando avesse telefonato il Cavalier Ciccarelli. Alle nove e quindici la tefonata non era ancora arrivata ed Alessandro cominciava a sentire quella spiacevole sensazione allo stomaco, come una mano che glielo strizzasse, che provava quando era in ansia.
Volendosi tenere libero per la chiamata del Ciccarelli, aveva dato ordine alla sua segretaria di non passargli nessun'altra telefonata. Alda Ferro, la sua segretaria, era poco più giovane di lui, una bella donna, energica ed efficiente, colta. Era rimasta vedova dieci anni prima, quando aveva trentatré anni, e non si era più voluta sposare, e per quanto ne sapeva lui non aveva neppure un amante. Quand'era molto giovane, la donna aveva avuto una figlia che s'era sposata nel 1998 con un canadese ed ora viveva in Canada. Alda lavorava per lui dal 1990, l'anno in cui le era morto il marito, e da due anni viveva da sola al Villaggio delle Madonne.
Alessandro stava passeggiando nervosamente nel suo studio, a volte guardava fuori dall'ampia finestra che dava sulla Via Emilia, intasata come sempre dal traffico, a volte guardava il telefono sulla scrivania, chiedendosi quando avrebbe suonato. Aveva voglia di chiamare lui Ciccarelli, ma poi si diceva che non doveva farlo... Non avrebbe voluto irritarlo con la sua insistenza, con la sua fretta. Andò a sedere di nuovo, e si mise a spostare gli oggetti sulla sua scrivania: erano già in perfetto ordine, ma aveva bisogno di tenersi occupato in qualcosa. Si alzò di nuovo e riprese a camminare su e giù nel suo ufficio.
Improvvisamente l'interfonico ronzò e lo fece sussultare. S'avvicinò alla scrivania presidenziale di mogano e premette il pulsante: "Sì, Alda?" chiese con voce tesa.
"Il cavalier Ciccarelli per lei..."
"Passamelo, no?" disse sentendosi solevato.
"No, dottore, mi scusi, non è al telefono, è qui, nel salotto..."
"Qui? Oh dio, se è venuto di persona... che faccia aveva?" chiese preoccupato Alessandro.
"Normale... direi... Io non lo conosco bene, non le saprei dire..."
"Sì, capisco... Bene, accompagnalo qui, Alda." disse, poi aggiunse, per attenuare il suo tono forse un po' troppo brusco, "Grazie." e sedette di nuovo alla sua scrivania.
Dopo poco Alda busò ed aprì la porta poi si fece da parte per far entrare il cavaliere. Alessandro si alzò subito in piedi e gli andò incontro.
"Caro cavaliere, è una sorpresa vederla qui. Si accomodi, si accomodi." gli disse sorridendogli ma studiandone l'espressione.
"Caro dottor Spalleri! Mi scusi se sono venuto senza prima telefonarle, passavo proprio da queste parti così ho pensato che fosse meglio venire a parlarle di persona, visto che stamane ho un po' di tempo a disposizione. Spero di non disturbarla..."
"Prego, si accomodi..." ripeté Alessandro continuando a studiarne l'espressione per indovinare il motivo di quella visita.
"Allora, dottor Spalleri, veniamo subito al sodo." disse l'uomo tirando fuori dalla tasca interna dell'impeccabile giacca un portasigarette d'oro ed aprendolo. Poi si fermò e guardò incerto Alessandro: "Le dà fastidio se fumo? Lei non fuma, mi pare..."
"No, no prego, non mi da alcun fastidio." rispose Alessandro spingendo verso l'inatteso ospite il pesante portacenere di cristallo che faceva bella mostra di sé sulla sua scrivania.
L'uomo batté la sigaretta contro il fondo del portacenere, la pose fra le labbra, estrasse dal lato del portasigarette un piccolo accendino, anche d'oro, e se la accese. Tirò una boccata, fece un lieve sbuffo di fumo, poi mise via accendino e portasigarette, quindi finalmente riprese a parlare.
"Ho parlato con mio cugino, Mariano Gerbini, come le avevo promesso. Mi è sembrato piuttosto interessato quando gli ho parlato della sua ditta, dottore. Infatti mi ha chiesto di metterla in contatto direttamente con lui in modo di fissare un primo incontro." disse con aria grave, quindi tirò un'altra boccata dalla sua sigaretta, esalando poi un perfetto anello di fumo che guardò assorto disperdersi nell'aria.
Alessandro si sentì meglio ed iniziò a rilassarsi.
"Però..." disse Ciccarelli.
"Però?" gemette quasi Alessandro, di nuovo un po' teso.
"C'è un problema, vede. Mio cugino, il marito di mia cugina in realtà, è un lefevriano..."
"Un lefevriano? Che intende dire?" chiese Alessandro confuso, chiedendosi che cosa significasse quel termine.
"Un seguace di monsignor Léfèvre, un cattolico, come dire... integralista... intransigente... tradizionalista... di destra... di quelli che si gloriano di essere pre-conciliari, di quelli che vogliono ancora la messa in latino e non in italiano..." spiegò l'uomo.
"Sì, capisco... ebbene?" chiese Alessandro confuso da quella notizia di cui non riusciva a capire la portata.
"E, vede, se non sbaglio lei è... divorziato. Oh, badi bene, la cosa non mi riguarda affatto, però... temo che invece a mio cugino la cosa non piaccia... non piaccia proprio per nulla."
"Ma... mi scusi... che c'entra con... con gli affari, questo?"
"Ecco vede, se lei avesse una moglie, un figlio, e... mi perdoni... e se lei fosse un cattolico praticante... avrebbe subito le simpatie di mio cugino. È fatto così, purtroppo. Lui mette il suo... diciamo il suo credo, prima dei suoi affari, capisce?"
"Oh dio! E allora? Mi sta dicendo che l'affare potrebbe non andare in porto solo perché io sono... un divorzato? Che il fatto che ho da proporgli una linea di giocattoli a dir poco rivoluzionari... non vrebbe nessun peso?" chiese Alessandro incredulo.
"No, certo che è importante che lei abbia da proporre un buon affare... però... se lei fosse anche regolarmente sposato, e meglio ancora se lei avesse almeno un figlio..."
"E che posso fare, allora? Quand'anche fosse possibile per me sposarmi in quattro e quattr'otto..."
Ciccarelli ridacchiò: "No, no, certo, però... Vede, mio cugino vive a Lugano, non la conosce e, a parte me, non ha nessuna conoscenza in comune con lei. E non farebbe certamente indagini, se solo la vedesse al braccio di una moglie affettuosa e vedesse che ha con lei almeno un figlio, un figlio rispettoso... Lei capisce, magari in occasione di un pranzo in un ristorante, oppure anche di un invito nella sua villa..."
"Sì..." gemette Alessandro, "Ma purtroppo non c'è né una moglie affettuosa né tanto meno un figlio rispettoso, a casa mia..."
"Basterebbe che ci fosse per quei pochi giorni in cui mio cugino si fermerebbe ospite a casa mia, o in cui lei va eventualmente a Lugano con la sua... famiglia per incontrarlo..."
"Mi sta suggerendo di... di inventarmi una famiglia?" chiese Alessandro iniziando a capire, ma sentendosi completamente confuso.
"Un po' più che inventarla, mio caro dottore... dovrebbe fargliela conoscere e... anche fargli una buona impressione."
"Ingannarlo, cioè?"
"Parigi val bene una messa, no? Chi è che l'aveva detto? Luigi XIV?" disse il cavaliere facendogli un sorrisetto astuto.
"No, Enrico V, credo... Ma come faccio a... a crearmi una famiglia... dal niente? Una famiglia in pochi giorni?"
"Avrebbe un mese, un mese e mezzo di tempo, perché Mariano, mio cugino cioè, ora sta partendo per la Cina. Non molto di più, ma se si dà da fare, magari riesce a... trovare, ad inventare e formare una famiglia. Non ha una cugina, un nipote che si prestino... buoni amici che possano... Anche perché, vede, sapendo come è fatto, io gli ho accennato al fatto che mi pare che lei sia sposato e che ha uno o due figli... E Mariano s'è illuminato tutto, e m'ha detto che vuole conscere la sua famiglia. Ha detto che il valore di un uomo si capisce proprio conoscendo la sua famiglia..."
"Oh mio dio!" gemette di nuovo Alessandro, abbandonandosi contro lo schienale e guardandolo con espressione incredula e quasi sconvolta.
"Se lei vuole rischiare... presentandosi senza famiglia... è una decisione sua, si capisce, però... Io sto facendo quello che posso per darle una mano, se non altro per l'amicizia che mi legava a suo padre."
"Oh, mio dio!" ripeté sconsolato Alessandro.
"Bene, ci pensi. Una bella famigliola, cattolici praticanti, naturalmente... anche se non necessariamente lefevriani come lui, però almeno un po' tradizionalisti... Non dovrebbe essere così difficile, penso. E se ci riuscisse, per me sarebbe una bella soddisfazione, non solo perché procurerei a lei dottore, un buon affare, ma anche... anche perché mi diverte l'idea di prendere in giro mio cugino con tutta la sua... tanto vantata 'rettitudine morale'!"
"Una famiglia in un mese e mezzo..." mormorò l'industriale scuotendo il capo, ancora scombussolato per quella proposta.
"Beh, io ho fatto quanto potevo per lei, caro dottor Spalleri. Ora la mano passa a lei. Veda di giocare meglio che può le sue carte e se le riesce, di bluffare bene. E... se decide che la cosa è possibile... mi faccia conoscere la sua famiglia, prima che io la metta in contatto con mio cugino, una volta che Mariano torna dalla Cina."
"Suo cugino fa affari con i comunisti cinesi ma non con un uomo divorziato?" chiese Alessandro incredulo.
"Oh no, non con la Cina comunista, si capisce. Non lo farebbe mai! Non lui! È andato a Taiwan, sta facendo affari con una industria di Taiwan che, oltre tutto, appartiene ad un cinese cattolico."
"Ah, meno male..." disse Alessandro un po' incongruamente, con involontario umorismo.
Il cavalier Ciccarelli rise: "Ecco, si ricordi questa battuta e farà un'ottima impressione sul nostro caro Mariano Gerbini."
"Battuta? Quale battuta?" chiese l'industriale completamente confuso, sentendosi tornare una forte emicrania.
"Quella del cinese cattolico e lei che dice 'meno male!'. Se la ricordi e cerchi di infilarla nella conversazione al momento giusto. Bene, si dia da fare e mi faccia sapere, caro dottor Spalleri." disse l'uomo schiacciando con vigore la sigaretta nel prortacenere ed alzandosi in piedi.
Si salutarono, ed Alessandro lo accompagnò alla porta. Alda subito si alzò dalla propria scrivania ed accompagnò l'ospite fino all'ascensore.
Quando la donna tornò indietro, Alessandro, accasciato sulla sedia dietro la sua scrivania, chiamò Alda nel proprio ufficio e le raccontò, smarrito, tutta la conversazione che aveva appena avuto con il cavaliere. Alda lo ascoltò attentamente, come faceva sempre.
"Beh, dottore... perché non assolda qualche attore? Un'attrice che faccia la parte di sua moglie, ed uno o due ragazzi, magari un ragazzo ed una ragazza, che recitino la parte dei suoi figli..."
"E dove li trovo, attori disposti a..."
"Tramite un'agenzia teatrale. Mica gente famosa, no, anzi... così non rischia che possano essere riconosciuti se dovete andare in un ristorante, e comunque le costerebbero di meno... Li ingaggia solo per il tempo necessario, magari un po' prima per fare le prove con loro... che so... Poi per la 'recita' a vantaggio del signor Gerbini. Non dovrebbe essere così difficile, dottore."
"Alda... mi sentirei ridicolo... io non credo che sarei un buon attore, comunque... Una moglie ed un paio di figli sconosciuti, piovuti da cielo..."
"Ci tiene o non ci tiene a quel contratto, dottore? Se ci tiene... non vedo altra soluzione possibile, in base a quello che mi ha detto." gli disse la donna in tono cortese ma deciso.
Alesandro si appoggiò allo schienale e si passò una mano sugli occhi. Poi, con voce stanca ed in tono incerto, disse alla segretaria: "Allora... comincia a telefonare alle agenzie teatrali di Bologna e vedi se hanno una moglie e qualche figlio a disposizione... Occupatene tu, per favore..."
"Come la vuole la moglie, dottore? E i figli?" chiese la segretaria prendendo il blocchetto degli appunti, pronta a scrivere.
"Come sarebbe, come la voglio?" chiese Alessandro guardandola stupito.
"Alta, bassa, mora, bionda, più giovane di lei o meno... e i figli..." inizò a spiegare la segretaria.
"Basta che sia passabile e che sappia fare la moglie... come aveva detto il cavaliere... una moglie affettuosa e figli rispettosi... e che non siano una caricatura, insomma. Mio dio... mio dio..."
"Ho capito, dottore. Si fidi di me, farò del mio meglio. Però poi dovrà essere lei ad... istruirli. A creare un background plausibile, in modo che non vi smentiate l'un l'altro quando incontrerete quel... signore."
"Sì... sì... certo..." mormorò Alessandro.
Alda si dette veramente da fare. Telefonò andò nelle varie agenzie ad incontrare gli attori in cerca di lavoro, parlò con ognuno di loro... Ma dopo una decina di giorni fece una relazione sconsolante ad Alessandro.
"Mi spiace, dottore... Ho esaminato tre mogli e cinque figli in tutto, ma... o recitano da cani, o non hanno l'età adatta, o hanno un aspetto improponibile... L'unica moglie che reciterebbe bene, secondo me, è talmente magra e con occhi così spiritati, che non le farebbe fare bella figura di sicuro. E quanto ai figli, neanche mentendo sull'età... e poi, non uno o una che possano lontanamente far pensare al figlio di un industriale, mi creda..."
"Risparmiami i particolari, Alda. Se secondo te non vanno bene... fallimento completo, quindi. E non possiamo perdere altro tempo, temo..."
"No, non ci rimane molto tempo, in effetti... mi dispiace, dottore, mi dispiace davvero. Mi pareva di aver avuto una buona idea..."
Ma improvvisamene qualcosa scattò nella testa di Alessandro. L'uomo guardò Alda come se la vedesse per la prima volta, e la guardò con tale intensità che la donna iniziò ad agitarsi sulla sedia a disagio.
"Alda! Perché non puoi essere tu mia moglie?" esclamò l'industriale.
"Io, dottore? Io sua moglie? Ma io..."
"Sì, Alda: tu mi conosci bene, sei una bella donna, fine, educata, gentile... dovresti solo abituarti a darmi del tu, si capisce... e mostrare un certo affetto nei miei confronti quando siamo in presenza di quel Gerbini... Ti potrei comprare qualche bel vestito nuovo... ti potrei prestare i gioielli di mia madre... o affittarne di più moderni, che so io... o anche regalartene, te li meriteresti pure, se mi dai una mano in questa pazzia..." le disse sempre più convinto e deciso Alessandro.
"Dottore... io lo farei per lei, lo farei per la fabbrica, però, vede..." iniziò a dire la donna, in tono incerto.
"E mi potresti anche aiutare a creare un bel background per la nostra storia... Tu conosci bene i miei affari... e anche le mie manie, le mie abitudini... tu puoi rendere credibile la nostra finzione." insisté l'industriale con un tono a metà fra l'entusiamo e la preghiera.
"Sì, dottore, però..." ribatté Alda guardandolo un po' smarrita e profondamente incerta.
"Non mi lasciare nei guai ti prego! Ti prego, Alda. Te ne sarò veramente riconoscente, se la cosa andrà in porto. Tu hai il piglio di una moglie come dovrebbe piacere al Gerbini, sei decisa, ma sei anche rispettosa. Sei bella, e sei intelligente."
"Ma dottore, e i figli?" obiettò la donna piuttosto confusa.
"Da qualche parte li troverò, li troveremo, se mi dai una mano. Sì, Alda, ti prego... tu saresti la moglie ideale, lo sento... lo so... quella giusta per covincere quel Gerbini, voglio dire... No, lo saresti per chiunque, se tu ti volessi sposare, se io mi volessi sposare, voglio dire. Dobbiamo solo abituarci a comportarci, davanti agli altri, come una vera coppia..."
"Si... si potrebbe provare, dottore, però..."
"No, Alda, niente però! Ti pergo. Dimmi di sì... dimmi di sì..." la implorò l'uomo guardandola negli occhi.
"Mi dia almeno il tempo di pensarci, dottore..." obiettò ancora la donna.
"Comincia a darmi del tu, Alda. Io te lo do da un pezzo, no? Dammi del tu da ora in poi... e dimmi di sì..."
"Sì, Alessandro... ci possiamo provare... O Signore! Non ci riesco proprio a dirle 'maritino mio', dottore!"
"No, niente dottore. Ci puoi riuscire, Alda, so che ci puoi riuscire. Come lo chiamavi tuo marito?"
"Carlo..."
"No, con che nomignolo, di fronte agli altri?"
"Papà... lo chiamavo papà..."
"Bene, Alda, bene. Mi chiamerai papà, allora. Non dovrebbe essere troppo difficile, no?"
"Forse no... ma e... i nostri figli? Come facciamo per i nostri figli?"
"Li cerchiamo, sia tu che io. D'accordo?"
"Sì... papà." disse la donna ed arrossì.
Alessandro era deciso. Alda era davvero la moglie perfetta. Ora dovevano solo trovare due figli, o almeno un figlio oppure anche una figlia. Tornato a casa, appena vide Clara, pensò che poteva chiedere a lei se se la sentiva di fare la parte di sua figlia. Poi scartò l'idea: essendo incinta, avrebbe anche dovuto avere un marito, e proprio non ce lo vedeva Rodolfo, goffo ed impacciato come era: un ottimo servitore, ma un pessimo genero. No, purtroppo Clara non poteva andare bene. A parte il fatto che Alda avrebbe dovuto avere quella figlia quando aveva solo quindici anni... Anche invecchiando un po' Alda e ringiovanendo Clara... No, non era una buona idea.
Inoltre un figlio sarebbe forse stato meglio che non una figlia, per uno con la mentalità di quel maledetto Gerbini. L'erede dell'industria, il futuro padrone di Giocagiò... Sì, era indubbiamente meglio trovare un figlio.
Pensò a Donato Giorgetti: il ragazzo era simpatico ed in gamba... ma no, era troppo in là con l'età. Inoltre abitava in Ancona e avrebbe dovuto chiedere un permesso dalla scuola in cui insegnava... e se quel Gerbini avesse voluto incontrare il progettista dei suoi nuovi giocattoli, non poteva dire che il progettista era suo figlio... No, anche Donato non poteva andare bene, purtroppo. Inoltre fisicamente era troppo diverso sia da lui che da Alda.
Un ragazzo sui sedici, massimo venti anni... in base all'età avrebbe deciso quando aveva sposato Alda, ma non poteva averla sposata troppo giovane, questo poteva fare una brutta impressione su quel Gerbini... Se il figlio avesse avuto venti anni, doveva aver sposato Alda quando la donna aveva ventidue, ventitré anni... Sì, perciò venti anni erano l'età massima che avrebbe dovuto avere il ragazzo. Un po' meno sarebbe stato anche meglio.
Sedici, diciassette anni no, un minorenne non andava bene. Doveva essere un ragazzo che potesse decidere da solo. Non poteva chiedere l'autorizzazione alla famiglia del ragazzo per una cosa del genere. Quindi fra i diciotto ed i venti anni... E possibilmente senza un famiglia addosso... Un ragazzo indipendente. Una cosa piuttosto rara, ormai, dato che i figli tendevano a stare in casa dei genitori sempre più a lungo... Un ragazzo giovane, indipendente, ma anche di discreta cultura: un liceale dell'ultimo anno o un universitario del primo, secondo anno. Ma soprattutto un ragazzo indipendente.
Sarebbe stato tutt'altro che facile. Doveva anche essere un ragazzo che non avesse nessun accento regionale o, al massimo, che avesse un accento bolognese... Cavolo, tutt'altro che facile, si stava rendendo conto Alessandro. Però, ora che aveva trovato una "moglie", non si voleva arrendere. Doveva a tutti i costi trovarsi anche il figlio giusto!
Gli venne un'idea: doveva andare all'uscita di un liceo, o anche all'università e vedere se trovava qualche tipo adatto... Però... come l'avrebbe abbordato? "Scusa, vuoi fare finta di essere mio figlio?" no, l'avebbero preso per un matto, per uno svitato. "Ti andrebbe di fare una recita un po' speciale?" Una recita, sì, però... come avrebbe reagito lui, quand'era un ragazzo, se uno sconosciuto l'avesse abbordato per la strada facendogli una proposta come quella? Quasi certamente non avrebbe reagito bene.
Nonostante facesse freddo, passeggiava su e giù per il giardino della sua villa immerso in questi pensieri. "Senti, ti andrebbe di fare un lavoretto part-time?" ecco sì, forse questo approccio poteva andare meglio... magari il ragazzo sarebbe stato incuriosito e sarebbe stato a sentire di che lavoro si trattava... I ragazzi di quella fascia di età pare abbiano sempre bisogno di soldi, no? Però prima doveva essere sicuro che fosse un ragazzo libero, indipendente... Non gli andava di dover spiegare tutto al ragazzo prima ancora di essere sicuro che fosse il tipo giusto...
Ma un ragazzo sottoposto ad un interrogatorio di quel genere, prima di saperne il motivo, magari avrebbe pensato che gli stesse proponendo qualcosa di illegale... Quella "recita" poteva essere giudicata poco seria, ma certamente illegale non era. Nello stesso tempo, Alessandro temeva di essere troppo conosciuto in città per rischiare di esporsi eccessivamente. Cosa si sarebbe detto in giro se si fosse venuto a sapere che lui andava in giro per Bologna ad abbordare ragazzi all'uscita dalle scuole?
Comuque doveva esser un ragazzo spregiudicato per prestarsi ad una simile messa in scena. Gli elementi necessari stavano cominciando ad accumularsi un po' troppo in fretta... Il ragazzo doveva avere fra i diciotto ed i venti anni; non essere fisicamente troppo dissimile da lui e da Alda, meglio ancora se somigliava in qualcosa ad uno dei due; doveva o non avere nessun accento o avere un accento bolognese; doveva avere una certa cultura, essere indipendente dalla famiglia, essere libero nel periodo in cui avrebbe dovuto incontrarsi con Gerbini, essere piuttosto spregiudicato ma sapersi dimostrare rispettoso nei confronti di Alda e suoi, avere una faccia da bravo ragazzo, sembrare un tipo di chiesa...
Cavolo! E dove lo trovava uno così? Però, liceali ed universitari a Bologna ce n'erano parecchi: possibile che fra tutti non ce ne fosse almeno uno con queste caratteristiche? Ci doveva essere... La cosa migliore era che cominciasse ad andare a vedere, forse. Non è che avesse poi tanto tempo a disposizione, doveva sbrigarsi. Doveva cominciare subito, il giorno dopo. In fabbrica in quel periodo non c'era un grande bisogno di lui e, in ogni caso, l'avrebbero potuto rintracciare in qualsiai momento col telefonino...
Così Alessandro, dopo aver avvertito Alda, la mattina seguente cominciò a passeggiare su e giù davanti ad un liceo guardando i ragazzi che entravano: fisicamente ce n'era più di uno che poteva andare bene e questo gli dette coraggio. Poi andò a gironzolare nelle varie facoltà ed anche qui vide qualche ragazzo, qualche matricola che poteva andare bene. Tornò a gironzolare davanti al liceo all'ora della fine delle lezioni, osservando attentamente tutti i ragazzi che sciamavano rumorosamente fuori dalla scuola.
Ripetendo le sue visite per due o tre giorni, cominciò a riconoscere qualcuno dei ragazzi, sia davanti al liceo che in facoltà, e mentalmente iniziò a fare una selezione... Stava lì come se aspettasse qualcuno e frattanto li osservava, discretamente ma attentamente, li ascoltava, li valutava.
Un accento meridionale o settentrionale gli faceva scartare alcuni ragazzi. Frasi colte al volo tipo "mio padre non me lo lascerebbe mai fare", oppure "eh, con una madre come la mia, neanche a pensarci" o simili, gliene faceva scartare altri. Espressioni o atteggiamenti troppo volgari, o da drogato, o ragazzi dall'aspetto troppo disordinato o addirittura di scarsa igiene personale ne eliminavano altri ancora. Così pure quelli con i capelli tagliati in modo troppo originale, da punk o da rasta o da skinhead... E poi quelli che avevano orecchini, o piercing, o anche tatuaggi... Quelli dall'aria strafottente, o da ribelli, o da mafiosi o da tonti... Quelli troppo grassi e quelli troppo magri... Il numero dei "papabili" si stava restringendo sempre più e anche troppo in fretta.
Però Alessandro ancora non si dava per vinto e continuava a fare la ronda e ad osservare tutti quei ragazzi.
Finalmente, sentendo che stava perdendo troppo tempo, si decise ad abbordare uno dei ragazzi che gli era sembrato un possibie candidato.
Si accostò al ragazzo, che in quel momento era un po' isolato dagli altri e, cercando di fare un sorriso accativante, gli disse: "Scusa, ti andrebbe di guadagnare un po' di soldi?"
I ragazzo lo guardò sorpreso, poi assunse un'aria sprezzante e gli disse: "Ma va a fa'n culo, stronzo! Mica sono una marchetta, io!"
Alesandro arrossì e si allontanò in fretta, pensando che per fortuna quel ragazzo non gliel'aveva gridato dietro, che per fortuna l'aveva detto quasi sottovoce.
Girò al primo angolo e si dette mentalmente delo stupido: non poteva trovare parole meno equivoche per tentare di agganciare quel ragazzo? Mentre si allontanava si sentiva ancora addosso lo sguardo pieno di disprezzo di quel liceale.
Cavolo, aveva deciso di chiedere se voleva un lavoro part-time, no? Perché se n'era uscito con una battuta tanto sballata?
Si chiese se provare ad andare all'università per tentare un altro approccio, però sentì che avea bisogno di fermarsi un attimo per riordinare le proprie idee, calmarsi e pensare meglio a quello che avrebbe dovuto dire, la prossima volta.
Quando fu abbastanza lontano dal liceo, entrò in un bar, andò a sedere ad un tavolinetto ed attese che arrivasse il cameriere. Quando la cameriera gli chiese che cosa desiderasse, ordinò un caffè.
Mentre lo sorseggiva lentamente, com'era abituato a fare, ripensò a quello spiacevole incidente che aveva appena avuto.
Ed improvvisamente trovò la soluzione al suo problema: sì, ora sapeva come trovare un ragazzo giovane, indipendente, pronto a guadagnare qualcosa prestandosi a fare quella recita. Solo non sapeva dove cercarlo. Poi gli venne una seconda idea. Uscì dal bar, ed a passo svelto andò fino alla stazione centrale: ricordava di aver visto, nell'edicola, una pubblicazione che poteva fare al caso suo.
Più si avvicinava alla stazione, più si sentiva sicuro di sé. Certo, perché non ci aveva pensato prima? Quella era quasi certmente la soluzione a tutti i suoi problemi. Bastava fare in modo che Alda non sospettasse nulla... ma questo non era poi così difficile. Arrivato all'edicola, osservò per un po' le pubblicazioni in vendita finché trovò quello che cercava.
La sfilò da dietro altre pubblicazioni e mostrandola all'edicolante, disse: "Questa. Quanto fa?"
Pagò, l'infilò nella tasca del cappotto ed a passo svelto tornò fino al parcheggio dove aveva lasciato la sua Lamborghini azzurra. Guidò fino a casa sentendosi contento ed eccitato.