Era venuta la sera ed il parco gradualmente si era vuotato, perché tutti erano andati a cena. Tutti meno il povero Gabriele, che sentiva sempre più forti i morsi della fame. Inutilmente di tanto in tanto s'era alzato per andare a bere: il suo corpo reclamava un po' di cibo.
Approfittando del buio crescente e del fatto che nessuno lo vedeva, Gabriele andò a fare il giro dei cestini dei rifuti e vi frugò dentro. Fu fortunato: trovò una mela sbocconcellata, stopposa, ma che a lui sembrò buonissima, mezzo hamburger freddo e sbrodoloso, qualche fondo di sacchetto di patatine fritte e di pop corn... Per il momento aveva in parte calmato la fame.
Tornò a sedere su una panchina, chiedendosi come avrebbe fatto a sopravvivere e si stava chiedendo se dopo tutto non avesse fatto male a fuggire, se il collegio non sarebbe stato meno brutto della situazione in cui si era cacciato.
Ad un certo puunto notò un uomo che camminava verso di lui. Doveva essere sulla quarantina, era vestito in modo anonimo e un po' trasandato, aveva una stempiatura pronunciata, un naso un po' schiacciato, occhiaie profonde. L'uomo arrivò davanti alla panchina su cui era seduto Gabriele e lo guardò. Il ragazzo ricambiò lo sguardo.
"Ciao." disse l'uomo, ed a Gabriele la voce sembrò miagolante.
"Ciao." rispose il ragazzo con voce incerta, pensando che forse era fortunato, che forse quello cercava un ragazzo.
"Aspetti qualcuno?" chiese l'altro con un sorrisetto freddo.
Gabriele si chiese che cosa dovesse rispondere. Se rispondeva sì, magari quello pensava che aspettasse un altro e se ne andava; se rispondeva no, quello pensava che non volesse saperne di lui e se ne andava ugualmente.
"Sì, un amico, ma credo che non arriva più, ormai." disse Gabriele infine sperando di aver dato la risposta giusta.
"Hai voglia di fare qualcosa? Con me?" gli chiese l'uomo continuando a guardarlo col suo sorrisetto vuoto e con voce melliflua.
"Sco... scopare?" chiese allora il ragazzo sentendosi arrossire.
"Hai un posto?" gli chiese allora l'altro.
"Io no. E tu?" chiese Gabriele pensando che forse, finalmente, aveva un colpo di fortuna.
"No... ma possiamo andare là fra i cespugli... Lo prendi in bocca, tu?" chiese lo sconosciuto.
"Qualsiasi cosa..." rispose Gabriele.
Andarono fra i cespugli, l'uomo se lo tirò fuori svelto e gli disse: "Dai, succhiamelo!"
Gabriele si inginocchiò sull'erba e lo prese in mano: era grosso, semieretto, aveva uno spiacevole odore di sudore e di poco pulito... ma il ragazzo si disse che non era il caso di fare lo schizzinoso. Abboccò quel membro e si mise a succhiarlo. A volte il naso gli sfregava contro la cerniera aperta e gli dava fastidio. La scostò con le mani e continuò a darsi da fare, finché finalmente l'uomo gli si scaricò in bocca: sembrava non smettere mai di lanciare i suoi schizzi. Poi si staccò dal ragazzo e se lo rimise a posto.
Gabriele si alzò e l'uomo, senza dire una parola, si girò per andarsene.
"Ehi, aspetta..." gli disse il ragazzo.
"Che vuoi?" chiese l'altro, ora in tono seccato.
"Non mi dai un po' di soldi? Ho fame..."
"Eh, no, bello mio. Se lo fai per soldi dovevi dirmelo prima, non dopo. Sennò mica ci venivo, con te." rispose l'uomo.
"Ma io ho fame... per favore..." chiese Gabriele, umiliato.
"E che ci posso fare io? Non porto mai i soldi con me quando vengo in questi posti." rispose secco l'uomo e si allontanò a passo svelto.
A Gabriele veniva da piangere. Uscì dai cespugli lentamente, e si sentiva arrabbiato con se stesso, con quell'uomo, con il mondo. Si dava dello stupido, dava dello stronzo a quel tale, odiava tutti! Il parco era nuovamente deserto. Gabriele tornò a sedere, sconsolato, su una panchina.
Guardò l'orologio: erano le dieci. Pensò che avrebbe potuto provare a vendere l'orologio... Forse il giorno dopo... Quella notte poteva stendersi su una panchina e dormire lì, nel parco... sempre che non arrivasse la polizia a fare la ronda...
Guardò di nuovo l'orologio; erano le undici e dieci. Un altro uomo emerse dall'ombra e camminando lentamente gli passò davanti, guardandolo da capo a piedi, poi passò oltre. Gabriele lo seguì con gli occhi. Dopo poco l'uomo tornò indietro. Doveva essere sulla cinquantina. L'uomo continuava a guardarlo e, quando gli arrivò davanti, si fermò.
"Buonasera..." disse l'uomo con voce bassa.
"Buonasera..." rispose Gabriele chiedendosi se doveva dirgli qualcosa o lasciare l'iniziativa all'altro.
"Tutto solo?" gli chiese l'uomo. Questo era vestito in modo sportivo, con abiti costosi.
"Sì... aspettavo un amico, ma credo che non arriva più, ormai." disse Gabriele guardandolo negli occhi.
"Sei un bel ragazzo... peccato che il tuo amico non è venuto... allora sei libero, adesso..." gli disse l'altro con un sorriso volpino.
"Sì... ma io lo faccio per soldi." rispose, questa volta mettendo subito in chiaro le cose.
"Certo, lo so. Quanto vuoi?" chiese l'altro.
"Cosa vuoi fare? Hai un posto?" chiese Gabriele cominciando a sperare...
"Sì... ma lo prendi in culo, tu?" chiese l'uomo.
"Sì... quanto mi dai?" insisté il ragazzo.
"Cinquanta. Però prima me lo succhi."
"Va bene." rispose Gabriele pensando che erano tanti soldi.
L'uomo lo portò fino ad una Punto parcheggiata ai limiti del parco. Guidò lungo i viali della circonvallazione, poi s'inoltrò in alcune viuzze. Fermò davanti ad una bassa costruzione. Portò Gabriele in un cortiletto, aprì una porta e lo fece entrare. Percorsero un corridoio ed entrarono in un'altra porta: era una minuscola camera da letto quasi completamente occupata da un letto matrimoniale dalle lenzuola stazzonate.
Si spogliarono in silenzio, salirono sul letto, e l'uomo prima se lo fece succhiare, poi fece stendere il ragazzo sul ventre, si infilò un preservativo, gli si stese sopra e lo fotté con vigore ed abbastanza a lungo, in un silenzio rotto solo dal lieve cigolare ritmico della rete del letto. Quando tutto fu finito si rivestirono, sempre in silenzio.
"Non potrei passare la notte qui?" gli chiese Gabriele con un filo di speranza nella voce, "Non so dove andare a dormire..."
"No, non è possibile. Sei scappato di casa?" gli chiese l'uomo.
"No... ho perso il portafogli e c'era anche il biglietto del treno..." mentì Gabriele.
"Capisco. Ma qui non ti posso far fermare." rispose l'uomo, pagò Gabriele e lo riportò nel parco.
Era l'una di notte. Arrivò ancora un giovane sui venticinque anni, che portò Gabriele fra i cespugli, gli fece calare i calzoni e gli dette ventimila lire per succhiarglielo mentre se lo menava... Aveva la fede al dito, doveva essere un uomo sposato.
Con settantamila lire in tasca, Gabriele si sentiva ricco e meno disperato. Il giorno dopo poté finalmente pagarsi da mangiare. Un po' gironzolò per la città, cambiando strada appena vedeva un poliziotto o un carabiniere da lontano. Tornò al parco a sonnecchiare, aspettando la sera; si sentiva stanco e aveva le ossa rotte.
Era a Bologna da cinque gorni, quando una sera un ragazzo sedette accanto a lui e gli offrì una sigaretta.
"No, grazie, non fumo." gli rispose Gabriele, osservandolo e chiedendosi se anche quello cercasse un ragazzo con cui scopare.
Non gli sarebbe spiaciuto, era sui venti anni, vestito abbastanza bene, ed aveva un'espressione amichevole. Anche l'altro stava osservando Gabriele.
"Quanti anni hai?" gli chiese il nuovo arrivato.
"Sedici." rispose Gabriele.
"Sì, me l'immaginavo. Tu non sei di qui. Da dove vieni?"
"Da un'altra città." rispose laconico Gabriele.
L'altro annuì: "Scappato di casa, eh? Proprio come me... sei anni fa. Io avevo quindici anni. Io vengo da Carpi. Sai dov'è?"
"No..."
"A nord di Modena. Anche tu fai marchette?" chiese il ragazzo.
"Sì... anche tu? Speravo che cercassi un ragazzo..." disse un po' deluso Gabriele.
"No. Dove abiti?"
"Qui." rispose laconico Gabriele.
"Già... all'inizio è dura, lo so. Anche io, all'inizio, non avevo un posto. Io mi chiamo Franco, e tu? Anche un nome inventato va bene..." aggiunse l'altro sorridendogli.
"Gabriele... mi chiamo Gabriele." rispose ricambiando il sorriso, timidamente.
"E tanto che fai la vita? Che sei scappato da casa?"
"Cinque giorni."
"Sì... e avresti bisogno di un bel bagno, mi pare."
Gabriele arrossì. L'altro continuò: "E non hai nemmeno da cambiarti, ci scommetto. Se vai avanti così, tra poco pari un barbone... e non trovi più nemmeno i clienti."
"E che posso fare, allora?" gli chiese Gabriele, sentendo che l'altro aveva ragione.
"Sei un bel ragazzo. Potresti avere buoni clienti, ma non qui, non in questa parte del parco. E dovresti essere pulito e vesito bene..."
"E come posso fare?" chiese di nuovo Gabriele.
"Non sai niente, proprio come me all'inizio. L'inizio è sempre duro e... o trovi la strada in salita o quella in discesa. Io per fortuna l'ho trovata in salita e in tempo. Quando cominci a fare quella in discesa è quasi impossibile cambiare direzione di marcia..."
"E che devo fare, allora?" chiese di nuovo Gabriele, sentendosi depresso.
"Tra poco devo andare, devo incontrare un buon cliente. Poi, più tardi, ho appuntamento con due amici, a Porta Castiglione. Sai dov'è?"
"No..."
"Non importa. Se mi aspetti qui, intorno all'una, fra l'una e le due... magari ci rivediamo... Se i miei amici sono d'accordo... non ti prometto niente ma... ci siamo passati tutti, sappiamo che vuole dire." disse il ragazzo alzandosi.
"Va bene, ti aspetto qui..." rispose Gabriele. Poi chiamò: "Franco?"
Il ragazzo si girò a guardarlo: "Che c'è?"
"Mi darai una mano?" gli chiese Gabriele con un filo di speranza nella voce.
"Vedremo. Tu fatti trovare qui." disse l'altro e si allontanò svelto.
Gabriele fece due clienti fra i cespugli, e per l'una era già seduto sulla panchina ad aspettare che tornasse Franco. Dovette attendere quasi tre quarti d'ora, e rifiutò le avance di un altro cliente. Poi vide tre ombre andare verso di lui e riconobbe in quella a sinistra quel Franco con cui aveva parlato a inizio serata.
"Ciao. Questo è Dario e questo è Sergio." gli disse Franco sedendo accanto a lui.
Sergio sedette dall'altra parte e Dario gli restò davanti in piedi.
"Così hai sedici anni... uno meno di me." gli disse Sergio. "Non sei niente male, proprio come ci ha detto Franco. E sono solo cinque giorni che fai marchette?"
"Sì..."
"Ti va un po' di erba?" gli chiese Dario.
"Erba?" chiese Gabriele, guardandolo stupito, poi capì, "Ah, marjuana. No, no, non l'ho mai fumata, io."
"E coca? Extasy? Altro? Con cosa ti fai?" gli chiese Sergio.
"No no, niente. Non ho mai provato droghe, io. Mai."
"Quando scopi, lo usi il goldone, il guanto? Prendi le tue precauzioni?" gli chiese Dario.
"No... non ne ho preservativi... Qualche cliente ce l'ha, però..."
"Che stronzo! Non sai che rischi di beccarti l'aids, o lo scolo, o le creste di gallo?" gli disse Sergio.
"Non... non so niente, io..." si scusò Gabriele.
"Dio che stronzo!" ripeté Sergio scuotando la testa.
"E dai! Che ne sapevi tu, quando hai cominciato?" gli chiese Franco.
"Io a tredici anni già sapevo tutto!" ribatté Sergio, ma un po' ammansito.
"Ci credo!" rise Dario, "Tua madre faceva la puttana!"
Gabriele notò che Dario aveva l'accento di un sardo: raddoppiava tutte le consonanti dove non doveva.
"Allora? Che ne dite?" chiese Franco agli amici.
"Si può provare..." rispose Dario, "Almeno per un po' si può provare..."
"Sì, ma patti chiari amicizia lunga. La regola fra noi è questa: ti tieni un fisso per mangiare, poi dividi tutte le spese con noi. Quello che ti avanza ci fai cosa cazzo vuoi. Ti va bene?" disse Sergio.
"Le spese? Che spese?" chiese Gabriele.
"Abbiamo affittato una stanza dove dormiamo e c'è pure il bagno: affitto, luce, gas... le spese. Per mangiare ognuno si arrangia. Nessun cliente in casa. Niente telefono, ognuno di noi ha il cellulare. Ce l'hai, tu?" spiegò Sergio. "È comodo, per farsi chiamare dai clienti che ti vanno a genio."
"Non ho niente. Ma... mi prendete a casa con voi?" chiese Gabriele iniziando a sperare.
"Ci possiamo provare, come s'è detto." gli disse Dario.
I tre ragazzi portarono Gabriele con loro. Arrivati in via Rialto, salirono fino al quarto piano. Era una grande stanza con tre letti contro le pareti, due armadi, un comò, due armadietti di metallo da spogliatoio, un tavolo in centro con quattro sedie, in paio di scaffali, il tutto un po' malandato, assortito e di stile diverso, un fornelletto in un angolo con tazze e bicchieri ed una piccola credenza, un'asse da stiro con sopra il ferro e da una parte alcuni scatoloni di cartone, un piccolo televisore ed uno stereo portabile...
Pareva più un magazzino che una camera da letto. La stanza aveva un'unica, ampia finestra che dava sulla via, che si poteva chiudere con una pesante tenda e che aveva sul davanzale tutta una fila di vasi con piante, alcune rigogliose, altre che parevano stentare a sopravvivere. C'erano anche due piccole stufe a gas poste ai due angoli opposti della stanza.
Il bagno era stretto e lungo: c'era, oltre al water, al bidè e al lavandino con un grande specchio, la vasca con la doccia, una vecchia lavatrice, panni stesi ad asciugare su due trespoli quadrati a più piani ed un cestone sgangherato di vimini con i panni sporchi. Sul lato opposto della parete c'erano alcuni pensili spaiati da cucina, poggiati a terra, con sopra boccette, flaconi, scatole di cleenex...
"Per ora ti mettiamo un materasso a terra. Appena possiamo ti troviamo un letto, possiamo metterlo lì, c'è ancora un po' di posto..." gli disse Franco.
"Lo devo pagare io, il letto?" chiese Gabriele.
"Se lo vuoi comprare, sì, e è tuo. Ma qui non abbiamo comprato niene, abbiamo trovato tutto qua e là. A parte le nostre cose personali, il resto è di tutti e di nessuno. Chi se ne va non si può portare via niente, a parte le cose che s'è comprato da solo." gli spiegò Dario.
"E nessuno tocca la roba degli altri, questa è una regola fissa. Non si tocca niente degli altri se prima non si chiede, neanche una spilla, è chiaro?" disse Sergio.
"Io non ho niente, a parte i vestiti che ho addosso e l'orologio..." disse Gabriele.
"A proposito, adesso sarebbe meglio se ti fai un bel bagno e lavi i vestiti. Sai usare la lavatrice?" gli chiese Dario.
"Non ho niente per cambiarmi..." disse Gabriele.
"Ti prestiamo noi qualcosa finché sono asciutti e stirati. Sai lavare e stirare, tu?" gli chiese Sergio.
"Non l'ho mai fatto..." disse Gabriele.
"Beh, ti insegniamo noi. Spogliati, adesso, e vai a farti il bagno. Lo scalda-acqua a gas è in bagno. Lo sai usare, almeno quello?" gli chiese Franco.
"Sì, penso di sì... Devo spogliarmi qui?" disse Gabriele.
"Mica ti vergogni, no? Noi qui si viaggia nudi o vestiti senza fare tante storie." gli rispose Sergio.
Così Gabriele iniziò la sua vita con i tre ragazzi. Questi gli trovarono un vechio letto in regalo da uno dei clienti, gli spiegarono come e dove andare a battere, quali erano le tariffe per le varie prestazioni, cosa e chi evitare, quali pericoli la loro vita poteva presentare, e gli fecero vedere dove tenevano la scorta di preservativi e le bustine di lubrificante per fottere.
Erano tutti e tre simpatici, Sergio un po' matto ma allegro e spiritoso, Dario riflessivo e di poche parole, Franco, benché avesse diciannove anni come Dario, era un po' il capo di casa, nonostante regnasse fra di loro una certa democrazia.
Gabriele, coi primi guadagni, si comprò un cellulare a scheda, poi anche qualche ricambio di abiti e soprattutto la biancheria intima. Dietro la porta appendevano con puntine da disegno bigliettini quando dovevano ricordare, per se stessi o per gli altri qualcosa, benché usassero spesso il cellulare per mandarsi SMS.
Ognuno aveva le chiavi di casa ed andava e veniva a suo piacere. Di solito dormivano fino a mezzogiorno o anche all'una. Qualche volta si trovavano tutti e quattro nel pomeriggio ed a volte uscivano anche tutti e quattro assieme. Avevano fatto vedere a Gabriele dove poteva andare a mangiare spendendo poco, dove andare a battere per trovare i clienti migliori, quali zone evitare.
Gradualmente si formò un'amicizia più stretta fra Dario e Gabriele. E, se anche prima o poi il ragazzo andò a letto con ognuno dei compagni, era proprio con Dario che capitava più spesso, così come capitava più spesso fra Sergio e Franco. Avveniva comunque abbastanza di rado: dovevano farlo anche troppo di frequente con i clienti.
Quando due di loro avevano voglia di fare l'amore, che ci fossero nella stanza anche uno o l'altro dei compagni, non faceva nessuna differenza. Gabriele s'era anche abituato a girare nella stanza seminudo o nudo del tutto, senza problemi, imitando i compagni. La porta del bagno non si poteva chiudere, e capitava anche che mentre uno si stesse facendo il bagno, un altro andasse ad usare il water, o a farsi la barba, a lavarsi i denti.
Così passarono i mesi, a volte si passavano i clienti l'uno con l'altro, raramente capitava che andassero anche in due con lo stesso cliente. Gabriele stava guadagnando discretamente, tanto da cominciare ad avere un passabile guardaroba e da comprarsi anche qualche libro, perché a lui piaceva molto leggere.
Gli amici portarono Gabriele anche nei locali gay o misti, discoteche, pub, birrerie, saune, dove potevano non solo trovare qualche cliente, ma anche semplicemente rilassarsi e divertirsi. Conobbe qualche altra marchetta, ma gli unici che Gabriele sentiva come veramente amici, erano i tre con cui condivideva la stanza.
Quando finalmente Gabriele compì diciotto anni, gli amici gli fecero la "festa della liberazione". Gli fecero trovare in casa un vassoio di paste, una bottiglia di spumante e tre piccoli regali. Sergio gli regalò due CD di house-music, Franco un libro di foto di bei nudi maschili, e Dario un set di indumenti intimi Tommy Hilfiger.
Ora Gabriele non doveva più temere di essere fermato dalla polizia e di essere rimandato a casa. Davvero si sentiva "liberato". Gli amici, quando gli aveva raccontato la sua storia, avevano riso divertiti all'idea che il loro compagno fosse il "figlio di un prete" e che ora facesse la vita come loro...
Gabriele era anche venuto a sapere la storia dei tre amici e del loro graduale trovarsi assieme.
Dario, che come aveva immaginato era nato in Sardegna, era rimasto orfano da piccolo ed era stato allevato dal fratello della madre, un uomo sposato con tre figli. Lo zio, quando Dario aveva dodici ani, l'aveva violentato, poi aveva continuato a profittare di lui quasi ogni giorno, nel retro della bottega di alimentari che l'uomo aveva ad Alghero, fin quando Dario aveva quattordici anni. Qualche volta lo zio lo faceva anche appartare nel retro con qualche amico...
Poi, a quattordici anni, il ragazzino s'era innamorato di uno degli amici dello zio, con cui aveva fatto l'amore su richiesta dello zio. L'uomo l'aveva preso con sé e l'aveva portato come apprendista nel suo laboratorio di legatoria a Sassari, e gli aveva insegnato il mestiere. L'uomo, che viveva da solo, l'aveva anche preso in casa con sé, nel proprio letto, e faceva l'amore con il ragazzetto.
Quando però Dario scoprì che l'uomo aveva pagato lo zio per scoparselo, poi per portarselo via, ci rimase molto male e pensò che, se doveva essere trattato come una puttana, tanto valeva che lo facesse per conto suo, a proprio beneficio, così a sedici anni era andato via da Sassari ed aveva preso il traghetto per Civitavecchia. Aveva cominciato a vendersi già sul traghetto... S'era poi spostato gradualemente, battendo nei cessi dell'autostrada, fino ad arrivare a Bologna, dove aveva conosciuto Franco ed erano diventati amici.
La storia di Sergio era piuttosto diversa. Era nato a Bologna ed era figlio di un commercialista e di una professoressa di matematica. A tredici anni aveva scoperto di essere gay. All'inizio s'era divertito con i compagni di scuola, poi aveva cominciato a battere per divertimento, perché gli piaceva farlo con uomini adulti, finché un giorno aveva scoperto che il padre andava a cercarsi ragazzi nei parchi... Aveva allora quindici anni.
Il confronto con il padre era stato pesante per tutti e due. Il padre, atterrito, gli aveva offerto soldi purché non dicesse niente alla madre... Sergio li aveva rifiutati. Poi, una sera che la madre non era in casa, il padre gli aveva proposto di scopare con lui... e Sergio aveva rifiutato ancora più sdegnosamente. La sola idea di farlo con il padre gli dava la nausea. I due passarono mesi di tensione, riuscendo malamente a nascondere alla madre il motivo del loro attrito.
Alla fine Sergio aveva deciso di andarsene di casa. La madre non voleva intendere ragione e non capiva il motivo di quella decisione, il padre invece gli dava ragione e non vedeva l'ora che Sergio se ne andasse. Finalmente, quando aveva sedici anni, Sergio aveva smesso di andare a scuola ed aveva cominciato a battere per soldi, cioè a fare marchette ed aveva interrotto ogni rapporto con la famiglia. Aveva poi conosciuto Franco ed era andato a vivere con lui.
Franco, infine, era scappato di casa quando aveva quindici anni. Suo padre aveva un'officina meccanica a Carpi e Franco lavorava lì come i fratelli. Quando aveva quattordici anni era stato sedotto da uno degli operai del padre, Ovidio, un ragazzo di venti anni, ed aveva cominciato a fare l'amore con lui. Non sapeva che il ragazzo aveva sedotto, pochi mesi prima, anche suo fratello Giorgio, che aveva due anni più di lui.
Un giorno il padre aveva scoperto il fratello mentre scopava con il giovane meccanico. Aveva denunciato Ovidio per corruzione di minore e preso a cinghiate Giorgio e l'aveva segregato in casa. Allora Franco, benché nessuno sapesse di lui e di Ovidio, da Carpi era scappato a Modena. Qui, mentre chiedeva l'elemosina per sopravvivere, era stato agganciato un camionista, che gli aveva offerto soldi ma solo se avesse fatto sesso con lui. Franco aveva subito accettato e l'uomo se l'era portato nella cuccetta del camion dove l'aveva scopato per un paio di giorni, mentre andava in giro per la regione.
L'uomo gli aveva detto che a Bologna poteva trovare più clienti ed aveva anche spiegato a Franco dove gli conveniva andare a battere. L'aveva quindi lasciato a Bologna. Qui il ragazzetto aveva trovato subito buoni clienti e presto aveva potuto andare a vivere, proprio in quella stanza, con un altro ragazzo che faceva marchette come lui. L'altro ragazzo poi aveva deciso di trasferirsi a Milano, così Franco era rimasto da solo.
In seguito Franco aveva conosciuto prima Dario, poi Sergio e così s'erano messi assieme. I tre amici avevano spiegato a Gabriele che, benché tutti e tre fossero "felicemente" gay, a volte dicevano ai clienti che non lo erano e che lo facevano solo per soldi: infatti qualcuno degli uomini si eccitava di più all'idea di portarsi a letto un ragazzo "normale".
In quei due anni in cui Gabriele aveva vissuto con gli amici, avevano gradualmente migliorato l'aspetto della loro stanza, soprattutto su suggerimento di Gabriele. Il ragazzo sognava di poter un giorno andare a vivere in un appartamentino, se non elegante, per lo meno gradevole, che fosse con gli amici o da solo.
Il problema però era che fra tutti e quattro non è che guadagnassero moltissimo: non potevano alzare troppo i prezzi, specialmente da quando era iniziata la concorrenza da parte di ragazzi extra-comunitari.
C'era una certa rivalità fra i cosiddetti "marocchini", cioè i ragazzi di etnia araba che provenivno dal nord'Africa, gli "albanesi" ciè i ragazzi che provenivano dai paesi slavi e dell'Europa dell'est, e i "nostrani" cioè i ragazzi italiani come loro quattro.
Ogni gruppo batteva in certe parti della città ed era più prudente che nessuno di loro oltrepassasse gli invisibili confini delle zone che ogni gruppo aveva scelto. A volte scoppiavano anche risse, benché nessuno dei gruppi avesse interesse che potesse intervenire la polizia.