Far parte della Chiesa Evangelica Pentecostale in un paese come l'Italia, a stragrande maggioranza cattolico, non è una cosa semplice. Questo, nonostante in realtà i cattolici lo siano più di nome che di fatto, e malgrado la politica di ecumenismo che la Chiesa Cattolica da anni pare perseguire.
La Comunità Evangelica, proprio perché costituisce una piccola minoranza, è di conseguenza molto stretta attorno alla propria chiesa, e anche molto praticante e fedele al proprio credo, comunque molto più che non una normale parrocchia cattolica. Questo comporta una specie di "controllo" reciproco riguardo all'ortodossia, sia fra i fedeli della chiesa, che da parte del pastore riguardo al suo gregge.
In questo contesto essere il figlio del pastore diventa una condizione gravosa. La famiglia del pastore, infatti, deve essere la prima a dare il buon esempio alla congregazione, deve essere inappuntabile. Ha gli occhi di tutti puntati addosso, e dicendo tutti, per quanto possa sembrare strano, non si intende solo parlare dei membri della congregazione, ma anche dei cattolici... Questi ultimi, infatti, se uno scandalo scuotesse la famiglia di un pastore, si farebbero in quattro a commentare con spirito critico e... poco cristiano.
Perciò Gabriele Bettazzi, il terzo dei quattro figli del Pastore Bettazzi della congregazione di Cristo Redentore di Milano, aveva avuto fin da piccino una vita non brutta, ma neppure piacevole. Il padre e la madre avevano allevato i figli con un certo rigore, seguendoli e dirigendoli anche nelle piccole cose, ricordando loro continuamente che dovevano essere di esempio agli altri.
Come tutti gli adolescenti, Gabriele ad un certo punto aveva sentito crescere dentro di sé un senso di ribellione nei confronti delle infinite regole di comportamento che i genitori gli imponevano. Non aveva in sé la forza per opporsi apertamente, perciò cercava in tutti i modi di ritagliarsi piccoli spazi personali e segreti, entro cui poter "respirare".
Nel 1994 Gabriele stava per compiere quattordici anni. Aveva raggiunto la pubertà da meno di un anno e questo, logicamente, aveva aumentato i suoi problemi. Infatti sapeva bene, grazie agli insegnamenti del padre, che la sesualità è una pericolosa componente dell'uomo, da tenere a bada, a cui non si poteva concedere spazio nella vita se non quando fosse giunto il momento del matrimonio.
Per Gabriele questo costituiva un grosso problema: gli stimoli che sentiva crescere in sé con lo svilupparsi del suo corpo erano sempre più forti e solo l'idea di doverli reprimere per almeno dieci anni, a volte lo faceva impazzire: come poteva davvero farlo se a volte non riusciva a resistere neppure per un paio di giorni? Non solo, più cercava di non "cadere in tentazione" più questa si faceva sentire ora ruggente, ora subdola, ora allettante, ora talmente forte da farlo stare male anche fisicamente.
Era una lotta senza speranza. Così Gabriele decise che, anche per quel problema, non gli restava che una soluzione: crearsi un piccolo spazio segreto in cui lasciarsi andare. Il problema però era reso più grave anche dal fatto che il ragazzino si stava rendendo conto che qualcosa di strano stava avvenendo in lui: si sentiva sempre più attratto dai suoi compagni e non dalle ragazzine.
Sapeva bene che, se cedere agli stimoli sessuali sarebbe stato un peccato grave, cedere al peccato di Sodoma sarebbe stato un peccato abominevole. Ma, con crescente smarrimento, si accorgeva che a lui stava proprio accadendo quello. Pareva che tutto congiurasse contro i suoi buoni propositi: la pubblicità sulle riviste che mostrava sempre più spesso corpi seminudi di bellissimi e giovani uomini, i programmi della TV, i film, persino le riproduzioni delle opere d'arte sui suoi libri di scuola...
Nei momenti più diversi e più insospettati, tutte quelle immagini parevano guardarlo, invitarlo, allettarlo, parevano sorridergli con malizia e sussurrargli: "Ti piaccio, vero? sono bello, no? ti piacerebbe toccarmi, spogliarti nudo anche tu e farti abbracciare da me, abbracciarmi, carezzarmi, baciarmi... Ti piacerebbe farlo con me, no?"
Gabriele sperava di far diminuire quella crescente pressione, quella sempre più virulenta sensazione, quella tentazione crescente ed aggressiva, dandosi sollievo da solo... Ma proprio mentre lo faceva, quelle immagini gli si presentavano alla fantasia più vivide che mai, più allettanti che mai. Subito dopo se ne pentiva, se ne vergognava... ma solo per poche ore e tutto ricominciava da capo.
Non solo, ma anche i suoi compagni, o almeno i più belli, i più sviluppati fra loro, gli sembravano via via sempre più desiderabili, sempre più allettanti. Guardarli, non solo seminudi nello spogliatoio o nudi nelle docce dopo l'allenamento in palestra, ma anche vestiti di tutto punto, seduti nei banchi in classe, gli procurava sempre più forti erezioni... Ed anche i loro volti, i loro corpi, o il lieve rigonfio nei loro calzoni si affacciavano nelle sue fantasie, persino mentre si stava quietamente addormentando nel proprio lettino.
Una domenica mattina, uscendo dal Tempio dopo la funzione tenuta dal padre, Martino, il suo compagno nel coro della chiesa, suo amico e coetaneo, gli aveva chiesto se voleva andare a pranzo a casa sua, così, dopo, avrebbero potuto giocare con il suo nuovo videogioco "Il segreto dei Ninja - 2". Il padre di Martino, uno degli anziani della congregazione, chiese il permesso al pastore che accondiscese senza problemi. Così Gabriele andò a pranzare a casa del suo amico.
Dopo il pranzo Gabriele andò nella camera di Martino col suo amico. Questi aveva acceso il PC, messo su il CD e sullo shermo avevano cominciato ad apparire le immagini dell'introduzione del gioco. Mentre Martino gli spiegava le regole fondamentali e facevano scorrere i personaggi per sceglierli, Gabriele guardava le immagini: erano tutti uomini giovani, alti, muscolosi, disegnati in modo perfetto. Il ragazzo sentì quello stimolo particolare risvegliarsi in lui...
"Sono disegnati bene, vero?" gli disse Martino.
"Altro che! Meglio che nel numero uno, molto meglio: sembrano quasi fotografie!" commentò Gabriele.
"Sì, e si muovono anche meglio. Ecco, tu prendi questo joystick, io uso quest'altro. Scegli tu, vuoi la squadra viola, quella verde o quella nera?"
"Tutti contro tutti, hai detto, vero?"
"Sì, la squadra che rimane è giocata dal computer. Quale vuoi, tu?"
"Quella verde." disse Gabriele pensando che il 'capo' era un gran bel fusto, "E tu quale prendi?"
"Io quella nera. Dai, cominciamo."
Si misero a giocare. A differenza del gioco numero uno, oltre alle lame rotanti, alle sfere di fuoco, alle due spade ed alle altre armi, in questo gioco c'era anche la possibilità di lottare corpo a corpo, con calci, pugni e "prese" speciali. Giocarono. La prima gara la vinse Martino, che già conosceva il gioco, ma la seconda fu vinta da Gabriele. Durante la terza mano, ad un certo punto, il personaggio di Martino fece una presa su quello di Gabriele, i due personaggi caddero a terra, quello verde a quattro zampe e quello nero sopra che cercava di imobilizzarlo.
Martino ridacchiò. Gabriele gli lanciò un'occhiata e gli chiese: "Perché ridi? Cos'è conosci una mossa segreta?"
"No..." rispose l'amico, "È che... non vedi, pare che il mio voglia scopare col tuo..."
Gabriele riadacchiò a sua volta, un po' imbarazzato, ma pensando che era vero. "Magari se muoviamo le leve nel modo giusto... glielo possiamo far fare davvero!" commentò lanciando un'altra occhiata all'amico.
"Beh... non proprio, ma... se mi fai azionare anche il tuo joystick, posso farti vedere qualcosa che gli somiglia..."
Gabriele, senza dire nulla, spinse il suo joystick verso Martino. L'amico, azionandoli tutti e due, fece muovere avanti e dietro il ninja nero sopra a quello verde e pareva davvero che lo stesse fottendo. I due ragazzi ridacchiarono.
"Dai, fai provare anche me!" disse Gabriele.
"Attento, non mollare i pulsanti o uno dei due si alza di nuovo in piedi... ecco... adesso muovi solo il mio a destra e sinistra, ma piano..."
Gabriele ci provò, e quando si sentì sicuro sui comandi, accelerò il movimento di quello nero e fece ondeggiare un po' anche quello verde... I due ragazzini ridacchiarono di nuovo.
"Al tuo pare che piace!" notò Martino.
"Anche a quello sopra, guarda..." disse Gabriele muovendo le leve in modo che il ninja nero si muovesse con maggiore energia.
"Peccato che non si può anche farli spogliare..." sussurrò Martino.
Gabriele si rese conto che gli stava venendo una forte erezione. Con la coda dell'occhio guardò fra le gambe del suo amico che era seduto accanto a lui a contatto di gomito e notò che anche l'amico aveva una visibile erezione sotto i jeans attillati.
"Pare che il tuo joystick si sia... svegliato." disse e rapidamente spostò la mano destra dal joystick di plastica alla patta dell'amico, palpandolo.
Martino ebbe un breve sobbalzo ma non si sottrasse e invece ridacchiò di nuovo: "Sì, hai ragione... e il tuo?" chiese ed a sua volta mise una mano fra le gambe di Gabriele... "Anche il tuo è bello duro..." sussurrò.
Il gioco, abbandonato a se stesso sul monitor del computer, si svolgeva senza che nessuno dei due ragazzetti lo seguisse più: un ninja nero stava massacrando, senza incontrare la minima opposizione, sia l'avversario viola che quello verde. I due amici si stavano palpando a vicenda in modo ormai esplicito, guardando ognuno fra le gambe dell'altro.
"Tu te lo meni?" gli chiese Martino sottovoce.
"Io sì, qualche volta... e tu?"
"Anche due o tre volte al giorno... L'hai mai fatto con un altro?"
"No, mai..."
"Ti va di farlo con me?" gli chiese Martino facendo scorrere in giù la cerniera lampo dei calzoni dell'amico.
"È pericoloso... se arriva uno dei tuoi..." disse Gabriele sentendosi avvampare ma senza far nulla per far smettere l'amico, anzi, palpando con maggiore piacere il turgore che sentiva sotto i panni di Martino.
"Vieni con me, allora..." gli disse l'altro, che aveva infilato una mano nella patta di Gabriele e gli carezzava il membro duro attraverso i leggeri slip di cotonina.
Gabriele stava provando un forte piacere nel sentire il calore della mano dell'amico. Con voce bassissima e lievemente soffocata per l'emozione, chiese: "Dove?"
Martino si alzò in piedi. Gabriele si alzò a sua volta e si richiuse la patta. Per la prima volta i due ragazzi si guardarono negli occhi: Martino aveva un sorrisetto compiaciuto, Gabriele si sentì arrossire ma gli sorrise e di nuovo chiese: "Dove?"
"In cantina..."
"Ma i tuoi che dicono?"
"Diciamo che ti voglio far vedere il mio vecchio trenino elettrico... non diranno niente. Vieni."
I due ragazzi presero l'ascensore, scesero a pian terreno, Martino aprì la porta della cantina, accese la luce, scesero le scale, poi aprì la porta metallica della cantina di famiglia. Dentro c'era il solito cumolo di vecchie cose. Martino prese un paio di scatoloni e li mise, uno sopra l'altro, contro la porta, bloccandola. Aprì lo scatolone superiore che conteneva i pezzi del trenino.
"Ecco fatto. E adesso..." disse e subito mise la mano sulla patta di Gabriele: "Ce l'hai ancora duro..."
I due ragazzi si aprirono i calzoni e se lo tirarono fuori dalle mutande. Ritti uno davanti all'altro, iniziarono a masturbarsi a vicenda. A Gabriele piaceva incredibilmente sia sentire la mano dell'amico sul suo membro nudo, sia avere in mano quello sodo e caldo di Martino. Se lo menarono l'un l'altro per un po'. Gabriele si sentiva addosso un calore intenso. Ogni tanto si guardavano negli occhi e ridacchiavano.
Poi Martino gli si accoccolò davanti, gli prese il membro fra le mani, vi avvicinò il viso e prese a leccarlo.
"Che fai!" chiese Gabriele sorpreso, facendo un lieve, involontario sobbalzo indietro, ma provando un piacere ancora più intenso.
Martino non rispose, ma prese il membro dell'amico fra le labbra e se lo fece scivolare tutto in bocca, lentamente, succhiandolo e muovendoci contro la lingua.
"Ooohhh..." mugolò Gabriele iniziando a tremare per l'intensità del piacere, "Chi t'ha insegnato questo?"
Martino non rispose, ma con una mano prese ad impastare delicatamente i testicoli dell'amico e con l'altra a carezzargli il pube ed il ventre.
"Ooohhh..." mugolò di nuovo l'amico, appoggiandosi allo scaffale dietro di lui e spingendo istintivamente in avanti il bacino per entrare più a fondo nella bocca calda ed umida dell'amico.
Dopo un po' Martino si rialzò in piedi. Guardando con un sorrisetto soddisfatto l'amico gli chiese: "Ti è piaciuto, vero?"
"Cavolo, sì. Perché hai smesso?"
"Adesso lo fai un po' tu a me..."
"Non lo so... non l'ho mai fatto..." disse incerto il ragazzo chiedendosi se non sarebbe stato disgustato dal sapore di orina che pensava di sentire.
"E dai, adesso tocca a te." insisté Martino mettendogli le mani sulle spalle e spingendolo giù.
"Non so se mi piace..." protestò Gabriele, ma si accoccolò davanti all'amico.
Prese fra le mani i genitali turgidi dell'altro, vi avvicinò il volto e ne sentì l'odore: non era odore di orina, ma un vago sentore di bagno schiuma. Timidamente tirò fuori la lingua e lo lappò: anche il sapore non era affatto disgustoso. Allora, facendosi forza, lo prese fra le labbra e spinse in avanti la testa lasciandoselo scivolare in bocca.
Un po' stupito, provò una sensazione gradevole! Era caldo, sodo eppure vellutato, e non aveva affatto un cattivo sapore! Prese a succhiarlo ed a muoverci contro la lingua come aveva fatto poco prima Martino con lui. L'amico gli prese gentilmente la testa fra le mani ed iniziò a muovere avanti e dietro il bacino, pompandoglielo nella bocca. Allora anche Gabriele, imitando quello che aveva fatto l'amico, prese ad impastare i testicoli di Martino ed a carezzargli le cosce, i fianchi ed il ventre. Gli piaceva! Eccome se gli piaceva!
Si alternarono per un po' così, finché Martino, senza nessun preavviso, iniziò a schizzargli in gola i suoi getti di tiepido seme. Gabriele si tolse in fretta... ma non sufficientemente... mentre l'amico continuava a scaricarglisi contro il viso, ne sentì il gusto: era strano, ma niente male... Allora lo riprese in bocca e ne succhiò le ultime gocce.
Quando l'amico non fu più in grado di dargli neanche una goccia, Gabriele prese dalla tasca il fazzoletto e si pulì il viso. Poi, guardando con un sorrisetto l'amico, gli disse: "Ma adesso tu ti bevi tutto il mio!"
Martino annuì con un sorrisetto e si accoccolò di nuovo davanti a lui, senza parlare. Prese a succhiarglielo di nuovo e dopo poco anche lui bevve tutto il seme di Gabriele, senza lasciarsene sfuggire neppure ua goccia. Quando si rialzò si asciugò le labbra col dorso della mano e sorrise, soddisfatto, all'amico.
"Hai un buon gusto, Gabriele. M'è piaciuto." gli disse con voce lieve.
"Anche a me... non è niente male." rispose l'amico arrossendo un poco.
Così i due ragazzi iniziarono a trovarsi sempre più spesso e dopo poche volte che lo facevano, una volta che erano soli in casa, Martino convinse l'amico a provare anche a prenderlo di dietro: aveva una lozione speciale per facilitare la cosa. E a Gabriele piacque moltissimoo anche quella nuova variante, sia quando fu Martino a prendere lui, sia quando fu lui a metterlo a Martino...
Quando erano sicuri che nessuno li potesse ascoltare, ne parlavano anche. Martino gli disse che lui sapeva già da un anno di essere gay, che lo faceva anche con altri ragazzi, ed un giorno gli fece vedere una rivista gay con molte foto a colori di ragazzi che scopavano fra di loro.
"Dove l'hai trovata?" gli chiese Gabriele incuriosito ed eccitato.
"Me l'ha data il mio capo scout..."
"Ma va? È gay lui pure?"
"Sì, la prima volta l'ho fatto proprio con lui, al campo estivo... Lui aveva diciannove anni io tredici. E nel nostro riparto ci sono altri due come noi... qualche volta ci si diverte anche tutti e quattro insieme..."
"Cavolo, mi piacerebbe..."
"Vieni anche tu negli scout, no?"
"Mio padre non vuole, purtroppo. Però mi piacerebbe avere una di queste riviste... dove si comprano?" chiese Gabriele.
"Non le vendono a chi ha meno di diciotto anni."
"Ma se io ti do i soldi, non puoi chiedere al tuo capo di comprarne una e dartela?" gli chiese Gabriele.
"Magari me ne regala un'altra..."
"E tu, poi, me la dai?"
"Io ti do questa se me ne regala un'altra, va bene?"
"Altroché!"
Così, oltre a continuare, di tanto in tanto a farlo con Martino, un giorno finalmente Gabriele poté portarsi a casa la rivista gay che l'amico gli aveva regalato. L'aveva portata in casa tenendola nascosta sotto i vestiti, infilata nelle mutande e sotto la T-shirt. Arrivato in camera sua, l'aveva nascosta su in alto nella libreria, dietro alla collana di romanzi per ragazzi che i genitori gli avevano comprato quando era più piccolo.
A volte la sera la tirava fuori, quando sapeva che in casa dormivano tutti, la sfogliava stando sotto le coperte, illuminandola con la torcia elettrica, e si masturbava guardando le belle foto a colori. Faceva sempre attenzione di venire nei cleenex che aveva preparato. Poi nascondeva di nuovo la rivista su nella libreria, metteva i cleenex umidi in un sacchettino di plastica e lo infilava nella cartella di scuola. La mattina, nel tragitto fra casa e scuola, gettava il sacchetto nei bidoni della spazzatura.
Ma un giorno, tornato a casa da scuola, sentì immediatamente che c'era aria di tempesta. Ne capì subito il motivo: la madre, avendo deciso di pulire a fondo la stanza dei figli, era entrata in quella di Gabriele e per prima cosa aveva tolto tutti i libri dalla libreria, per spolverarla e passarci il prodotto per lucidare i mobili... Aveva così trovato la rivista.
Il padre gli fece una sfuriata, lo accusò delle peggiori cose, e volle sapere chi gli aveva dato quella rivista.
"Un uomo... non so chi è." rispose Gabriele, che non voleva che il padre potesse sospettare di Martino.
Apriti cielo: "Ma come! E tu fai queste sconcezze con uomini che non conosci?" eccetera eccetera.
Gabriele, che aveva ormai sedici anni, aveva detto al padre di essere gay, che non ci poteva fare niente, che aveva provato a resistere, ma che quella era la sua natura... Aveva provato a ragionare con il padre, ma per tutta risposta si prese una scarica di ceffoni e fu segregato in camera per alcuni giorni.
Poi il padre gli comunicò che aveva deciso di metterlo in collegio, un collegio svizzero gestito dalla Comunità Evangelica della Svizzera tedesca. Gli disse anche che aveva avvertito il direttore del "problema" di Gabriele, e che l'avrebbero tenuto d'occhio, anzi, l'avrebbero "curato" con iniezioni di ormoni maschili, perché evidentemente doveva essere quello il problema... Infatti era un ragazzino troppo delicato, forse persino un po' effeminato...
Gabriele a casa di Martino aveva letto alcune pubblicazioni che spiegavano chiaramente come essere gay non fosse una malattia e tanto meno qualcosa da curare, ed all'idea si sentì perso. Sapeva bene di non essere affatto più delicato o "effeminato" della maggioranza dei suoi compagni... Capiva però che sarebbe stato inutile opporsi, cercare di ragionare col padre, perciò adottò rapidamente una linea di condotta.
"Grazie, papà. Mi dispiace di averti dato questo dolore... Spero che mi possano curare, in quel collegio..." gli disse a testa bassa, sia per far vedere al padre quanto fosse pentito, sia per nascondere lo sguardo di sfida e di ribellione che temeva di avere negli occhi, dato che lo sentiva prepotente dentro di sé.
Così, pochi giorni dopo, il padre gli fece preparare la valigia ed andarono assieme in taxi a Milano Centrale dove avrebbero preso il treno per la Svizzera. Appena il padre fu occupato a comprare i biglietti del treno, Gabriele, lasciando la valigia a terra accanto ai piedi del padre in modo che non potesse facilmente girarsi per rincorrerlo, scappò via con tutta la velocità che aveva nelle gambe.
Riuscì a salire fino ai binari, saltò la barriera ed andò svelto al binario in cui sapeva esserci un treno in partenza per Roma, s'infilò in una carrozza e spiò fuori sperando che suo padre non l'avesse visto andare lì. Finalmente il treno partì. A Gabriele batteva il cuore all'impazzata ma, almeno per il momento, si sentì al sicuro. Sperava di riuscire ad andare abbastanza lontano, e di poter sopravvivere finché avesse compiuto i diciotto anni diventando maggiorenne ed essere così finalmente libero e tranquillo.
Quando il treno stava entrando nella stazione di Bologna, vide arrivare il controllore e, dietro di lui, due uomini della polizia ferroviaria che chiedevano anche i documenti ai viaggiatori.. si disse che forse il padre aveva denunciato alla polizia la sua fuga... Si spostò verso la testa del treno, col cuore in gola. Il convoglio entrò in stazione. Non s'era ancora fermato che Gabriele si catapultò fuori poi, cercando di non mettersi a correre e di assumere un'aria tranquilla, si avviò a passo né troppo svelto né troppo lento, verso l'uscita.
Quando si trovò nel piazzale della stazione, si girò a guardare: pareva che nessuno si interessasse a lui. A passo svelto si allontanò e camminò seguendo i cartelli stradali che indicavano il centro. Si sentiva ancora terribilmente agitato. Non era riuscito a telefonare a Martino per metterlo in guardia, ma poiché non aveva fatto il suo nome e poiché aveva anche negato di averlo fatto con suoi coetanei, sperva che almeno lui non avesse problemi.
Non era riuscito a portarsi via nulla: la valigia aveva preferito lasciarla per poter scappare più in fretta, e non aveva potuto prendere neppure i suoi risparmi, che il padre gli aveva sequestrato, quindi non aveva con sé neppure una lira. L'unica cosa che aveva in tasca erano i suoi documenti... ma quelli era meglio che nessuno li vedesse.
Se il padre avesse dato una sua decrizione alla polizia, oltre ad una sua foto, aveva sicuramente descritto anche il suo abbigliamento... come poteva fare per cambiare il suo aspetto, senza soldi? E come avrebbe fatto per mangiare? Non poteva mettersi a chiedere l'elemosina, rischiava di essere visto dalla polizia e fermato, interrogato, riconosciuto... e rispedito a casa.
D'altronde non voleva assolutamente finire in quel collegio-prigione e tanto meno essere sottoposto a quelle assurde "cure" mediche! Che fare? si chiedeva mentre continuava a camminare verso il centro. Provare a prendere un altro treno per allontanarsi di più da Milano? Oppure restare lì a Bologna: dopo tutto, se la polizia lo cercava, una città valeva l'altra...
Arrivò in centro che girò a caso. Lanciò un'occhiata distratta al Palazzo di re Enzo, guardò appena le due torri pendenti, girò intorno a San Petronio, continuando a chiedersi che potesse fare. Tornò indietro e si fermò accanto alla fontana del Nettuno. Con lieve senso dell'umorismo, pensò che era un gran bel maschio! E pensò anche che gli dava il benvenuto a Bologna.
Sì, si disse, dopo tutto non era male, lui, era un bel ragazzino... magari avrebbe potuto trovare un "Nettuno" che avesse voglia di scopare con lui... e forse dargli almeno qualcosa da mangiare... Però, anche per questo, come poteva fare? Mica poteva fermare un uomo per chiedergli se voleva portarselo a letto, no?
Poi si ricordò di quando Martino gli aveva parlato dell'esistenza delle marchette. L'amico gli aveva detto che a Milano ce n'erano, ed anche dove andavano per adescare i clienti, ma Gabriele ne sapeva se ce n'erano e dove potevano eventualmente essere lì a Bologna e soprattutto come fare a riconoscere un cliente o far capire ad un cliente che lui sarebbe anche stato disposto a fare marchette?
E chissà perché i ragazzi che si offrivano agli uomini per fare sesso a pagamento erano chiamati marchette? Non che avesse importanza, in quel momento... E poi una marchetta, quanti soldi deve chiedere per una scopata? Davvero lui non sapeva proprio niente! D'altra parte, non è che avesse potuto pensarci prima, documentarsi... Il padre gli aveva persino sequestrato il computer, quando l'aveva chiuso in camera. E la madre gli portava da mangiare in camera... e quando doveva andare al cesso era sempre scortato dal padre o dalla madre o dal fratello maggiore...
Sì, buono quello! Quando aveva saputo quello che era successo, suo fratello lo aveva guardato con un'espressione disgustata e gli aveva detto: "Mi fai proprio schifo, Gabriele!"
Schifo. Certo, suo fratello Michele era tutto a modino, proprio come voleva papà! Michele non aveva mai avuto un'opinione sua, era l'ombra del padre, per lui quello che diceva il padre era più sacrosanto della stessa Bibbia. Schifo. "Non guardare la pagliuzza nell'occhio dell'altro, Michele, quando hai una trave nel tuo!" disse a mezza voce il ragazzo. Poi, sorridendo amaro, disse: "Non guardare il trave nel mio occhio, Michele, quando tu ha un boeing nel tuo!"
Gabriele tornò accanto alle due torri pendenti. Le guardò di sotto in su e si chiese: "Chissà perché non le raddrizzano? Ci scommetto che mio padre, se dipendesse da lui, ci proverebbe."
Poi imboccò una via e vide che si chiamava "via di Santo Stefano"... Non si chiamava Stefano il capo scout che scopava con Martino? Gli pareva di sì... Chissà come era scopare con quello Stefano? Martino gli aveva detto che ci sapeva fare. Lui l'aveva fatto solo col suo amico, ma gli sarebbe piaciuto farlo con uno più grande, con un uomo.
"Stefano non ce l'ha grosso, ma lo sa usare proprio bene..." gli aveva detto Martino.
Anche Martino lo sapeva usare bene, per quanto ne sapeva lui. Gli piaceva farlo con Martino. Sì, sia fotterlo nel suo bel culetto, che farsi fottere dall'amico... e forse un po' più farsi fottere da Martino che fotterlo. E gli piaceva quando se lo succhiavano contemporanemente. Fare un 69, si diceva. I numeri descrivevano bene due che se lo succhiano. Chissà se c'erano altri nueri così grafici? "31" poteva sembrare un culetto con un cazzo pronto per infilarglielo dentro... Anche se l'uno sarebbe stato meglio scriverlo in orizzontale... "3-" oppure "3=" che però faceva pensare più a un cazzo con due palle...
Immerso in questi ameni ed inutili pensieri, Gabriele si accorse che gli era venuta un'erezione. Lanciò un'occhiata verso la propria patta e vide che era un po' gonfia... chi l'avesse guardato lì poteva capire che l'aveva duro... "E chi se ne frega!" si disse a mezza voce. Anzi, magari qualcuno avrebbe provato a fargli una proposta se si fosse accorto del suo stato... e se gli piacevano i ragazzi.
Gabriele arrivò alla Porta Santo Stefano e vide, sulla destra, il limite di un grande parco. Martino gli aveva detto che le marchette spesso adescano i clienti nei parchi... chissà... Vi si inoltrò guardandosi attorno. Famigliole, bambini che giocavano, gente che portava a passeggio il cane, coppiette più o meno abbracciate... Come cavolo si fa a capire chi è una marchetta e sprattutto chi va in cerca di marchette? si chiese il ragazzo.
Cominciava a sentire fame. Andò fino ad una fontanella e bevve a lungo, sperando che l'acqua attenuasse un po' il senso di fame. Come cavolo poteva fare per mangiare qualcosa? Vide un bambino che sbocconcellava una merendina Ferrero. Per un attimo pensò di rubargliela e di scappare. Poi si disse che non poteva farlo, sia perché non voleva far piangere il bimbo, sia perché magari quello era il mezzo per farsi acchiappare e menare, se non consegnare alla polizia. L'acqua non aveva fatto granché per attenuare la sua fame. Andò a sedere su una panchina, le mani in tasca e lo sguardo basso, chiedendosi che fare.