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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TI UCCIDO PER AMORE CAPITOLO 9
L'OMBRA DI TUT

Baqet era preoccupato: vedeva Horembeb consumarsi nel rimorso. Gli estranei non si accorgevano del dramma di Horembeb, il faraone sapeva dissimulare bene i propri sentimenti, ma Baquet lo conosceva molto bene.

Da quando Tut aveva affidato Baqet a Horembeb, ed il suo amante a Baquet, il giovane aveva sempre dormito accanto ad Horembeb. Il faraone, anche se a volte teneneva fra le sue braccia il ragazzo, non ci aveva mai fatto l'amore. Non aveva più fatto l'amore con nessuno, dopo quel terribile giorno.

Il forte uomo si era dedicato anima e corpo alla riorganizzazione del regno. Aveva fatto in modo che i terreni tornassero ai legittimi proprietari, fossero essi i sacerdoti o privati cittadini. Aveva ammonito gli alti ufficiali dell'esercito a vegliare affinché nessuno dei soldati opprimesse i poveri, pretendesse con la forza servizi sessuali dai ragazzi o dalle ragazze delle classi inferiori, perché non si appropriassero di schiavi o beni non loro.

Restaurò l'ordine e la moralità. Eresse templi a Ptah e Horus, protesse ed abbellì le tombe dei re, fece leggi in favore dei contadini e dei mercanti. Sotto il suo saggio regno l'Egitto rifiorì. Quando necessario guidava personalmente l'esercito per respingere i nemici oltre le frontiere e per riprendere i territori che un tempo erano stati sotto lo scettro dei faraoni. Baqet era sempre al suo fianco, con la sua presenza discreta e assidua, anche se non visibile. Tutta la nazione tesseva le sue lodi... persino i sacerdoti di Amon.

Ad uno ad uno, Horembeb fece uccidere, trasferì, esiliò, fece imprigionare o fece tenere sotto strettissima sorveglianza tutti i dignitari di corte che avevano cospirato contro Tutankhamon, contro il suo Tut. Ma neppure questo lo appagava.

Horembeb era seduto sul trono, nella grande sala delle udienze vuota, le cui porte erano sorvegliate, all'esterno, dalla sua guardia scelta. Non indossava le regalie, ma solo il perizoma ed il corto gonnellino di lino da comune soldato. Un gomito poggiato su un ginocchio, aveva il volto seminascosto nella mano.

Baquet entrò nella sala del trono: le guardie non lo fermavano mai, era l'unico a corte che, nonostante non avesse nessun rango e nessun ruolo, poteva passare senza problemi attraverso qualsiasi porta, senza mai essere fermato da nessuna guardia. Neanche il gran visir aveva questo tacito privilegio.

Il ragazzo avanzò silenziosamente e si fermò davanti al trono.

"Horembeb..." chiamò con voce soffice il ragazzo.

L'uomo sollevò il capo e lo guardò, quasi come se stentasse a mettere a fuoco la sua immagine.

"Oh, gazzella... sei tu... vieni qui..." gli disse con voce stanca.

Il ragazzo si accostò al trono. Horembeb lo prese gentilmente per un braccio e lo tirò a sé, facendolo sedere sul suo grembo.

"Mio dolce Baqet... non dovresti essere occupato nei tuoi studi, in questo momento?" gli chiese l'uomo in tono di dolce rimprovero.

"Sì... dovrei... ma ho sentito il tuo dolore gridare ed echeggiare per i corridoi e le sale, e son dovuto venire."

"Solo tu hai orecchie capaci di sentire... E tu sei tutto quello che mi rimane di... di... di lui!"

"Perché non pronunci mai il suo nome? A che serve cancellarlo in tutto il regno? Sai che non potrai mai cancellarlo dal tuo cuore."

"Mi accusa... mi accusa... io l'ho fatto morire... io l'ho ucciso..."

"Horembeb! No. Tu l'hai amato!"

"E a che gli è servito, il mio amore? Dimmi, gazzella, a che gli è servito?"

"A vivere felice finché è vissuto, ed a vivere ancora, grazie alla tua cura."

"Qui... qui doveva sedere lui, non io. Sarebbe stato un grande faraone, il più grande di tutta la storia dei due regni, di tutta la storia del mondo."

"Tu stai facendo quello che avrebbe fatto lui."

"Che diranno di me i posteri? Che gli ho rubato il trono? Prima la vita, poi il trono."

"Tut sa che non è così. IO so che non è così. E lo sai anche tu. Che importa quello che diranno gli altri?"

"Io l'ho lasciato morire."

"Tu l'hai amato. Più di quanto l'abbia amato chiunque altro... più di quanto l'ho amato io..."

"Sì, tu l'hai amato, tu eri la sua ombra..."

"E lo sono ancora, lui mi ha voluto accanto a te. Sai, Horembeb... lui non l'ha mai saputo... neppure tu l'hai mai saputo ma... io all'inizio ero geloso di te."

"Geloso di me?" gli chiese Horembeb stupito.

"Sì, stupidamente geloso di te... ma ero solo un bambino, uno sciocco ragazzino... ma avrei voluto stare io fra le sue braccia, avrei voluto essere io a fare l'amore con lui al posto tuo..."

"Tu lo amavi... lo amavi in questo modo? Non l'hai mai lasciato capire..."

"Avrei voluto che fosse il mio corpo a dargli la felicità... ma lui aveva scelto te. E lui aveva bisogno di te, non di me. E quando, crescendo, ho capito che tu eri la sua felicità, sono stato felice per lui... e per te... Ma ora... ora il mio cuore è straziato per te."

"Per me, dolce gazzella? Perché per me?"

"Perché amando lui... ho imparato ad amare anche te. E non posso più sopportare questo tuo strazio. Lui non vorrebbe questo, lo sai. Io non voglio questo. Smetti, Horembeb, smettila di tormentarti così. Per l'amore di Tut, per il mio amore, smettila! Fai del tuo cuore un tempio dove onorare Tut, non una tomba in cui chiuderlo per sempre. Lui vive per il nostro amore, Horembeb. Il tuo rimorso assurdo lo sta facendo morire una seconda volta, non lo capisci?"

"Tu ami me, gazella?" gli chiese Horembeb, stupito. "Tu ami me? Non mi odii? È morto per colpa mia..."

"No. Io ero lì, non lo ricordi? Ero lì quando gli parlasti quell'ultima volta, ero lì quando ti rifiutasti di ucciderlo, quando ti togliesti perché non si uccidesse. Io ero lì, ho visto tutto con questi miei occhi, ed ho udito tutto con il mio cuore. Il nostro Tut è morto per l'odio degli uomini, o forse perché gli dei avevano deciso così. Non tu! Horembeb... ti prego... riapri le porte del tuo cuore!"

"Tu mi ami, Baqet? Nonostante tutto... tu pensi che io sia degno di essere amato?" chiese Horembeb scosso.

"Non hai detto tu che sono l'ombra di Tut? Sì, ti amo... ti amo del suo stesso amore." gli sussurrò il ragazzo e, preso timidamente il volto di Horembeb fra le sue mani, accostò le sue labbra a quelle dell'uomo.

Horembeb chiuse gli occhi e sentì sulle labbra la dolcezza delle labbra del ragazzo, e la sentì uguale a quella del suo Tut! Le schiuse appena, il ragazzo allora lo baciò con tutta la sua tenerezza.

"Oh, Tut... Tut..." mormorò Horembeb colmo di emozione.

"No..." gli disse dolcemente il ragazzo, "io sono solo Baqet, sono solo la sua ombra. Ma il mio amore è il suo..."

"E... vuoi essere mio, Baqet?"

"Sì. Se tu mi vuoi, vorrei essere tuo. Ma io sono Baqet, non Tut. Tut vive solo nel tuo cuore e nel mio, non nel mio corpo."

"Ma tu ora hai l'età che aveva Tut quand'è morto..."

"Sì. La notte scorsa mi è apparso in sogno, e mi ha rimproverato..."

"Rimproverato te? E perché, gazzella?"

"Perché gli avevo promesso di avere cura di te."

"Ed io gli avevo promesso di prendermi cura di te..."

"E lo hai fatto, lo stai facendo. Mi hai fatto studiare, stai facendo di me un uomo... Ma... che ho fatto io per te? Ti ho visto soffrire ed ho sofferto con te, per te... ma che ho fatto, per sollevare la coltre di piombo dal tuo cuore? Che ho fatto per farti sentire che il nostro Tut ancora vive nei nostri cuori?"

"Non mi hai abbandonato per un solo momento, sei quasi diventato la mia ombra..."

"Quasi, ma non ancora."

Horembeb lo baciò ancora, questa volta più intimamente, e per la prima volta il desiderio si affacciò nuovamente nel suo corpo, fece capolino nel suo cuore. Le sue mani, che pure avevano toccato tante volte il fresco e bel corpo di Baqet, lo toccarono ora in un modo nuovo, diverso. Continuando a baciarlo, lo liberò dai suoi abiti.

Baqet allora ardì fare quello che mai aveva osato e la sua mano scivolò sotto il corto gonnellino dell'uomo, si posò sul suo gonfio perizoma e ne carezzò l'incipiente erezione.

"Oh, mia dolce gazzella..." sospirò Horembeb carezzandolo in modo più intimo, fremendo nel sentire l'eccitazione impadronirsi del ragazzo.

Il bel faraone si alzò in piedi ed i suoi panni, che le delicate mani di Baqet aveavno aperto, scivolarono a terra rivelandone totalmente la gloriosa nudità. Horembeb prese fra le braccia il ragazzo, lo sollevò di peso, lo poggiò sul piano del trono con la schiena. Baqet istintivamente allargò le gambe e le poggiò sui braccioli dell'ampio seggio. Horembeb si inginocchiò davanti al ragazzo ed iniziò a prepararlo...

Poi, prendendolo per le spalle, avanzò con il bacino scivolando sulle ginocchia, finché il suo membro, duro e fremente, puntò contro la rosetta di carne del ragazzo. Horembeb iniziò a spingere, ma la naturale resistenza dell'anello di carne lo fece fermare.

"Tu... è la tua prima volta, gazzella?"

"Sì..." sussurrò Baqet. "Ma non ti fermare... fammi tuo, ti prego."

"Non voglio farti male..."

"Tut mi raccontò del vostro primo incontro. Anche per lui fu la prima volta. Mi disse che il dolore iniziale non è nulla, in confronto al piacere che poi sopraggiunge. Mi disse che quel dolore era giusto. Mi disse che tu gli hai donato la tua forza, il tuo vigore, la tua virilità... Fallo anche con me, ti prego..."

"Non voglio farti male..." sussurrò Horembeb, ma riprese a spingere.

"Lo so... fammi tuo, Horembeb, fammi tutto tuo."

Horembeb sentì l'anello di carne del ragazzo schiudersi lentamente sotto di lui. Guardò Baqet negli occhi e vide brillare in essi lo stesso sorriso di incoraggiamento che aveva letto negli occhi di Tut, quella prima volta. Gli occhi di Baqet erano blu scuro e non celeste chiaro come quelli di Tut, ma vi brillava la stessa luce.

Il forte uomo lentamente penetrò nel ragazzo, che lo accolse con piacere, ed il suo sorriso non si velò mai, per tutto il tempo della calma e forte avanzata del forte palo di carne dentro di sé. Nella grande e ricca sala risuonava lieve solamente il sommesso ansimare di piacere del ragazzo ed il respiro trattenuto dell'uomo che coglieva per la prima volta quel frutto dolce e maturo.

Poi Horembeb iniziò a ritrarsi con cautela ed a spingersi ancora avanti, ogni volta invadendo un po' di più lo strettissimo e caldissimo canale d'amore del ragazzo.

"Non ti faccio male, gazzella?"

"No... mi piace..."

Così incoraggiato, Horembeb iniziò a muoversi con maggiore vigore nel ragazzo, i suoi va e vieni si fecero più sicuri, più forti. Baqet gli carezzava il bel corpo aitante e vigoroso, gli sfregava gli scuri capezzoli sull'ampio e forte petto glabro, e si agitava lievemente, d'istinto, sotto le spinte dell'uomo, accentuando così il reciproco piacere.

"Oh, ti amo!" mugolò Baqet, piacevolmente scosso dai virili assalti dell'uomo.

Horembeb si chiese se anche lui amasse il dolce eppure forte ragazzo che aveva avuto l'ardire di parlare con tanta veemenza e tanto amore al suo faraone. Amava Baquet o semplicemente voleva ritrovare in lui il suo Tut? Lo guardò: era bello, ma non era Tut. Era dolce, ma non della dolcezza di Tut. No, era Baquet, la gazzella... era con Baqet che stava facendo l'amore a cui stava dando il suo amore.

Baqet aveva saputo risvegliare in lui la fiamma del desiderio, il fuoco della passione... ed anche l'incendio dell'amore.

"Anche io ti amo, Baqet!" mormorò con voce roca per il piacere il forte e bell'uomo, continuando a muoversi sopra e dentro il ragazzo con crescente vigore e passione.

Il piacere che il ragazzo provò a queste parole fu anche più intenso del piacere che l'uomo stava provocando nel suo corpo. Nel suo cuore Baqet s'era già donato a Horembeb dal giorno in cui Tutankhamon gli aveva "comunicato" il proprio amore. Ma ora, con gioia, gli stava finalmente donando il suo corpo e stava ricevendo in dono il corpo e l'amore del suo faraone.

Horembeb non tentò neppure di controllare il decorso del propro piacere, si stava solo preoccupando di dare piacere al "suo" ragazzo, quindi, quando superò il punto senza ritorno, si abbandonò all'intensa gioia e lasciò esplodere il proprio orgasmo.

Baquet, quando si rese conto che l'uomo lo stava riempiendo con il suo virile liquore di vita, getto dopo getto, si sentì in paradiso.

Horembeb, ritrovata in parte la sua calma, sfilò lentamente la sua asta di carne ancora dura e fremente dal ragazzo, si chinò sul suo pube e prese a baciare e leccare, a suggere il bel membro eretto di Baquet, portandolo rapidamente all'orgasmo. Ne bevve tutti i getti e sentì che il sapore, pur gradevole, era diverso da quello del suo Tut.

Mentre il ragazzo, ansante, si rilassava contento, Horembeb si rizzò, lo carezzò e gli ripeté: "Ti amo, Baqet... Perdonami per essere stato tanti anni accanto a te senza accorgermi del tuo amore, senza rendermi conto del mio amore per te..."

"Anche io ti amo, Horembeb." sospirò felice il dolce ragazzo.

La scoperta di quell'amore reciproco, fu come un balsamo per il cuore di Horembeb, che finalmente, dopo tutti quegli anni, iniziò a ritrovare la pace del cuore.

Già prima Horembeb s'era occupato del ragazzo, aveva voluto che imparasse a leggere e scrivere, ed altre cose utili. Ma ora decise che doveva avere un'educazione completa come un nobile, come un principe. Quindi iniziò anche a farlo allenare alle arti militari, e cavalcare e guidare il cocchio.

Così poté portarlo con sé anche quando doveva compiere qualche azione militare alle frontiere. Baqet era volenteroso ed intelligente e faceva del tutto per compiacere Horembeb, quindi si applicava con tutto se stesso per assimilare a fondo quanto il suo faraone ed amante gli chiedeva di imparare.

Passarono gli anni. Baqet s'era irrobustito ed era divenuto colto, però aveva sempre continuato a tenere un profilo basso, non era mai comparso a fianco del faraone nelle cermonie o nei momenti ufficiali, per cui, a parte il personale di corte più intimo con il faraone, nessun altro sapeva della sua esistenza.

Ciò non ostante Baquet passava quasi tutte le sue notti nel letto e fra le baccia di Horembeb e i due amanti facevano l'amore ogni volta con rinnovata passione e piacere. Horembeb aveva anche iniziato a parlare con il suo ragazzo degli affari di stato e ogni volta ne sollecitava l'opinione. Da uomo indipendente quale era, non si lasciava influenzare dal ragazzo, però ogni volta lo ascoltava con piacere e gli spiegava sempre il perché delle sue decisioni finali.

Fu comunque su suggerimento di Baqet che Horembeb decise di creare un vero e proprio corpo di polizia, distinto dall'esercito, prendendone i membri fra i più esperti ed equilibrati fra i ranghi e la gerarchia dei soldati. I funzionari di polizia, in tempo di pace, potevano anche chiedere l'assistenza dei soldati per eseguire arresti, per proteggere qualcuno o per sedare un tumulto.

Era il quinto anno del regno di Horembeb, quando il faraone decise di andare a passare un periodo di riposo sul delta del grande fiume. Non volendosi separare troppo a lungo dal suo Baqet, gli ordinò di seguirlo, cosa che il ragazzo fece con piacere.

Il faraone, in forma privata, si istallò nella casa di un suo antico compagno d'armi e caro amico, il generale Seti. Anche Seti era stato "allevato" da Abana, ed era di pochi anni più vecchio di Horembeb. Ma a differenza di Horembeb, Seti era rimasto sempre nella fanteria, dove aveva fatto carriera.

"Quanti anni hai, Seti?" gli chiese Horembeb.

"Quarantotto, cinque più di te, non lo ricordi?"

Horembeb si appoggiò sullo schienale della sedia, allargando un po' le gambe, e sorseggiò la birra che l'amico gli aveva fatto servire.

"Già... eppure ti sei infiacchito... stai mettendo su pancia..." gli disse scherzoso il faraone.

"A differenza di te, che sei sempre in perfetta forma, vedo."

"Continuo ad allenarmi tutti i giorni con i miei soldati, affari di stato permettendo. Abana, come certamente ricordi, diceva sempre che un buon soldato deve avere molta cura del proprio corpo... e perciò anche un buon generale... ed anche un buon faraone..."

"È un rimprovero, il tuo?" gli chiese il generale con un sorriso.

Horembeb scosse il capo: "No... E poi... tu hai famiglia, una bella moglie, figli... un uomo sposato, con l'età, tende naturalmente alla pinguedine, quando ha una buona famiglia."

"E tu? So che hai scelto una bella regina..."

"Solo per la forma. È la mia regina, mia moglie per tutti... ma non per me. Non è la mia donna, se capisci quello che intendo dire."

"Sì... ho avuto qualche... eco sulle tue preferenze."

Horembeb rise: "I pettegolezzi corrono più veloci che i messaggeri del re!" disse citando un vecchio proverbio.

"Quel ragazzo... è il tuo... ragazzo?" chiese il generale.

"Baqet? Sì... lo è."

"Mi pare un ragazzo molto discreto, non si dà arie per il fatto di condividere il tuo letto. Ed è anche ben fatto. Quanti anni ha?"

"Ventiquattro."

"La stessa età del mio Ramses, il mio maggiore."

"Dove è ora? Non ho ancora visto i tuoi figli."

"Oh... meno li vedo più sto tranquillo. Specialmente Ramses, non fa che darmi grattacapi. Non dovrei dirlo, dato che è pur sempre mio figlio, però... a volte penso che sarebbe stato meglio per me se non fosse mai nato."

"Addirittura!" gli chiese Horembeb, sorbendo ancora qualche sorso di birra.

"Sì... non ha cervello... non è cattivo, ma è pigro e sventato e... e non sarà mai in grado di prendere il mio posto."

"Hai altri figli maschi, no?"

"Un altro maschio e tre femmine. Il piccolo... temo che neppure lui prenderà mai il mio posto. L'unica cosa che lo interessa e in cui pare avere talento è la medicina. Penso che diventerà un bravo medico, ma mai un soldato."

"Povero amico mio! Io almeno non ho di queste preoccupazioni..." rise Horembeb.

"Ma... dimmi, Horembeb... e perdona un vecchio amico se quello che ti chiedo potrà sembrarti importuno..."

"Parla."

"Se tu non giaci con la regina e non le fai fare figli, chi prenderà il tuo posto? Chi ti succederà sul trono delle Due Terre? Ci hai pensato?"

"Ci ho pensato, sì... e forse spero di vivere ancora abbastanza a lungo per trovare una soluzione. Vedi, tu ed io siamo nella stessa situazione: io non ho figli che possano prendere il mio posto, e tu hai figli, ma non in grado di prendere il tuo posto..."

"E... il tuo Baqet?" chiese il generale.

"Seti... il mio Baqet era uno schiavo, non potrà mai salire sul trono... purtroppo."

"Non lo giudichi capace?"

"No, non è questo, al contrario... e se solo potessi..."

"Non puoi adottarlo?"

"Rimarrebbe sempre un ex schiavo. Non sarebbe mai, mai accettato come mio successore. Vedi, di me non possono dire granché, perché ho sempre accuratamente nascsosto il mio passato... Chiunque mi conosce, sa solo che sono un soldato che ha fatto rapidamente carriera, un buon soldato..."

"Un ottimo soldato, amato da tutti i suoi soldati, per giunta."

"Appunto. La mia forza sta tutta lì. Ma se si sapesse che io in realtà sono solo un contadino, figlio di contadini..."

"Dici davvero? Un contadino, tu? Eppure sembri nato per il comando..."

"Questo i petteglezzi non te l'hanno detto?" chiese divertito Horembeb.

"No, anzi... si vocifera che tu sia il figlio di qualche nobile... Un figlio bastardo, ma di sangue eletto..."

Horembeb rise forte e scolò la birra che restava nel suo boccale: "Tu sei di una famiglia di antica nobiltà... se solo uno dei tuoi figli ne fosse degno... allora sì che potrei adottarlo e nominarlo mio erede, con buona pace della mia corte. Ma il mio valente e dolce Beqet! Mai, purtroppo."


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