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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TI UCCIDO PER AMORE CAPITOLO 8
UN SUNTUOSO FUNERALE

"Quello che deve essere fatto, sia fatto presto." disse Tut con voce ferma e chiara, poi aggiunse: "Manda a dire ad Aye che prepari tutto il necessario per la mia dipartita."

"Tut..." gemette quasi Horembeb.

Tutankhamon si alzò in piedi guardando con autorità il suo amante, gli disse: "Mio amato, mostrati forte in questo giorno, perché la mia forza sei tu. Solo se tu sarai forte io potrò intraprendere il mio viaggio senza timore. Non mi fallire in queste ore, ti prego."

Horembeb guardò con rinnovato rispetto il suo amante, il suo sovrano: non aveva mai sentito in lui tanta forza, tanto vigore, tanta sicuezza.

Si alzò, si inchinò e, chiamandolo per la prima volta con il suo nome di regnante, gli disse: "Nebkheperure, i tuoi desideri sono ordini." si inchinò ed uscì.

Baqet si accocolò ai piedi del sovrano: "Signore, mio signore..." sussurrò.

"Dimmi, mia gazzella."

"Davvero ci abbandonerai? Ci abbandonerai così?"

"Devo, non lo capisci?"

"E che sarà di me?"

"Ti affiderò al mio Horembeb. Mi farò promettere che avrà sempre cura di te."

"Tu lo ami, signore."

"Sì..."

"Per questo accetti così serenamente la morte dalla sua mano?"

"No, mio dolce Baqet, la accetto dalle sue mani perché LUI mi ama."

"Metti un grave fardello sul suo cure."

"Per questo voglio che ti prenda con sé... tu saprai come fare per alleviarlo. Me lo prometti, mio Baqet?"

"Io, signre? Sono solo uno schiavo, io."

"Mi prometti di restare vicino al mio Horembeb?"

"Fino alla mia morte, signore."

"Ecco..." disse il giovane faraone e, presa la tavoletta di scrittura ed un papiro, vi tracciò sopra con la sua consueta cura alcuni segni.

Il ragazzetto lo osservò, poi chiese: "Che stai scrivendo, signore?"

"La tua libertà: da questo momento tu non sei più uno schiavo, ma un uomo libero. Ma ricorda, come hai dedicato la tua vita a me, dal momento della mia morte in poi dovrai dedicarla pienamente ad Horembeb."

"Ma mi vorrà con sé?"

"Se glielo chiederò io, lo farà, non temere."

Aye, dopo aver parlato di nuovo con Horembeb, in gran segreto preparò tutto. Quindi, quando fu pronto, inviò il messaggio convenuto ad Horembeb. Solo due parole: "Nut-Amon" cioè il nome della capitale. Horembeb ordinò ai suoi soldati di entrare in città e tenersi pronti.

Poi andò attraverso il corridoio segreto da Tut. Il giovane faraone lo attendeva. Quando lo vide entrare, si alzò: "Sono pronto, amore." disse con viso sereno, "Andiamo sulla terrazza, dove Aton mi possa benedire con le sue infinite mani."

Salirono tutti e tre. Baqet si accoccolò a terra e guardò i due amanti. Horembeb stava con le spalle verso il bordo del tetto. Tut al centro del terrazzo, fra Baqet e Horembeb. Indossava solo il suo lungo ed elebaorato gonnellino di finissimo lino plissettato ed i sandali dorati. I raggi del sole lo abbracciavano teneramente.

"Tutankhaton è pronto." mormorò il faraone, riassumendo in quel tragico momento il suo antico nome.

"Ti uccido per amore..." singhiozzò quasi Horembeb snudando la sua preziosa ed elaborata spada, che rifulse ai raggi del sole.

"Su, fai il tuo dovere, amato mio!"

Horembeb tremava e non si mosse.

"Qui..." lo invitò il giovane faraone, indicando con le dita nel gesto dell'ankh di vita il porprio cuore, "immergi qui la tua lama, amore..."

Horembeb sollevò lentamente la spada, la diresse verso il cuore del suo amato e nuovamente si fermò.

"Che aspetti?" lo incitò il faraone.

Horembeb non si mosse.

Allora Tutankhaton avanzò a passo rapido e si gettò contro la lama.

Horembeb gridò un "No!" con voce strozzata e scartò di lato, incapace di troncare la vita del suo amato, volendo all'ultimo momento sottrarlo al suo fato.

Ma non si può scherzare con il decreto degli dei.

Il giovane faraone, gettandosi di slancio contro la spada del suo amato, che si era scansato all'ultimo momento, trovò il vuoto davanti a sé. Il suo piede inciampò contro il basso bordo del tetto... e volò, senza un grido, nel vuoto.

Si udì solo un tonfo sordo, poi un irreale silenzio. Horembeb era restato immobile, la spada ancora in mano, puntata davanti a sé. Baqet s'era coperto gli occhi con entrambe le mani.

Improvvisamente si levarono dal cortile grida, voci... Baquet si alzo, prese per mano Horembeb e gli sussurrò: "Scendiamo. È finita."

Horembeb lentamente rimise la spada nel prezioso fodero e, quasi come un essere senza più vita, seguì docilmente il ragazzo. Baqet lo condusse nella stanza di Tutankhamon, lo guidò lungo il corridoio segreto, lo sospinse sul letto e fece cenno a Chike di occuparsi del suo padrone. Poi tornò indietro, chiuse accuratamente il passaggio, si gettò sul letto del suo padrone e, finalmente, scoppiò in un desolato e silenzioso pianto, rivelato solo dalle scosse che facevano sobbalzare il suo esile e giovane corpo.

Aye accorse in cortile dove il medico di corte, chiamato dai servi, era già chino sul corpo esanime del giovane faraone. Il medico vide Aye, lo guardò e disse a voce bassa ma chiara: "È morto."

Aye annuì. Dette subito gli ordini che s'era preparato a dare. Pensò che quella morte era la migliore: poteva passare per un fatale incidente. Fece trasportare il corpo del faraone nelle sue stanze.

Baqet li sentì arrivare, e si nascose. Dal suo nascondiglio vide deporre il bel corpo del faraone sul letto. Nella stanza rimasero solo Aye ed il medico.

"Come è morto?" chiese Aye come se non sapesse nulla.

"È caduto dal tetto delle sue stanze, dal terrazzo. Si è rotto il cranio, qui... e credo anche sulla guancia."

"Sei certo che sia morto? Non puoi fare nulla per lui?"

"Non io né nessun mortale. Non ti resta che preprare i riti per la sua imbalsamazione."

"Vai, dunque, la tua presenza non è più necessaria qui. Convoca lo scrivano di corte e descrivigli accuratamente l'incidente e la causa della sua morte."

Aye, restato solo accanto al corpo esanime del nipote, gli carezzò lieve il volto. Poi gli stese un velo sul corpo ed uscì dalla stanza.

Baqet allora uscì dal suo nascondiglio, prese una mano del suo signore e, bagnandola con le sue lacrime, la baciò. Poi la depose con tenera cura in modo che la mano riposasse sul suo cuore che non batteva più.

La notizia della morte del faraone si diffuse per tutto il regno, per tutte e due le terre, anche fuori dai confini. Horembeb aveva preso con sé solamente Chike e Baqet ed era andato nella guarnigione della capitale.

Il corpo del faraone giaceva sul tavolo degli imbalsamatori. Centinaia di artigiani si affannarono a preparare gli arredi per la sua ultima dimora. Il migliore orefice del regno preparò con infinita cura la maschera d'oro che avrebbe ricoperto le bende della mummia regale e ne riprodusse fedelmente le dolci e belle fattezze, dandogli un'espressione lievemente malinconica.

Tutto il popolo iniziò a piangere il suo giovane sovrano. Anche i sacerdoti, ipocritamente, fecero mostra di piangere la prematura dipartita del faraone.

Aye fece preprare la tomba che Tutankhamon aveva iniziato a farsi costruire, ma in gran segreto aveva già fatto preprare un'altra tomba, scavata nella roccia nella valle dei re, quella in cui sarebbe stato realmente nascosto il sarcofago del nipote.

La vedova di Tutankhamon, la giovane Ankhesenamon, completamente all'oscuro del reale svolgersi degli eventi, si sentì persa, in pericolo: chi sarebbe stato il prossimo faraone, passati i settanta giorni delle esequie, durante le quali il faraone era ancora Tutankhamon, nonostante fosse morto? E quale sarebbe stato il suo destino di vedova del faraone?

Immaginava che Horembeb mirasse al trono delle Due Terre e la sola idea la faceva inorridire: sapeva bene che l'uomo, di umili natali, era stato l'amante di suo marito. Allora prese una drastica risoluzione: non voleva che sangue non reale sedesse sul trono dei suoi avi. In gran segreto scrisse una lettera e la mandò a Suppiluliumas, re degli ittiti:

"... Il signore dell'Egitto, mio marito, è morto ed io non ho figli. Ho udito che tu invece hai numerosi figli adulti. Se tu mandi a me uno dei tuoi figli, ne farò il mio marito e lo farò sedere sul trono delle Due Terre, perché mi ripugna che uno dei miei servi possa divenire mio marito..."

Il re degli ittiti mandò un suo fido a vedere quale fosse realmente la situazione in Egitto. L'inviato del re riuscì a parlare con la vedova del faraone. Convinto della sincerità delle sue intenzioni, tornò dal suo re che allora fece immediatamente partire suo figlio Zannanza perché sposando la vedova di Tutankhamon, diventasse il nuovo faraone.

Ma tutto il maneggio non sfuggì alle spie di Horembeb, e appena ne venne a conoscenza, questi ordinò di intercettare il principe e di assassinarlo: se non l'avesse fatto, Aye rischiava di non divenire il nuovo faraone ed uno straniero avrebbe regnato sull'Egitto, che sarebbe così finito in mani ittite. Non poteva assolutamente permetterlo.

Venuta a conoscenza della morte di Zannanza, il marito che si era scelta, finalmente Ankhesenamon si confidò con suo nonno Aye, chiedendogli di accettare la nomina a co-reggente.

Quando il periodo dell'imbasamazione giunse al temine, Ankhesenamon prese una difficile decisione: decise di nominare il nonno faraone e per sancire questa decisione, lo sposò.

Così Aye, nelle vesti del nuovo faraone, eseguì i rituali prescritti sul corpo del giovane nipote, e la solenne cerimonia della "apertura della bocca". Quindi, mentre un corteo con il falso sarcofago di Tutankhamon veniva portato alla tomba ufficiale, nottetempo un piccolo corteo di soldati guidato da Horembeb, accompagnò nella tomba segreta della valle dei re il vero sarcofago che conteneva il corpo del suo amante.

Chiusa la tomba, Horembeb ne fece accuratamente interrare e nascondere l'ingresso: nessuno l'avrebbe mai trovato.

Poi Horembeb sedette sulla nuda roccia e declamò, il cuore gonfio di dolore:

"Sono il tuo amato, o grande fra gli uomini,
perché mi hai lasciato?
Ti sei compiaciuto, o mio fratello,
di andare via, lontano da me?
Come posso io andare via da solo?
Io dico: ti vorrei accompagnare,
o tu che amavi conversare con me.
Ma tu resti in silenzio e più non mi parli!"
Poi Horembeb si alzò, tornò a corte e si presentò al nuovo faraone, che lo confermò nella sua carica. Però Horembeb non volle più vivere nel palazzo che aveva conosciuto la sua felcità con Tutankhamon, quindi andò a vivere nella guarnigione della capitale. Qui si dedicò a riorganizzare definitivamente l'esercito, ponendo a capi delle varie armate uomini capaci, di grande onestà ed a lui fedeli.

Frattanto il faraone Aye fece distruggere gli ultimi templi di Aton, per ingraziarsi la casta sacerdotale di Amon. Horembeb cercò invano di opporsi, di convincere il faraone a non farlo. Aye fece poi radere al suolo la capitale di Akhetaten e ne fece cospargere le rovine con sale, perché non vi crescesse più erba. Anche questo dispiacque a Horembeb che però nuovamente non si oppose: aveva giurato fedeltà al nuovo faraone.

Ma il valente generale non riusciva a trovar pace. Si rimproverava di non essersi opposto con tutte le proprie forze agli eventi, si rimproverava di essere stato un debole, di non aver saputo proteggere la vita del suo Tut. Il rimorso gli rodeva il cuore.

Giunse la notizia che Ankhesenamon era morta. Aye non si sposò più: si sentiva vecchio e stanco. Dopo soli quattro anni di regno, anche il vecchio Aye morì, senza lasciare un erede.

L'Egitto fu gettato nella costernazione. Horembeb allora si presentò al tempio di Amon e volle incontrare il grande sacerdote, Meryre II.

"Grande Comandante, quale onore. Possa il grande dio..." gli disse il sacerdote con un sorriso compiaciuto.

"Bando alle chiacchiere. Il regno delle Due Terre è orfano, chi lo guiderà, ora?"

"Ah... questa è la tua preoccupazione, valente generale?"

"Non la tua?"

"No... gli dei hanno sempre retto la nostra terra con cura ed amore... gli dei decideranno chi siederà, con la loro benedizione, sul trono."

"Gli dei... oppure tu, Meryre? L'oracolo di Amon farà forse il tuo nome? Visto che una statua di legno o di pietra non ha voce, gli darai tu la voce, o uno dei tuoi scagnozzi? Bene, allora sappi che i miei uomini hanno già avuto l'ordine di circondare tutti i templi di Amon in tutti i territori dei due regni, anche questo tempio è completamente circondato."

"È una minaccia, generale?" chiese il sommo sacerdote perdendo improvvisamente il suo sorriso.

"No... è per proteggervi dalla follia del popolo, che senza una forte guida cadrebbe nell'anarchia e, come puoi ben immaginare, per prima cosa assalirebbe i templi per saccheggiarne i tesori ed i granai. Ma anche per... proteggere l'Egitto dalla follia di una casta che potrebbe essere tentata di prendere il potere..."

"Stai accusando la casta sacerdotale di mirare ad impadronirsi del trono, forse?" chiese irato il grande sacerdote.

"No!" disse Horembeb scoppiando a ridere, "Il trono può ospitare un solo uomo alla volta, non c'è posto per l'intera casta sacerdotale: siete in troppi. Ma..."

"Ma?" chiese scuro in volto il grande sacerdote.

"Ma potrebbe avere la tentazione di mettere sul trono un suo uomo... ad esempio... ad esempio te."

"Amon deciderà..."

"Sì, per tua bocca!" disse con scherno il generale. Poi aggiunse: "I miei uomini proteggono anche il palazzo del faraone dove giace Aye in attesa dei riti. Ed hanno ordine di non lasciare entrare nessuno senza un mio ordine. Ed i miei uomini mi obbediscono senza discutere e senza esitare. E TU non vi metterai mai piede senza mio ordine. E TU non avrai mai occasione di avvicinarti al trono, se non per obbedire al nuovo faraone e metterti al suo servizio."

"E chi sarà, questo nuovo faraone, dunque?"

"Colui che Amon sceglierà, come tu hai detto. Ma Amon è talmente contento dei suoi fedeli sacerdoti, che certmente non ne vorrà perdere neppure uno e tanto meno te, neppure per farne un faraone. No. Amon sceglierà un uomo forte, che sappia difendere i suoi templi ed i confini delle Due Terre. Il dio Amon sta parlando con il dio Horus... ed è d'accordo con lui. Amon si prenderà cura dei suoi templi... Horus dei Due Regni. Solo così l'Egitto conoscerà la pace e nessun nemico varcherà i suoi confini... e nessun facinoroso toccherà i suoi templi."

"Tu... tu mi minacci, generale?" chiese il gran sacerdote furente.

"Al contrario." disse Horembeb con voce soave. "Ti offro la mia protezione. Che mai potresti fare tu, senza me ed il mio esercito?"

"Il tuo esercito? Il tuo esercito! L'esercito è del faraone, non tuo."

"Il faraone non è in grado di dare ordini, per il momento, quindi almeno per settanta giorni ascolterà solo i miei ordini. Di fatto, Meryre, in questo momento è il MIO esercito."

"Tu... tu mi prometti che proteggerai i templi e le terre di Amon?"

"Sì, lo prometto... fin tanto che l'esercito è mio."

"Lo giuri?"

"Sulla testa del faraone!" esclamò Hormbeb e sorrise amaramente. "Sulla testa del faraone, sì... cioè sulla mia!" aggiunse a voce bassa e decisa.

Meryre, sebbene furente, annuì: "Fra pochi giorni, prima che i settanta giorni dei riti siano trascorsi, ci sarà la solenne processione della Festa del Maiale, e il simulacro di Amon sarà portato sulla sua sacra barca e navigherà lungo il grande fiume..."

"Io sarò lì, a vederlo passare. Sarò lì con tutti i miei uomini in armi... per garantire l'ordine."

"Amon sarà lieto di vederti rendergli onore... E in quella occasione darà un segno..."

"Fai in modo che non sia l'ultimo segno che è in grado di dare, allora!" gli disse seccamente Horembeb.

"Non avrai ragione di risentimento..."

"Attento, gran sacerdote, fai in modo che la Festa del Maiale non si trasformi nella fine dei maiali: ai miei uomini piace molto sgozzare maiali... anche se vestiti di bianchi lini e con le setole del capo accuratamente rasate... Stai molto attento."

Horembeb tornò a palazzo e dette inizio alle solenni cerimonie di addio al defunto faraone.

Venne il giorno della solenne Festa del Maiale. In giro per la capitale si vedevano quasi più soldati che abitanti. La sacra barca con il simulacro di Amon scendeva parallela alla riva. Sul sontuoso palco del faraone c'era solo il trono vuoto e, a fianco di questo, era ritto Horembeb...

La barca si fermò di fronte al palco e l'immagine sacra di Amon si inchinò per ben tre volte, in direzione di Horembeb. Ogni volta sembrava che stesse per cadere in acqua ed un alto gemito s'alzò dalla folla. Ma la statua restò ritta sul suo piedestallo, solo che ora, invce di essere rivolta verso il delta, era rivolta verso Horembeb, come se lo guardasse.

Da mille gole dei soldati si alzò un grido unanime: "Horembeb, re dell'Alto e del Basso Egitto!"

Dalle gole della gente ammassata lungo le rive s'alzò un grido: "Horembeb, Faraone!"

Dalle gole dei sacerdoti s'alzò un canto: "A Horembeb, eletto di Amon, Signore delle Due Terre, lunga vita e felicità!"

Il generale fece un breve cenno con il capo, ed appoggiò una mano sul trono, pur senza salirvi, poiché i settanta giorni non erano trascorsi e quello era ancora il trono di Aye. Ma con quel semplice gesto aveva dichiarato davanti a tutto l'Egitto, che accettava la successione, che sarebbe stato lui il prossimo faraone.

Infatti fu Horembeb che compì il rito della "apertura della bocca" sulla mummia di Aye e che lo accompagnò nella sua ultima dimora, la tomba che Tutankhamon aveva iniziato a far costruire per sé.

Horembeb, all'età di trentotto anni, fu solennemente consacrato ed incoronato con la duplice corona rossa e bianca, gli fu posto sul mento il lungo pizzetto posticcio simbolo del suo potere, e presi in mano i due scettri, sedette sul trono, assumendo il nome di regno di Djeserkheperure.

Tutta la capitale Nut-Amen e l'intero regno festeggiò il suo nuovo faraone. Ma il cuore del faraone era greve e le sue notti erano popolate di incubi.

Quando Horembeb passava vicino ad un tempio, ad un palazzo, ad un monumento o una parete su cui leggeva i cartigli di Ikhnaten o di Tutankhamon o anche di Aye, il suo cuore era straziato: lui non aveva saputo proteggere la vita del suo amato e quei cartigli rinnovavano lo strazio nel suo cuore. Ikhnaten, con la sua folle idea di avere un solo dio, aveva alienato il cuore dell'Egitto non solo da se stesso ma anche da Tutankhamon. Ed era Aye che aveva trovato come unica soluzione la morte del suo dolce Tut.

"Io ti ho ucciso, fratello mio
Io ti ho ucciso, mio amato,
Non ho saputo proteggere la tua vita,
non ho saputo dare la mia per te
non ho saputo proteggere il tuo amore..."
Quei cartigli gli parevano un continuo atto di accusa. Allora ordinò che in tutto l'Egitto i nomi nei cartigli fossero scalpellati via, e al loro posto fosse messo il suo nome.

Ma non riusciva a scalpellarli via dal proprio cuore.

Mandò lettere ai re dei territori confinanti, chiedendo che dai documenti nei loro archivi fosse cancellato il nome di Ikhnaton, di Tutankhamon e di Aye...

Ma non riusciva a cancellarli dal proprio cuore.

Aveva fatto cambiare tutti gli arredi a palazzo, per non ricordare il passato...

Ma non riusciva a cambiare il dolore ed il rimorso che albergavano nel proprio cuore.


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