Nonostante Tutankhamon avesse accettato di restaurare pienamente il culto degli antichi dei che suo padre aveva soppresso, si era sempre rifiutato di abolire il culto di Aton e si sussurrava in giro che il faraone, cioè "l'immagine vivente di Amon" era in realtà ancora devoto al dio antagonista Aton. Tutta la classe sacerdotale, benché ristabilita nei suoi possedimenti e nei suoi privilegi, era sordamente nemica del faraone.
Aye cercava di mediare, ma si rendeva conto che il compito che s'era assunto stava diventando sempre più difficile e gravoso. Inoltre temeva il giorno in cui il giovane faraone sarebbe stato dichiarato maggiorenne e, sottratto alla sua tutela, avrebbe iniziato ad emettere decreti autonomamente. Il vecchio uomo era quindi sempre più profondamente preoccupato.
L'unica cosa che in parte lo tranquillizzava, era il fatto che l'esercito, riorganizzato completamente da Horembeb, adorava il suo nuovo Comandante in Capo e gli era completamente fedele, e si rendeva conto che Horembeb era sinceramente fedele al giovane faraone.
Da tempo aveva sospettato la vera relazione che legava il giovane faraone al suo Comandante, ma non si dava troppo pensiero di questo: dopo tutto aveva assistito alla relazione di suo genero, il faraone Akethaton, con il fratellastro Smenkhkare... Per lo meno Tutankhamon aveva il buon gusto e l'intelligenza di non associare il suo amante, ammesso veramente che lo fosse, al trono.
A corte si stavano però formando, anche se non in modo esplicito, quattro fazioni: quella fedele ad Aye e quella fedele ad Horembeb, che entrambe sostenevano e proteggevano il giovane faraone; quella fedele al gran sacerdote Meryre II, come quella fedele al cimbellano Perenefer, che erano segretamente ma ferocemente contrari al loro sovrano.
I sacerdoti di Amon stavano facendo scoppiare rivolte nelle città e nelle campagne, spingendo la gente ad assalire i templi di Aton ancora aperti, saccheggiando e bruciando tutto, ed a volte anche compiendo carneficine dei sacerdoti e fedeli di Aton che, fedeli al loro credo di pace, non si difendevano neppure...
Horembeb aveva dato ordine all'esercito di proteggere i templi di Aton, ma non sempre i soldati giungevano in tempo per sedare i tumulti che scoppiavano improvvisi ed imprevisti, accuratamente organizzati sia dai sacerdoti di Amon che da quelli degli altri dei minori.
La notizia che letteralmente sconvolse la corte fu che la tomba di Akhenaton era stata violata e la sua mummia era stata distrutta.
Sia Aye che Horembeb ordinarono due severe inchieste, ma nonostante tutte e due le accurate investigazioni non si trovarono mai né i violatori della tomba né i resti del corpo del defunto faraone. La gravità della cosa consisteva soprattutto nel fatto che, con la profanazione della tomba e soprattutto con la scomparsa dei resti mortali del defunto faraone, gli veniva negata la continuità della vita oltre la morte.
Questo fatto in particolare scosse molto il giovane faraone.
Quando fu solo con Horembeb gli disse: "Se io morirò prima di te, mi giuri che farai in modo che la mia tomba non sia profanata?"
"Morirò io prima di te, ho quindici anni più di te."
"Ho fatto un sogno, la notte scorsa... gli dei mi hanno parlato... e so che io morirò molto prima di te. So che la mia vita sarà breve. Devi giurarmelo, e non solo sulla mia testa, questa volta."
"Mio Tut, te lo giuro su tutti gli dei e sulla mia stessa vita. Ma non devi pensare... forse hai interpretato male il tuo sogno..."
"No... So che purtroppo ti devo lasciare ed anche presto. Anubi, il figlio di Osiride, preparava i balsami per il mio corpo... Osiride stava preprando la bilancia per pesare il mio cuore... Nebet-het preparva le canopie... e il cartiglio col mio nome era sempre nelle loro mani. E Maat preparava la piuma per pesare il mio cuore..."
"Ma via, mio dolce Tut, non sei tu colui che crede in Aton, l'unico vero dio? Che crede che tutti gli altri siano dei falsi?"
"Aton era assente, il cielo era buio. Non ho difeso validamente il suo culto di amore e lui mi ha girato le spalle. Gli altri dei hanno ritrovato il loro potere..."
"Io non mi intendo di religione, ma se secondo te sono falsi dei, come hanno potuto riprendere un potere che non hanno mai avuto?" gli disse Horembeb cercando di sollevargli il morale.
"Mio caro Horembeb, mio amato, mio fratello, uomo della mia vita..." disse in tono triste il ragazzo, "il buio di quel cielo è sceso nel mio cuore."
"Suvvia..." insisté Horembeb, rattristato dalla tristezza del cuore del suo amato.
Tut gli pose un dito sulle labbra, poi si girò, prese un papiro dal suo tavolo e lo porse a Horembeb.
"Che cos'è?" gli chiese il bell'uomo prendendolo.
"Aprilo, leggi. L'ho scritto per te."
Horembeb srotolò il papiro e vide che era vergato con bei caratteri dai molti colori. Lo lesse, a media voce.
"Vorrei essere un lucido specchio
per riflettere la tua immagine bella.
Vorrei essere il tuo abito
Per essere sempre indosso a te.
Vorrei essere la limpida acqua
Che lava il tuo bellissimo corpo.
E il telo del tuo perizoma, vorrei essere
per godere del tuo forte membro.
E le perle del tuo collare
per poterti abbracciare in ogni momento,
ed i sandali dei tuoi piedi
per andare sempre dove tu vai.
Vorrei essere unguento, o mio uomo,
per potermi spalmare su di te.
O splendore dei miei occhi
vorrei essere per te come una moglie
con le mie mani nelle tue forti mani
per ricambiare in eterno il tuo amore.
Imploro il mio cuore:
Se il mio amato stanotte non è qui
io sono come un morto che giace nella sua tomba.
Non sei tu, mio Hor, la mia salute, la mia vita?
Quanto felice è vederti forte e sano
Per un cuore che necessita te!"
"Hai scritto tu questa poesia? È molto bella..."
"Non bella quanto quello che il mio cuore sente per te, mio Horembeb."
"Io non so scrivere poesie... eppure il mio cuore sente parole belle per te. Non le so esprimere, però..."
Tut sorrise: "Io le leggo nei tuoi occhi, mio amato, tutte le parole che il tuo cuore sente ma la tua mano non sa tracciare."
Venne l'undicesimo anno del regno di Tutnkhamon. Nubi sempre più nere si addensavano sulla corte. Horembeb era sempre più inquieto, perciò senza dare nell'occhio, cominciò a spostare i soldati rafforzando le caserme attorno alla capitale, e quelle ai confini, anche a costo di lasciare più sguarnite le guarnigioni nella campagna.
Un giorno Aye convocò Horembeb.
"Grande supervisore delle armate, salute a te."
"E a te, gran visir."
"Perdonami se ti ho fatto chiedere di venire qui da me, ma io sono vecchio... per questo non sono venuto da te..."
"Hai fatto bene. Sono onorato di poter stare alla tua presenza..."
"Siedi. Il mio cuore è greve, quello che sto per dirti rattrista la mia anima. Ma se non a te, a chi potrei dirlo? So che il bene di Nebkheperure ti sta a cuore almeno quanto a me."
"Così è, sul mio onore."
"Lo so, lo so. Nebkheperure sta correndo un grave pericolo."
"Da tempo lo temo."
"Sì... hai fatto bene a rafforzare la presenza dell'armata vicino alla capitale."
"Non ti sfugge nulla, Aye."
"Guai se qualcosa mi sfuggisse. Il pericolo è forte e concreto. E non ho, purtroppo, il potere di allontananlo."
"Forte e concreto, dici. Di che si tratta?"
"Qui a corte... Una congiura per sopprimere Nebkheperure."
"Chi congiura? Dammi i nomi e li arresto subito."
"Non basterebbe, non servirebbe. Purtroppo non ci sono prove concrete, e al tempo stesso è troppo diffusa. Ne ho parlato con Nebkheperure, non vuole prendere provvedimenti. Sembra rassegnato. Sai com'è fatto, no? Il suo cuore è ancora fedele ad Aton ed al suo insegnamento."
"Non me ne ha parlato..."
"Lo immaginavo. Mi ha proibito di parlartene, ma io... gli sto disobbedendo, come vedi. Dice che non gli importa di morire... E posso anche capirlo... però... c'è qualcosa di più grave."
"Più grave che tentare di ucciderlo?" chiese incredulo Horembeb.
"Sì... Lo uccideranno in occasione di una festa, quando sarà fuori dal palazzo. E allora distruggeranno e faranno scomparire il suo corpo, in modo di negargli anche la vita oltre la morte."
"A questo punto? Fino a questo punto lo odiano? Ma perché?" esclamò inorridito Horembeb.
"L'odio non conosce limiti, proprio come l'amore."
"E che possiamo fare, se mi dici che non posso arrestare i congiurati?"
"Non puoi arrestarli contro l'ordine di Nebkheperure, questo è il problema."
"Posso tentare di convincerlo..."
"Temo che non ci riuscirai, nonostante... quello che vi lega."
"E allora? Se mi hai voluto parlare, questo significa che hai una possibile soluzione in mente."
"Una soluzione estrema, che mi fa paura ed orrore, che mi sconvolge anche solo pensare... ma l'unica possibile, per il bene di Nebkheperure."
"Dimmi."
"Dobbiamo uccidere noi Nebkheperure."
"Che? Sei impazzito, vecchio?" esclamò Horembeb balzando in piedi.
"Siedi. No, non sono affatto impazzito, purtroppo. Rifletti, questo è il solo modo che abbiamo per garantirgli la vita dopo la morte. Non possiamo offrirgli molto di più. Se lo uccideremo noi ed annunceremo che il faraone è morto, potremo per lo meno farlo imbalsamare, compiere i riti, nasconderlo in una tomba... sì che nessuno possa trovarla, violarla. Non nella tomba che si sta facendo costruire, in un'altra."
"E chi sarà il prossimo faraone? Tutankhamon ha avuto solo due figlie, e sono morte appena nate."
"Tu sarai il nuovo faraone. E tu potrai arrestare tutti quelli che ci hanno obbligato a questo gesto estremo."
"Io? Tu vaneggi, vecchio!"
Aye sorrise tristemente: "È la seconda volta che mi offendi... ma non me la prendo, ti capisco. Perché non tu?"
"Dovrei ucciderlo... e prendere il suo posto?"
"Per il suo bene..."
"Perché non tu, allora? Tu fai parte della sua famiglia, tu puoi vantare diritti sul trono. Tu hai già le chiavi del regno in mano..."
"E tu mi accetteresti come faraone?"
"Sì... ma ad un patto: tu mi dovrai dare i nomi di quelli che hanno congiurato contro Tutamkhamon, e l'ordine di ucciderli tutti. Se me lo prometti, io ti appoggerò. Prima di giungere a questo passo estremo, però... prima devi darmi il tempo di parlare con Tut, di cercare di convincerlo a fare qualcosa per se stesso, e per il suo paese."
"Creo che sia inutile ma... non te lo posso negare. D'altronde, senza te, anche il mio piano sarebbe vano."
"Mi hai chiesto una cosa orribile. Preferirei essere io a morire al suo posto."
"Lo so. Ed io pure, tanto più che sono vechio, come per ben due volte mi hai ricordato. Ma questo non risolverebbe niente. Se tu veramente... se tu veramente lo ami... devi piegarti a questo orribile fato. Devi!"
Horembeb uscì dai quartieri di Aye profondamente turbato. Nulla in vita sua l'aveva mai sconvolto tanto. Neanche quando aveva creduto che il faraone stesse per ordinare la sua morte. Da una parte il suo cuore si ribellava alla proposta di Aye, ma dall'altra la sua mente capiva che era una proposta sensata. Spegnere la vita terrena del suo amato per garantirgli la vita eterna... Un paradosso... Ma, se qualcuno doveva compiere quel passo, non poteva che essere lui che lo amava più di se stesso.
Gli venne in mente l'ultimo consiglio che gli aveva dato Abana: "Un ultimo consiglio ti voglio dare: tre cose un buon soldato deve sempre evitare. Due sono i 'niente' che un vero soldato deve osservare, più uno: niente esitazione, niente viltà e niente pietà."
Horembeb, tornato nel suo appartamento, imboccò il corridoio segreto e giunse nelle stanze del suo Tut. Qui giunto, trovò solo Baquet, il piccolo schiavo.
"Dov'è Tut?" gli chiese.
"È nella sua cappella che offre fiori ed incenso ad Aton..."
"Tarderà a tornare?"
"No, è già molto che vi è andato."
"Non puoi andarlo a chiamare?"
"Mi ha ordinato di non disturbarlo per nessun motivo. Che hai, Horembeb? Non ti ho mai visto così alterato."
L'uomo lo guardò: "Quanti anni hai, Baqet?"
Il ragazzo lo guardò un po' stupito: "Quindici anni... perché?"
"Stai crescendo bene..."
"Non ti sei mai accorto di me..."
"Sei sempre stato l'ombra fedele di Tut... uno guarda l'oggetto accarezzato dalla luce, non la sua ombra..."
"È giusto. Perché il tuo cuore è così turbato, Horembeb?" chiese di nuovo lo schiavo.
"Anche se sei l'ombra fedele del tuo padrone... non hai il diritto di farmi queste domande, Baqet." gli disse l'uomo, ma senza durezza.
Il ragazzo abbassò lo sguardo e mormorò. "Perdonami. Ma a lui... dovrai rispondere, lo sai."
"Sì, Baqet, lo so. A Tut dovrò rispondere."
Tut entrò nella stanza. Horembeb si girò a guardarlo e rimase a bocca aperta: non l'aveva mai visto così bello! Indossava solo il lungo gonnellino di leggerissimo lino bianco finemente plissettato, con l'elegante nodo sul davanti che pendeva morbido e si muoveva ad ogni suo passo. Tut avanzava lieve come una visione, nello splendore dei suoi ventuno anni non ancora compiuti.
Pur avendolo visto quasi ogni giorno pur avendolo visto crescere, formarsi, non s'era reso conto mai come in quel momento di quanto si fosse fatto bello! Un nodo gli serrò la gola.
Tut gli sorrise: "Il mio uomo è venuto a me, finalmente." gli disse con voce soave e piena di dolcezza.
Horembeb d'impulso si prostrò e baciò il piede di Tut, cercando di trattenere la commozione che l'aveva assalito. Tut lo guardò stupito, si chinò, lo prese per le forti braccia e lo costrinse ad alzarsi.
"Il mio uomo che si prostra davanti al suo ragazzo?" gli chiese. "Non dovrei piuttosto io, il piccolo Tut, a prostrarmi davanti a te?"
Horembeb lo guardò negli occhi e si sentì perso: "Tu sai che io ti amo, Tut..." mormorò.
"Certo che lo so."
"Non hai il minimo dubbio sul mio amore per te?"
"Neanche il più piccolo dubbio. Perché queste domande? Perché il tuo cuore è così turbato, amato mio?" gli chiese.
La stessa domanda del piccolo Baqet, con le stesse parole, pensò Horembeb. Davvero il piccolo schiavo era l'ombra fedele di Tut...
"Sì, il mio cuore è più che turbato, mio amato."
"Non vuoi aprirlo a me? Non vuoi condividere con me ciò che ti turba?"
"Non vorrei, ma devo... Vieni qui, siedi sulle mie gambe, stai fra le mie braccia..."
Horembeb sedette sul bordo del letto e prese il corpo snello del giovane faraone sul proprio grembo.
"Davvero credi che io ti amo?"
"Sicuro. Perché insisti con questa domanda, oggi?"
"Tut... la tua vita è in gravissimo pericolo. Sia qui a corte che se tu esci da palazzo. Io... io ti voglio proteggere, ma ho bisogno del tuo aiuto. Dammi carta bianca, io eliminerò chiunque vuole il tuo male..."
"Aye ti ha parlato, dunque? Mi ha disobbedito." disse con un velo di tristezza nella voce il giovane faraone.
"È troppo proccupato per te."
"Gli ho già detto che non autorizzerò mai che siano spente mille, o cento, o dieci o anche una sola vita per salvare la mia."
"Tut... ti prego..."
"Tu preghi me? Tu mio orgoglioso e fiero soldato? Tu che non ti sei neppure abbassato a chiedere pietà per la tua stessa vita?"
"Ma ora è la tua vita, che mi sta a cuore, non la mia. E per la tua vita io mi abbasserò a qualsiasi cosa. Rinuncerò all'orgoglio, alla fierezza, striscerò nel fango..."
"Horembeb... mio Horembeb... Ma io so che devo morire, te l'avevo detto no? Io sono pronto a morire. Mi dispiace solo per te, che non potrai più stringermi fra le tue braccia come fai ora..."
"Tut, non capisci? Quelli... quelli non si limiteranno a recidere la tua vita. Io ti potrò salvare una, dieci, cento volte, ma poi? Possiamo continuare a vievere nel timore, nell'apprensione? No. E non si limiterano a troncare la tua vita: vogliono impedire che chi ti ama possa prepararti alla vita futura. Vogliono distruggere anche il tuo corpo, come hanno fatto con quello di tuo padre."
"Mi odiano fino a questo punto?" chiese Tut, per la prima volta lievemente smarrito.
"L'odio contro i padri si rivolge anche contro i figli..." gli disse Horembeb. Poi soggiunse: "Se tu non mi autorizzi a prendere provvedimenti per proteggere questa tua vita, allora... allora mio Tut, non mi resta che chiederti una cosa... una cosa che mi strazia il cuore... ma l'unica che farà in modo che io possa garantirti almeno la vita futura..."
Tutankhamon sorrise: "Davvero tu puoi fare qualcosa per garantirmi almeno la vita futura? In modo che tu ed io saremo di nuovo uniti? Dimmi, qualsiasi cosa..."
"Devi... devo... io dovrei..." iniziò Horembeb ma le terribili parole non volevano uscire dalle sue labbra.
"Suvvia, mio uomo! Non è da te balbettare così... che cosa mi devi dire? Che cosa devi fare?"
"Se tu... se tu mio Tut... se..." cercò di dire Horembeb, ma chiuse gli occhi stretti e tacque.
"Mi ami, Horembeb?"
"Sì..."
"Allora parla. In nome dell'amore, parla. Te lo ordino. Non il tuo faraone, ma il tuo ragazzo, colui che ami te lo ordina. In nome del tuo amore, del nostro amore... ti prego, aprimi il tuo cuore perché possa condividere con te il fardello che lo opprime."
"Tut, mio Tut... L'unico modo che ho per garantire la tua vita oltre la morte è... ucciderti!"
Tutankhamon sorrise lievemente ed annuì: "Sì. Così sia, dunque, mio amato."