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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TI UCCIDO PER AMORE CAPITOLO 6
RAPIDA CARRIERA

Horembeb fu condotto attraverso i cortili, i corridoi e le sale del palazzo, finché fu introdotto nel vestibolo dei quartieri del faraone. Qui attese, ancora legato, in piedi ed in silenzio, ritto e fiero, strettamente sorvegliato dalle guardie scelte del sovrano.

Dopo una lunga attesa, un servo andò a prendere Horembeb e, scortato da due guardie, il bel portinsegna fu introdotto nella stanza di Tutankhamon. Il ragazzo era seduto accanto ad un tavolo. Ai suoi piedi sedeva un ragazzetto di non più di sette anni, ed il giovanissimo faraone gli carezzava lieve il capo. Mani sospinsero Horembeb sul pavimento e il bell'uomo si prostrò, la fronte sul pavimento.

Quando vide Horembeb, il faraone parlò: "Lasciateci soli, uscite tutti."

"Maestà, non credo sia prudente..." iniziò a dire un dignitario.

"Ho detto fuori tutti!" disse in tono deciso il ragazzo. "È legato, ho qui il mio pugnale, e voi sarete dietro la porta. Di che avete paura? Fuori!" ripeté, senza alzare la voce.

Tutti uscirono inchinandosi ed arretrando, meno il piccolino che restò seduto ai piedi del sovrano. Horembeb sentì la porta richiudersi alle sue spalle.

"Baqet, vai a tirare la tenda davanti alla porta, non voglio che qualcuno stia origliando."

Il piccolino si alzò, andò lesto a tirare la pesante tenda davanti alla porta, poi tornò accanto al faraone. Tutankhamon dette al ragazzino un pugnale decorato che aveva sul tavolo.

"Vai a tagliare le corde di quell'uomo... e stai attento a non ferirlo."

"Figlio di Amon, che vivi nella verità, signore dai due diademi, come puoi fidarti di quell'uomo?" gli chiese il ragazzino prendendo il pugnale che il giovane sovrano gli porgeva.

"Baqet, Baqet... ho letto nei suoi occhi, ho letto nel suo cuore e so che mi posso fidare. Fai quanto ti ho detto. Vai. E tu, uomo, alzati in piedi, ti voglio vedere in volto, voglio leggere nei tuoi occhi."

Horembeb lentamente si alzò in piedi. Il ragazzino andò alle spalle di Horembeb e tagliò le corde che lo legavano. Il bel portinsegna non si mosse. Solo il suo sguardo basso mostrava il suo rispetto per il sommo sovrano, ma tutto il suo corpo continuava a mostrare un'indomita fierezza.

"Allora, uomo... ora tu sai il mio nome, ma io ancora non conosco il tuo."

"Mi chiamo Horembeb, o grande Nebkheperure."

"E davvero sei un portinsegna della mia cavalleria?"

"Sì, lo sono, sono al tuo servizio."

Il giovane faraone ridacchiò: "Un bel servizio mi hai fatto, devo ammetterlo..."

"Se avessi saputo... non mi sarei mai permesso di sfiorare la tua sacra persona." disse Horembeb.

"Lo immagino. Nessuno mai mi tocca, mai nessuno, a parte gli schiavi che mi vestono e mi spogliano, o mi lavano. Le tue mani sul mio corpo erano molto piacevoli, Horembeb. E sono lieto che tu non immaginassi chi sono. Ma dimmi, come hai fatto a giungere accanto a me, come se tu fossi comparso dal nulla? Sai che per un attimo davvero ho pensato che tu fossi un messaggero di un qualche dio?"

"Mi permetti di parlare liberamente, mio sommo signore?"

"Certo, nessuno ci ascolta, a parte il mio Baqet, ma lui non dirà mai nulla di quello che ascolta o vede. Parla liberamente, portinsegna."

"La tua guardia scelta, che avrebbe dovuto vegliare sulla sicurezza della tua persona, non ha svolto un buon servizio, non ha assolto bene al suo importante compito. Come sono riuscito a passare io, poteva anche passare qualcuno con cattive intenzioni nei tuoi confronti. Se la mia mano fosse stata armata, ti avrebbe raggiunto senza che nessuno la potesse fermare."

"Non posso negare che tu abbia ragione. Per fortuna la tua arma... era d'altro genere." Il ragazzo fece una soffice risolino, "Ed hai anche avuto la sfrontatezza di giurare sulla mia testa..."

"Non lo sapevo, mio signore. So che merito la morte, per quello che ho fatto e sono pronto a subirla."

"Non mi chiedi pietà, dunque? Non cerchi scuse? Ho notato, sai, che appena hai capito chi sono, ti sei immediatamente prostrato... però non hai chiesto pietà."

"Solo il debole di cuore chiede pietà, quando sa di non meritarla."

"Perché dici di non meritare pietà? Tu non sapevi chi sono, l'ho letto nei tuoi occhi, quando finalmente l'hai capito."

"Questo non mi scusa, mio alto signore. Ho osato quanto non dovevo e non potevo osare. Ti ho desiderato, ti ho allettato, ti ho piegato al mio piacere. Come posso meritare pietà?"

"Mi hai anche dato piacere, soldato. E non hai usato violenza nei miei confronti."

"Quando tu mi hai detto 'aspetta' non mi sono fermato."

"Né io volevo veramene che ti fermassi. Comunque... se davvero sei convinto di non meritare pietà... un uomo può meritare una paga, ma un dono non si merita, si riceve, semplicemente. Ho deciso di donarti la tua vita, portinsegna."

Gli occhi di Horembeb ebbero un guizzo e per un attimo guardarono pieni di sorpresa Tutankhamon, poi li riabbassò subito e nuovamente si prostrò a terra.

"Alzati, che fai?"

"La tua generosità mi confonde..."

"Alzati. Più un essere è grande, più ha il dovere di essere generoso... questo mi insegnava mio padre. E tu, forse tuo malgrado, certamente senza saperlo, mi hai donato qualcosa che non ho mai avuto in vita mia: mi hai trattato come un ragazzo e non come un dio. E bello sentirsi finalmente trattare come un semplice essere umano. Tu mi hai svelato il tuo desiderio, mi hai fatto sentire la tua umanità ed hai svelato la mia. Sì, forse sono solo un ragazzo viziato e capriccioso, come ho sentito dire di me da mio nonno, forse lo sono... perché vorrei essere semplicemente un ragazzo. Hai risvegliato il mio piacere, il mio desiderio... e di questo ti sono grato... Ti voglio perciò al mio servizio, ti voglio qui a palazzo."

"Sono già al tuo servizio, mio signore."

"Ti voglio qui a palazzo, ma ad un patto: quando siamo soli, io e tu, dimentica di essere uno dei servitori del faraone, vedi in me solo un ragazzo. Non cambiare. Non pensare a me come Nebkheperure e neanche come a Tutankhamon... ma solo come a Tut, un ragazzino che sta per compiere quattordici anni, che recita di nascosto l'inno al dio Aton, che è prigioniero della duplice corona che gli hanno imposto sul capo, e che, a parte col mio piccolo Baqet e solo in segreto, non ha mai potuto giocare con altri ragazzini... Puoi farlo, Horembeb? Dimmi, lo saprai fare?"

Il fiero portinsegna si sentì commosso da quell'accorata preghiera. Guardò negli occhi del ragazzo, chiari come un cielo sereno ma tristi come un giorno di pioggia, ed annuì.

"Se è questo che tu mi comandi, lo farò. Te lo giuro!"

"Me lo giuri sulla testa del faraone?" gli chiese giocoso il ragazzo.

Horembeb sorrise: "Sì, sulla testa del faraone. E sulla mia testa. Quando saremo soli, tu per me sarai sempre e solo lo splendido ragazzo che mi ha conquistato e che mi ha accettato come il suo primo uomo. Tu poco fa mi hai donato la vita, Nebkheperure. Io ora ti dono la mia vita, Tut!"

"Bene. Allora prendi uno sgabello e siedi qui, accanto a me. Devi raccontarmi tutto di te... Ed io ti racconterò tutto di me..."

"Credi che ci abbiano visti, mentre..." chiese Horembeb lievemente preoccupato.

"No, credo di no. Hanno solo visto che mi cingevi fra le braccia, nulla altro. Comunque non preoccuparti per questo. Raccontami di te, Horembeb." chiese di nuovo il ragazzo.


Così Horembeb, per volontà del giovane faraone, lasciò la sua guarnigione ed andò a vivere a palazzo. Su richiesta del faraone, riorganizzò completamente la guardia scelta e ne fu creato supervisore.

Dovette abituarsi alla vita di corte, ma lo fece senza troppa difficoltà. Vegliava sulla vita del giovane faraone, e, senza averne l'aria, studiava le personalità dei dignitari di corte, poiché era intimamente convinto che se il ragazzo avesse mai corso un pericolo, questo poteva venire soprattutto dall'interno del palazzo e dagli intrighi di corte, che presto si rese conto esistere.

Conobbe il gran visir Aye e sua moglie Tye. Ankhesenamon, la giovane moglie imposta al faraone, nipote di Aye, zia di Tut. Nakhtmin, figlio di Aye e capo delle guardie esterne del palazzo. Maya, il tesoriere di Tut e sovrintendente del Palazzo dell'Eternità, cioè del sepolcreto reale. Quindi anche Huy, il viceré della Nubia. Poi anche Ahmose, il segretario privato di Tut, Meryre II, il sommo sacerdote di Amon; il vecchio Pinhasi, capo dei servitori; Perenefer il ciambellano; Meryre, il sovraintendente dell'harem reale; Mahu, il maestro dei cavalli del re; Apophis, il capo della polizia di palazzo; Ramoses il medico del re; Djiutmose lo scultore capo e Bakenmut il capo architetto; Inyotef il grande scriba...

Erano, questi vari personaggi, impegnati in una continua, sotterranea, subdola lotta uno contro l'altro per ritagliarsi una più grossa fetta di potere, maggiori privilegi, più grandi ricchezze... a spese del faraone, anche se sempre, logicamente, in suo nome.

Se anche Tutankhamon aveva le due corone del regno, Aye ne aveva entrambe le chiavi e di fatto era lui che governava. Fra i vari dignitari, era forse quello che più sinceramente aveva a cuore i destini della nazione. Il più pericoloso invece era Meryre II, il grande sacerdote. Era un uomo falso, viscido, e a Horembeb dava fastidio solo vederlo. Apophis era in ottimi rapporti con il gran sacerdote, come pure Perenefer. Ramoses ed Inyotef erano "amici" di tutti, tenevano i piedi in troppe staffe...

Tut aveva, fin dal giorno dell'arrivo di Horembeb a corte, chiamato Bakenmut e gli aveva ordinato di allestire l'appartamento di Horembeb e di collegarlo con un corridoio segreto al suo appartamento. Gli aveva ordinato di fare i lavori in modo che nessuno fosse a conoscenza di quel corridoio e di non dirlo a nessuno. Bakenmut gli assicurò che così avrebbe fatto e che per questo avrebbe fatto lavorare operai diversi, alternandoli a rotazione, in modo nessuno potesse capire a che cosa si stesse lavorando.

Questo permetteva ad Horembeb di incontrare in segreto Tut, sia per tenerlo al corrente delle sue scoperte e considerazini, sia per fare ancora l'amore con lui. Tut infatti era sempre più invaghito del bell'uomo ed anche Horembeb si stava innamorando del delizioso ragazzo.

"Tut?"

"Dimmi, Horembeb."

"Tu compi i tuoi doveri coniugali con Ankhesenamon?"

"A volte devo farlo... devo generare un successore al trono delle Due Terre."

"Ma Meryre dice che non chiedi mai che sia portata nel tuo letto una delle tue concubine..."

"Lo sai che non mi interessano, no? Propro tu, dovresti saperlo. Vieni qui, mia gazzella..." disse poi rivolto al piccolo Baqet, faccendogli cenno di sederglisi in grembo, "Dillo tu a Horembeb che l'unico con cui condivido volentieri il mio letto sei tu ed è lui. Ma l'unico con cui condivido volentieri il mio corpo è lui."

Il piccolo sedette in grembo al giovane faraone e gli si accucciò contro: "È proprio così, Horembeb. Tu sei l'unico ad avere tutto il suo cuore. Quando non deve giacere con sua moglie Ankhesenamon, e quando non vuole giacere con te, solo io sto nel suo letto. Ma con me non fa nulla, a parte tenermi abbracciato."

Horembeb sorrise al piccolo schiavo. Sapeva che il piccolo Baqet era l'unico, oltre a lui, ad amare senza riserve il giovane Tut.

Horembeb vide il desiderio accendersi negli occhi di Tut e subito anche il suo desiderio divampò. Allora si rivolse al piccolo schiavo.

"Baqet, vai nell'altra stanza e veglia sulla nostra tranquillità."

Il piccolo scivolò giù dalle gambe di Tut ed uscì svelto.

"Baquet, oltre che a me, obbedisce solamente a te..." notò Tut con un sorriso.

"Sa che ti amo..." gli disse Horembeb alzandosi ed accostandosi a Tut.

Il giovane faraone si alzò in piedi e si rifugiò fra le braccia di Horembeb che lo strinse a sé.

"Davvero mi ami, mio Horembeb?"

"Sì, lo sai che non sono capace di mentire... Non a te, comunque."

"Perché non me lo dici quasi mai?"

"Un uomo, un soldato, non è abituato a certe... sdolcinatezze. Perdonami."

"Sì, ti perdono, perché anche io ti amo. Vieni, abbiamo un po' di tempo..."

"Stanotte ne avremmo di più..."

"Bene, tornerai anche stanotte, allora. Ma ho bisogno di te, ho bisogno di te ora..."

Horembeb lo sollevò fra le sue forti braccia e lo depose sul bel letto. Quindi gli aprì gli abiti e glieli tolse. Mentre ammirava il bel corpo del ragazzo, che si stava sviluppando e rafforzando, si denudò a sua volta, sotto lo sguardo attento del suo amante. Quindi salì sul letto e coprì col suo corpo quello già eccitato del bellissimo ragazzo.

"Ti piace prendermi, Horembeb?"

"E a te ricevermi dentro di te?"

"Vorrei che fosse possibile sposarmi con te. Essere tuo per sempre."

"Tu sei mio, Tut ed io sono tuo, lo sai. Non è una cerimonia in più o in meno che può cambiare questo."

"Per fortuna la mia guardia scelta non mi ha saputo proteggere, quel giorno... È veramente Aton che ti ha mandato a me."

Si baciarono a lungo, si carezzarono sempre più intimamente.

"Te l'ho mai detto, ragazzo, che ogni giorno sei più bello?"

"Mi desideri?"

"Di più non potrei."

"Se io non fossi il faraone..."

"Non cambierebbe nulla, per me. Ti adorerei e ti desidererei nello stesso modo. Come Tutnkhamon sei il signore del mio corpo; come Tut, sei il signore del mio cuore. Lo sai che sono tutto tuo..."

"Sì, lo so... prendimi..." gli disse il giovane faraone carezzandogli il forte membro fremente e, portandosi le gambe sul petto, si offrì così al suo amante.

Horembeb gli cinse il bacino con le ginocchia, gli si addossò ed iniziò a penetrarlo.

"Sì... così..." sospirò il ragazzo carezzando i forti pettorali del suo uomo e stuzzicandogli i capezzoli con le dita, come aveva scoperto che piaceva ad Horembeb.

Il bel sovrintendente gli si infilò tutto dentro ed iniziò a muoversi con gioia e con piacere in lui. Il giovane faraone gli si muoveva sotto in modo di accentuare il piacere ad entrambi.

"Non ti fermare, questa volta. Stanotte avremo più tempo, potremo farlo durare più a lungo..." gli disse Tut con un caldo sorriso.

"Ti piace, Tut?"

"Lo sai quanto. Fai più forte, fammelo sentire bene. Il tuo membro è il mio vero scettro, il più prezioso. Sì... così... Tu sei il mio uomo, il mio sole. Ti amo, Horembeb, ti amo... Ah sì, così... Oh, mio Horus, sono tuo! Sì... così... aahh..."

Horembeb ora gli batteva dentro con tutto il suo giovanile vigore, con tutta la sua virile baldanza ed il ragazzo era al settimo cielo. Il suo forte ritmo si ruppe e Tut capì che il suo uomo era prossimo all'orgasmo. Ne spiò le intense emozioni coloragli il volto, ne sentì i forti muscoli guizzare sotto le sue mani, gli sembrò che il suo maschio membro diventasse anche pià grosso e duro, e finalmente sentì il tiepido liquore di vita del suo uomo riempirlo con potenti getti.

Il forte soldato continuò a stantuffargli dentro anche dopo che ebbe versato l'ultima goccia del suo contributo d'amore, finché anche Tut raggiunse l'orgasmo e si vuotò fra i loro ventri con un lungo mugolio.

"Ti... a... moooo!" mugolò il ragazzo.

Horembeb allora si fermò, sollevò il torso del ragazzo e si spostò in dietro tenendo Tut ben infisso sul suo membro, seduto sul suo grembo, e lo baciò con passione.

"Anche io ti amo..." gli disse ansante, con voce roca.

"Non ho mai assaggiato il tuo sapore, mio Horembeb..."

"Stanotte ci disseteremo uno alla fonte dell'altro. Te lo prometto."

"Sì... poi mi prenderai di nuovo, vero?"

"Con piacere."

"Ti amo, Horembeb, ti amo!"

"Anche io, mio dolce Tut."

"È vero che hai intenzione di andare a sud, di fare guerra ai nubiani?"

"Se tu me lo permetti... è necessario farlo, lo sai, te l'ho spiegato..."

"Mio padre diceva sempre che si deve evitare la guerra..."

"A volte non si può e non si deve. A causa della politica di tuo padre, l'Egitto ha perso anche troppe terre..."

"Ma come farò, se tu andrai via? Come farò senza te?"

"Tornerò, tornerò presto. Mi aspetterai?"

"Certo che ti aspetterò. Ma se proprio vuoi andare... voglio che tu sia il mio Comandante in Capo, che tu possa agire con tutta la mia autorità, che nessuno ti possa ostacolare..."

"Così però susciterai su di me invidia e malanimo. Io sono ancora troppo giovane. Ho solo ventotto anni..."

"Visto che tu non vuoi che venga con te, questo è l'unico modo in cui ti posso proteggere. Domani stesso ti creerò Comandante in Capo delle armate del nord e del sud."

"E l'attuale comandante? Se lo solleverai dal suo incarico te ne farai un nemico."

"Non è amato dalla truppa quanto lo sei tu. Ho i miei informatori, nonostante Aye mi sorvegli. Gli farò dare una qualche alta carica onorifica che appaghi la sua vanità. Aye ti stima, troverà lui il modo di sistemare le cose."

"Mi stima? Ho piuttosto l'impressione che provi diffidenza nei miei confronti."

"Solo perché sospetta quello che veramente tu sei per me e teme che tu possa avere troppa influenza su di me e così minacciare il suo ruolo. Ma non temere: dopo tutto è mio nonno, e crede di avermi in mano. Riuscirò a quietare i suoi sospetti ed i suoi timori."

"Avere Aye per nemico è assai pericoloso..."

"Saprò fare in modo che creda di aver avuto lui l'idea di fare questo cambiamento. Ma tu devi promettere che accetterai. Io starò più tranquillo, durante la tua assenza. Lo farai per me? per il tuo Tut?"

"Tutto quello che vuoi, mio dolce ragazzino..."

"Non sono più un ragazzino, ormai, sono già nel mio diciassettesimo anno."

"È bello vederti crescere, diventare un uomo. Sarai uno splendido sovrano, per le Due Terre. Ed io sarò sempre al tuo servizio, lo sai... almeno finché non ti stancherai di me."

"Stancarmi di te, io? Ti giuro... sulla testa del faraone, che non mi stancherò mai di te!" gli disse Tut con un sorriso allegro.

Horembeb lo baciò, e sentì che davvero amava quel "ragazzino" più di se stesso.

Il giorno seguente Tutankhamon parlò con Aye e, abilmente, riuscì a fargli decidere che il vecchio comandante non era più in grado di svolgere bene il suo compito, che suo figlio Nakhtmin non era adatto a sostituirlo... e che il migliore era Horembeb. Così Horembeb, su suggerimento di Aye, fu nominato Comandante Generale e partì con le armate per il sud, per la Nubia.

La nuova posizione che aveva assunto gli imponeva spesso di lasciare la corte per condurre varie campagne, in Palestina, ed anche in Siria, per assistere i Mitanni contro gli Ittiti. Ad entrambi gli amanti queste separazioni pesavano molto, ma non potevano sottrarsi ai loro doveri.

Quando si ritrovavano, spesso si concedevano una vacanza, con la scusa della caccia al leone, e si allontanavano dalla corte. A notte, vegliati dai fidi Chike e Baqet, i due appassionati amanti potevano unirsi a loro piacimento sotto la sontuosa tenda montata per loro alle porte del deserto.


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