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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TI UCCIDO PER AMORE CAPITOLO 5
UN INCONTRO INATTESO

Qualche volta, quando il dovere non lo obbligava a prestare servizio nella guarnigione, Horembeb amava indossare un semplice perizoma ed un gonnellino che non lo qualificava come appartenente alla casta militare né ad nessuna altra classe sociale; non indossava nessun gioiello, non si truccava, e batteva a piedi la campagna, il deserto, i villaggi per godersi una libertà che il suo rango raramente gli concedeva.

Non di rado, durante queste uscite in incognito, riusciva anche a trovare un ragazzo che, o per le sue lusinghe o per una moneta, accettava di appartarsi con lui in un cespuglio per concedegli le sue grazie. A Horembeb piacevano queste conquiste, e godeva a lungo i ragazzi che riusciva a convincere a darsi a lui. Era un uomo giovane, forte, bello ed aitante, e sapeva facilmente piegare alle sue voglie, senza usare la violenza, i ragazzi che catturavano la sua attenzione ed acendevano il suo desiderio.

Aveva gradualmente sviluppato una sua tecnica, un misto di forza, seduzione, allettamenti che raramente fallivano. Era inoltre un amante instancabile ed esperto e non di rado i ragazzi che seduceva alla fine gli chiedevano se l'avrebbero rivisto, se avrebbero potuto nuovamente concedersi a lui. Ma Horembeb non accettava quasi mai quelle richieste: gli piaceva avere avventure sempre nuove.

L'unico ragazzo che era spesso fra le sue braccia e le sue forti gambe, era il suo schiavo e scriba personale, Chike. Ma, mentre il ragazzo era perdutamente innamorato di Horembeb, il forte cavaliere provava per il ragazzo solamente affetto: sincero, tenero, ma non veramente profondo. Chike lo sapeva e si accontentava, godendo le volte, non rare, in cui il suo padrone lo voleva nel proprio letto.

Horembeb aveva ventisei anni, era il primo mese della stagione Akhet, cioè dell'inondazione, ed era uscito ancora una volta nei suoi abiti anonimi per girare la campagna. Legato il suo cavallo ad un albero, si addentrò fra i campi, superando diversi canali di irrigazione, fino a giungere in riva al grande fiume che stava lentamente iniziando ad invadere le terre depositando su di esse il suo fertile e prezioso limo.

Da un lieve dosso, vide alcuni soldati disposti in uno schema regolare, quasi stessero controllando un invisibile confine. Si chiese perché fossero lì, che facessero. Forse era solo un addestramento, si disse. Scattò in lui il desiderio di metterli alla prova e di mettere alla prova la propria abilità e decise di superare la loro linea senza farsi scorgere, quasi come in un gioco.

Horembeb era indubbiamente più che esperto, così riuscì a superarli senza troppa difficoltà e senza essere scorto. Soddisfatto, avanzò ancora. Stava per alzarsi allo scoperto per sbeffeggiare i soldati che aveva così facilmente ingannato, quando vide che un ragazzo stava uscendo da una piccola polla di acqua chiara. Era nudo, bello, e doveva avere sui tredici, quattordici anni. Aveva un corpo snello, non forte ma neppure debole, con i segni della maturità già evidenti. Indossava solo un perizoma lievemente sporco di terra e macchiato di erba. Il ragazzo si stese su un punto erboso, per farsi asciugare il corpo dai caldi e gradevoli raggi del sole.

Il bel cavaliere si sentì accendere dal desiderio per quel ragazzo e decise che doveva averlo. Si guardò attorno: i soldati non erano più in vista e non si vedeva nessuno nei dintorni. Quel punto era protetto da un lato da cespugli che delimitavano il tratto erboso al cui centro il ragazzo giaceva, gli occhi chiusi, un lieve sorriso sulle belle labbra. Due altri lati erano chiusi da due alte dune e il quarto era delimitato dalla riva della polla d'acqua.

Horembeb arrivò silenziosamente accanto al ragazzo. Ne ammirò il corpo bagnato dall'acqua che a tratti scintillava sotto i raggi del sole e gli venne una forte erezione. Sentì che il ragazzo stava mormorando qualcosa con voce tenue e dolce, lievemente cantilenante. Ne colse le parole:

"... luminosa è la terra
quando ti alzi sopra l'orizzonte,
quando tu splendi come Aton nel giorno
ogni oscurità scompare,
quando tu invii i tuoi raggi
le Due Terre divengono festose,
si alzano e stanno sui loro piedi
perché tu le hai sollevate.

I loro lombi bagnati, si tolgono tutti gli abiti;
le loro braccia si levano in adorazione al tuo sorgere.
Allora in tutto il mondo ognuno si prepara al suo lavoro.
Tu o Aton sorgi, guardi gli uomini che hai creato
li prendi con te e ne avvolgi i corpi
e li fai giacere nel tuo caldo abbraccio.
L'uomo quindi si dedica, contento, al suo lavoro
e alla sua fatica quotidiana, finché tu vai a riposare..."

Horembeb riconobbe un brano dell'Inno ad Aton e pensò che il ragazzo fosse uno dei cosiddetti "nuovi credenti". Si accocolò vicino al ragazzo e con dita lievi gli carezzò il petto. Il ragazzo aprì gli occhi lievemente sorpreso e lo guardò, ma senza muoversi né sobbalzare.

Con voce dolce e chiara chiese: "Chi sei? Sei forse l'inviato di Aton?"

"No, io sono solo un uomo, inviato a te dal dio Horus... un uomo che ti vuole offrire le gioie che lui sa dare."

Il ragazzo s'alzò a sedere e lo guardò incuriosito, ma per nulla intimorito dalla presenza di quel forte e giovane uomo sconosciuto: "Gioie, dici? Di quali gioie parli, uomo?"

"Ho guardato il tuo corpo, ti voglio prendere con me, ti voglio avvolgere con le mie membra e tenerti nel mio caldo abbraccio e giacere con te, per darti piacere." gli rispose Horembeb parafrasando i versi dell'inno e continuando a carezzargli il petto ed il ventre.

Il ragazzo sorrise: "Le tue dita sono dolci sul mio corpo, come quelle di Aton..."

"E il mio corpo desidera il tuo, e brucia per te. I miei occhi non hanno mai visto un ragazzo tanto bello. I miei lombi sono in fiamme per te..."

Il ragazzo sfiorò a sua volta il forte ed ampio petto del giovane uomo: "Anche tu sei molto bello... sembri davvero inviato da un dio..."

"Hai già conosciuto le gioie dell'unione, ragazzo?" gli chiese Horembeb carezzandogli una gota, provando imperioso il desiderio di baciarne la bella bocca dalle morbide labbra.

"L'unione mistica?" chiese il ragazzo guardandolo negli occhi.

"Mistica e reale, spirituale e fisica... io voglio fare l'amore con te... aprirti le porte del giardino segreto..."

"Vuoi giacere con me? Vuoi prendermi e farmi tuo? Non sai chi sono..." mormorò il ragazzo.

"Sì che lo so: sei la bellezza fatta carne, sei il desiderio di un uomo diventato realtà, sei il sogno di un cuore. Lasciati stringere fra le mie braccia, ragazzo."

"Non mi conosci... non ti conosco..." disse il ragazzo con voce quasi sognante, e la sua mano sottolineava, lenta e lieve, i forti muscoli del giovane uomo.

"Ma se ti lascerai guidare da me, mi conoscerai nel modo più intimo in cui un essere umano ne può conoscere un altro. Non senti come e quanto la mia carne sta fremendo per la tua?"

"Lo sento... ed i tuoi fremiti mi stanno contagiando, come una dolce malattia..."

Horembeb doveva esercitare un forte autocontrollo per trattenersi, ma la stessa bellezza del ragazzo ancora lo faceva esitare. Poi vide che il succinto perizoma bagnato del ragazzo si stava gonfiando, sottolineando la forma del suo membro. Allora vi posò una mano lieve e vi sospinse il palmo sfregando appena. Il ragazzo fremette.

"Permettimi di prenderti fra le mie braccia, ragazzo."

"Non ho mai conosciuto né uomo né donna..." sussurrò il ragazzo.

"Lascia che ti guidi nelle misteriose e belle vie dell'amore, dunque." gli disse Horembeb e lo prese fra le braccia, tirandolo a sé.

Il ragazzo fremette con più forza contro il petto del bel cavaliere. Horembeb lo cinse anche con le gambe e gli fece sentire la propria gloriosa erezione, poi, presogli il volto fra le mani, lo baciò. Il ragazzo dapprima lo lasciò fare, passivamente, poi iniziò a rispondere, d'istinto, a quel caldo e passionale bacio e si abbandonò fra le forti braccia di Horembeb.

Il giovane uomo gli sciolse il perizoma e si liberò del proprio, quindi carezzò il piccolo e sodo sedere del ragazzo. Frugando con un dito fra le dolci natiche del ragazzo, individuò il nascosto foro e con un polpastrello lo stuzzicò lieve, ad arte.

"Dammi accesso alle segrete stanze, ragazzo. Accogli il mio messaggero di piacere. Apri la porta e ricevi in te il visitatore che implora ospitalità..."

"Sei forte, puoi fare di me quello che vuoi. Sei bello, sai incantare i miei occhi. Sei audace, sai piegare la mia volontà. Sei sensuale, sai risvegliare il mio desiderio..."

"Basta che tu dica sì, ed io sarò la tua guida. Basta che tu dica no, e io sarò un uomo senza pace."

"Sì..." sussurrò il ragazzo ed una sua lieve mano scese a circondare il duro membro del forte cavaliere.

"Mi accoglierai in te?"

"Sì... guidami tu... non ho esperienza, per queste cose..."

Horembeb lo baciò ancora, quindi fece stendere di nuovo il ragazzo, gli sospinse le gambe contro il petto e ne ammirò il bel sedere perfetto. Non avendo con sé l'unguento e conscio che per il ragazzo quella doveva essere la prima volta, si chinò su di lui e spinse il volto nel solco fra le piccole natiche. Aspirò e sentì un vago e gradevole profumo. Con la lingua iniziò ad esplorare il roseo bocciolo di carne, insalivandolo con cura. L'inviolato anello fremette ed il ragazzo emise un basso gemito di piacere.

Il giovane uomo lo leccò a lungo, a volte spingendovi dentro la punta della lingua, a volte tentandone l'inviolato ingresso con un dito, fino a sentirlo fremere con maggior intensità, palpitare, schiudersi un poco e subito serrarsi con forza.

"Lasciati andare, ragazzo. Non devi aver paura di me. Non ti voglio fare del male, devi credermi..." gli disse Horembeb sollevando il capo a guardare negli occhi cerulei il bellissimo ragazzo.

"Ti credo... non ho paura di te. I tuoi occhi non contengono malvagità... vi leggo solo un ardente desiderio..."

"Sì, tu hai acceso un fuoco dentro di me, ragazzo. Non ho mai desiderato nessuno quanto ora sto desiderando te..."

"Dici davvero, uomo?"

"Te lo giuro su tutti gli dei. Te lo giuro sulla testa del faraone." disse con piena sincerità e profonda convinzione il robusto giovanotto carezzando il corpo del ragazzo e la sua bella erezione.

Il ragazzo sorrise: "Sulla testa del faraone, me lo giuri? Non sai che giurare sulla testa del faraone può equivalere ad una condanna a morte?"

"Solo se il giuramento è falso. E il mio non lo è. Accoglimi in te, ragazzo, te ne prego."

"Prendimi, uomo..." sussurrò il ragazzo.

Horembeb si fece passare le gambe del ragazzo, esili ma non deboli, sulle spalle, si insalivò la dura asta e ne sospinse la punta fra le piccole natiche. Iniziò a spingere sull'anello di carne.

"Aspetta..." mormorò il ragazzo irrigidendosi un poco.

"Non posso più, perdonami... non posso davvero..." gemette quasi il forte cavaliere e spinse ancora. "... non cercare di resistermi, ragazzo. Non voglio farti del male, voglio davvero darti piacere. Ma se resisti proverai dolore e me ne dispiacerebbe. Lasciami entrare in te. Apri la porta della tua fortezza e lascia che la mia armata ti invada. Apri la porta del tuo palazzo, e lascia che il mio messaggero ti dica quanto ti desidero, quanto mi piaci. Apri la porta del tuo tempio e lascia che il mio gran sacerdote compia il suo rito e danzi per te, in te, con te..."

"Io... non so... " ansimò il ragazzo tremando, ma senza tentare di sottrarsi.

Horembeb spinse ancora e sentì l'elastico anello di carne iniziare a cedere.

"Aspetta..." gemette il ragazzo, ponendo entrambe le mani sul forte petto muscoloso dell'uomo e tentando di allontanarlo da sé, ma senza veramente respingerlo.

"Troppo tardi, ormai..." rispose con voce lievemente roca, con occhi luminosi, con un lieve sorriso il bel cavaliere e spinse ancora.

La punta del suo duro membro era ora incasellata nel vestibolo dell'inviolato tempio di carne.

"Eccomi, ragazzo..." ansimò Horembeb continuando a spingere e carezzando il corpo del ragazzo sotto di sé.

"Sì... sì..." mormorò il ragazzo.

Il forte cavaliere, incoraggiato da quei due sì appena sussurrati, spinse con maggiore vigore e, lentamente, gli scivolò tutto dentro.

"Ah..." mormorò il ragazzo.

"Non voglio farti male, mio splendore di ragazzo!" disse Horembeb continuando ad invadere lo strettissimo e caldissimo canale.

"È così grande... così forte..."

"Sopporta l'iniziale fastidio, che poi anche tu sarai felice..."

"È caldo... è... è... è bello!"

"Ti piace?" gli chiese Horembeb con occhi luminosi.

"È strano... è piacere... è dolore... in una strana miscela..."

"Non mi chiedere di smettere, non mi mandare via da te... Non ti potrei easudire, a questo punto."

"No... ma tu m'hai promesso piacere..."

"E te ne darò, lo giuro..."

"Sulla testa del faraone?"

"Su qualsiasi cosa tu vuoi... rilassati ed il piacere aumenterà, il dolore andrà via... Voglio godere di te, ragazzo, e voglio che tu goda di me."

"Continua..."

Horembeb finalmente sentì di essergli completamente dentro. Si fermò per lasciar abituare il ragazzo alla sua virile presenza dentro di lui, e fece solo palpitare la sua dura asta di carne. Il ragazzo, quasi in risposta, fece palpitare il suo tenero ano appena violato.

Allora il forte soldato iniziò a ritrarsi un poco e ad avanzare di nuovo in lui lentamente, facendo in modo di far sfregare il proprio possente palo contro il punto magico del canale del ragazzo. Vide che un'espressione di stupore compariva nei bellissimi occhi del ragazzo che schiuse le dolci e belle labbra ed emise un lieve sospiro.

"Hai ragione, il dolore scompare, il piacere aumenta... la tua magica bacchetta sta facendo meraviglie, dentro di me... dai... continua..."

Horembeb iniziò allora a muoversi in spinte più forti e veloci. Il ragazzo socchiuse gli occhi ma una luce brillava ora in essi. Horembeb, tenendolo ben stretto fra le sue braccia, si lanciò finalmente in una forte cavalacata.

Il ragazzo accompagnava ogni suo affondo con un sommesso "sì..." e carezzava con crescente vigore e piacere i muscoli del bell'uomo che lo stava prendendo e che guizzavano ad ogni spinta. Horembeb si sentiva letteralmente felice. Sorrise al bel ragazzo, che gli rispose con un sorriso incoraggiante.

E finalmente il forte cavaliere iniziò a scaricarsi nel caldo e stretto canale segreto del bel ragazzo, emettendo un lungo e soffice mugolio di piacere. Poi, senza sfilarsi da lui, gli fece stendere le gambe, si addossò a lui e lo baciò intimamente in bocca. Il ragazzo rispose al suo bacio e gli carezzò la forte schiena.

Horembeb sentì che l'erezione del ragazzo ancora gli premeva contro il ventre. Allora lentamente si sfilò da lui, scese col volto sul pube del giovane compagno e prese a leccarlo, baciarlo, succhiarlo, mentre gli carezzava i piccoli testicoli contratti ed il piatto ventre incvato. Dopo pochi minuti, il ragazzo si scaricò nella sua bocca e il giovane uomo bevve tutto il suo liquore: era dolce, gradevole. Lo bevve tutto con vero piacere.

Il ragazzo sussultava in preda ad un intenso piacere e gemeva a bassa voce. Finalmente si calmò, ancora lievemente tremante. Allora Horembeb lo prese nuovamente fra e braccia e lo baciò in bocca.

Quando entrambi si furono calmati, cinsero di nuovo ognuno il proprio perizoma, poi sedettero uno accanto all'altro.

"Tu prima hai giurato sulla testa del faraone, uomo. Si dice che il faraone sia un ragazzino capriccioso e viziato..." gli fece notare il ragazzo, carezzando di nuovo il bel petto del giovane uomo.

"Tu che ne sai, ragazzo?"

"L'ho visto, alcune volte."

"Davvero? Sei uno dei servi di corte, per caso?"

"Così si potrebbe dire. Sì, sono una specie di servo di corte, in effetti."

"Chi è tuo padre? Un funzionario minore?"

"Mio padre è morto... Ora è mio nonno che si prende cura di me."

"Prima stavi recitando l'inno ad Aton..."

"Non lo dire a nessuno, per favore... Non vogliono..."

"Te lo prometto. Sarà un segreto fra me e te."

"Me lo prometti sulla testa del faraone?" gli chiese scherzoso il ragazzo.

"Sì, certo. Mi piace il tuo sorriso, ragazzo. Ma non conosco ancora il tuo nome..."

"Né io conosco il tuo. Sei molto bello..."

"E tu splendido." gli disse Horemebeb e lo prese nuovamente fra le braccia.

Sentì il ragazzo irrigidirsi e ne fu un po' stupito: dopo quanto c'era appena stato fra loro, s'attendeva un dolce abbandono. Il ragazzo si divincolò da lui. Horembeb gli stava per chiedere il perché di quel mutamento, quando qualcosa entrò nel suo campo visivo. Fece appena a tempo a girarsi, mentre il ragazzo si alzava in piedi, e vide che erano circondati da soldati che avevano le loro lance puntate contro di lui.

Horembeb pensò che era stato talmente preso da quel ragazzo da non rendersi conto del sopraggiungere dei soldati e si dette mentalmente dello sciocco.

Senza muoversi, mostrandosi calmo e tirando fuori il suo sguardo autoritario ed il suo tono di comando, disse: "Abbassate le vostre armi, soldati! Io sono un portinsegna della cavalleria di sua maestà!"

Uno di loro parlò e dalle insegne Horembeb capì che era un Grande di Cinquanta.

"Alzati in piedi, lentamente, se non vuoi finire come un'anatra allo spiedo."

"Come osi parlare così ad un portinsegna, Grande?" gli chiese Horemebeb altero, ma alzandosi in piedi lentamente e senza fare gesti bruschi.

"E tu, come hai osato toccare il grande e sacro Nebkheperure, re dell'Alto e del Basso Egitto, la vivente immagine di Amon! Non sai che sei passibile di morte per il tuo ardire?"

Horembeb guardò, gli occhi spalancati, il ragazzo: vide che frattanto erano giunti anche schiavi e servi con una portantina, e che lo stavano rivestendo con gli splendidi abiti e gioielli della regalità, compreso il prezioso copricapo a bande azzurro ed oro coronato dall'ureo e che gli fissavano il pizzetto cerimoniale al mento.

Per la prima volta in vita sua, Horembeb provò qualcosa di molto vicino alla paura, e si inginocchiò, si prostrò e toccò la terra con la fonte, senza emettere un solo suono, senza neppure accorgersi che le punte delle lance dei soldati avevano seguito rapide questi suoi movimenti, pronte a scattare per infiggersi nel suo corpo.

La voce del ragazzo si alzò lieve, ma in tono autoritario: "Legate questo uomo e portatelo a palazzo, nelle mie stanze. Ma non fategli alcun male. Gli voglio parlare."

Il grande di cinquanta dette subito gli ordini. Horembeb fu fatto alzare in piedi, gli furono legati i polsi dietro la schiena e gli fu posta una corda al collo. La portantina, circondata dagli schiavi con i flabelli e dai dignitari, scortata da due file di soldati, si stava allontanando. Allora il Grande di cinquanta dette l'ordine di marcia e Horembeb fu condotto con una lunga marcia fino al palazzo.

Lungo il cammino, Horembeb rifletteva sul suo fato: non avrebbe mai creduto che, solo per obbedire ai propri istinti, avrebbe posto fine alla propria vita. Di questo era certo: aveva compiuto un sacrilegio, anche se di certo non l'aveva neppure lontanamente sospettato. Anche se il giovane faraone aveva gradito la loro unione... D'altronde, non gli aveva detto, poco prima, di essere un ragazzino viziato e capriccioso?

S'era divertito con lui, e lo voleva vivo, per divertirsi ancora con lui, questa volta a modo suo, prima di fargli tagliare la testa... o farlo squartare dai cavalli... o, se era fortunato, fargli spaccare il cuore con una spada, poi gettare il suo corpo ai cani ed alle iene...

Non aveva paura della morte, Horembeb, solo si rammaricava di non averla incontrata su un campo di battaglia, ma per aver fottuto un ragazzetto troppo bello... Sapeva di aver meritato l'estrema punizione, e l'accettava con animo forte. Anzi, quasi sorrideva al pensiero che la sua carriera era iniziata a causa di una fottuta ed ora stava per terminare a causa di un'altra fottuta... C'era una specie di strana giustizia, in tutto questo.

No, non aveva paura di morire. Anche se nessuno avrebbe messo una moneta nella sua bocca, nessuno avrebbe imbalsamato il suo corpo, nessuna tomba avrebbe accolto le sue spoglie e così la vita futura gli veniva preclusa. Questa era l'unica cosa che lo preoccupava veramente; che anzi, ad esser pienamente sincero con se stesso, lo terrorizzava: non avrebbe potuto avere una vita oltre la morte.


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