Nel dodicesimo anno del regno di Ikhnaton accaddero due cose: una fu che il faraone sembrò dimenticare la sua bellissima consorte Nefertiti e che mise al posto della moglie il fratellastro Smenkhkare, di cui era da tempo l'amante. Smenkhkare regnò assieme ad Ikhnaton, ma mentre il primo continuò a governare dalla sua nuova capitale, Akhetaton, dove ogni giorno compiva i riti al dio sole, ad Aton, inviò Smenkhkare a regnare dalla vecchia capitale, Menfis. Questo, si diceva, per placare il clero di Amon, che tutt'ora aveva molta potenza nonostante il faraone l'avesse combattuto e contrastato a lungo.
La seconda fu che Abana un giorno chiamò Sembeb: "Prepara i tuoi bagagli, un lungo viaggio ti attende."
"Dove andiamo?"
"Non io. Ho ottenuto il tuo trasferimento a Herakleopolis, a metà strada fra Menfis e Akhetaton. Là c'è una grande guarnigione con una schiera di tre compagnie, di cui una di cavalleria e di carri. Sia Djedkara, il portinsegna dei cavalieri, che Irynefer, il sovraintendente di tutta la schiera della guarnigione, sono due miei vecchi compagni d'arme e cari amici, che hanno combattuto con me contro i nubiani.
"Ho scritto loro, e ti aspettano. Imparerai ad andare a cavallo, a guidare un carro da battaglia... fatti onore, figlio mio, non fare sfigurare il tuo primo maestro, il vecchio Abana. Dopo quanto ho scritto di te, il mio stesso onore ne verrebbe compromesso."
"Così hai stabilito e così farò, Abana. E tu non sei vecchio, e non ti farò sfigurare e diventerò un buon cavaliere, anzi un ottimo cavaliere, poiché così hai deciso. Però mi mancherà la tua saggia guida."
"Non ne hai più bisogno, figlio mio. Ma prima che tu parta, un ultimo consiglio ti voglio dare: tre cose un buon soldato deve sempre evitare. Due sono i 'niente' che un vero soldato deve osservare, più uno: niente esitazione, niente viltà e niente pietà. Ricordati di questo, mio Sembeb!"
Il ragazzo abbracciò l'uomo che gli aveva fatto da padre oltre che da maestro, da amante oltre che essere un amico, un compagno oltre che un capo. Quindi radunò le sue poche cose, le sue armi, salutò i compagni e lasciò la guarnigione. Abana non aveva voluto assistere alla sua partenza e Sembeb capì che l'uomo non voleva mostrare davanti agli altri la sua commozione.
Il giovane soldato camminò a passo svelto verso nord, costeggiando il grande fiume. Quando trovava una guarnigione lungo la strada, si fermava, mostrando i suoi documenti di viaggio al supervisore o al portinsegna, ed otteneva la possibilità di riposare e di mangiare. Lungo la via, si divertì anche con qualche ragazzetto che trovava nei campi. Memore della sua prima volta, però, non li forzava mai ad avere sesso con lui. Anzi, a poco a poco si era reso conto che se il ragazzo che accostava partecipava con piacere, anche per lui il godimento diventava maggiore.
Finalmente raggiunse la città di Herakleopolis e trovò la guarnigione. Era assai più grande e più bella di quella da cui proveniva. Si presentò allo scriba di distribuzione ed allo scriba di adunata per farsi registrare, poi andò a presentarsi anche al sovrintendente Irynefer ed al portinsegna Djedkara. Fu subito inserito in una squadra tutta composta di soldati giovanissimi come lui, che dovevano imparare a cavalcare ed a guidare un cocchio da guerra.
Il Capo di dieci, che si chiamava Akhenre, era un veterano con ben due api d'oro al suo collare. Si diceva che avesse combattuto fianco a fianco con il faraone Amenophis III, il padre di Ikhnaton e Smenkhkare. I cavalieri erano organizzati in modo assai diverso dai fanti. Per prima cosa ogni cavaliere aveva una minuscola stanza tutta per sé, in un diverso blocco per ogni squadra. Inoltre ogni squadra aveva al proprio servizio dieci schiavi che, oltre a servire i cavalieri, si occupavano dei loro cavalli e dei loro carri. Un cavaliere era paragonato come importanza ad un capo di dieci della fanteria.
Gli addestramenti erano molto duri, ma la disciplina, forse per questo, era un po' meno stretta che non per i fanti. Sembeb si rese conto anche di un'altra differenza con i fanti: mentre il novanta per cento dei fanti proveniva dalle classi più umili, nella cavalleria solo il quindici per cento era composto da gente dei ceti più bassi come lui.
A Sembeb piacque subito imparare a cavalcare: trovò molto divertente allenarsi, non aveva nessuna paura, e presto imparò non solo a controllare bene il cavallo che gli era stato assegnato, ma anche a compiere vere e proprie acrobazie sull'animale. Lo lanciava al galoppo e si divertiva a scendere a terra ed a salire in piena corsa, a starci sopra in piedi, sdraiato, in ginocchio... E parlava spesso con il suo cavallo.
Fra gli schiavi loro assegnati, Sembeb notò presto un ragazzino di quattordici anni. Si chiamava Chike e vide che stava spesso da solo, in disparte dagli altri schiavi; forse, pensò Sembeb, per la sua timidezza e per la giovane età. Chike era esile, aveva corti capelli del colore del mogano, e sorprendenti occhi blu. Sembeb decise di parlargli ogni volta che ne aveva l'occasione e di chiedere a lui più che ad altri i suoi servizi.
Giorno dopo giorno Sembeb vide che Chike gli sorrideva sempre più spesso e che correva sempre più prontamente per servirlo, al minimo cenno. E quando un giorno Sembeb lo lodò per come aveva strigliato bene il suo cavallo e tirato a lucido il suo cocchio, il ragazzetto gli fece un ampio sorriso.
Guardandolo dritto negli occhi, il ragazzetto gli disse. "Grazie, Sembeb. Ti amo!"
Il giovane soldato sorrise, prendendo quella esclamazione come un eccesso infantile e non vi pensò più. Ma a notte, solo nel suo letto, rivide il corpo minuto e seminudo dello schiavo, i suoi piccoli capezzoli rosa... e si masturbò lentamente e piacevolmente, immaginando di stare col ragazzetto.
Il giorno seguente, quando, finiti gli allenamenti, riportò il suo cavallo nelle stalle e lo affidò a Chike, il ragazzetto gli chiese: "Posso venire a trovarti, stanotte, dopo la cena?"
Sembeb lo guardò un po' sorpreso ma rispose: "Uhhh... sì..."
A sera tardi, Sembeb era appena entrato nella sua celletta, quando si affacciò alla porta il ragazzetto: "Scusa, Sembeb, posso entrare?"
Sembeb annuì, posò la lucerna sulla cassa, sedette sull'unico sedile e fece cenno al ragazzo di sedere sul letto. Il ragazzetto sedette sul bordo, le mani serrate fra le sue ginocchia, lo guardò e disse: "Scusa, Sembeb..."
"Parla."
"Credi che sono strano se non mi interessano le ragazze?"
"No, ci sono anche persone a cui le ragazze non interessano affatto."
"Ma i miei compagni parlano sempre di ragazze e mi prendono in giro..." disse in tono sconsolato il ragazzo.
Sembeb vide che il ragazzetto stava per mettersi a piangere. Allora si alzò gli sedette accanto e gli mise un braccio attorno alle spalle: "Su, su, dai. Non c'è proprio niente di strano se a te non interessano le ragazze. Non devi piangere per questo."
Il ragazzetto si asciugò una lacrima, lo guardò e con una voce quasi impercettibile, disse: "Tu non puoi capire... Io vorrei essere una ragazza, così tu... magari mi prenderesti con te... Ma non posso, perché sono un maschio."
Sembeb sorrise: "A me non piaceresti granché, non mi interesseresti molto se tu fossi una ragazza. A me è sempre piaciuto farlo con i ragazzi..." disse e iniziò a venirgli un'erezione.
Il piccolo schiavo, che aveva gli occhi bassi, vide il perizoma di Sembeb gonfiarsi. Alzò il viso a guardare il giovane cavaliere: "Ti sta diventando duro!" esclamò a bassa voce, quasi stupito, poi chiese: "Posso toccarlo?"
Senza aspettare una risposta il ragazzetto poggiò una mano fra le gambe di Sembeb, e quando vide che questi non reagiva, vi infilò sotto le dita e s'impadronì del membro del giovane caavaliere. Guardò di nuovo Sembeb e quando vide che sorrideva, si aprì in un ampio sorriso a sua volta.
"Posso tirarlo fuori, Sembeb? Per favore?"
Il soldato si stese sul letto senza rispondere. Le mani di Chike, leste e sicure, sciolsero il perizoma del soldato e ne liberarono il membro già semieretto, che prese a carezzare.
"È grosso, e bello... e forte..." mormorò.
Poi si chinò e le sue labbra circondarono la punta del membro di Sembeb che istintivamente mosse in su il bacino spingendo il suo membro nella calda bocca del ragazzo. Chike iniziò allora a succhiarlo con passione. Sembeb lo tirò sul letto, gli tolse lo stretto perizoma, e s'impadronì del membro ancora non molto grosso ma duro e ritto del ragazzetto.
Chike si sollevò, sedette cavalcioni sul pube del giovane cavaliere guardandolo, imprigionando con le sue gambe i fianchi di Sembeb e lo guardò con un'espressione seria negli occhi.
"Scusa, Sembeb..."
"Parla."
Il ragazzetto nascose il volto contro il forte petto del giovane uomo e con voce soffocata disse: "Io... non l'ho ancora mai preso lì dietro... vuoi farlo tu, per favore?"
"Vuoi che fotta il tuo culetto, ragazzo?"
Chike girò un po' su il capo, in modo che solo un occhio guardava verso il soldato e, con un tono di preghiera disse: "Per favore... mettimelo dentro!"
Era la prima volta che qualcuno "pregava" Sembeb di prenderlo. Questi abbracciò allora il ragazzo e con una mano scese a carezzargli il sedere e a stuzzicarli il foro con un dito. Il ragazzo fremette ed emise un lieve mugolio e lo abbracciò stretto. Sembeb lentamente gli spinse il dito dentro. Era incredibilmente stretto e caldo. Chike sollevò il capo e scivolò sul corpo di Sembeb fino a posare le sue labbra su quelle del giovane cavaliere.
La lingua del piccolo schiavo iniziò ad esplorare quasi timidamente la bocca del giovane e forte cavaliere. Poi sembrò prendere coraggio e le loro lingue iniziarono a giocare, a danzare ora nella bocca dell'uno, ora in quella dell'altro.
"Devo preparare il tuo buchetto per accogliermi, Chike, se non l'hai mai preso lì. Devi metterti a quattro zampe." gli sussurrò Sembeb.
Chike si spostò agilmente di fianco al bel cavaliere e si mise nella posizione richiestagli. Appoggiò la testa sulle braccia incrociate e spinse in su il bel culetto roseo e liscio, perfetto.
Sembeb scese dal letto, prese l'anforetta contenente l'olio profumato che si spalmava sulla pelle per difendersi dai forti raggi del sole, e ne applicò un po' sul roseo foro in attesa, massaggiandolo a lungo ben bene fuori e dentro, inserendo prima un dito, poi due e girandoli torno torno, lubrificandolo e facendolo rilassare.
"Mi piace, Sembeb, è bello... continua, per favore..." mugolò contento il giovane schiavo.
Sembeb vide che il ragazzo aveva nuovamente una forte erezione: stava evidentemente gradendo molto e godendo quella preparazione.
Gli sussurrò: "Questa notte è tua, Chike, voglio che te la ricordi per sempre."
Sembeb si passò l'olio sul duro membro che fremeva in attesa di svolgere il suo gradito compito, poi s'inginocchiò dietro al ragazzo, con le due mani gli divaricò le tenere e piccole natiche, e diresse la punta del suo membro sul piccolo foro in attesa. Il ragazzo mosse lievemente il bacino per farlo sistemare meglio. Sembeb iniziò finalmente a spingere e il piccolo schiavo spinse in dietro per impalarsi sulla potente asta che lentamente ma senza sosta, stava iniziando a pentrare l'inviolato foro, scivolandoci dentro con pochissimo sforzo.
Quando la punta fu ben inserita, Sembeb prese il ragazzo per la vita ed iniziò con un controllato ma rapido ritmo a muoverglisi dentro, avanti e fuori, finendo così di penetrarlo completamente e finalmente il folto ciuffo di peli del pube del bel cavaliere sfregarono contro le tenere natiche del ragazzo. Si mossero in un sempre più veloce e forte ritmo, ed ogni volta che Sembeb spingeva in avanti il ragazzo spingeva in dietro.
"Sì, così, Sembeb, così... fottimi... fottimi..." gemeva il piccolo schiavo con voce bassa e sempre più eccitata. "Fammi sentire tutto il tuo bel bastone, la tua forte lancia, la tua valorosa spada... Riempimi, Sembeb, fammi tutto tuo!"
Il fatto di sentirsi tanto desiderato esaltò Sembeb, che pensò di non aver mai provato sensazioni così intense e belle ed infatti dopo pochi minuti di quella forte cavalcata gli si spinse tutto dentro con vigore e scaricò il suo seme nelle strettissime e bollenti profondita del ragazzo, violate per la prima volta.
Poi si abbandonò sul fresco e piccolo corpo. Il ragazzo si stese e appena il suo duro membro toccò la superficie del letto, anche Chike venne in una serie di forti contrazioni. Sembeb lentamente si sfilò, fece girare il ragazzo sotto di sé, gli si adagiò ancora sopra, lo abbracciò e lo baciò con passione. Poi si girarono sul fianco, Sembeb spense la lucerna, il ragazzo poggiò il capo sul forte petto del bel cavaliere e si addormentò quasi immediatamente, con un'espressione beata sul volto.
Il mattino seguente il ragazzo saltò giù dal letto, baciò con devozione il membro del giovane cavaliere, cinse il perizoma e corse a svolgere i suoi cmpiti, allegro e felice. Sembeb, dopo essersi accuratamente lavato, prima degli allenamenti, andò dal suo capo, Akhenre.
"Capo, ti devo chiedere un favore..."
"Sai che io non faccio favori, Sembeb." gli rispose l'uomo, ma senza durezza.
"Sì, tutti conoscono il tuo senso di imparzialità e giustizia. Però, ho ugualmente qualcosa da chiederti. Ascoltami, ti prego."
"Parla."
"Vorrei che il giovane schiavo della nostra decina, Cike, fosse assegnato a me personalmente."
"Solo da un capo in su si può avere uno schiavo personale, Sembeb, dovresti saperlo."
"Non ti chiedo che si occupi solo di me. Durante il giorno continuerebbe a svolgere tutti i suoi compiti... anche se di fatto è già sempre e solo lui ad occuparsi del mio cavallo e del mio cocchio..."
Akhenre sorrise con aria maliziosa: "Capisco. Quello che mi chiedi è che di notte si occupi solo del cavallo che hai fra le gambe, e tu vorresti essere l'unico ad usare il suo piccolo cocchio..."
"Sì, Akhenre, proprio così. Vorrei che nessun altro potesse usare questi suoi servizi e che se un giorno sarò trasferito, Chike possa seguirmi."
"Per la prima cosa... te la posso concedere. Quanto alla seconda, vedi di meritare al più presto di essere scelto come Capo di dieci... e allora Chike sarà completamente tuo. Ma non pensavo che tu fossi tanto sensibile alle grazie maschili, Sembeb..."
"Lo sono. E Chike mi piace troppo per rinunciare a lui."
"Potresti comprarlo alla caserma, pagando il suo giusto prezzo... In questo caso nessuno potrebbe obiettare nulla. Apparterrebbe a te ed a te solo."
"Sai che non ho ricchezze a mia disposizione, a differenza di quasi tutti i miei compagni."
"Vieni, voglio insegnarti a giocare a senet e ad aseb."
"Giocare? Perché vuoi insegnarmi a giocare? Non capisco..."
"Non sai che un buon giocatore senza monete può facilmente farne incetta, sfidando i suoi compagni o gli sciocchi giù in città? Specialmente se è abbastanza astuto da perdere le prime partite e far credere all'avversario di non essere abbastanza bravo?" gli disse Akhenre con un sorrisetto.
Così Sembeb imparò da Akhenre diversi giochi, ed anche come fare per far credere di non essere molto bravo... Come in tutte le sue cose, era un ottimo allievo e presto superò il suo maestro. Passarono così parecchi giorni, in cui spesso il dolce Chike passava la notte nel letto di Sembeb, finché venne il giorno in cui il giovane cavaliere poté andare dallo scriba della guarnigione e, regalategli alcune monete per ingraziarselo, con le restanti poté comprare Chike come suo schiavo personale.
Chike era felice. Se già prima serviva il giovane e bel cavaliere con attenzione, ora lo serviva con piena dedizione, sia durante il giorno nelle mille incombenze che Sembeb gli affidava, sia durante la notte, dandoglisi con totale abbandono e partecipazione.
Poi il vecchio Akhenre si ritirò dal servizio attivo per godersi con la famiglia i proventi della sua vita da soldato, ed ottenne senza difficoltà che il giovane Sembeb diventasse il nuovo Capo di Dieci al suo posto, e che fosse lui ad allenare i nuovi soldati che volevano diventare cavalieri: infatti Sembeb era diventato uno dei migliori della guarnigione, nonostante la sua giovane età.
Dopo due anni che Smenkhkare era reggente, il faraone Ikhnaton morì. Ed un anno più tardi anche la vita di Smenkhkare ebbe fine. Il figlio di Ikhnaton, il piccolo Tutankhaton di soli dieci anni, divenne il nuovo faraone, sotto la reggenza di Aye che era stato, ai tempi di Ikhnaton, il "divino padre" di Nefertiti, il "comandante dei cavalli di Sua Maestà" e lo scriba personale del faraone.
Fu un anno i grandi cambiamenti, segnati soprattutto dal fatto che Aye, divenuto gran visir del faraone-bambino, gli fece cambiare il nome da Tutankhaton a Tutankhamon, ristabiledo così il culto del dio Amon che suo padre aveva tentato invano di eradicare. Un altro cambiamento fu che la nuova capitale di Akhetaton fu abbandonata e che il nuovo faraone si trasferì a Menfis con tutta la sua corte.
In quello stesso anno Sembeb fu trasferito nella guarnigione di cavalleria che difendeva la capitale sul versante del deserto. Essendo nuovamente permesso il culto dei vecchi dei, Sembeb decise di cambiare il suo nome in Horembeb, assumendo così nel proprio nome quello del dio Horus, di cui era sempre stato segretamente devoto.
Nella nuova guarnigione ad Horembeb, che aveva ora ventitré anni, fu assegnato il grado di Grande di cinquanta. Memore degli insegnamenti sia del suo primo maestro Abana che di Akhenre, instaurò una strettissima disciplina, ma al tempo stesso curò i suoi uomini personalmente, facendo sì che il suo plotone divenisse in breve uno dei più efficienti ed uniti. I suoi uomini lo rispettavno, temevano ma anche adoravano.
Horembeb era diventato un giovanotto alto e fiero, di notevole bellezza. Curava molto il proprio aspetto, aveva imparato non solo a leggere e scrivere correntemente, ma si stava dilettando a leggere tutta la letteratura su cui riusciva a mettere le mani e Chike gli teneva in ordine la sua crescente biblioteca personale. Era anche lievemente vanitoso, quindi i suoi abiti ed i suoi sobri gioielli erano sempre non solo belli ma in perfetto ordine, inoltre aveva imparato l'arte di truccarsi, sia pure in modo lieve, ma alla moda. Nessuno avrebbe minimamente potuto sospettare le sue origini contadine, di chi Horembeb non parlava mai. Il mistero sulle sue vere origini lo rendeva anche più affascinante.
Normalmente Horembeb prendeva il suo diletto con il suo fedele Chike, però a volte si concedeva anche qualche avventura, prendendo ancora qualche bel ragazzino nei campi, o anche in città fra le classi inferiori, per il proprio piacere. Ma Horembeb s'era fatto un punto d'onore nel non violentare mai nessuno dei ragazzini che attraevano la sua attenzione e risvegliavano il suo desiderio. Aveva visto che il più delle volte bastava lusingarli, per farli cedere rendendoli, anche se più o meno partecipi, docili alle sue richieste.
Perciò un giorno radunò i suoi uomini e chiese loro di non andare mai a caccia in due o tre e di non forzare mai un ragazzino o una ragazzina a cedere alle loro voglie con la violenza. Gli uomini dapprima protestarono: prendere a proprio piacere una ragazza o un ragazzo faceva parte dei loro privilegi da sempre. Ma Horembeb dapprima li convinse col ragionamento poi, quando la maggioranza si disse d'accordo con lui, emise l'ordine tassativo di non violentare i ragazzi nei campi.
Ad onor del vero si deve anche dire che, poiché l'usanza era in realtà assai diffusa, quando i ragazzi e le ragazze vedevano avvicinarsi un soldato, se non volevano farlo, normalmente si nascondevano o scappavano via, ma se erano scovati o raggiunti, quasi sempre cedevano, senza più tentare di resistere, alle voglie dei soldati. Quindi in realtà non ci fu un grande cambiamento riguardo a questa usanza.
Nel terzo anno del regno di Tutankhamon, Horembeb divenne portinsegna dei cavalieri della sua guarnigione. Con i suoi venticinque anni era uno dei più giovani portinsegna dell'armata del nord, ed il più giovane fra i portinsegna dei cavalieri.
Quanto accadeva a corte sotto il regno del giovanissimo faraone non trapelava fin nelle città e nei villaggi, e neppure nelle guarnigioni. Aye, con la moglie Tye, di fatto reggeva le sorti del Regno delle due Terre. Il culto dei vecchi dei era stato pienamente ristabilito ed Aton era divenuto un dio minore, ormai quasi dimenticato. Il gran sacerdote di Amon aveva libero acesso a corte ed i forzieri del dio, come i granai dei suoi templi si stavano nuovamente riempiendo.
Horembeb aveva assistito a questi cambiamenti ed aveva capito che, al di fuori della corte, la casta dei sacerdoti, e specialmente quelli di Amon, stava diventando la più importante assieme a quella dei militari. Di fatto tutte le terre d'Egitto appartenevano per un terzo al faraone ed ai nobili della sua corte, per un terzo ai templi ed ai sacerdoti ed infine per l'ultimo terzo alla casta militare nei vari gradi della suoi gerarchia.
Perciò Horembeb iniziò a frequentare la Casa della Vita che sorgeva non lontana dalla guarnigione ed a passare parte del suo tempo ad intessere buoni rapporti con la classe sacerdotale. D'altronde era spesso dalla Casa della Vita che ottenenva i papiri con su scritte le antiche storie, le poesie e i miti che tanto lo appassionavano.
Horembeb volle che Chike imparasse anche a leggere e scrivere, quindi lo mandò a passare periodi sempre più lunghi nella Casa della Vita, perché voleva fare di Chike il suo scriba personale. Il ragazzo si applicò con buona volontà anche a questo nuovo compito: faceva sempre del suo meglio per compiacere in ogni modo il suo giovane e bellissimo padrone.
La paga per i soldati del faraone era generalmente corrisposta in beni: grano, birra, carne, tessuti. Ma nei gradi superiori era spesso costituita anche da terre, schiavi, gioielli o denaro. Horembeb aveva sempre rifiutato terre e schiavi, preferendo essere pagato i gioielli e denaro, che depositava regolarmente nelle casse del tempio del dio Horus; stava così accumulando una piccola fortuna, senza però legarsi a terre e case, mantenendo quindi una grande libertà di movimento e di azione.
A volte Horembeb faceva anche qualche prestito a colleghi, a signori o a mercanti, ricavandone ulteriori guadagni ed aumentando il proprio capitale. Chike gli teneva accuratamente in ordine anche la contabilità ed i documenti.