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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TI UCCIDO PER AMORE CAPITOLO 2
UN DURO ALLENAMENTO

Sembeb non volle intendere ragione. La mattina seguente quando i suoi si svegliarono il ragazzo non era più in casa. Stava già camminando a passo svelto e deciso verso il grande fiume, ma, contrariamente al suo solito, non saltellava, non faceva giravolte, non cantava la sua canzoncina a squarciagola né fischiettava.

I suoi begli occhi scuri erano foschi, la sua espressione dura, accigliata. Aveva su di sé solo il suo perizoma ed una collanina di conchiglie, niente altro. Prima di uscire da casa aveva preso un pezzo di pane che gli sarebbe bastato appena per calmare la fame una volta, non di più. Ma non se ne dava pensiero. Doveva solo trovare una caserma e chiedere di esservi ammesso per diventare un soldato.

Camminò per parecchi giorni, chiedendo informazioni lungo la strada e nei villaggi che traversava, mendicando un po' di cibo o rubacchiandolo, bevendo acqua a volte non molto pulita o anche un po' salata. La madre l'aveva abituato a lavarsi spesso e bene ed a lavare accuratamente anche il suo perizoma, quindi se trovava un corso d'acqua ne approfittava per lavarsi a fondo.

Finalmente giunse ad una guarnigione: non era molto grande, ma era circondata da buone e solide mura e da torrette. Si fermò davanti al primo soldato che incontrò e lo guardò.

"Che vuoi, ragazzino?" gli chiese l'uomo.

"Diventare un soldato!"

L'uomo annuì: "Già, diventare un soldato. Non lo sai che la vita del soldato è dura, ragazzo?"

"Perché, la vita del contadino è bella?" gli chiese Sembeb guardandolo con aria di sfida.

"E lo sai che un ragazzino come te, mentre si allena per diventare un soldato, vale meno di uno schiavo?"

"E che vale un contadino che deve solo sfacchinare e subire?"

"E lo sai che un bel ragazzino come te, diventa il gingillo di tutti i soldati arrapati, con cui sfogare le loro voglie?"

"E perché, un soldato arrapato non le sfoga con un contadinello? Ma almeno, poi toccherà a me star sopra, invece che sotto." rispose con forza il ragazzino.

Il soldato rise: "Vedo che sei deciso!"

"Certo che sono deciso. Cosa devo fare per diventare un soldato?"

"Vieni... ti presento allo scriba d'adunata, è lui che tiene l'elenco degli uomini. E lui ti assegnerà ad uno di noi per il tuo addestramento."

"E quello che mi addestrerà, sarà anche quello che mi fotte?" chiese il ragazzetto serio.

"Dipende, forse sì e forse no. E forse solo lui o forse anche altri."

"Dipende? Da cosa?"

"Dipende a chi ti assegna lo scriba, se è un veterano o un giovane, se ti vuole solo per sé o se non gliene frega niente..."

"E come si fa a essere assegnato a un veterano che mi vuole solo per sé?"

"Se è un veterano che ti presenta allo scriba, può dirgli che ti vuole..."

"E se glielo dici tu? Tu non sei un veterano?"

"Io no. Non sono un veterano e a me non interessano i ragazzini, io ho casa e moglie qui al villaggio."

"E non puoi prima presentarmi a un veterano che mi vuole?"

L'uomo lo guardò incuriosito: "Sembri più il figlio di un mercante che di un contadino tu. Sei in gamba a mercanteggiare."

"Sì." rispose serio il ragazzo.

L'uomo rise: "Mi piaci, ragazzo. Posso provare a parlare con Abana..."

"È un veterano questo Abana? E gli piacciono i ragazzini?"

"È un mio amico e... sì, è sia un veterano che uno che gli piacciono i ragazzini come te. Ma attento, è un uomo duro, con cui non si scherza."

"Se avevo voglia di scherzare andavo a farlo coi miei amici, non venivo a fare il soldato." rispose asciutto Sembeb.

"Aspettami qui, allora." disse l'uomo ed entrò nella caserma.

Dopo pochi minuti ne uscì assieme ad un uomo alto e forte, più giovane di lui. Sembeb lo guardò misurandolo da capo a piedi. Quando i due uomini gli furono davanti, il ragazzino chiese: "E lui sarebbe un veterano? Ma se è più giovane di te!"

"Ma lui ha combattuto contro i nubiani, ed ha avuto un'ape d'oro in premio e il suo nome è stato proclamato dall'araldo del faraone davanti a sua maestà! È uno dei più forti soldati, in questa guarnigione ed è rispettato da tutti." disse il soldato, poi, rivolto al collega, gli chiese: "Allora, Abana, che ne dici di questo moccioso?"

Il nuovo arrivato guardava Sembeb con aria severa. Si aggiustò il gonnellino rosso con il lungo pendente davanti che ne nascondeva il perizoma, poi giocherellò con il collare da cui pendeva l'ape d'oro.

"Quanti anni hai, ragazzino?"

"Credo quattordici. E tu, Abana?"

"Io? Che importanza ha? Mah, ne ho trentasei, comunque. E come ti chiami?"

"Sembeb."

"Oh, un nome importante, per un moccioso. E tu vorresti che sia io ad addestrarti? Che ci guadagno, io?"

"Me." rispose brevemente il ragazzino, con una certa fierezza.

"Te... e chi mi dice che tu sei un buon acquisto per me? Che sai fare, tu?"

"Lavorare sodo per te. Imparare bene tutto quello che mi insegni a fare. E star buono mentre mi fotti... se non ce l'hai troppo grosso."

Abana rise: "Quanti ne hai già presi in quel tuo bel culetto, Sembeb?"

"Uno solo. Ma contro la mia volontà. Se devo prenderlo, voglio essere io a decidere che mi va bene e chi mi va bene. Tu devi promettermi che non mi lasci prendere da nessun altro."

"Io devo? Ragazzino, non sei certo tu che mi puoi dire cosa io devo fare o non fare."

"O me lo prometti, o vado in un'altra caserma e le giro tutte finché trovo chi me lo promette."

Abana gli dette uno scappellotto: "Bene, te lo prometto. Ma tu in cambio devi promettermi una cosa."

"Cosa?"

"Che mi obbedirai sempre e senza discutere."

"Purché non mi ordini di dare il mio culo a questo o a quello e se mi fai diventare un soldato... per il resto mi puoi ordinare tutto quello che vuoi."

"Vieni con me, allora, ragazzo." gli disse l'uomo avviandosi, senza guardare se il ragazzo lo seguiva.

Sembeb si guardava attorno con occhi sgranati: le costruzioni erano grandi e belle, fatte con pietre ben connesse e decorate con bassorilievi. L'ampio cortile era pieno di soldati che si stavano allenando con vari esercizi fisici e in gare. Vide Abana entrare in una porta e lo seguì.

Si trovò in una stanza dove era un uomo, dal capo rasato, seduto a terra su una stuoia, con una tavoletta poggiata sulle gambe incrociate. L'uomo prendeva in mano sottili bacchette che di tanto in tanto intingeva in diversi vasetti contenenti liquidi di vari colori e tracciava segni su un foglio di papiro.

"Anherkhau, iscrivi nella mia squadra questo ragazzo, che si chiama Sembeb, e di cui io mi prendo la responsabilità."

"Piano, piano, piano, Abana. Che dice il tuo Grande? È Djaper, no? Lui deve prima autorizzare..."

"Basta la mia parola, scriba! Non mi far arrabbiare o ti faccio assaggiare il mio bastone. Sono o non sono io il Capo di Dieci?"

"Sì, ma senza il benestare del Grande di Cinquanta..."

"Sì! E se venisse Djaper gli diresti che deve avere il benestare del Portinsegna, poi del Supervisore e poi... ti basterebbe l'autorizzazione del Faraone o vorresti anche quella del dio Aton?"

"Il regolamento..."

"... dice che se non lo segni subito ti verso addosso tutti i tuoi colori, prima di darti una buona battuta. Sono stato chiaro?"

"Ma se poi Djaper..."

"Con lui me la vedo io! Scrivi, o prima ti rovescio addosso tutti i tuoi colori, ti faccio ingoiare quel tuo papiro poi ti pesto a dovere!" insisté Abana con voce tonante.

Lo scriba assunse un'aria offesa, ma prese un papiro, lo srotolò e vi tracciò sopra alcuni segni. Abana guardò ed annuì. Poi prese il ragazzetto per un braccio e lo portò fuori.

Quando furono nel cortile, Sembeb gli disse: "Ehi, Abana, quei segnetti che ha fatto quello là dentro erano il mio nome?"

L'uomo lo guardò serio: "Primo, tu non dici a me 'ehi Abana' ma 'scusa Abana' e poi taci aspettando che io ti dia il permesso di parlare. Secondo, quei segnetti si chiamano scrittura. Terzo, non dici 'quello là dentro' ma 'lo scriba'. Chiaro?"

"Sì... scusa. Ma erano il mio nome?" chiese di nuovo Sembeb.

"Sì, erano il tuo nome, che ha scritto accanto al mio. Ora tu dipendi personalmente da me."

"E che vuol dire che sei il capo di dieci?"

"Che comando dieci uomini, cioè una squadra."

"Ma allora sei importante, tu!" esclamò Sembeb in tono ammirato.

"Ascolta, pulce: tre cose fanno di una pulce un uomo. Due sono le cose che una pulce deve imparare, più una: prima di parlare pensa, prima di parlare pensa di nuovo e poi stai zitto. Ricordati di questo, pulce!"

Sembeb abbassò la testa ed annuì. L'uomo lo condusse in un'altra stanza, in cui era un basso letto di legno con una cassa ai piedi e dieci stuoie arrotolate poste torno torno contro le pareti, ognuna con un cesto accanto.

"Qui dormo io con la mia squadra. Tu dormirai in terra, finché non ti meriti una stuoia. E dovrai tenere tutto pulito ed in ordine, qui dentro."

"Scusa, Abana, ma tu..."

"Ti ho dato il permesso di parlare?"

"No..."

"Bene. Adesso parla."

"Scusa, Abana, ma... tu mi fotti qui, davanti a tutti?" chiese il ragazzo guardandolo preoccupato.

"E se mi piacesse farlo? Non era nei nostri patti dove, e quando, e come l'avrei fatto, mi pare." gli rispose asciutto l'uomo.

"Scusa, Abana..."

"Pulce! Non devi ogni volta fare la tiritera! Quando ti ho detto 'parla' una volta, finiamo di fare la conversazione, no?" disse l'uomo fingendo di essere esasperato ma trattenendo a stento un sorriso.

"Niente, Abana. Hai ragione tu, non era nei patti." concluse Sembeb con voce ferma.

L'uomo annuì soddisfatto. Poi portò Sembeb in giro per la guarnigione, spiegandogli come si svolgeva la vita lì dentro e quali fossero i suoi compiti.

Così iniziò la vita di Sembeb come apprendista soldato, nella fanteria del Faraone Ikhnaton, nel nono anno del suo regno.

Sembeb inizò a lavorare per eseguire i suoi compiti, ad allenarsi ma, con un certo stupore del ragazzetto, Abana non aveva ancora approfittato di lui sessualmente.

Per addestrarsi doveva fare corse, gare di salto, lotte a pugni, come pure lanciare aste di legno (non ancora vere e proprie lance), ed a tirare con l'arco. Alcuni esercizi parevano al ragazzo più giochi divertenti che un vero e proprio allenamento militare, ma Abana con pazienza gli spiegava l'importanza anche di quei giochi per sviluppare la prontezza di riflessi, l'intelligenza ed altre qualità essenziali ad un soldato.

Inoltre Abana gli aveva fatto avere un gonnellino ed un perizoma come quello dei fanti della guarnigione, ma bianchi, e senza il collare né i bracciali che spesso ornavano i corpi dei soldati.

Un giorno Abana chiamò Sembeb: "Sono abbastanza contento di averti preso con me, pulce. Siedi qui."

"Scusa, Abana..."

"Parla."

"Perché dici che sei abbastanza contento e non contento e basta. Io sto facendo del mio meglio. In che cosa non sei contento di me?"

"Non ho detto che non sono contento. Ma per il tuo bene, devo chiederti sempre di più. Perciò dico 'abbastanza'. Voglio che tu diventi un vero e bravo soldato, e so che puoi diventarlo. Ma vedi, per diventare un vero soldato, prima devi diventare un vero uomo. Purtroppo fra noi ci sono soldati che non sono ancora veri uomini. Io non voglio che tu diventi uno di quelli."

"Io vorrei diventare come te..."

"Sbagliato. Tu puoi diventare molto più di me."

"E come devo fare per dientare un uomo come vuoi tu?"

"Vedi ragazzo, tre cose fanno di ogni uomo un uomo differente. Due sono le cose che un uomo deve curare, più una: il suo corpo, la sua anima e le sue relazioni. Ricordati di questo, ragazzo mio!"

Era già un po' di tempo che il capo di dieci non lo chiamava più "pulce" ma "ragazzo" e questo faceva piacere a Sembeb. Guardò l'uomo, verso cui nutriva una sempre più forte ammirazione, e che gli pareva anche bello fisicamente, poi, quasi timidamente ed a voce bassa gli parlò ancora.

"Abana... tu avevi detto che mi prendevi con te anche per fottere il mio culetto, ma non l'hai ancora fatto. Perché?"

L'uomo rise: "Vuoi che lo faccia?"

"Se mi hai preso anche per questo... perché no?

"Anche se ti prendo davanti ai miei uomini?" gli chiese il capo, divertito.

"Preferirei di no, ma... sei tu che decidi. Quello che decidi tu va bene."

"Sei uno strano ragazzo, Sembeb. Vieni con me."

Il ragazzo si alzò, pronto a seguire l'uomo. Avrebbe voluto chiedergli dove lo portava e perché, ma aveva imparato a non fare domande ed a fidarsi dell'uomo.

Il capo lo portò nella stanza in cui la sua squadra dormiva e ne chiuse la porta, che normalmente restava aperta. Senza dare al ragazzo il tempo di girarsi, l'uomo lo afferrò stringendolo al suo corpo bloccandolo contro il proprio petto con un braccio, mentre con la mano libera iniziò a ispezionargli il culetto prima e poi il membro che malgrado la sorpresa e la lieve vergogna del ragazzo, diventò duro come non mai, sotto il perizoma. Poi glielo sciolse facendoglielo cadere a terra.

"Stai fermo ragazzo, visto che non desideravi altro!" gli disse, poi cominciò a leccargli l'orecchio mentre con la mano lo masturbava lentamente.

Il ragazzo provò un insieme di forti emozioni, paura, vergogna, ma sopratutto tanta eccitazione. Sentiva il membro duro dell'uomo premergli contro il culetto e questo lo impauriva, ricordandogli la violenza che aveva subito nei campi da parte dello sconosciuto soldato, ma al tempo stesso lo eccitava. Quando l'uomo si rese conto che il ragazzo era in suo completo potere gli tolse il braccio che lo immobiblizzava e, con la mano ora libera, lo prese per i corti capelli dietro alla nuca, lo girò e lo bacio sulla bocca infilandogli tutta la sua lingua dentro.

Questo inizialmente provocò un senso di repulsione nel ragazzo che veniva baciato per la prima volta, e per di più da un maschio. Ma quel bacio poi si trasformò in un nuovo tipo di eccitazione che solo una stretta della mano dell'uomo sui suoi testicoli impedì di far terminare in una improvvisa eiaculazione.

L'uomo si staccò dal ragazzo. Si trovavano nella penombra, ma Sembeb vide chiaramente la sua sagoma dirigere verso il letto di legno. Abana lo invitò con un gesto a raggiungerlo, e il ragazzo gli si accostò lentamente. L'uomo sedette sul bordo del letto e lo fece avvicinare ancora. Lo fece girare su se stesso un paio di volte e, evidentemente soddisfatto da quanto vedeva gli diede uno sculaccione, non troppo forte, poi gli ordinò di andare al bacile a rinfrescarsi.

Tornato dopo qualche minuto accanto al letto, il ragazzo trovò l'uomo in piedi che lo aspettava. L'uomo lo attirò verso di sé e lo baciò di nuovo con passione mentre le sue mani scorrevano sul corpo del ragazzo. In pochi secondi il membro di Sembeb fu di nuovo duro e anche lui, un pò goffamente, cominciò ad accarezzare il forte e muscoloso corpo del capo di dieci. Terminato il lungo e passionale bacio Abana gli ordinò di spogliarlo cosa che il ragazzo fece con molta cura e attenzione.

Sembeb vedeva l'eccitazione dell'uomo brillare nel suo sguardo, mentre gli scioglieva prima il gonnellino di lino rosso, poi gli sfilava il perizoma di lino bianco, inginocchiandoglisi davanti e liberandone il bel membro, non molto grande ma molto ben fatto. L'uomo aveva un bellissimo corpo totalmente privo di peli. Terminata questa operazione Adana lo tirò su e lo baciò di nuovo stringendolo forte a sé e sfregando il suo uccello duro contro quello del ragazzo.

La sensazione che Sembeb provò fu bellissima. Poi Abana sospinse il ragazzo sul suo letto facendolo stendere sulla schiena, prese un'anforetta che aveva sotto il letto, si fece colare un po' d'olio sulla grande mano e cominciò a masturbare lentamente il ragazzo. A Sembeb pareva di essere in paradiso, e con la mano cominciò anche lui ad accarezzare il soldato: toccava le sue gambe, il suo forte e nervoso sedere ed il suo membro che gradualmente pareva assumere una crescente consistenza.

Quando il suo membro fu duro e pienamente eretto, Abana salì sopra il petto del ragazzo in modo da bloccarne con le sue gambe le braccia e gli infilò il duro palo in bocca fottendolo così per alcuni minuti; poi l'uomo si girò su se stesso e si mise sul ragazzo al rovescio, a quattro zampe. Gli introdusse di nuovo il membro in bocca mentre con la sua lingua iniziò a lavorargli la punta del membro, per poi arrivare ai testicoli ed infine si occuppò del buchetto del ragazzo, lavorandolo con la lingua con rara maestria.

Era arrivato il momento che l'uomo attendeva da chissà quanto tempo. Scese dal letto e con estrema agilità girò il ragazzo sotto sopra, poi con due dita gli lubrificò il buco e vi appoggiò sopra la sua verga e con pochi colpi lo penetrò. Lo fotté in quella posizione per parecchi minuti, alternando il ritmo delle spinte e quando capì che stava per venire lo sfilò dal culetto del ragazzo, lo girò di nuovo, gli spinse le gambe contro il giovane petto, e glielo infilò nuovamente tutto dentro, e finalmente venne con forti spinte.

Solo allora permise anche a Sembeb di raggiungere l'orgasmo liberatorio. Entrambi ansanti, si riposarono abbastanza a lungo, poi ricominciarono a fare l'amore per diverso tempo e in tutte le posizioni possibili fino a che venne l'ora del pasto della sera. Allora l'uomo gli mi permise di alzarsi dal letto, gli disse di lavarsi di nuovo, poi gli intimò di tenersi pronto per la volta successiva cosa che Sembeb promise con grande piacere.

Il ragazzo pensò che era stato molto diverso da quella prima volta col soldato sconosciuto: Abana aveva fatto in modo di farglielo piacere molto. Si sentiva ancora un po' indolenzito là dietro, ma ora il ragazzetto aveva un sorriso indefinibile sulle labbra e negli occhi. Se prima guardava il capo, l'uomo, con rispetto ed ammirazione, ora lo vedeva sotto una nuova e anche piacevole luce: era un maschio, virile, pieno di fuoco nelle vene... come voleva diventare lui.

Sembeb, più o meno inconsciamente, cercava di imitare Abana in tutto: nel modo di caminare, di muoversi, persino di parlare. E il capo, se pure era severo con lui, a volte duro, e a volte lo puniva anche con colpi di verga, e lo sottoponeva ad un incessante e duro allenamento, lo proteggeva, gli insegnava molte cose, lo guidava con una dedizione anche maggiore di quella che avrebbe potuto avere un padre per il proprio primogenito.


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