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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TI UCCIDO PER AMORE di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 23 febbraio 2003
CAPITOLO 1
UNA DECISIONE
IRREVOCABILE

La nostra storia inizia circa 3370 anni or sono, nel nono anno del regno del Faraone Akhenaton, in un piccolo villaggio del Vecchio Egitto, non lontano dalla nuova capitale Akhetaton, quella che attualmente è chiamata Tell el Amarna.

Il piccolo villaggio era talmente poco importante da non avere neppure un nome ed era conosciuto come "il villaggio superiore di Harkhuf" dal nome del Signore che possedeva tutte le terre circostanti.

Qui viveva un ragazzetto di quattordici anni, di nome Sembeb, che più tardi cambiò il suo nome in Horembeb. È lui il protagonista della nostra storia.

Sembeb era il terzo di cinque figli maschi, ché le femmine non contavano e spesso erano soppresse appena nate. I cinque fratelli si chiamavano Huya, Iawy, Sembeb, Nekau e Nimlot. Il padre, come pure i due maschi più grandi, lavoravano le terre di Harkhuf, e ne ricavavano di che vivere poveramente ma dignitosamente. La madre si occupava della casa, di tessere e cucinare, di commerciare la piccola parte del raccolto che ricevevano come paga, e di far filare dritti i figli.

Sembeb aiutava la madre, mentre i due più piccoli razzolavano all'aperto, completamente nudi, sotto gli occhi vigili della madre e di Sembeb, assieme agli altri numerosi marmocchi del villaggio. Sembeb già da un paio di anni indossava uno stretto perizoma come tutti i contadini del suo villaggio. La sua pelle scurita dal sole formava un bel contrasto con i suoi occhi scuri e vivaci, i denti candidi ed il perizoma ancora abbastanza bianco.

"Sembeb!" la voce stridula della madre del ragazzo sorse da dietro la loro capanna.

"Sembeb!" gridò di nuovo la donna.

Il ragazzo si girò e si avviò a passo svelto nella direzione della voce.

"Sembeb!"

"Sì, sì, arrivo!" gridò finalmente il ragazzetto.

"Che non ce l'hai la lingua in bocca?" lo rimproverò la madre.

Sembeb le fece la lingaccia e la madre gli batté in testa con lo scopetto con cui stava pulendo il terreno: "Tu a me la ligua non la fai o te la taglio!"

"Ma se me l'hai chiesto tu!" rispose il ragazzetto ridendo.

"Cosa?" gli chiese la madre lievemente accigliata.

"Se ho la lingua. Solo per questo te l'ho fatta vedere." rispose allegramente il ragazzetto.

La madre gli dette un altro colpo in testa con lo scopetto: "Senti, prendi quel sacchetto di sementi e vai fino al villaggio da basso da Peraha e fatti dare in cambio almeno tre mezze zucche. E fai attenzione che non siano incrinate, che non abbiano muffa e che suonino bene."

"Uffa, Mà! Perché devo andarci io?"

"Niente uffa con me, o invece di cena ti do un uffa bollito!" lo redarguì la madre, "E non perdere tempo per la strada. Corri!"

Sembeb prese il sacchetto di sementi e si avviò a passo tranquillo.

"Corri, se non vuoi che ti tiri un sasso!" gli gridò dietro la madre.

Sembeb si mise a correre: non solo sapeva che la madre avrebbe mantenuto la minaccia, ma pure che aveva una mira perfetta.

Quando fu lontano dalle case del villaggio, Sembeb si mise a cantare a squarciagola una canzoncina che aveva composto lui:

"Papà e Mammà un figlio han voluto
e Huya è nato quando hanno fottuto.
È un tipo robusto ed è pure gagliardo
Però, come un mulo, Huya è testardo!

Maaaa...
il migliore che han fatto Mà e Pà sono io
Ché...
il medio, il medio, il medio
son, dei doni del dio!

Papà e Mammà ancor ci han provato
Iawy hanno fatto, il figlio adorato.
È intelligente, e svelto, e caruccio
ma il corpo suo è assai deboluccio!

Maaaa...
il migliore son io che Mà e Pà han formato
Ché...
il medio, il medio, il medio
sono io che sono nato!

Come si fotte Pà e Mà han capito
E con il terzo fortuna hanno avuto
Son nato io e sono cresciuto snello
Forte, alto, furbo, agile e bello!

Eeeee...
Sono io il meglio dei figli di Pà e Mà
Ché...
il medio, il medio, il medio
è il migliore, si sa!

Papà e Mammà di nuovo han fottuto
Così Nekau al mondo è venuto
È agile e snello e pure ben fatto
Ma pigro è, come uno stupido gatto!

Maaaa...
Son io di Pà e Mà il più bel pargoletto
Ché...
il medio, il medio, il medio
è il solo perfetto!

Pà a fotter Mà si dev'esser stancato
Così Nimlot per quinto han sfornato.
È assai gentile, e pure grazioso
ma il suo cervello pare sempre a riposo!

Maaaa...
Di Pà e Mà sono io il più bel fiore
Ché...
Il medio, il medio, il medio
è pur sempre il migliore!"

Mentre cantava lanciava in aria e riprendeva al volo il sacchetto di sementi. Fu una fortuna che la madre avesse stretto bene il lacciolo che lo chiudeva e che perciò non si aprì spargendo tutta la semente sul terreno. Sembeb giunse finalmente in vista del villaggio da basso. Arrivò fischiettando la sua canzoncina davanti alla capanna di Peraha. L'uomo stava intrecciando alcuni giunchi, facendo un bel cesto.

"Ehi, Peraha!"

"Ehi, Sembeb!" gli rispose l'uomo sollevando per un attimo lo sguardo, rimettendosi poi subito al lavoro.

"Per questo bel sacchetto pieno di sementi, quante zucche mi dai?"

"Fa' vedere..." disse l'uomo, aprì il sacchetto e fece scorrere fra le dita i semi.

"Belli, no?" gli disse Sembeb, "Allora, quante mezze zucche mi dai?"

"Tre, in scala, che entrano una dentro l'altra, la più grande di questa misura." rispose l'uomo facendo un cerchio con le mani.

"Tre? Mica scherzi, no? Almeno sei! E la più grande almeno così!"

"No, no, no! Che, mi vuoi mandare in rovina? Sei, dice lui! Ma lo sai quanto lavoro ci vuole per fare una bella ciotola di zucca?"

"Bella, poi... non sono neanche decorate!"

"Bella, sì, bella. No, sei proprio no. Al massimo quattro... solo perché mi sei simpatico anche se sei impertinente."

"Oh, quattro! Proprio ti sprechi, tu! Guarda che sono tutti semi buoni, questi. Tutti semi scelti. Quattro sono troppo poche. Almeno cinque me ne devi dare, e belle grosse."

"Oh, Sembeb! Ma proprio non hai cuore, tu? Cinque? Ma via, come puoi pensare che te ne do cinque? Guarda, prendi queste quattro e lasciami in pace, prima che cambi idea e non te ne dia neanche una."

Sembeb non le prese e scosse la testa: "No, tu mi vuoi fregare. Quattro e per di più così piccole! E che, mica ci devo dare da mangiare a un topolino, no? O a uno stupido gatto!"

"Non dire che il gatto è stupido. Non lo sai che è sacro?" disse l'uomo toccandosi fra le gambe in segno di scongiuro.

"Stupido, stupido, sì, stupido! Stupido e ladro. Come te, ladro come te. Per quei semi, queste quattro ciotole che vanno bene solo per giocare! Ma via!"

"Impertinente come al solito. Beh, togliamo la più piccola e ne mettiamo una più grande. Va bene, adesso?"

"Mmhhh... non proprio. E dai, Peraha, su! Come minimo ne togli ancora una piccola e ne metti una più grande..."

"Tua madre manda sempre te perché sei un rompiscatole. Lei avrebbe accettato da un pezzo."

"Sì, per la tua maschia bellezza! Anche se ti metti una manata di kohl sugli occhi resti un brutto vecchio!"

"E tu non hai rispetto neanche per i vecchi. E il kohl me lo metto solo perché fa bene agli occhi, non per bellezza. Stupido!"

"Hahaha! E a chi la dai a bere? Speri solo di portarti una donna a letto, dai, lo sanno tutti. Quand'è che hai fottuto l'ultima volta, eh?"

"Adesso mi fai arrabbiare. Quelle quattro e basta. O le prendi o te ne vai. È la mia ultima parola."

"E dai, Peraha! Ti piace essere pregato? Quelle quattro sono troppo poco..."

"O quelle quattro, o niente!" ripeté l'anziano uomo cocciuto.

"Ma devono essere perfette. E in più... mi devi dare anche quella scatoletta di legno. E rendermi il sacchetto vuoto dei semi..."

Contrattarono ancora a lungo ma alla fine la spuntò Sembeb. Dopo aver battuto accuratamente con le nocche sulle zucche ed averle esaminate attentamente, infilò le tre più piccole e la scatoletta di legno nel sacchetto in cui aveva portato le sementi, si calzò in capo la più grande come se fosse stato un elmetto, e, salutato l'artigiano, riprese allegramente la via del ritorno.

Era più o meno a metà strada fra i due villaggi e stava di nuovo cantando a squarciagola:

"... solo io sono nato!

Come si fotte Pà e Mà han capito
E con il terzo fortuna hanno avuto
Son nato io e sono cresciuto snello
Forte, alto, furbo, agile e bello!

Eeeee...
Sono io il meglio dei figli di Pà e Mà
Ché...
il medio, il medio, il medio..."

Si fermò di botto e guardò a bocca aperta il soldato che gli sbarrava la strada, e che pareva comparso dal nulla. Era un uomo non molto alto, ma tutto muscoli. Aveva un gonnellino perfettamente annodato, i sandali, le armi, e il copricapo agganciato alla cintola.

"Sì, sei proprio cresciuto bene, ragazzo." gli disse l'uomo, "agile e bello."

Sembeb lo guardava chiedendosi che ci facesse un soldato da quelle parti.

"Vieni qui, ragazzo..." gli disse l'uomo afferrandolo per un braccio e tirandolo verso di sé.

"Che vuoi da me, soldato?" gli chiese Sembeb cercando di assumere un'aria spavalda.

"Che voglio? Il tuo bel culetto, ragazzo! Ho una voglia addosso, che se non me la levo scoppio. Ti voglio fottere."

"Fottere? Tu a me? Mica sono una ragazza, io!"

"Certo, sei meglio di una ragazza. A me piacciono i ragazzi, comunque." gli disse il soldato e lasciate cadere a terra le armi, con un gesto rapido sciolse il perizoma del ragazzetto.

Sembeb si divincolò e la mezza zucca che aveva in testa scivolò via e cadde per terra. Il soldato lo sollevò da terra. Sembeb scalciò e l'uomo rise.

"Mi piaci, mi piace domare i ragazzini selvaggi. Sì, hai proprio un bel culetto..."

"Lasciami! Lasciami! Non voglio che mi fotti in culo!"

"Quello che vuoi o non vuoi, proprio non mi interessa." gli disse allegramente il soldato, manipolando il corpo del ragazzino come se fosse un fuscello e forzandolo a terra sulle quattro zampe.

Sembeb cercò di sfuggirgli, di sottrarsi, ma l'uomo gli era sopra, e lo teneva fermo fra le gambe mentre con le mani lo obbligava a riprendere la posizione a quattro zampe. Gli spinse il petto contro la terra, gli sollevò il culetto... e Sembeb sentì il duro palo di carne dell'uomo cercare di infilarsi fra le sue chiappette. Si divincolò con tutte le sue forze... ma era impotente fra le mani del forte soldato.

"Lasciami! Lasciami andare o ti ammazzo!" gridò il ragazzetto.

Il soldato rise: "Più gridi più mi fai eccitare, bel maschietto. E dai! Chissà quanti ne hai già presi in culo, alla tua età!"

"In culo ne avrà presi tanti tua madre, non io!"

"Sì, è possibile. Faveva la puttana, mia madre..." rise l'uomo e si sputò su una mano per bagnarcisi il membro duro.

"Solo un figlio di puttana come te..." cominciò a dire Sembeb furibondo.

Una forte botta in testa lo fece gemere e tacere; Sembeb scosse la testa, lievemente stordito.

"Piantala, ragazzo, o prima ti pesto a dovere, poi ti inculo lo stesso! Mi stai facendo perdere la pazienza!"

Il soldato cominciò a spingere e Sembeb provò un acuto dolore. Gridò e l'uomo rise. Il soldto dette un altro forte colpo di reni. Il ragazzetto si sentiva squarciare, il dolore era lancinante.

"Sei bello stretto! Sì, bello stretto... sarà una bella cavalcata!" disse l'uomo tenendolo ben fermo e pestandogli dentro per riuscire a penetrarlo.

Di colpo riuscì a vincere la disperata resistenza dell'inviolato sfintere del ragazzo ed iniziò a penetrarlo. Sembeb gridava e piangeva, il suo corpo scosso dal dolore e dai singhiozzi. L'uomo finì a spingerglielo dentro con colpi vigorosi.

"Hah! Sei caldo e stretto... Mi sa che davvero sono io il primo! Ho più fortuna io che il dio Seth con Horus! Il mio seme sarà tutto dentro di te, non nella tua mano!" rise l'uomo iniziando a fottere con energia l'impotente ragazzetto.

E finalmente l'uomo venne con un forte grido di gioia, e si scaricò nelle calde e strette profondità doloranti di Sembeb.

Si alzò, si rimise il gonnellino di lino, prese le sue armi e se ne andò soddisfatto ed allegro, senza dire un parola. Sembeb era rimasto a terra, ancora scosso dai suoi singhiozzi e dolorante. Si passò una mano fra le chiappette appena violate e sentì che erano bagnate. Guardò spaventato la sua mano ma non era sporca di sangue... c'era solo il seme dell'uomo.

Si rialzò, andò a recuperare il proprio perizoma e se lo annodò addosso, poi recuperò le mezze zucche. Ancora singhiozzando, controllò che non si fossero rotte poi, lentamente, proseguì verso il proprio villaggio. Quando fu in vista delle prime capanne, si asciugò rabbiosamente le lacrime col dorso di una mano, poi procedette.

La madre lo accolse gridando: "Ah, eccoti qui, finalmente! T'avevo detto di non perdere tempo, per la strada! Con chi ti sei fermato a giocare, eh, lazzarone!"

"Ho quattro zucche..." disse il ragazzo accigliato, porgendole alla madre.

"E come mai sei tutto sporco di terra così, eh? e pieno di terra pure nei capelli, eh? Scommetto che ti sei azzuffato e rotolato a terra con qualche altro lazzarone come te!" lo rimproverò la madre prendendolo per un orecchio.

"No! No, e no e no! Un soldato m'ha fottuto in culo, ecco cosa m'è successo! Sei contenta? M'ha sbattuto a terra e m'è venuto sopra e m'ha inculato, sei contenta?" gridò il ragazzetto e corse nella capanna, si gettò sul giaciglio e scoppiò di nuovo in singhiozzi.

La madre scosse il capo e si rimise a lavorare, emettendo un triste sospiro. Più tardi il marito ed i due figli più grandi tornarono dai campi. La donna prese il marito in disparte e gli disse quello che era sucesso a Sembeb.

L'uomo annuì: "Ci penso io... tu tieni fuori gli altri dalla capanna, finché non vi chiamo."

"Ma la cena..." protestò debolmente la donna.

"Aspetterà. Se per una volta mangiamo più tardi, non muore nessuno. Tienimi i ragazzi fuori dai piedi, tu." le disse il marito e si avviò verso la loro capanna.

Entrò. Sembeb stava immobile, raggomitolato in posizione fetale sul pagliericcio. L'uomo scostò lo sgabello, e sedette a terra, sulla stuoia, accanto al figlio.

"Sembeb?" lo chiamò sottovoce.

"Eh?" rispose il ragazzo con un filo di voce.

"Lo so come ti senti, sai?"

Il ragazzo non si mosse, non rispose.

"Tua madre m'ha detto... mi dispiace... Vieni qui, Sem..."

"No."

"Vieni qui, dai... lo so come ti senti..."

"Ma ne che sai, tu..."

"Lo so... Anche a me è capitato, quando avevo la tua età... Anche a me un soldato... Per questo ero venuto qui, perché non ci sono caserme nei dintorni... Anche a me, Sem... e mica una sola volta... perciò lo so bene, come ti senti..."

L'uomo mise una mano scarna e callosa sulla spalla del figlio e, con gentilezza, lo tirò a sé, facendolo girare. Il ragazzo gli si gettò fra le braccia e mentre il padre lo stringeva a sé, scoppiò di nuovo a piangere.

"Vedi, Sem... avrei dovuto metterti in guardia... ma non pensavo che anche qui... Non ci sono caserme, nei dintorni... e nessuna pista importante passa di qui... Avrei dovuto metterti in guardia..."

"Perché, papà? Perché l'ha fatto?" singhiozzò il ragazzo.

"I soldati, vedi... hanno il diritto di farlo. Che sia una donna, che sia un ragazzo... hanno il diritto di farlo, con gli schiavi o con noi contadini... Possono prenderci come e quando e quanto vogliono..."

"Non è giusto!"

"Giusto... non giusto... è sempre stato così."

"Non sono uno schiavo, io, né una donna..." protestò il ragazzo.

"Ma i soldati hanno il diritto... i soldati e i signori... Nessuno li punisce per questo."

"Non è giusto... non è giusto..." ripeté il ragazzo, desolato.

"Noi siamo solo contadini..."

"E allora io non voglio più essere un contadino!"

"Il cane può solo essere un cane, il pesce può solo essere un pesce..." gli disse il padre carezzandolo.

"E io non voglio essere né un cane, né un pesce, né un contadino!"

"E cosa vorresti essere, allora, povero figlio mio?" gli chiese con sconsolata dolcezza l'uomo.

Sembeb si rizzò fiero, si terse le lacrime con forza fino a farsi arrossare la pelle delle gote, guardò negli occhi il padre e con voce roca esclamo: "Io voglio essere un soldato, allora! Così nessuno può farlo a me, e nessuno può dirmi di no, quando sono io che ho voglia di farlo!"

"Figlio mio... figlio mio... non è così che... non è facendo ad altri quello che hanno fatto a te che puoi... rimettere a posto le cose."

"Sì, invece. Io vado via, vado a fare il soldato!" ripeté cocciuto e determinato il ragazzo. "E sarò io a fottere in culo gli altri, non gli altri me!"



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