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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL GUINZAGLIO CAPITOLO 9
UNA RECITA BEN RIUSCITA

Con Guillermo, in auto, andammo ad incontrare sua madre. Abitava in una baracca di legno, cartone, teli di plastica che mi fece stringere il cuore. Guillermo mi aveva fatto lasciare l'auto, ben chiusa, davanti alla stazione ferroviaria, ed eravamo andati a piedi fino alla baraccopoli. Guillermo mi aveva fatto indossare i miei vestiti più semplici e vecchi... ora capivo perché.

C'erano bimbi piccoli dappertutto... sporchi, malnutriti... non avevo mai visto tanta miseria in vita mia. E pensai che ognuno di quei bimbi poteva fare la fine che aveva fatto da piccolo Guillermo... se non moriva prima.

Arrivamo alla baracca. Quattro dei sei fratelli di Guillermo razzolavano davanti alla porta, chiusa solo da una vecchia tenda ricavata da pezzi di coperte malamente cuciti assieme. Gli si affollarono attorno. Guillermo tirò fuori dalle tasche alcuni dolciumi e li distribuì ai fratelli.

"Mamma?" chiese.

"È dentro. È il tuo padrone, quello?" chiese il piccolo indicandomi.

"Sì." gli rispose Guillermo dandogli uno scappellotto affettuoso. "Vieni." disse poi Guillermo a me, scostando la tenda ed entrando.

Lo seguii. Dentro era anche più squallido che fuori. Una donna che pareva più vecchia di me, anche se Guillermo mi aveva detto che aveva solo trentasette anni, pesantemente truccata, dal volto stanco ed accigliato, sollevò lo sguardo verso di noi. Era seduta al tavolo, e stava rammendando un qualche indumento informe, che non capii che cosa potesse essere.

"Siedi..." mi disse Guillermo dandomi una sedia, in modo che fossi dall'altra parte del tavolo di fronte e sua madre. Lui sedette all'altro lato del tavolo, fra sua madre e me. "Questo è il mio nuovo padre, il señor Daniel Savoldi, mamma."

"Ah." disse la donna lanciandomi uno sguardo. Poi, continuando a cucire, mi chiese: "Così lei si vuole prendere mio figlio."

"Sì."

"Vuole che dica che è suo padre, che mi ha scopato..."

"Sì."

"Beh, uno più uno meno... perché no? E quanto mi da?"

"Questo l'abbiamo già discusso, mamma. Adesso stai a sentire bene quello che il señor Savoldi ti dice. Devi imparare bene la tua parte..."

"Bene. Prepariamo la recita." disse la donna posando sul tavolo lo straccio che stava rammendando.

Prima di andare via, le detti una busta con una prima parte di soldi. Guillermo la prese prima di lei. Anche se sapeva quanto ci avevo messo dentro, tirò fuori i soldi e mettendo le banconote una dopo l'altra davanti alla madre, le contò ad alta voce. Poi ce ne andammo.

"Perché l'hai fatto?"

"Così non può dire che non glieli hai dati." mi disse Guillermo tranquillo.

"Era necessario?"

"Era necessario. La conosco piuttosto bene."

"La prossima volta, assieme ai documenti, le porto un vestito nuovo, come le ho promesso... anche per andare dagli avvocati."

"Sì, e deve lavarsi, soprattutto la faccia, gliel'ho già detto. Non può venirci truccata così..."

"Pensi che farà tutto come le ho detto?"

"Penso di sì. Sa recitare, quando serve. E poi glielo farò ripetere finché non farà nessuno sbaglio, stai tranquillo."

Quando i documenti falsi mi arrivarono da New York, li tenne Guillermo. Erano perfetti, per quanto ne capivo io. Un passaporto invecchiato, con la foto della madre di Guillermo, ricavata da una vecchia foto che aveva in casa e che il mio ragazzo m'aveva fatto avere... il visto di lavoro, i timbri di entrata e di uscita dagli States, con le date giuste... e la mia lettera di assunzione, ingiallita e gualcita, con la mia firma... anche quella perfettamente invecchiata...

Poi Guillermo andò a prendere la madre, andammo dove mi "aveva riconosciuto"... dove mi aveva parlato, ripassamo quello che mi doveva aver detto, quello che le avrei risposto... dove le avevo offerto il pranzo per parlare in pace... Dove mi aveva fatto incontrare con "mio figlio"...

In quell'occasione io le comprai il vestito. Io avevo proposto di comprargliene uno nuovo, ma lui insisté perché andassimo da un rigattiere... Scelse lui il vestito, assieme a sua madre. Io insistetti perché ne comprasse due, e anche qualcosa per i fratellini. Sempre sotto l'attenta supervisione di Guillermo.

E, finalmente, andai nello studio degli avvocati Martin y Enrique Fernández Blanco. Spiegai loro che avevo scoperto di avere un figlio e che intendevo riconoscerlo. Mi fecero parecchie domande, mi chiesero come potevo essere sicuro, quali prove avessi... Recitai la mia parte... Annuivano, pareva che credessero a tutto. O per lo meno, se pure avevano dei dubbi, che prendevano comunque per buona la mia storia... dato che li pagavo per assistermi.

Tornai nello studio Fernández Blanco con Dora Enriqueta Olivera, la madre e con Guillermo. Lei mostrò i documenti e gli avvocati li fotocopiarono. Le fecero domande, la donna recitò alla perfezione. Chiesero a Guilermo se era d'accordo ad essere riconosciuto da me. Tutto filò liscio. I due avvocati, padre e figlio, mi dissero di stare tranquillo che non ci sarebbero stati problemi...

Dopo una decina di giorni, la madre di Guillermo, io e lui, fummmo convocati davanti ad un giudice per le deposizioni. Ci assisteva Enrique Fernández Blanco, il figlio. Fu solo una formalità. Dovemmo apporre le nostre firme alla richiesta di riconoscimento. Dora Enriqueta non sapeva scrivere, ma fece la croce controfirmata da due testimoni...

Il cancelliere ci disse che ci sarebbe voluto qualche mese per la trascrizione. Allora io feci alcune telefonate, allungai alcune bustarelle... e dopo meno di un mese, finalmente, ricevetti il certificato secondo cui Guillermo Savoldi Olivera era mio figlio... Guillermo allora andò dalla madre e si fece consegnare i documenti falsi, in modo che la donna non avesse più in mano carte compromettenti, poi le consegnò gli ultimi soldi che le avevamo promesso.

Io mi recai immediatamente al consolato italiano e chiesi di vedere il console, che avevo già incontrato diverse volte. Fui ricevuto subito.

"Caro dottor Savoldi, che piacere rivederla!" mi accolse con cerimoniosa familiarità il console.

"Come sta, dottor Berardi? Tutto bene?"

"Ringraziando il cielo, sì. Solo troppo da fare... ma... è la vita."

"Mi scusi se la disturbo, ma... ho bisogno del suo aiuto..."

"Qualche problema? Se posso esserle utile..."

"È una cosa personale, piuttosto delicata, per questo ho preferito non parlare con gli impiegati ed ho chiesto di lei..."

"Mi dica..."

"Ecco, vede, dottor Berardi... nel 1983... avevo solo venticinque anni... ero negli USA per lavoro, nella nostra sede di San Francisco... Ecco, vede... avevo assunto una donna di servizio, per tenermi in ordine la casa, farmi da mangiare, il bucato..."

Il console mi guardava e mi ascoltava, probabilmente chiedendosi perché gli raccontassi quella storia di quasi diciotto anni prima. Ma conservava un sorriso cortese sulle labbra.

"Era una ragazza argentina... aveva diciannove anni... aveva una stanza nel mio appartamento... Ero giovane, era giovane e... sa come capita... forse un po' sventati tutti e due... così... io e lei..."

"Sì... capisco... è nata una storia..."

"Sì, proprio così. Niente di veramente serio, voglio dire... non è che fossimo... innamorati, ma... tutti e due avevamo voglia di... di..."

"Divertirvi." suggerì il console annuendo, senza cambiare il suo sorriso professionale.

"Esatto. Solo che... allora io non l'avevo saputo, lei non mi disse niente... in maggio mi disse che tornava in Argentina... andò via..."

"Ma era... aspettava un figlio da lei."

"Sì. Come le ho detto, non mi aveva detto niente..."

"E... come è venuto a saperlo, poi?" mi chiese incuriosito. "Le scrisse?"

"No. Non sapeva scrivere. Io poi andai via da San Francisco, non mi avrebbe potuto rintracciare neanche se avesse voluto... non una ragazza madre, analfabeta e senza mezzi... di umile estrazione sociale..."

"Vedo. E allora?"

"Ma pochi mesi fa... mentre camminavo per Avenida Cordosa... un donna mi fermò e mi chiese se ero Daniele Savoldi..."

"Era quella ragazza."

"Sì. Io in un primo momento non l'avevo riconosciuta... mi disse che si chiamava Dora Enriqueta... allora mi ricordai... e mi disse di mio figlio..."

"Che ora dovrebbe avere sui diciotto anni..."

"Sì, li compirà in dicembre."

"Ma lei, come può essere sicuro che fosse veramente suo figlio? La donna le ha chiesto soldi, immagino..."

"No non mi ha chiesto soldi... mi ha chiesto solo se volevo vederlo, se volevo conoscerlo... Dora non andava in giro quand'era a San Francisco. Non aveva amici, non credo che fosse andata anche con altri... Doveva essere mio figlio..."

"L'ha visto? L'ha incontrato?"

"Sì..."

"E... le somiglia?"

"Potrebbe essere mio figlio. Assomiglia di più alla madre, ma può essere mio figlio..."

"E lei, ora... vuole toglierseli di torno oppure vuole riconoscere questo ragazzo?"

"L'ho già riconosciuto, almeno per la legge argentina. Sono sicuro che è mio figlio. Non potevo sottrarmi alle mie responsabilità, capisce... per diciotto anni quel ragazzo non ha avuto un padre..."

"E così l'ha riconoscuto... non ha forse precipitato un po' le cose? Mi scusi, ma..."

"Le avevo precipitate quando avevo venticinque anni... non ora."

"È convinto di aver fatto bene a compiere il passo cha ha fatto?"

"Sì, sono convinto di aver fatto quello che dovevo."

"Quindi, immagino, ora vuole la trascrizione di paternità anche in Italia..."

"Esatto. E vorrei sapere quali documenti devo produrre... e vorrei che la cosa... rimanesse riservata, possibilmente."

"Con un figlio che compare dal nulla? Sanno tutti che lei non è sposato..."

"È un problema, questo, per la legge italiana?"

"No, no. Ed è piuttosto facile fare le necessarie pratiche. Non le conosco in dettaglio, ma posso farle avere tutti gli estremi, così lei può farmi pervenire i necessari documenti... e mi occuperò personalmente del suo caso, se è questo che vuole..."

"La ringrazio, dottor Berardi..."

"Dovere. Le posso far avere tutto alla sua banca? In modo riservato, logicamente."

"Le sarei grato... poi... ci vorrà molto tempo per regolarizzare la questione?"

"Non so, ma non credo. Faremo tutte le pratiche qui al consolato, poi semplicemente comunicherò i dati in Italia per la trascrizione. Una pura formalità."

"Prossimamente sarò trasferito in Italia, a Roma... e vorrei portare mio figlio con me..."

"Vedo. Appena il ragazzo sarà registrato, le farò avere il passaporto del ragazzo. Essendo suo figlio, avrà automaticamente anche la cittadinanza italiana. Ed avrà il suo cognome, si capisce."

"Sì, lo ha già... si chiama Guillermo Savoldi Olivera."

"Per la legge argentina. Per quella italiana sarà solo Guillermo Savoldi. Non può avere il doppio cognome."

"Può conservare il nome argentino, Guillermo, o deve anche chiamarsi Guglielmo?"

"No, il nome lo conserva."

"E una volta che ha il passaporto italiano, può venire in Italia con me, giusto?"

"Certamente, senza nessun problema. E una volta in Italia, potrà chiedere la residenza. L'unico problema..."

"Sì?" gli chiesi allarmato.

"Suo figlio dovrà fare il servizio militare in Italia... Lo sa questo? Il ragazzo lo sa?"

"Non ci avevo pensato, ma... credo che non ci sia nessun problema..."

"Non è meglio che ne parli con il ragazzo... con suo figlio, prima che mandiamo avanti le pratiche?"

"Sì, penso di sì. Comunque, nel frattempo, mi faccia sapere quali documenti devo presentare, per favore."

"Certamente."

Guillermo mi aspettava in un caffè accanto alla sede consolare. Quando vi entrai, si alzò e mi guardò con espressione interrogativa.

"Allora?"

"Siedi. C'è una cosa che devo dirti..."

"Qualche problema?" mi chiese con uno sguardo un po' allarmato.

"Non credo. Solo una cosa a cui non avevo pensato..."

"Cosa?"

"Vedi, tutti i cittadini italiani maschi, e tu diventi un cittadino italiano se il consolato registra i tuoi documenti, devono fare un anno di servizio militare obbligatorio. Quindi, se vieni con me in Italia, quando compi i 19 anni dovresti farlo anche tu..."

"Un anno... e dovrei vivere in caserma e non con te?"

"Esatto."

"E non potrei vederti per un anno?"

"No, ci sono licenze brevi e lunghe, licenze premio e qualche week end... circa due, tre volte al mese ci si potrebbe vedere..."

"Cioè... potrei anche passare la notte con te?"

"Sì, almeno una notte, qualche volta anche di più."

"Beh, allora mi va bene. Farò anche il servizio militare. Ma... come faccio se non conosco l'italiano?"

"Ne imparerai abbastanza prima che tu debba fare il militare. Facendo dei corsi e vivendo in Italia, lo imparerai abbastanza in fretta. Non è difficile per chi parla spagnolo imparare l'italiano."

"Sì, lo imparerò... magari tu potresti già cominciare a parlarmi in italiano, no?" mi chiese e il sorriso tornò sulle sue labbra e nei suoi occhi.

Anche i documenti al consolato furono fatti abbastanza in fretta. Tutto era risultato più semplice di quanto avessi pensato. E non mi costò neppure troppo caro. Quando Guillermo ricevette il passaporto, era felice, ballava per casa, mi girava intorno, rideva... era un piacere vedere la sua gioia.

Così, nel dicembre del 2001, pochi giorni dopo aver festeggiato il diciottesimo compleanno di Guillermo, dopo aver spedito tutte le nostre cose personali in Italia, partimmo per Roma. Prima di partire Guillermo era andato a salutare la madre ed i fratelli, ed aveva portato loro ancora un po' di soldi, oltre quanto avevamo già dato alla madre.

Arrivammo a Roma il 20 dicembre. La mia banca aveva già approntato un appartamento provvisorio in cui sistemarci, in modo che io potessi poi trovarmi con calma un alloggio di mio gradimento. Presi subito servizio nella nostra sede centrale e frattanto andai anche all'ufficio dell'anagrafe per registrare sia me che Guillermo.

Passate le feste di Natale e del Nuovo Anno, portai Guillermo ad iscriversi in una scuola privata di italiano per stranieri. Trovammo anche un bell'appartamento al secondo piano di un'elegante casa in Piazzale S. Pancrazio, a due passi da Villa Doria Pamphili. L'appartamento era grande, così dissi a Guillermo, visto che doveva anche studiare, che intendevo prendere una persona di servizio.

"Ma posso fare tutto io..." protestò lui.

"No, la casa è grande, e tu hai da fare, studiare, poi magari prendere la patente... e prima o poi anche trovare un lavoro..."

"Posso farlo... e come lavoro, perché pagare un'altra persona? Se tu avessi una moglie, li farebbe lei i lavori di casa no? Non posso fare io il... casalingo?"

"Non voglio che tu stia sempre chiuso in casa... devi avere la tua vita... e poi, prima o poi, dovrai anche andare a fare il militare, chi terrà pulita casa per quell'anno?"

"Ma avere una persona per casa... se capisce di noi due... specialmente ora che per tutti sono tuo figlio, sarebbe imbarazzante, no?"

"Posso trovare un ragazzo gay, così saremmo più liberi. Tu m'avevi detto che ti piacerebbe studiare, ed io sarei contento se tu prendessi almeno un diploma di media superiore... dovresti studiare seriamente, per recuperare gli anni che hai perso. No, secondo me è meglio se prendiamo una persona che faccia i lavori di casa."

Riuscii a convicerlo. Così, dopo alcune ricerche, trovammo un ragazzo filippino, gay, e lo assumemmo. Si chiamava Neyo, aveva ventisei anni, era grazioso e simpatico e lavorava svelto e bene. Veniva tutti i giorni esclusa la domenica, e lavorava in casa dalle dieci di mattina alle sei del pomeriggio. Lo assunsi regolarmente, con i libretti. Era in Italia da cinque anni e parlava abbastanza bene l'italiano. Da tre anni viveva in un'appartamentino di Trastevere con il suo ragazzo, un grazioso coreano di ventidue anni, di nome Kim, che faceva il cuoco in un ristorante.

Era la sera del 26 marzo del 2002. Avevamo cenato e stavamo guardando un film alla TV, seduti sul sofà del nostro soggiorno, semiabbracciati. Guillermo era accoccolato accanto a me, ed aveva il capo appoggiato sul mio braccio, quasi sulla mia spalla e mi carezzava lievemente.

"Sei contento, Daniel?" mi chiese.

"Contento? Più che contento, Guillermo. E tu?"

"Mi pare ancora di vivere in un sogno... Sono solo due anni che stiamo assieme, ma sono successe tante di quelle cose, in questi due anni. Lo sai che più sto con te, più ti amo, Daniel?"

"Sì che lo so. Anche io ti amo."

"Ci ameremo sempre così?"

"Forse no... forse col passare degli anni ci si amerà in modo diverso. Ma so... ma sento che ci ameremo sempre e che avremo sempre più bisogno l'uno dell'altro."

"Tu... hai bisogno di me?" mi chiese Guillermo con espressione lievemente stupita.

"Ogni giorno di più, amore. Ogni giorno di più. Non mi era mai capitato prima, sai? Ma ora, quando sono in ufficio, guardo sempre l'orologio e non vedo l'ora di tornare a casa per stare con te."

"Anche io ho bisogno di te, Daniel... anche adesso... ho bisogno che mi... ho bisogno di sentirti in me, ho bisogno di fare l'amore con te..."

"Non ti stanchi mai a fare l'amore con me?" gli chiesi carezzandolo in modo più intimo.

"Io? Mai! E tu?"

"Che ne dici? Ti sono mai sembrato stanco?"

"Sì..." mi disse con un sorrisetto ironico.

"Sì? E quando?"

"Proprio due sere fa... dopo la terza volta che venivi... mi hai detto che avevi bisogno di dormire!" ridacchiò Guillermo.

"E ci credo, erano le due di notte! Ma non ero stanco di te, amore. Era la terza volta che venivo, appunto..."

Ridacchiò. Poi mi disse: "Daniel, io voglio fare l'esame del sangue..."

"L'esame del sangue? E perché?"

"Sono due anni che faccio l'amore solo con te. Mi sono informato e... se ho qualche malattia... se ho l'Aids, ormai si può sapere. E se non ce l'ho... vorrei che non usassimo più il preservativo. Io non vado a letto con nessun altro, perciò, se sono sano, che bisogno c'è di usarlo? Preferirei lasciar perdere..."

"Potrei avere io l'Aids. Prima di conoscere te, anche se ho sempre preso le mie precauzioni, sono andato a letto con parecchi ragazzi e non vorrei essere io ad infettare te..."

"Fai l'esame anche tu, allora. E se siamo puliti tutti e due, possimo smettere di usare il preservativo, no? Mi piacerebbe che... che quando facciamo l'amore, il tuo seme rimane dentro di me. Almeno ho una parte di te sempre con me..."

Lo baciai: "Allora andremo a fare l'esame del sangue, amore."

"Ma adesso..." sussurrò Guillermo accarezzandomi fra le gambe. Sorrise: "Ce l'hai già bello duro..."

"Mi basta stare vicino a te così, per aver voglia di te..."

"Perché allora non hai fatto ancora niente?"

"Non possiamo farlo continuamente, no?"

Guillermo cominciò a sbottonarmi gli abiti ed a carezzarmi sempre più intimamente. Ci baciammo ed io mi misi a spogliare lui. Dopo poco eravamo tutti e due nudi sul divano, mentre il film, ormai dimenticato, continuava a scorrere sul piccolo schermo. Mi venne sopra e mi baciò con passione in bocca, sfregando la sua forte erezione contro la mia.

Cademmo, ridendo, sul tappeto.

"Non è meglio se andiamo a letto?" gli chiesi.

"No... va bene anche qui..." sospirò felice.

"Ma... per ora dobbiamo ancora usare il preservativo e..."

"L'ho qui..." mi disse prendendo da terra i calzoni e tirandone fuori una bustina.

"Ah. Avevi previsto tutto?" gli dissi con lieve ironia.

"Certo."

"E se io ti dicevo di no?"

"Ma dai! Non sono forse irresistibile, io? Come potresti dirmi di no?" ribatté scherzoso.

Lo baciai di nuovo: "Hai ragione, amore... no sarei mai capace di dirti di no... sei davvero irresistibile."

"Prendimi, allora..." sussurrò e dopo avermi baciato il membro duro mi infilò il preservativo.

Si mise sulla schiena. Gli presi le gambe e le feci passare sulle mie spalle. Guillermo mi sorrise invitante. Mi sistemai meglio e mi preparai per penetrarlo. Guardavo il suo bel corpo che più maturava più mi piaceva. Era davvero incredibilmente bello, almeno ai miei occhi.

Il mio membro duro individuò la sua rosetta di carne, vi si posò fremente, Guillermo mi guardava con occhi luminosi, attendendo con avido piacere che lo prendessi. Iniziai a spingere e lo sentii schiudersi sotto di me, accettarmi dentro di sé, darmi il benvenuto. Era qualcosa di sublime sentirsi così fortemente desiderati, così gioiosamente accolti.

Lo invasi lentamente, in un'unica spinta lieve ma determinata. Poi iniziai a muovermi dentro di lui in una serie di calibrati e vigorosi colpi. Guillermo mi teneva per le braccia per non scivolar via ad ogni mio affondo e si tirava contro di me per farsi penetrare meglio. I nostri occhi non si lasciavano, i nostri sguardi si perdevano l'uno nell'altro. Vedere quanto piacere gli stavo donando, mi dava un senso di dolcezza incredibile.

"Sei mio, Daniel, amore..." mi sussurrò Guillermo.

"Sì, sono tutto tuo."

"... e non ti lascio andare mai più..." aggiunse stringendo i muscoli del sedere mentre gli affondavo di nuovo dentro.

"Ti amo..."

"Anche io sono tutto tuo."

"Sì, amore."

Avevo avuto tanti ragazzi, e diversi uno dall'altro, alcuni molto belli, altri veramente esperti, alcuni passionali, altri teneri... ma mai nessuno speciale e completo come il mio Guillermo...


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