Nel 2001, ricevetti la visita dell'amministratore delegato della nostra banca. Mi fece i complimenti per come dirigevo la filiale di Buenos Aires. Poi mi disse che nel 2002 il direttore della nostra sede principale di Roma sarebbe andato in pensione, e che aveva intenzione di dare a me quell'incarico...
Era un'ottima promozione, non solo finanziariamente e come prestigio... eppure la prima cosa che mi chiesi fu come fare con Guillermo... Se lui avesse voluto venire a vivere con me a Roma, potevo anche accettare, se no, no. Non volevo assolutamente separarmi da lui.
Ma, se anche avesse accettato, come fare per i permessi, il visto? Per fortuna non dovevo dare subito una risposta al dottor Gerbi, l'amministratore delegato, perciò lo ringraziai e gli dissi che avrei preso in seria considerazione la sua offerta, e che gli avrei dato una risposta quanto prima.
Poi, prima di parlarne con Guillermo, andai alla sede consolare italiana di Buenos Aires per chiedere come potevo fare per portare un amico a vivere in Italia. Mi risposero che se trovava un datore di lavoro che gli offriva un contratto per almeno ventiquattro mesi, e un alloggio, il mio amico doveva solo fare un esame medico, poi avrebbe ottenuto il visto per andare a lavorare e vivere in Italia.
Chiesi se come contratto di lavoro, andava bene anche qualcosa come domestico o badante e mi risposero di sì, bastava che fosse un contratto stilato secondo i termini di legge.
Bene, quindi non era impossibile... Però non mi bastava. Infatti, se io fossi morto... nonostante non fossi ancora vecchio, non si sa mai, un incidente, una malattia poteva sempre accadere, Guillermo, fuori dal proprio paese, si sarebbe trovato solo, senza niente. Se fossimo restati in Argentina, bene o male era il suo paese, forse se la sarebbe potuta cavare anche senza me...
Pensai che sarebbe stato diverso se avessi potuto adottarlo... anche se fossi morto, gli sarebbe rimasto almeno il mio alloggio, i miei soldi... Ma in Italia un single non può adottare un figlio, neppure con le adozioni internazionali...
Allora mi ricordai degli amici di New York, lo studio legale Young, Ashbury & Goslinky, e in particolare di Michael Asbury. Riuscii a trovare il suo e-mail in una mia vecchia agendina e provai a ristabilire i contatti mandandogli un e-mail, senza ancora spiegargli il mio problema, ma accennandogli che avevo forse bisogno della loro assistenza legale.
Il mio messaggio tornò indietro: quell'e-amil pareva non esistere più. Non mi persi d'animo e, tramite la compagnia di teelefoni, chiesi il numero di telefono della Young, Ashbury & Goslinky. Me lo dettero. Dal mio ufficio telefonai, seppi che Michael lavorava ancora lì e gli parlai brevemente. Si ricordava di me. Gli chiesi il suo e-mail dicendogli che gli dovevo chiedere se poteva assistermi in un delicato problema legale.
Mi rispose che se il problema era delicato, era meglio che non gliene parlassi né per telefono né per e-mail: era meglio una lettera o, meglio ancora che ci si incontrasse di persona. Gli risposi che gli avrei fatto sapere qualcosa.
Feci controllare dalla mia segretaria quali fossero i miei impegni per i mesi seguenti, così vidi quando potevo pendermi qualche giorno libero. Stabilito questo, tornai a casa e parlai con Guillermo.
"Senti, amore, io nei prossimi giorni devo andar a New York per vedere un avvocato per certi miei problemi. Verresti con me a New York?"
"New York? La Grande Mela? Certo che ci verrei. Con te verrei in qualunque posto..." mi disse splancando gli occhi, eccitato.
"Anche in Italia, se mi trasferissero a lavorare là?" gli chiesi per cominciare a sondarlo.
"Soprattutto in Italia. Mi piacerebbe stare in Italia... con te. Vedere dove sei nato... Imparare l'italiano..."
"Bene. Allora prendo l'appuntamento a New York e prenoto il volo per due. Tu comicia a preparare le valigie. Niente di formale, è un incontro privato con il mio amico avvocato."
"Che tempo fa a New York?"
"Qui è primavera, quindi là è autunno... è un po' meno caldo che qui, ma non fa ancora freddo."
"Bene, ho capito..."
Dovetti anche fare in modo di far rilasciare il passaporto a Guillermo... Per fortuna avevo amici abbastanza influenti che mi spianarono la strada. Guillermo infatti non aveva neppure i documenti di identità: ma non incontrammo difficoltà, anche grazie a bustarelle fatte passare sotto-banco nelle mani giuste.
Telefonai a Michael e fissai l'incontro. Sistemai le cose in banca, affidando tutto al mio vice-direttore, quindi finalmente partimmo. Guillermo era eccitato all'idea di prendere un aereo. Per l'occasione gli avevo comprato qualche vestito nuovo e lui si pavoneggiava, guardandosi nel riflesso delle vetrate. Quando vide l'aereo sgranò gli occhi.
"A vederli volare in cielo sembrano così piccoli... Dio quant'è grande..."
Ancor più li sgranò quando ci accomodammo in prima classe.
Arrivati a New York, non stava più nella pelle. Il tempo era bello, quindi vedemmo dall'alto la statua della libertà, mentre si aggirava la città per atterrare. Quando gli dissi che ci si poteva entrare ed andare in cima, mi chiese, se c'era tempo, se ce lo portavo... Glielo promisi: io stesso non c'ero mai andato dentro.
A New York ci sistemammo in albergo. Guillermo era contento perché avevo preso una camera con letto matrimoniale. Non aveva notato quando alla reception l'impiegato m'aveva guardato con aria lievemente interrogativa dopo aver visto i nostri passaporti e, su sua richiesta, avevo confermato che volevo proprio una matrimoniale. Telefonai a Michael avvertendolo che ero arrivato. Mi dette un appuntamento per l'indomani mattina.
Il giorno seguente, dopo aver detto a Guillermo di aspettarmi nella saletta d'attesa, andai nello studio di Michael. Parlammo brevemente del più e del meno, poi affrontai l'argomento che mi stava a cuore.
"Michael, hai visto il ragazzo a cui ho detto di aspettarmi, no? Si chiama Guillermo Olivera, è argentino, ha diciotto anni, è il mio ragazzo. Io l'anno prossimo devo rientrare in Italia, e lo voglio portare con me. Ma voglio anche assicurargli un futuro, perciò vorrei adottarlo. Però c'è un problema: per la legge italiana un single non può adottare... Pensi di potermi aiutare ad aggirare l'ostacolo?"
"Sei sicuro di volerlo adottare?"
"Più che sicuro. Siamo innamorati ed è un ragazzo splendido..."
"Se la legge italiano non te lo permette... non sarà semplice. Dammi un po' di tempo per documentarmi e per vedere se... Devo vedere bene i termini della legislazione italiana, di quella argentina e quelli internazionali. Di solito, se si studiano bene le leggi, si riesce a trovare una scappatoia... Siamo in contatto con un paio di avvocati anche in Italia, dovrò contattarli..."
"Mi dai qualche speranza, allora?"
"Non ancora, ma neanche ti dico che non si può fare. Dipende anche da quanto sei disposto a spendere... Io posso darti la mia consulenza gratuitamente, ma spese ce ne saranno..."
"Dispongo di una discreta somma, anche se non enorme... Dipende da quanto mi viene a costare... Fin dove posso, spendo volentieri tutto quello che ho..."
"Proprio innamorato, eh?" mi disse Michael con un sorriso.
"Sì, per la prima volta, proprio innamorato."
"Parlami del tuo ragazzo... più cose so su di lui e su di te, più mi sarà facile darti una mano."
Gli raccontati tutta la storia di Guillermo, rispondendo alle domande che mi faceva. Lui prendeva appunti. Mi fece piacere che non si mostrasse critico quando gli dissi la vita che aveva fatto prima di incontrare me, anzi, mostrò una certa simpatia.
"Da quello che mi hai detto, non ne hai ancora parlato al ragazzo, vero?"
"No, non ancora. Prima voglio essere sicuro che si possa fare, per non dargli false speranze e poi rischiare di deluderlo. Per questo gli ho detto di aspettarmi di là."
"Male che vada, puoi comunque portarlo con te dandogli ufficialmente un contratto di lavoro, no?"
"Sì, certo, ma vorrei usare questa soluzione solo se non si riesce a fare niente altro..."
"Puoi darmi un po' di tempo? Quanto ti fermi qui a New York?"
"Solo una settimana..."
"E quando devi dare la risposta al tuo capo per il lavoro in Italia?"
"Credo entro due, massimo tre mesi..."
"Bene, mi do subito da fare, cercherò di fare più in fretta possibile."
"Hai già qualche idea?"
"Non proprio. Prima devo vedere bene come sono le leggi. Non si possono trovare scappatoie se non si vede bene dove sono le... scale di sicurezza, visto che non puoi prendere lo scalone centrale."
In attesa di avere qualche notizia da Michael, feci girare New York a Guillermo. Andammo anche sulla statua della libertà. Ma quello che lo colpì maggiormente, fu qualcosa che non mi aspettavo davvero: rimase incantato dalla visita al Museo d'Arte Moderna. Me lo fece girare due volte. La prima volta rapidamente, per vedere tutto quanto conteneva, poi soffermandosi ad ammirare ad alcune delle opere d'arte...
"Ti piace l'arte moderna, Guillermo?" gli chiesi quando uscimmo.
"Sì, mi piace l'arte. Pensare che c'è gente che diventa famosa per fare quello che gli piace... Beh, certo, devono saperlo fare bene, però... non pensavo che uno poteva vivere solo a disegnare, o a dipingere, o a scolpire come più gli piace..."
"A te piacerebbe?" gli chiesi.
"Non credo che sarei capace, io. Non so fare niente..."
"Si può imparare tutto, però."
"Forse."
"Tu hai imparato a fare un sacco di cose, no?"
"Lavare, pulire, fare la spesa?" mi chiese in tono lievemente auto-ironico.
"Anche i lavori di casa ci vuole bravura, esperienza, applicazione per farli bene. Tu li stai facendo proprio bene. E hai voglia di imparare."
Dopo due giorni Michael mi chiamò in albergo: "Ho ricevuto dai colleghi italiani la documentazione completa che ho chiesto. Ed anche un paio di suggerimenti."
"Hai spiegato loro il mio problema?"
"A grandi linee."
"Sono avvocati gay anche loro?"
"Sì, per questo ho pensato di parlargliene, almeno mi possono aiutare meglio."
"I documenti sono tutti in italiano, immagino. Come fai per leggerli? Tu non conosci l'italiano..."
"Ho per le mani un giovane avvocato italiano che sta facendo pratica qui a New York... anche lui è uno dei nostri. Conosce molto bene l'inglese ed i termini legali. Mi può tradurre tutto quello che ci serve, e discuterne con me."
"Costerà caro?"
"Non troppo. In fondo anche per lui è pratica, gli può essere utile. Inoltre è l'amante di un mio carissimo amico."
"Prima che io debba tornare in Argentina, pensi di potermi dire qualcosa? Almeno come ti stai orientando?"
"Forse. Ti farò sapere. Non ti preoccupare, farò tutto il possibile per aiutarti."
"Non ne dubito. Grazie..."
Tre giorni più tardi Michael mi chiamò di nuovo e mi invitò ad andare nel suo studio. Come la prima volta, feci aspettare Guillermo nella saletta d'attesa. Nello studio di Michel c'era anche un giovane che mi presentò come Dario De Regibus: era l'avvocato italiano.
"Ascolta, Daniele, ci può essere un modo, un modo non legale, e bisognerà fare qualche documento falso... e farlo in modo che regga ad un'analisi approfondita... e questo costerà abbastanza..."
"Documenti falsi?"
"Più o meno, sì. Il rischio che vengano a galla è minimo, però... Inoltre, dobbiamo avere la complicità della madre del tuo ragazzo... pensi di poterla avere?"
"Se mi dite quello che avete in mente..." dissi incerto.
"Il ragazzo... Guillermo Olivera, è nato nel 1983, giusto?"
"Sì."
"E ti ha detto di non sapere chi è suo padre... Olivera è il cognome della madre, giusto?"
"Così mi ha detto Guillermo e non credo che mi abbia mentito. Perché?"
"E tu, nel 1983, dove eri?"
"1983? Ero a San Francisco."
"In che mese sei arrivato a San Francisco?"
"In... febbraio... fine febbraio."
"E Guillermo in che mese è nato?"
"Guillermo? In dicembre."
"Ottimo. Quindi potresti essere tu suo padre, capisci?"
"Io? Ma non ho certo messo incinta io la madre di Guillermo, che probabilmente era in Argentina... Non ho mai scopato con una donna, io..." gli dissi sorridendo.
"Qui entrano in campo i documenti falsi... sempre che la madre di Guillermo ci stia. Dobbiamo far risultare che lavorava a San Francisco... magari come tua donna di servizio... e che sei proprio tu ad averla messa incinta... Se la donna è povera come dici, per un po' di soldi, magari accetta..."
Annuii, avevo capito finalmente che cosa aveva escogitato Michael.
"Ammesso che la madre accetti, che si abbiano i documenti falsi che provano che era a San Francisco, che lei dichiari che l'ho scopata... come mai io non ne sapevo niente? E adesso, come faccio a saperlo, dopo diciotto anni?"
"Una cosa per volta. Se si dimostrasse che tu sei il padre, dovresti solo riconoscere che Guillermo è tuo figlio, capisci? E allora nessuno può impedirti di portarlo con te in Italia. Non sarebbe un'adozione, ma un riconoscimento di paternità."
"Sì, questo è chiaro, ma..."
"La madre è andata via da San Francisco quando ha scoperto di essere incinta. Ha allevato il figlio, ha fatto altri figli con altri uomini... una vita grama... ha deciso di provare a trovare il padre di Guillermo, sperando in un aiuto... Magari è stato Guillermo a spingerla a cercare suo padre..."
"Con che soldi? Come? Se non hanno quasi da mangiare... Come si fa a cercare un padre dopo diciotto anni, senza mezzi finanziari? Come mi ha trovato?"
"Ma tu ora sei a Buenos Aires. Lei non credeva possibile trovarti, non ci aveva mai pensato. Ma ti ha visto a Buenos Aires, ti ha riconsciuto... ti ha detto che Guillermo è tuo figlio... E tu sapevi di averla scopata, proprio nove mesi prima che nascesse Guillermo..."
"E i documenti falsi, a che servono?"
"Per le autorità: per dimostrare che era con te. Alle autorità potrebbe non bastare che lo dichiariate lei e tu... Sanno che è un mezzo per false adozioni..."
"Capisco... e... dove lo dovrei riconoscere? In Argentina? In America? E come fare per l'Italia?"
"Lo dovresti riconoscere in Argentina, certo. E quando per la legge argentina tu sei a tutti gli effetti suo padre, fai semplicemente trascrivere il documento al consolato italiano. Non possono rifiutare un documento ufficiale di paternità, specialmente se padre e madre lo riconoscono."
"Michael, tu mi assisteresti anche in Argentina?"
"Lo posso fare di persona o dando l'incarico ad uno studio legale di Buenos Aires. E tu, nella tua posizione, puoi forse anche... ungere qualche ruota, come mi hai detto che hai fatto per portare Guillermo qui ed avere i documenti in tempo..."
"Ma quelli erano documenti veri..."
"Un dettaglio trascurabile. Basta che i documenti che useremo sembrino veri. Sei disposto a fare questi documenti falsi?"
"In cosa consistono?"
"Un passaporto della madre con i timbri di entrata e di uscita negli Stati Uniti. Una lettera di assunzione che lei ha conservato... abbastanza invecchiata... e magari qualche testimonianza di amici di San Francisco che se interrogati, dichiarino che sapevano che avevi una relazione con la madre di Guillermo quando lavorava con te... anche se forse non è necessario. Posso raccogliere io le testimonianze giurate e mandarle giù agli avvocati argentini..."
"E gli avvocati argentini devono sapere la verità o no?" gli chiesi.
"Penso di no: lavoreranno meglio e non corri rischi, una volta che abbiamo l'accordo della madre ed i documenti falsi..."
"Il passaporto, i timbri... me li faresti preprare tu?"
"Sì... una volta che ho il via e tutti i dati necessari..." mi rispose Michael.
Chiesi all'avvocato taliano: "Lei è sicuro che una volta che le autorità argentine hanno accettato la mia dichiarazione di paternità, anche per le autorità italiane Guillermo sarebbe registrato come mio figlio?"
"Certo, perché le autorità argentine le rilascerebbero un documento ufficiale in cui Guillermo risulta suo figlio. Non che è stato adottato, né riconosciuto, ma semplicmente che è suo figlio." mi disse l'avvocato De Regibus. "Sarebbe una semplice trascrizione..."
"Non troverebbero strano che questo figlio io lo dichiaro solo dopo diciotto anni?"
"No... non l'aveva registrato allora, quando era in America. Ma adesso, avendolo ritrovato, lo vuole registrare..."
"Non faranno indagini?"
"Non di fronte ad un documento autentico delle autorità argentine."
Ne discutemmo ancora un po', poi decisi che valeva la pena di tentare. Allora chiesi di lasciarmi un po' di tempo per parlare con Guillermo e, se il mio ragazzo voleva, che anche lui ne parlasse con loro. Mi dissero di farlo.
Andai nella stanzetta in cui Guillermo mi aspettava.
"Finito?" mi chiese con un sorriso.
"Non proprio. Ti devo parlare, Guillermo..."
"Se devo aspettare ancora, non preoccuparti per me..."
"No, devo parlarti. Ascoltami bene, Guillermo. Io sono venuto a parlare con il mio amico avvocato per trovare un modo di portarti in Italia con me, se tu ci vuoi venire..."
"Davvero? In Italia con te? Certo che ci voglio venire!" mi disse con occhi luminosi.
"Bene. Ma io non voglio che tu ci vieni senza una sicurezza per la tua vita..."
"Ma se è con te, a me basta così..."
"Non a me. Non voglio che tu sia uno straniero in Italia, che un giorno tu debba andartene perché il tuo permesso di soggiorno è scaduto o che so io..."
"E allora?"
"E allora... forse c'è un modo per averti per sempre con me, sia in Italia o da qualsiasi altra parte."
"Quale?"
"È essenziale che tua madre collabori, però..."
"Mia madre? E come? Per che cosa? Che c'entra, mia madre?"
Gli spiegai il piano che gli avvocati m'avevano sottoposto. Guillermo mi ascoltava a bocca aperta. Alla fine scosse la testa, come faceva, ormai lo sapevo bene, non per negare, ma per esprimere sorpresa, incredulità.
"Credi davvero che si può fare?"
"Penso di sì..."
"E tu lo vuoi fare?"
"Solo se lo vuoi anche tu."
"Farmi diventare tuo figlio?"
"Per la legge. Ma tua madre?"
"Io... io credo che accetterà... se me la lavoro io. Che dichiarerà il falso e ci giurerà anche sulla Bibbia... se le conviene."
"Sì, certo, se le conviene. Se vieni via con me, lei perderà i soldi che le porti ogni settimana, ogni dieci giorni... Perciò pensavo... se io le do dei soldi... abbastanza per darle una vita migliore anche se tu non ci sei più... Ma accetterà di non vederti più, magari per anni?"
"Già adesso, e da anni, quasi non mi vedeva... e deve pensare ai miei sei fratellini... a mia madre ci penso io... Ma tu, davvero lo vuoi?"
"Certo, per questo sono venuto fin qui, no? Adesso, vuoi parlare con gli avvocati, per preparare bene tutto? Tu, ma specialmente tua madre, ed io, dobbiamo preparare tutto nei minimi dettagli."
"Andiamo!" mi disse Guillermo alzandosi in piedi.
Andammo assieme a parlare con Michael e con l'avvocato De Regibus. Nessuno di due parlava spagnolo, quindi gli facevo io da interprete. Gli fecero molte domande, presero appunti. Guillermo rispodeva esaurientemente, ed aggiungeva dettagli che dimostravano non solo quanto ci tenesse a fare andare a buon fine l'operazione, ma anche la sua intelligenza.
E finalmente, decisi tutti i dettagli, tornammo a Buenos Aires. Guillermo volle andare subito a parlare con la madre. Le ore che passarono da quando partì a quando tornò, furono per me fra le peggiori della mia vita: immaginavo i quadri peggiori. La madre che si rifiutava, o che cercava di trarne profitto ricattandomi, o che addirittura mi denunciava... o che poneva condizioni che non sarei stato in grado di soddisfare...
Finalmente Guillermo tornò. Quando vidi il suo sorriso, tutte le angoscie, le paure, i timori mi scivolarono via di dosso come la pioggia scivola via da un vetro...
"Allora?" gli chiesi alzandomi in piedi ed andandogli incontro.
"Si farà. Aspetta solo le nostre istruzioni. Non le importa che me ne vado, come pensavo. Io le ho detto che le dai dei soldi... quanto io le potevo dare lavorando per te per tre anni..."
"Così poco?" gli chiesi stupito: avevo pensato che la donna avrebbe chiesto molto di più...
"Le ho detto che o così o niente. Se rifiutava non le portavo più niente. E quei soldi tutti assieme, per lei, sono una somma enorme..."
"Non ti dispiace lasciarla? Lasciare i tuoi fratellini? Lasciare l'Argentina?"
"Per venire con te? No che non mi dispiace. Che mi ha dato mia madre? L'unica cosa che poteva darmi, l'affetto, non me l'ha mai dato. Altro non aveva. E i miei fratellini, con più soldi in casa, possono crescere e magari trovare un lavoro, diventare indipendenti... e l'Argentina? A parte te, che poi non sei argentino, non mi ha dato niente. E poi... poi mi chiamerei Guillermo Savoldi... Dio che emozione!"
"Dovrò venire a parlare con tua madre. Dovremo spiegarle bene quello che deve fare... Dovremo metterci d'accordo bene su quello che deve dichiarare, in modo che non dica niente di diverso da quello che dirò io... E quando è d'accordo, dovremo darle i documenti falsi e io dovrò andare con lei dagli avvocati di Buenos Aires che mi indicherà Michael Ashbury... e dare i soldi a tua madre..."
"Solo dopo che tutto sarà finito bene, però." disse Guillermo.
"Beh, anche prima... non credi?"
"No... al massimo un po' per volta..."
"Non ti fidi di tua madre?"
"Non del tutto... Meglio essere prudenti..."
"Sei sicuro di volerlo fare?" gli chiesi ancora.
"E tu?"
"Al cento per cento."
"Io di più... Dio, mi chiamerò Guillermo Savoldi!"