Eravamo stesi su un fianco sul mio letto, nudi, al buio. Io tenevo Guillermo fra le mie braccia e lui si era accucciato contro di me. E, stranamente per me, né io né Guillermo eravamo sessualmente eccitati, nonostante i nostri corpi aderissero così strettamente.
"Non hai voglia di fottermi?" mi chiese dopo un po', quasi in un sussurro.
"Non adesso. Sto bene così."
"Anche io..." rispose e pareva la voce di un bambino. Dopo un breve silenzio disse: "Daniel..."
"Sì, Guillermo?"
"Niente... mi piace dire il tuo nome... e sentire che dici il mio..."
"Sì, Guillermo."
"Domani è domenica..."
"Sì."
"Non lavori."
"No."
"Mi... mi vuoi tenere qui con te? Puoi farmi stare qui anche domani?"
Pensai: avevo solo un appuntamento, ma niente di importante, lo potevo disdire senza problemi.
"Sì, certo, Guillermo."
"Non ti do fastidio?"
"No, per niente."
"Davvero?"
"Davvero, Guillermo."
"Quando mi vuoi fottere... io ci sto... ogni volta che vuoi, Daniel..."
"Vedremo..."
"Mica... mica mi devi pagare, questa volta. Con te... con te io lo faccio volentieri."
"Grazie."
"Grazie? Nessuno mai mi ha detto grazie, Daniel. Io non ho altro da darti, Daniel per... per tutto questo. Non ho altro da darti, solo il mio culo..."
"Non è necessario che tu mi dia niente, Guillermo. E poi... mi hai già dato qualcosa, dicendomi il tuo vero nome."
"Quando... quando avevo otto anni... un uomo mi ha detto di andare con lui... mi ha dato da mangiare... poi mi ha detto che dovevo... che lui era stato gentile con me, perciò io dovevo essere gentile con lui... Mi ha portato nel suo letto, mi ha fatto succhiare il suo cazzo... poi mi ha fatto girare e... mi è venuto sopra... e me l'ha messo dentro...
"Mi faceva male, piangevo, non volevo... ma lui era forte... e mi diceva che avevo mangiato, che perciò dovevo dargli il mio culo per dirgli grazie... e me l'ha messo tutto dentro e mi sbatteva dentro... e mi diceva di smetterla di piangere... Mi faceva male, mi pareva che mi strappasse tutto, là dietro... E mi batteva dentro... Non era più gentile, mi faceva male, mi teneva fermo e mi batteva dentro e non dovevo piangere... non dovevo piangere...
"E allora ho imparato a non piangere. E poi dopo qualche giorno, non faceva più troppo male... mi dava da mangiare... e mi fotteva... due, tre volte al giorno... Ogni volta se volevo mangiare, prima dovevo chiedergli... dovevo chiedergli per favore fottimi, e lui mi fotteva... e dopo potevo mangiare.
"Non avevo mai mangiato così tanto... mi sono abituato... e mi dava anche qualche peso... e io lo davo a mamma, per lei e i fratelli, almeno anche loro mangiavano qualcosa... e mamma lo sapeva cosa mi faceva quel signore... anche lei si faceva fottere, per darci da mangiare, mi aveva detto. Io sono il più grande, dovevo aiutarla, mi diceva...
"Poi quel signore mi ha venduto a un suo amico. Era un italiano come te, si chiamava Giulio Barale. Lui faceva delle foto e dei film con bambini come me e altri più grandi e anche uomini che ci fottevano... Ci teneva tutti in una stanza, si dormiva tutti assieme, c'erano altri cinque, sei bambini... da sei a dieci anni... I ragazzi lo aiutavano, gli uomini, a parte tre, cambiavano... erano turisti. Americani, italiani, francesi, tedeschi, o di altri posti, che pagavano Giulio per scegliersi uno di noi e fotterlo.
"I ragazzi più grandi dovevano trovare nuovi bambini... anche quei ragazzi erano stati lì come noi, ma erano troppo grandi, così facevano marchette nelle strade e aiutavano Giulio. E nei film era come se loro erano un fratello più grande, e gli uomini come se erano il padre o un vicino e ci trovavano che ci toccavamo e allora ci fottevano... e noi dovevamo fare la faccia contenta... se uno di noi piangeva, durante un film, lo battevano... dovevamo fare la faccia contenta... e farci fottere. E qualche volta avevano un cazzo troppo grosso e non era facile fare la faccia contenta... ma se non si faceva la faccia contenta non si mangiava e ci battevano.
"Valentin aveva sei anni... lui diceva che voleva diventare un astronauta, da grande... La notte dormiva abbracciato con me... Poi c'era Rufo che aveva otto anni come me... Sua madre era scomparsa, era rimasto solo. Lui non aveva casa, aveva solo quel posto. La hacienda, la chiamavano. Eravamo noi gli animali di quella hacienda. Poi c'era Alejandro, che aveva dieci anni e era lì nell'hacienda da quattro anni.
"Durante un film Valentin, che aveva ora nove anni, doveva prenderlo in culo da un ragazzo negro che aveva un cazzo troppo grosso... gridava, piangeva... smettevano di fare il film e lo picchiavano... e non gli davano da mangiare... io di nascosto gli davo un po' del mio, ma Alejandro mi aveva scoperto... così avevano picchiato anche me... Poi una notte Valentin era scappato...
"Tre giorni dopo ci hanno detto che Valentin era morto... che s'era ammazzato, che s'era impiccato... e ci hanno detto che chi non ubbidiva finiva così... E Alejandro era venuto di notte da me per fottermi... e io ero troppo triste, gli ho detto di no, per favore... lui s'è messo a ridere e mi ha chiesto se volevo finire come Valentin... l'avevano impiccato loro... perché diceva Alejandro che Valentin era andato alla polizia... Ma loro pagano la polizia e così l'hanno saputo... E così l'hanno punito... l'hanno impiccato. Aveva solo nove anni.
"Mi diceva questo, mentre mi fotteva... e io piangevo... mica mi faceva più male, ormai... ma piangevo per Valentin... Poi c'era Olindo, aveva diciotto anni... con Olindo mi piaceva farlo... Olindo era più gentile degli altri e sapeva fottere bene... e era anche bello, Olindo. Era lui che ci pagava e a me dava sempre qualche peso in più, di nascosto. Una volta al mese andavo da mia madre e le portavo i soldi... Poi Olindo è finito in galera, perché aveva rubato il portafogli a un turista, a un cliente, credo... non l'ho mai più visto, non ho mai saputo più niente di lui.
"Poi ero diventato troppo grande per quei film... volevano che andassi a fare marchette fuori, ma anche a trovare altri bambini... io gli ho detto di no... Io gli ho detto che non volevo che altri bambini facessero quella vita per colpa mia. Allora quelli prima mi hanno pestato, poi mi hanno sbattuto per la strada... Riuscivo a fare qualche marchetta, ma troppo poche. Avevo sempre più fame... e non riuscivo più a portare soldi a casa.
"Una volta un uomo ha dato soldi a mia madre e mi ha portato a casa sua, mi ha messo il guinzaglio, e mi faceva fare il cane... Si chiamava Roberto Chiesa, era un industriale di Milano che ha una attività anche qui a Buenos Aires. Lui mi gettava qualcosa da mangiare sul pavimento, ma per mangiare quegli avanzi, prima glielo dovevo succhiare, poi potevo mangiare solo quando mi mettevo a quattro zampe e lui mi teneva per il guinzaglio e mi inculava... e dormivo in giardino, nel suo canile, chiuso col lucchetto.
"Aveva la foto della famiglia in una cornice d'argento: una bella moglie elegante e tre figli, belli, vestiti bene, sorridenti, il più piccolo della mia età... Qualche volta telefonava in Italia, parlava con la moglie e le diceva amore mio... mentre io gli stavo fra le gambe e glielo succhiavo... e parlava coi figli e gli diceva tesoro... mentre mi fotteva con un dito in culo... E mi faceva mettere nella sua vasca da bagno e mi pisciava sopra... poi mi diceva che gli facevo schifo...
"Poi lui doveva tornare in Italia per qualche mese... così ero di nuovo nella strada. Avevo ancora il guinzaglio che m'aveva messo Roberto... e a certi uomini gli piaceva... e ho scoperto che se facevo il cane guadagnavo un po' di più... così sono diventato... un cane... e potevo portare di nuovo qualche soldo a casa... Ho sei fratellini, ora, tutti più piccoli di me... e io non voglio che anche loro devono fare la mia vita... Anche mia madre non fa più tanti soldi, ormai... è troppo vecchia e malandata e pochi la vogliono fottere. Io invece sono ancora giovane..."
Si interruppe, emettendo quasi un singhiozzo. Lo stringevo a me, ammutolito, inorridito. Lui riprese a parlare.
"Ma un giorno anche io diventerò troppo vecchio... ma spero che i miei fratellini possono già lavorare, quel giorno... e qualcosa farò, anche se non so ancora cosa. Per ora... il guinzaglio funziona... Anche se qualche cliente gli piace farmi male... ma quando penso a Valentin... penso che sono fortunato...
"Sono stato fottuto da tanti uomini che nemmeno li conto più... ma non avevo mai trovato... non avevo mai incontrato nessuno come te, Daniel... mai... nessuno..."
Lo strinsi a me e lo cullai: avevo voglia di piangere assieme a lui... Mi chiamava Daniel e non Daniele... ma il mio nome era dolce, detto da lui. Gli carezzavo i capelli e gli ripetevo sotto voce "Guillermo... Guillermo...". Non potevo, non riuscivo a dire altro. Solo "Guillermo... Guillermo..."
Poi gli sussurrai: "Fido è morto. Pablo non c'è più... Ci sei solo tu, Guillermo, e io... solo tu e io..."
"Ma ti stancherai di me... e mi manderai di nuovo per la strada... Lo so... Ti stancherai di me..."
"Perché?" gli chiesi.
"Tutti si stancano di me... Chi sono io? Niente altro che un culo, una bocca, un cane da maltrattare... Non ho altro io... Non valgo niente io, a parte qualche fottuta... Sto crescendo, sarò sempre meno richiesto..."
"A me piacciono ragazzi più grandi di te, di solito, perciò mi piacerai anche di più, credo..."
"Non cercare di illudermi... che te ne fai di me? Mi dai da mangiare, soldi... vestiti... mi tieni qui con te... per ora... Ma io, oltre al mio corpo, che ti posso dare?"
"Quello che mi stai dando... anche in questo momento..."
"Cosa? È solo tutto un commercio, dare e ricevere, vendere e comprare. Ma se mangi tutto il giorno una torta, tutti i giorni la stessa torta, alla fine ti stufi, no? Specialmente se non sei uno che muore di fame. Tu... qualsiasi ragazzo ci verrebbe con te. Non hai bisogno di me."
"Che ne sai, tu?"
"Lo so. Tu sei meglio di altri, ma..."
"Sono tornato a cercarti, no? Anche se di solito preferisco ragazzi più grandi, sono tornato a cercarti, no?"
"La novità... la curiosità..."
"Perché m'hai raccontato tutto... tutto questo?" gli chiesi.
"Perché sei il primo che mi sta a sentire. Perché uno non gliela fa più a tenersi tutto dentro. Perché mi hai detto che stai bene anche solo così... che non ti interessa solo il mio culo..."
"E allora?"
"E allora. Finché dura... finché dura a me va bene. È come se dopo tanti anni... è come una vacanza, almeno finché dura."
"E tu cerca di farla durare, e anche io cerco di farla durare."
"Non mi vuoi fottere, Daniel?" mi chiese dopo un breve silenzio.
Per la prima volta, in quella sera, mi resi conto che Guillermo era eccitato: il suo membro ora premeva contro di me.
"Tu ne hai voglia?" gli chiesi.
"Sì."
"Ma a te piace farlo con un uomo?"
"Sì. Mi piaceva farlo con Olindo... e con qualcuno dei clenti. Mi piace con te. Fottimi, Daniel..."
Mi si spingeva contro, mi carezzava, si sfregava lieve contro di me e presto anche io cominciai ad eccitarmi.
"Non ho voglia di fotterti..."
Guilermo prese nella sua mano, forte e delicata, calda e morbida, il mio membro ora duro.
"Questo dice un'altra cosa..."
"Non ho voglia di fotterti... ho voglia di fare l'amore..." gli dissi.
"Fare l'amore... e allora fammi l'amore... ma mettimelo dentro, per favore..."
"Per favore?"
"Sì... non per soldi, per favore..."
"Ma tu hai bisogno di soldi, no?"
"Per questa volta, Daniel, per questa volta, lasciami non pensare ai soldi..."
Lo baciai e, se le altre volte aveva risposto ai miei baci, sentii che questa volta la sua risposta era diversa. Questa volta lo sentii abbandonarsi a me, e sentii che mi desiderava davvero. Non so spiegare perché, come, ma sentivo che questa volta... aveva bisogno di me, più che dei miei soldi, e non solo perché l'aveva detto.
Sentii che, anche se diceva che non vedeva la differenza fra fottere e fare l'amore, questa volta Guillermo voleva fare l'amore e non solo fottere. E allora mi dedicai a lui.
Lo carezzai a lungo, ci baciammo, ci unimmo per un po' in un dolce sessantanove. Poi, senza dirci nulla, senza quasi renderene conto, lui mi si offrì. Io gli andai sopra e lui mi cinse la vita con le gambe. Mi mise le braccia attorno al collo, e si mosse in modo di farsi penetrare. Poi, prima che lo penetrassi, si fermò e si ritrasse da me. Un po' stupito, lo lasciai fare, chiedendomi perché avesse cambiato idea, ma nonostante la mia eccitazione, deciso a lasciarlo fare, a rispettarlo.
"Lasciami andare... un attimo..." mi sussurrò.
Ancora un po' perplesso, mi tolsi da sopra a lui. Guillermo scivolò via dal letto, accese la lampada sul comodino, aprì il cassettino e ne prese un preservativo. Mi venne di nuovo accanto e mi guardò con espressione seria come al solito ma, per la prima volta, serena.
"Non devi dimenticare questo... potrei avere qualche malattia... sono andato con troppi... non voglio farti correre rischi, Daniel... tu non lo meriti..."
Annuii e gli sorrisi. Ero così preso da quel ragazzo che avevo dimenticato il preservativo. Tesi la mano per prendere il preservativo che aveva estratto dalla bustina, ma lui scosse il capo.
"Lascia fare a me, Daniel..." mi sussurrò.
Si accoccolò sul letto, accanto a me, e con poche mosse esperte mi infilò il preservativo. Poi si stese sulla schiena e si tirò le gambe sul petto.
"Prendimi adesso, Daniel, per favore..."
Feci per spegnere la lampada, ma lui mi chiese di lasciarla accesa. Allora gli andai sopra, gli carezzai un guancia. Chiuse gli occhi. Mi chinai su di lui e lo baciai. Mentre rispondeva di nuovo al mio bacio, infilando una mano fra i nostri corpi, guidò il mio membro duro verso di sé. Quando lo sentii sul suo caldo foro, iniziai a spingere. Appena cominciai a penetrarlo tolse la mano, di nuovo mi pose le braccia al collo e si spinse contro di me.
Gli affondai dentro lentamente. Guillermo aveva chiuso gli occhi. Guardavo il suo volto serio, il suo occhio viola, il cerotto a lato della bocca... ed era ugualmente bello. Quado gli fui completamente dentro, mi fermai. Lui fece palpitare il suo anello di carne attorno alla radice del mio membro, poi fece contrarre anche il caldo e morbido retto attorno alla mia asta.
"Dai..." sussurrò.
Iniziai ad arretrare lentamente poi a spingermi ancora dentro di lui, avanti e dietro, avanti e dietro e Guillermo mi si muoveva sotto lievemente, in modo di accentuare le mie e le proprie piacevoli sensazioni.
"Va bene, così?" gli chiesi.
Annuì, gli occhi sempre chiusi.
Applicai una crescente energia alle mie spinte e lui si strinse con maggiore vigore contro di me. Dopo pochi minuti Guillermo aprì gli occhi, lessi stupore nel suo sguardo, lo sentii fremere, tremare, e con forti schizzi si svuotò fra i nostri ventri. Mi fermai.
"No, continua... Continua Daniel... non ero mai venuto così... continua..."
"Ti piace?" gli chiesi guardandolo nei bellissimi occhi scuri e profondi.
Annuì. Ripresi a muovermi dentro di lui. Ora non chiudeva gli occhi ma continuava a guardare dentro i miei. Sentivo che il suo membro era ancora duro contro il mio ventre. Mi tirò a sé in modo di baciarmi. Era la prima volta che voleva essere lui a baciare... anche le nostre bocche si unirono, mentre, con movimenti meno forti, continuavo a muovermi in lui.
La sua lingua ora giocava con la mia, e le sue mani, unite dietro al mio collo, si separarono e con una mi carezzava lungo la spina dorsale, con l'altra mi carezzava la nuca ed i capelli. Guillermo stava finalmente partecipando totalmente a quella nostra unione. Questo non faceva che aumentare il mio piacere.
Dimenticai che era solo una marchetta, dimenticai le brutte cose che mi aveva raccontato sulla sua vita, dimenticai il guinzaglio, dimenticai il suo occhio viola, la guancia gonfia con il cerotto: ero con uno splendido ragazzo e ci stavo facendo l'amore...
Sentivo il piacere che gli stavo dando anche più di quello che lui dava a me, e mi sentivo trasportato su un livello superiore, in un mondo nuovo, pulito, giusto. Quando mi sentii prossimo al culmine del piacere, mi sentii anche felice... e finalmente mi svuotai in lui in una serie di forti e piacevolissimi getti. Continuai a muovermi dentro di lui, finché vidi nei suoi occhi accendersi una luce, brillare, ed anche Guillermo si vuotò, per la seconda volta, fra i nostri corpi.
Per la prima volta vidi baluginare un dolcissimo, anche se brevissimo, sorriso nei suoi occhi. Poi, mentre ci fermavamo, li richiuse... e lacrime scendevano lentamente dai suoi occhi. Gli carezzai la guancia sana, trattenendo il respiro, timoroso quasi di turbare quel momento che aveva in sé qualcosa di magico.
Mi abbandonai su di lui, mentre Guillermo stendeva le sue gambe, ma non allentava la stretta delle sue braccia sulla mia schiena. Lo sentivo ansare lievemente e fremere di tanto in tanto sotto di me. Ci rilassammo lentamente.
Il mio membro ed il suo, lentamente, tornarono ad essere morbidi, ed il mio scivolò fuori da lui. Mi sistemai meglio, in modo di non pesargli sopra, e scivolai al suo fianco. Anche lui si girò sul fianco, tenendomi sempre stretto fra le sue braccia. Lo carezzai lievemente. Lo presi fra le mie braccia e con le gambe circondai le sue. Si spinse contro di me.
"Abbiamo fatto l'amore, vero?" mi chiese in un sussurro, "non abbiamo solo fottuto, vero?" chiese poi.
"Sì, Guillermo, abbiamo fatto l'amore."
"Non dovevi..."
"Cosa?"
"Farmi questo."
"Cosa?" ripetei chiedendomi che cosa volesse dire.
"Farmi fare l'amore..."
"Perché?"
"Perché... è troppo bello..." disse, continuando silenziosamente a piangere.
"Guardami..." gli sussurrai.
"No..."
"Perché?"
"Dammi tempo..."
"Per cosa?"
"Per... per... oh Daniel, perché l'hai fatto?"
"Perché... perché sei importante per me, Guillermo."
"Importante? Come importante? Perché importante?"
"Mowgli è uscito dalla jungla... è tornato a vivere con gli uomini."
"Non è solo una favola?" chiese, ancora una volta con la sua voce da bambino.
"No, Guillermo, non è solo una favola..."
"Ma chi sei, tu? Che vuoi da me, tu? Che t'aspetti? Che posso darti?" si lamentò quasi.
"Anche io, in fondo, sono sempre stato solo... Solo come te, anche se io credevo di tenere il guinzaglio, invece di indossarlo. Solo, finché non ho incontrato te..."
"Non ti conosco, non mi conosci..."
"Mowgli non sapeva parlare, anche se conosceva tutti i linguaggi degli animali. Ma non sapeva parlare il linguaggio degli uomini. Però... però poi ha imparato... e è tornato ad essere un uomo, perché era già un cucciolo d'uomo."
Guillermo scosse il capo, ma capivo che non era un diniego, ma sempliemente un tentativo di capire qualcosa che non aveva mai avuto modo di vedere. Riaprì gli occhi umidi di lacrime e mi guardò.
"Non mi mandi via? Almeno per un po'? Almeno finché... finché imparo il linguaggio degli uomini? Degli uomini veri?"
"No, non ti mando via."
"Ma che posso fare io, per te?"
"Non ti preoccupare di questo, per ora. Troveremo qualcosa, se lo vogliamo tutti e due. Io lo voglio. E tu?"
Annuì, si strinse nuovamente a me e mi baciò di nuovo. Poi lo sentii rilassarsi, sempre contro di me. Chiuse di nuovo gli occhi e, lentamente, scivolò nel sonno. La sua stretta si sciolse. Guardai il suo bel volto martoriato: ora aveva un'espressione distesa, quasi serena. Anche io, a poco a poco, mi lasciai andare e mi lasciai afferrare dalle braccia di un dolce sonno.
Mi svegliai alcune ore più tardi, il sole era già sorto. Guillermo era ancora accoccolato contro di me e dormiva. Lo carezzai lievemente, cercando di non svegliarlo. Emise un lieve gemito e si spinse di più contro di me.
Cercavo di non muovermi per non svegliarlo, ma sentivo sempre più forte lo stimolo, prosaico ma impellente, di andare al gabinetto. Infine, cercando di fare più piano che potevo, mi sciolsi dall'abbraccio di Guillermo ed andai in bagno.
Quando tornai in camera, Guillermo era sveglio, seduto sul letto. Il suo corpo nudo era bello. La sua espressione era seria, i suoi occhi erano nei miei, mentre m'avvicinavo al letto. Sedetti sul bordo, accanto a lui, e con i polpastrelli gli carezzai il petto, i piccoli capezzoli scuri.
"Hai dormito bene?" gli chiesi.
Annuì. Anche lui mi sfiorò il petto.
"È domenica. Abbiamo tutto il giorno per noi..." gli dissi.
"Mi porti... mi porti a messa in cattedrale?"
Non mi aspettavo quella richiesta: io erano anni che non mettevo più piede in una chiesa, se non come turista...
"Non m'avevi detto che anche dio è solo una favola?" gli chiesi allora con dolcezza.
"Anche Mowgli è solo una favola, no?"
"Sì..."
"Ma tu me l'hai fatta vivere, no? E allora... chi sa... forse anche quella di dio può non essere solo una favola, no?"
"Come vuoi tu. Andremo a messa. Ma adesso, non è meglio che io vada a preprare la colazione?" gli chiesi con un sorriso.
Annuì.
"Hai fame?" gli chiesi alzandomi.
Scese agile dal letto. Ancora una volta ammirai la sua grazia felina e mi chiesi come si potesse "usare" un ragazzo come Guillermo... Non che ci sia qualcuno che meriti di essere usato, è chiaro, nessun essere umano è un oggetto, chiunque va rispettato, ma specialmente quando ti trovi di fronte un essere dolce, indifeso, il dovere di rispettarlo direi che diventa anche più impellente...
Andammo a lavarci. Mi chiese se avevo un rasoio usa e getta, uno spazzolino da denti... Gli tirai fuori il necessario. Mi fece tenerezza vederlo che si rasava la lanugine che aveva sul volto... Poi, indossati gli accappatoi, andammo in cucina e mi misi a preparare un'abbondante colazione. Senza dire niente, Guillermo preparò la tavola.
"Guillermo..."
"Sì?" disse lui fermando la forchetta a mezz'aria e guardandomi.
Ora mi guardava più spesso di prima.
"Ascolta... come dici tu, noi ancora non ci conosciamo veramente... ma un po' stiamo cominciando a conoscerci..."
"Sì..."
"Se tu ti fermassi qui da me, che so io... magari per farmi i lavori di casa... io potrei darti un mensile, oltre a vitto e alloggio, e vestiti... così tu puoi dare qualche soldo a tua madre per i tuoi fratellini... e non devi vivere per la strada... e non devi aspettare un cliente... ti andrebbe, Guillermo?"
"Ma io... io non so fare niente... E poi, tu ti fidi di me?"
Ci pensai: che cosa rischiavo? Che un giorno non lo trovassi più in casa, che mi rubasse qualcosa... Non credevo che l'avrebbe fatto, ma ero disposto a correre il rischio.
"Non ho motivo per non fidarmi di te. Almeno finché non me lo dai tu."
"Ma io non so fare niente..." ripeté.
"Sai apparecchiare la tavola, no?" gli dissi con un sorriso, poi aggiunsi: "E puoi imparare a fare il resto. Io ti insegnerei come fare e cosa fare. Ti va?"
"E... vivrei qui con te, Daniel?" mi chiese il ragazzo guardandomi con espressione stupefatta.
"Sì. Se vuoi, ho una stanza libera, che potresti usare tu..."
"Ma come, non mi vuoi più nel tuo letto?"
"Ogni volta che lo vuoi anche tu..."
"Allora non ho bisogno di una camera, no? Ma dovrai insegnarmi proprio tutto... io non so fare niente... E non so se sarò capace a fare quello che vuoi tu..."
"Ma tu hai voglia di provarci?"
"Mi piaceva fare quel castello di sabbia... poi la pioggia l'ha distrutto..." disse lui guardando di nuovo il pavimento. "E gli altri ragazzi m'hanno battuto e mandato via."
"A volte le cose possono anche andare bene..." gli suggerii. "Tu non hai voglia di provarci?"
"Io... sì, ci vorrei provare... ma tu... avrai pazienza, con me?"
"Penso di sì, Guillermo. Se anche tu avrai pazienza con me."
"Io con te? Io avere pazienza con te?"
"Bisogna essere in due a volerlo, per stare bene assieme."
"Ho paura..."
"Paura? Di cosa?"
"Di... di non essere capace, di stancarti... di dover tornare in strada dopo che... dopo che mi sono... illuso di cominciare a vivere... illuso che le cose sono cambiate..."
"Non devi avere paura, Guillermo. Non di me."
"Ma che diranno gli altri se mi tieni qui? Un ragazzo di strada..."
"Gli altri non lo devono sapere. Ti comprerò abiti più belli, diremo a tutti che sei il mio domestico, anche al portiere, così potrai entrare ed uscire dalla porta principale senza problemi... Diremo che ho cercato un domestico e che ho trovato te..."
"Ma se mi chiedono cosa facevo prima? Da dove vengo?"
"Hai detto che tua madre vive non lontano da qui, no? Hai voglia di dirmi dove?"
"A Bemal... vicino a Bemal..."
"Ti ho trovato a Bemal, allora. Facevi già il domestico là, presso una famiglia di miei conoscenti, quando ti ho assunto."