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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL GUINZAGLIO CAPITOLO 5
"MI CHIAMO GUILLERMO OLIVERA"

La mattina seguente, ero in uno stato di dormiveglia e stavo provando una strana sensazione che in un primo momento non riuscivo a definire. Poi mi svegliai completamente, quasi di colpo e mi resi conto di quanto stava accadendo.

"Pablo" era accoccolato fra le mie gambe e mi stava succhiando il membro duro, carezzandomi delicatamente i testicoli ed il ventre.

Per un po' rimasi immobile, in parte godendomi le sue piacevoli manovre, in parte chiedendomi perché lo stesse facendo. Per "guadagnarsi" i soldi? Perché semplicemente gli piaceva? Per pura abitudine? O forse per una forma di gratitudine...

Dopo un po' mossi un braccio e con una mano gli carezzai i capelli. Allora il ragazzo iniziò a mettere più energia in quello che mi stava facendo. Lo presi e lo staccai dal mio pube, lo tirai su a me, lo feci stendere sul mio corpo. Sentii che anche lui era eccitato, il suo bel membro duro palpitava contro il mio corpo. Gli presi il volto fra le mani e lo baciai. Rispose attivamente al mio bacio.

"Mi vuole fottere, señor?" mi chiese quasi sottovoce.

"E tu? Vuoi che ti fotta?" gli chiesi, a bassa voce anche io.

"Sono qui per questo, no?" disse lui.

Poi, prima che io rispondessi, si mise a cavalcioni su di me, mi prese il membro e fece per calarvisi sopra.

"Aspetta..." gli dissi, prendendolo per la vita e facendolo fermare.

Lui mi guardò negli occhi, poi annuì: "Prenda un preservativo, señor, e me lo dia. Glielo metto io." mi disse.

"È lì, nel cassetto del comodino." gli dissi.

Scese agile dal letto, aprì il cassettino, ne prese una bustina, la lacerò e tornò sul letto. Mi infilò il preservativo, poi di nuovo s'accoccolò sul mio bacino, guidando con una mano fra le sue gambe il mio membro e scendendoci sopra.

"Non prendi il lubrificante?" gli chiesi.

"Non ne ho più bisogno. Ne ho presi tanti..." disse lui facendo spallucce, e si calò giù.

Mi accolse in sé senza difficoltà. Gli ero entrato dentro completamente. Comunque era caldo stretto... Glielo dissi.

"So come fare a sembrare stretto." commentò tranquillo, senza guardarmi.

Cominciò a muoversi su e giù, poi prese a sfregarmi i capezzoli. Mugolai piano.

"Così va bene, vero? Sì, me lo ricordavo..." disse, sempre serio.

Mentre continuava a molleggiare su e giù, lo carezzai sul petto e sul ventre, sui fianchi, sulle cosce. Guardavo i due cerotti che gli avevo messo, il suo occhio viola... e mi chiesi come si potesse fare del male ad un ragazzo come quello... ad una qualsiasi persona, ma specialmente ad un ragazzo.

Gli presi il bel membro duro in mano e tenendolo fermo, semplicemente per il suo andare su e giù su di me, lo masturbavo. "Pablo" continuava ad impalarsi su di me, e la sua espressione non cambiava: era serio, forse concentrato in quanto stava facendo per darmi piacere. Avevo voglia di prenderlo, farlo stendere sulla schiena e stantuffargli dentro io... ma lo lasciai fare a modo suo.

Dopo alcuni minuti, continuando a muovermisi sopra e facendo plapitare lo sfintere, mi portò all'orgasmo. Quando sentì che mi stavo svuotando in lui, si fermò, prememendo le sue piccole e sode natiche contro il mio pube ed agitando lievemete il bacino in un movimento circolare. Poi chiuse gli occhi, e venne anche lui, irrorandomi il ventre e il petto. Allora lo attirai a me, e lo feci stendere sul mio corpo. Lo baciai, gli carezzai la schiena.

"Andiamo a fare una doccia..." gli dissi.

"Deve andare al lavoro?"

"No, oggi è sabato, non lavoro."

Si tolse da sopra a me. Scesi dal letto e con lui andai nel bagno. Regolai l'acqua.

"Entra. Facciamo la doccia assieme." gli dissi.

Ci lavammo l'un l'altro. Le sue mani erano delicate, piacevoli. Mi provocò una nuova erezione, ma anche io a lui.

"Mi vuole fottere di nuovo?"

"No, Pablo... non è necessario."

"Mica le chiedo altri soldi. Tutto compreso." mi disse lui.

"Va bene così." dissi e chiusi l'acqua. "Asciughiamoci e vestiamoci. Poi andiamo in cucina e preparo la colazione."

"Dove ha messo i miei vestiti?" mi chiese mentre finivamo di asciugarci.

"Sono ancora in lavatrice, ma devono essere asciutti." gli dissi.

Li presi e glieli porsi. Non aveva indumenti intimi, solo i calzoncini ed il gilè.

"Non hai altri vestiti?" gli chiesi.

"No, solo questi."

"Sono malridotti... come fai quando si rompono?"

"Vedrò... Ci sono i rigattieri... Quando non ho abbastanza soldi, c'è un rigattiere che per un paio di scopate mi dà qualche vecchio abito..."

Rivestitici, andammo in cucina. Preparai un'abbondante colazione all'inglese: pancetta, uova strapazzate, toast, marmellata, frutta, latte.

Come la sera prima, il ragazzo mangiò lentamente e masticando a lungo, a piccoli bocconi, con molto pane. Bevve tre bicchieri di latte. Gli chiesi se voleva anche un caffè ed annuì.

"Cucina molto bene, señor. È tutto buono." mi disse.

"Mi piace cucinare. Queste sono cose semplici. Hai mai mangiato cucina italiana?"

"No... mangio quello che capita, quando capita..."

"Tua madre... abita qui a Buenos Aires?"

"No."

"Lontano?"

"No."

"È tanto che non la vedi?"

"No."

"Non sta in pensiero a non vederti?"

"No."

Evidentemente non aveva voglia di parlarne, perciò non insistei. Decisi di cambiare discorso.

"Cosa ti sarebbe piaciuto fare, se potevi?"

"Campare."

"E che altro?" insistei.

"Campare." ripeté lui, testardo.

"Hai amici?" gli chiesi allora, cercando un argomento di cui parlare.

Mi guardò quasi sorpreso: "Amici? Chi vuole un cane per amico?"

"Ma tu non sei un cane." gli dissi.

Fece spallucce. Non capivo se quel suo gesto così spesso ripetuto volesse dire che io non potevo capire, o che non gli interessava, o che altro.

Finito di mangiare, mentre io rigovernavo, lui disse: "Posso prenderli?"

Vidi che indicava i soldi che la sera prima avevo messo sul tavolo e che erano ancora lì.

"Certo, sono tuoi."

Li intascò. Prese il suo guinzaglio che era rimasto sulla spalliera di una sedia poi mi disse: "Adesso devo andare."

"Devi?"

"Sì."

"Ti posso rivedere?"

"Forse. Mi trova lì. Il portiere mi lascia uscire?"

"Prendi l'ascensore. Puoi uscire dal garage."

"Non ho la chiave."

"Te lo apro io. Per uscire non ci vuole la chiave. Ma quando esci dalla portina del garage richiudila subito, sennò suona l'allarme e corrono tutti... e magari pensano che sei un ladro."

"La chiudo."

Lo accompagnai al pianerottolo, aprii l'ascensore e lo salutai. Non rispose, premette il pulsante. La porta dell'ascensore si chiuse. Tornai in casa. Sedetti al tavolo della cucina. E ripensai a "Pablo".

Era un gran bel ragazzo, un po' troppo magro... ma era chiuso come un'ostrica, come un riccio, e non riuscivo a scalfirne la corazza con cui si difendeva. A otto anni... nelle mani di uno, di molti uomini pronti a profittare di lui. Più della metà della sua vita passata a soddisfare uomini senza scrupoli, solo per non morire di fame. E sua madre? La sua famiglia?

Sapevo che c'erano ragazzi che vivevano in strada, ma molti erano orfani... Quanti "Pablo" c'erano, per le strade? I ragazzi che avevo pagato prima di lui erano vestiti, se non bene, per lo meno in modo dignitoso... Avevano scarpe, calze, indumenti intimi, forse non sempre molto puliti, ma neanche veramente mal ridotti. Lui aveva solo quei calzoncini neri, corti e un po' troppo stretti, quel piccolo gilè nero ed il suo guinzaglio rosso... niente altro.

Che faceva tutto il giorno? A sera faceva marchette... e poi? Bighellonava... Guardava la TV nelle vetrine... E poi? Non riuscivo ad immaginare come potesse essere la sua vita, la sua gioranata. Io, pensai, non avevo mai avuto fame, patito la fame. A volte uno dice: ho fame, ma in realtà ha solo un po' di appetito... Dormire nella strada... e quando piove? E se si ammala?

Magari anche altri, qualche volta, gli facevano passare una notte in un letto, benché ne dubitavo: gli albergues transitorios lavoravano molto proprio perché la gente "per bene" non si porta volentieri una marchetta a casa. E non ci si passa una notte, solo un paio d'ore... Io come tutti gli altri. "Pablo" era la mia prima eccezione. Un direttore di banca non dovrebbe fare di queste imprudenze. Io l'avevo fatta... ma non ne ero affatto pentito, almeno per ora.

Più tardi uscii per fare alcune commissioni. Feci anche un salto al Museo de Arte Hispanoamericano "Isaac Fernandez Blanco" in Suipacha. È una bella costruzione in stile coloniale che espone belle collezioni di argenti, dipinti a mobili antichi. Dovevo incontrarvi José Maria Alencon, il figlio del curatore del museo, un amico che aveva promesso di procurarmi una bella statuetta liberty di un atleta nudo, in peltro.

Quando mi dette la scatola che la conteneva e la ammirai, pensai che, se solo"Pablo" avesse avuto un po' più di muscoli, la statuetta poteva quasi sembrare il ritratto del ragazzo... Poi, quando detti a José Maria l'assegno, mi chiesi quanti giorni ci avrebbe potuto vivere Pablo, con quei soldi... e provai un vago senso di rimorso.

Andai a pranzo al "Au Bec Fin", un ristorante di cucina francese piuttosto rinomato, in Vicente López, alla Recoleta, con José Maria, offriva lui. Di nuovo pensai che con quanto il mio amico aveva pagato per un pasto per due, Pablo ci avrebbe vissuto probabilmente per un mese e forse più...

Non riuscivo a togliermi dalla mente quel ragazzo. José Maria si accorse che ero pensieroso. Mi chiese che cosa avessi. Poiché era gay anche lui, pensai di aprirmi un po', anche senza raccontargli tutto.

"Ho conosciuto un ragazzo. Un po' giovane, per i miei gusti, ma... mi piace."

"Quanti anni ha?"

"Diciassette, o quasi."

"Sopra i quindici anni puoi stare tranquillo, qui in Argentina..." mi disse.

"Di solito mi piacciono almeno diciannove-ventiquattrenni... Ma questo, non so neanche io perché, mi attrae."

"È bravo a letto? Si lascia fottere?"

"Sì..."

"Bene, allora. Dov'è il problema?"

"Problema? Non so... lo conosco appena. Ci sono andato solo un paio di volte..."

"E goditelo, no? Frattanto lo conosci e se è un ragazzo a posto, te lo tieni, sennò gli dai il benservito e chi s'è visto s'è visto."

"E tu?" gli chiesi cercando di cambiare discorso.

"Io? Ho per le mani un ragazzo di ventidue anni, belloccio... il tipo che piacerebbe a te... per questo non te lo faccio conscere." mi disse ridendo. "È un poliziotto di primo pelo. Se lo vedi, pare molto riservato, ma a letto è una bomba. E si lascia fare di tutto."

"Buon per te."

"Ci ho messo tre mesi per portarmelo a letto... ma è valsa la pena avere pazienza, non desistere, te lo giuro."

"Ottimo."

"E il tuo ragazzo, che fa?"

"Non è il mio ragazzo. Lo conosco appena, te l'ho detto."

"Lo conoscerai appena, ma piuttosto intimamente, no? Come si chiama? È uno che conosco?"

"Non credo."

"Studente, immagino."

"No, lavora."

"Oh, ti piace la classe operaia?"

"Non mi importa che sia un operaio, uno studente, un figlio di papà o..."

"Basta che ti dia il culetto, no?" rise. "Come a me, d'altronde. Peccato che tu abbia i miei stessi gusti... mi sarebbe piaciuto farlo con te."

"Ma se a te piacciono ragazzi giovani come piacciono a me!" obiettai.

"Però sei un bell'uomo, sensuale... con te la farei volentieri un'eccezione..." mi disse.

Andammo a passeggiare un po' in Calle Florida, una via senza traffico, a fare window-shopping, poi ci salutammo. Passai a casa a posare la statuetta, che misi in salotto, sopra la mensola su cui c'era anche il telefono e una lampada: ci stava proprio bene.

Poi uscii di nuovo. Camminai a lungo... e poco prima dell'ora di cena, passai in Cerrito... Pablo era lì, seduto sotto il solito lampione. Invece di andare verso di lui, girai in una traversa dove sapevo che avrei trovato qualche venditore da strada. Sui soliti quadrati di panno rosso, nero, verde, sul marciapiede, esponevano le loro merci, le cose più varie. Vidi un ragazzo che vendeva collanine, spille, braccialetti, anelli. Scelsi una collanina di perle di vetro bianco. La comprai e la misi in tasca.

Poi tornai sul Cerrito. Pablo era ancora lì. Gli andai davanti e lo salutai. Mi guardò.

"Per te, Pablo." gli dissi mettendo la mano in tasca e porgendogli la collanina.

"Per cosa?" mi chiese lui senza prenderla.

"Per metterla al posto di quel guinzaglio... quando vieni con me."

La prese, la guardò, poi la infilò nella tasca del gilè. "Mi vuole di nuovo?" mi chiese poi, lanciandomi una brevissima occhiata.

"Sì. Ma prima andiamo a cena da qualche parte..."

"Non cucina lei? Aveva detto che è bravo a cucinare, lei." disse a bassa voce, sempre senza guardarmi.

"Posso farlo. Cosa vuoi mangiare?"

"Qualsiasi cosa."

"Allora vieni con me. Faccio un po' di spesa, poi andiamo a casa. Togliti quel guinzaglio, però..."

Se lo tolse, lo arrotolò e cercò di metterlo nella tasca dei calzoncini. Non ci entrava bene, perciò lo tirò fuori di nuovo e se lo annodò attorno alla vita. Poi si mise la collanina al collo. Lo guardavo armeggiare. Quando l'ebbe agganciata, mi guardò come per chiedermi se andava bene così. Annuii.

Andammo. Comprai qualcosa per preparare da mangiare. Poi passammo davanti ad un negozietto di abiti di seconda mano.

"Entriamo." gli dissi.

Mi seguì. Dissi al commerciante che volevo qualcosa per "il figlio del giardiniere"... L'uomo mi guardò come per dirmi che aveva capito che quel ragazzo era tutto meno il figlio del mio giardiniere... ma non disse nulla e mi chiese che cosa volevo. Gli comprai calze, scarpe, indumenti intimi e un paio di jeans con una T-shirt, tutta roba in buono stato. Pagai, e porsi il sacchetto di carta a Pablo.

"A casa ti cambi." gli dissi.

"Per me?" mi chiese.

"Per me sarebbero di taglia troppo piccola." gli risposi.

Prese il sacchetto. Non disse grazie, non disse nulla. Andammo di nuovo a casa mia, passando per il garage.

"Se mi devo cambiare... prima mi posso lavare?"

"Come vuoi." gli risposi, pensando che s'era lavato solo dodici ore prima... quando c'eravamo alzati... ma se gli faceva piacere, perché no.

Andai in cucina e mi misi a spadellare. Preparai una buona cena all'italiana, niente di eccezionale, solo cose non pesanti ma nutrienti e gustose. Quando Pablo venne in cucina, vestito con gli abiti che gli avevo comprato, sembrava quasi un altro. Era anche più bello di prima. E la collanina al collo gli stava bene, metteva in risalto il colore della pelle, del volto. Restò in piedi sulla soglia.

"Siedi. Ci metto ancora un po' a finire. Hai fame?"

"Non troppo." disse sedendo.

"Hai voglia di darmi una mano?"

"Cosa devo fare?"

"Apri quel cassetto e prendi le tovagliette all'americana. Poi le posate sono là..."

"Sì, ho visto dove le tiene."

Si alzò e si mise ad apparecchiare la tavola. Notai che prendeva tutto aprendo cassetti e sportelli senza esitare: evidentemente aveva osservato, la sera prima e la mattina, dove tenevo le cose. Quando la tavola fu pronta, restò in piedi accanto al tavolo.

"Devo fare altro?" mi chiese.

"No, grazie. Puoi sedere, se vuoi."

"Sì." disse e sedette.

Dopo poco misi a tavola. Avevo preparato un risottino con funghi, involtini di fettine con uova sode, un'insalata mista, una macedonia di frutta e una torta di mele stava finendo a cuocere nel forno.

Mangiò come sempre lentamente, a piccole porzioni. Gli versai un dito di vino. Ne beveva ogni tanto un po', a piccoli sorsi. Mangiò tutto e, come sempre, ogni volta ripuliva accuratamente il piatto con il pane. Notai che quando spezzava il pane, se cadevano briciole sulla tovaglietta, le raccoglieva con due dita e le mangiava. Non sprecava neppure mezzo grammo di cibo...

Quando gli offrii la torta di mele calda, la mangiò assaporandola. Acettò subito una seconda fetta. Poi bevemmo il caffè all'italiana, fatto con la mia inseparabile moka Bialetti.

"T'è piaciuto?" gli chiesi.

Annuì.

"Vuoi ancora mangiare qualcosa?"

Rispose di no col capo.

Sparecchiai e lasciai tutto nel lavello. Poi misi venti pesos sul tavolo.

"Questi li prendi quando vuoi: adesso, più tardi o domattina. E dormi di nuovo con me. Va bene?"

Annuì.

"Vieni di là, prima di andare a letto ci guardiamo un po' di TV."

Mi seguì in soggiorno. Lo feci sedere sul sofà davanti al televisore, sedetti accanto a lui, presi il telecomando e lo accesi. Feci un po' di zapping per vedere che cosa ci poteva essere di interessante.

"Cosa ti va di vedere?" gli chiesi.

"Non importa..."

Gli porsi il telecomando: "Premi questi due tasti, vedi, per cambiare canale, avanti e dietro, e ti fermi dove vuoi. No, dirigi questa parte verso il televisore... ecco, così, vedi?"

Ci provò. Cambiava canale, dapprima piuttosto velocemente, poi più lentamente. Guardava assorto lo schermo. Io sogguardavo la sua espressione. Finalmente si fermò su un canale in cui trasmettevano canzonette argentine da un qualche teatro. Una cantante che non conoscevo, fasciata in una abito di lamé argentato ed un cantante vestito di nero, accompagnati da un'orchestrina, stavano cantando "Pedacito de cielo".

"Ti piace?" gli chiesi.

"Mia nonna cantava questa canzone, quand'ero piccolo."

"Volevi bene a tua nonna?"

Annuì. E notai che aveva gli occhi umidi. Tirava su con il naso, per non piangere. Mi venne voglia di abbracciarlo, ma non lo feci, preferii lasciarlo solo con le sue emozioni, sentivo che non avevo il diritto di intromettermi.

Quando la coppia di cantanti terminò la canzone e fu sostituita da un trio di comici, Pablo si girò verso di me. Mi guardò dritto negli occhi.

Poi mi chiese: "Perché?"

"Perché, cosa?" gli chiesi io quasi trattenendo il respiro.

"La collanina, i vestiti, la cena, tutto... perché?"

"Perché non sei un cane, sei un cucciolo d'uomo, sei Pablo."

Scosse il capo. Per un po' restò in silenzio, ma questa volta non distolse gli occhi dai miei. Mi guardava serio. Lo guardavo sereno, cercando di dirgli, meglio che con un sorriso che poteva essere troppo per lui, che avrei voluto essergli amico. Che poteva fidarsi di me. E lo capì.

A voce molto bassa, mi disse: "Non mi chiamo Pablo, io. Mi chiamo Guillermo. Mi chiamo Guillermo Olivera."

"Piacere, Guillermo. Benvenuto in casa mia. Io mi chiamo Daniele Savoldi."

"Potrei essere un ladro..."

"Lo sei?"

"Non sono mai andato in galera. Non mi hanno mai preso. Sono sempre scappato in tempo, ho sempre corso più in fretta di loro. Ma non ho mai rubato, señor, lo giuro."

"Ti credo."

"Non ho mai rubato, señor, neanche quando la fame mi faceva star male..."

"Ti credo..."

"Neanche quando la tentazione era forte, señor, neanche quando quello se lo meritava, señor."

"Ti credo." gli ripetei ancora, in tono gentile, e gli porsi la mano.

Guillermo l'afferrò e la strinse con le due mani, poi vi appoggiò la fronte e sentii che finalmente le sue lacrime la bagnavano, in silenzio, senza un suono, senza scosse né singhiozzi. Gli misi l'altra mano sui capelli e lo carezzai. Dal televisore veniva il suono di un'altra canzone. Riconobbi "Naranjo en flor".

Sollevò il capo e mi guardò di nuovo: "Mi porta a letto, señor?"

"Chiamami Daniele, dammi del tu..."

"Mi porti a letto Daniel?" ripeté allora, le gote bagnate di lacrime.

Gli carezzai la guancia: "Sei stanco?"

"No... non vuole fottermi?"

"No... ma vorrei fare l'amore con te, questo sì."

"Fare l'amore? Che cambia?"

"Forse per il corpo cambia poco... ma dentro, cambia tutto."

"Io non so fare l'amore, Daniel, sono capace solo di farmi fottere." mi disse in tono stanco. "Non ho fatto altro, per tutta la vita."

"Allora... aspetta. Restiamo ancora un po' qui..." gli dissi.

Lo attirai a me, lo abbracciai, lo carezzai, lo baciai in bocca, teneramente. Lui mi si aggrappò addosso, quasi convulsamente. Lo strinsi a me.

"Non è necessario fottere, Guillermo. Possiamo anche stare così, qui o anche a letto, finché non hai voglia di fare l'amore..."

"Mi porti nel tuo letto, Daniel?"

"Certo."

"Nudi, come ieri?"

"Certo."

"E mi tieni stretto così?"

"Sì..."


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