Come ho detto, arrivai a Buenos Aires nel 1999. Dopo essermi sistemato ed essermi ambientato nel mio lavoro, cominciai anche a guardarmi attorno. A differenza da San Francisco, New York, ed anche Parigi, qui pareva che fosse più prudente non far sapere in giro che sono gay: il pregiudizio contro gli omosessuali sembrava ancora piuttosto forte.
Comunque individuai abbastanza presto i luoghi in cui potevo trovare un ragazzo da portarmi a letto per qualche ora, in cambio di pochi pesos. Il governo aveva imposto la parità con il dollaro USA, ma la gente era molto povera, quindi a volte con pochi pesos potevo scegliermi il ragazzo con cui divertirmi a letto. Il massimo che ebbi da pagare, furono venti pesos... e il ragazzo li valeva tutti, ci sapeva veramente fare.
Buenos Aires, per lo meno al centro, è una città elegante, con un'atmosfera quasi parigina. Lontano dal centro, però, vi sono anche zone di estrema povertà. Molti dei ragazzi che si offrivano per sesso a pagamento provenivano da queste zone, vere e proprie favelas, ma la maggior parte di loro non tornava mai o quasi a casa e viveva per le strade.
Anche chi, come me, ha un appartamento in cui vive da solo, raramente porta un occasionale compagno, che sia una marchetta o no, a casa propria. Di solito si preferisce andare con la conquista (o l'acquisto) di una sera in un "albergue transitorio" cioè un albergo ad ore.
Ce ne sono molti, al centro, come il Monteflor, il Desirée, l'O'tello, il Siglo XX, il Paso, il Discret ed altri. Le stanze sono pulite, hanno quasi sempre il bagno privato, TV a circuito chiuso con filemetti porno-gay ed altri servizi. Vi sono ammessi solo due ospiti per volta, per non aver guai con la legge. Ed è qui che spesso i ragazzi che battono le strade possono fare un bagno o una doccia in modo di restare abbastanza puliti.
Come dicevo, anche io portavo sempre i ragazzi che trovavo in un qualche "albergue transitorio".
Una sera, stavo passeggiando lungo il Cerrito, il viale contiguo all'Avenida 9 de Julio, non lontano da Plaza de la Republica, quando notai un ragazzo seduto sull'erba, sotto un lampione a cui era appoggiato con la schiena. A differenza di altri ragazzi che facevano marchette, questo non guardava con aria spavalda e provocatoria i passanti. Guardava a terra, con aria seria, quasi assente.
Quello che mi colpì in quel ragazzo fu il modo in cui era vestito... o piuttosto non vestito...
Era a piedi nudi, indossava solo un paio di cortissimi shorts neri, un corto gilet di panno nero aperto davanti e con nulla sotto; al collo aveva un collare da cane di cuoio nero con borchie di metallo, da cui pendeva un guinzaglio di pelle rossa che da dietro gli passava su una spalla e toccava terra davanti a lui...
Il corpo, abbondantemente esposto, era scarno ma non veramente magro, aveva la pelle liscia di un adolescente, lievemente abbronzata. Aveva un casco di capelli scuri, corti, un po' scarmigliati ma non veramente in disordine. Ne intravedevo il viso chino e pareva avere un piacevole profilo, ma non ne potevo vedere gli occhi. Le mani erano poggiate a terra fra le gambe flesse, le sue ginocchia erano sollevate quasi contro il petto...
Lo guardai incuriosito, mi chiesi perché si fosse conciato in quel modo: era una specie di punk o che cosa? Era una marchetta o no? Rallentai, senza smettere di osservarlo, anzi di studiarlo, mentre mi avvicinavo. Il ragazzo continuava a non guardare nessuno dei rari passanti.
Io non passavo spesso da quelle parti, e mai a quell'ora, e forse per quello non l'avevo mai visto, o notato prima. Gli passai davanti, a meno di un metro, continuando ad osservarlo, ma il ragazzo restò immobile, non mi guardò. Dopo poco tornai indietro, sempre guardando quel ragazzo, sempre più incuriosito.
Mi fermai davanti a lui. Finalmente il ragazzo sollevò il volto e mi guardò.
Aveva occhi grandi e tristi... da cane buono... Le labbra erano sensuali, con una piega dolce. Mi guardava dritto negli occhi, senza muoversi, senza dire nulla.
"Ola... que tal?" gli chiesi facendo un lieve sorriso.
"Diez pesos, y puede hacer con migo todo lo que mas quiere..." mi disse il ragazzo con voce bassa ma chiara.
"Tutto quello che voglio?" gli chiesi.
"Picchiarmi, fottermi in culo, frustarmi... e poi lo succhio bene... e può anche pisciarmi sopra, se vuole..." mi disse serio.
Ero un po' scosso: nessuna marchetta mai m'aveva abbordato in quel modo. Di solito o tentavano di essere seducenti, o spavaldi, dolci, quasi femminei, o macho, mostrando una virilità o una sicurezza che spesso in realtà non avevano e che era solo una posa...
Mi accoccolai davanti a lui. I nostri occhi non si erano ancora lasciati.
"Come ti chiami, ragazzo?"
"Fido..."
"Fido? Ma via, ragazzo..."
"E non sono un ragazzo, sono un cane..."
"Beh... nome appropriato per un cane... ma tu, come ti chiami?" insistei.
"Fido! Mi vuole o no? Per dieci pesos faccio tutto quello che vuole."
"Quanti anni hai, ragazzo?" gli chiesi insistendo sulla parola "ragazzo".
"Quasi diciassette. Mi vuole o no?" chiese di nuovo, con l'aria di dirmi che o accettavo la sua offerta o lo lasciavo in pace.
"Sì..." risposi incerto.
Era un bel ragazzo, ma forse ero più incuriosito da quel suo modo di offrirsi che non dalla sua bellezza.
Il ragazzo allora prese il guinzaglio e me ne porse il cappio. Istintivamente lo presi in mano, ancora un po' confuso e sorpreso.
"Andiamo. Ce l'ha un posto, no?" mi disse il ragazzo.
Mi alzai in piedi ed anche lui si alzò. Era alto quasi quanto me, il corpo era ben fatto, gradevole. La sua espressione seria, i suoi occhi grandi, il fatto che continuava a guardarmi negli occhi senza mai abbassare lo sguardo, e quel guinzaglio che mi aveva messo in mano, mi mettevano lievemente a disagio.
Gli porsi di nuovo il guinzaglio. Lo prese.
"Non mi vuole?" chiese quasi seccato... o piuttosto deluso.
"Sì... vieni." gli dissi e mi avviai verso un "albergue transitorio" che sapevo esserci non troppo lontano da lì.
Non mi girai a guardare se mi seguiva, camminavo immerso nei miei pensieri. Giunto davanti al discreto ingresso dell'albergo ad ore, mi girai finalmente a guardarlo. Era lì.
Entrai, pagai la camera, l'impiegato mi dette la chiave, lanciò un'occhiata distratta al ragazzo e si immerse di nuovo nella lettura del suo giornaletto. Salimmo al primo piano, trovai la camera, aprii e lo feci entrare.
"Fatti una doccia, prima." dissi al ragazzo.
"Sì, señor." mi disse il ragazzo e scomparve nel bagno.
Io spensi la luce centrale ed accesi una lampada a muro che era sopra la testiera del letto matrimoniale. Tolsi la coperta: le lenzuola, anche se vecchie e con qualche rammendo, erano pulite. C'era il televisore ma non lo accesi. C'era anche la radio incassata sulla testiera del letto e l'accesi: trasmettevano musica, che misi a basso volume. Sentii l'acqua scrosciare in bagno.
Misi un biglietto da dieci pesos sul comodino, bene in vista. Accanto ci misi la scatoletta di preservativi ed il gel lubrificante che avevo quasi sempre con me, quando uscivo per battere. Mi spogliai, ripiegai gli abiti che appoggiai sul piano di una sedia, e, nudo, mi stesi sul letto, in attesa. Non ero eccitato, a differenza di altre volte...
Dopo pochi minuti il ragazzo uscì dal bagno, sfregandosi vigorosamente il corpo con un piccolo asciugamano bianco. Era nudo, folti peli neri circondavano il suo membro morbido, non circonciso, di buone dimensioni. Era ben sviluppato, ben fatto. I capelli umidi erano ora pettinati in avanti, sì che gli formavano come una corta frangia irregolare sulla fronte.
Appoggiò l'asciugamano sulla spalliera della sedia, s'accostò al letto e guardò rapidamente il mio corpo nudo, senza cambiare espressione. Notai che aveva di nuovo il collare con il guinzaglio al collo.
"Toglilo..." gli dissi indicandolo.
Lo slacciò e lo appoggiò dietro, sull'asciugamano. Si muoveva in modo flessuoso, quasi felino. Poi mi guardò ancora.
"Come ti chiami?" gli chiesi ancora.
"Fido."
"Ma dai! È il nome di un cane, non di un ragazzo...!
"Allora Boby, Fuffi, Black, come vuole lei."
"Perché?" gli chiesi tendendogli una mano in un silenzioso invito a salire sul letto accanto a me.
Lui non la prese, ma salì a quattro zampe sul letto, continuando a guardarmi.
"Perché a tanti piace l'idea da avere un cane per divertirsi. Ragazzi ce n'è tanti, cani... solo io, penso. Un cane... o uno schiavo... trova facilmente un padrone."
"Ti piace il sado-maso?" gli chiesi attirandolo a me.
Si stese su un fianco, ancora con le ginocchia piegate. "Qualsiasi cosa piace a lei, señor. Solo... per favore... non mi faccia troppo male..."
"Farti male? No, certo, non mi piace." gli dissi cominciando a carezzare il suo bel corpo. "Né tanto né poco."
"Cosa vuole che faccio? Cosa le piace?" mi chiese lui, per la prima volta senza guardarmi negli occhi.
"E a te, cosa piace fare?" gli chiesi, compiaciuto nel vedere che si stava eccitando, e questo finalmente iniziò a far eccitare anche me.
"Che importa? Tutto quello che piace a lei, señor."
Lo tirai più fortemente verso di me, contro di me, finché i nostri corpi aderirono. Aveva una pelle fresca, vellutata. Odorava di sapone e di gioventù. Gli presi il viso fra le mani e lo baciai a fondo. Rispose al mio bacio, dapprima quasi meccanicamente, poi con maggiore partecipazione e crescente eccitazione.
"Non mi piace chiamarti Fido... dimmi come ti chiami." gli dissi.
"Come vuole lei, è lei che paga." rispose a voce bassa.
Non voleva dirmi il suo nome, perciò accolsi il suo suggerimento.
"Pablo... ti va bene Pablo?" gli chiesi carezzandogli il piccolo sedere sodo e liscio come una pesca matura.
"Sì, va bene, certo. Cosa devo fare? Come vuole godere?"
Invece di rispondergli lo baciai di nuovo e lo strinsi a me, facendogli palpitare contro il mio membro ormai completamente eretto. Sentii il suo palpitare in risposta.
Scesi col viso a suggergli i piccoli capezzoli scuri e sodi, il ragazzo fremette. Scesi ancora, mi soffermai sul suo ombelico incavato, vi giocherellai con la punta della lingua, poi scesi ancora e posai le labbra sul suo membro ora completamente eretto e duro.
"Fallo anche tu a me..." gli suggerii.
Il ragazzo si girò e prese a leccare e succhiare ad arte il mio membro. Ci sapeva fare e, ebbi l'impressione, gli piaceva. Dopo poco eravamo uniti in un gradevole sessantanove.
Lo feci smettere, perché mi sentivo troppo vicino al punto senza ritorno. Lo strinsi di nuovo contro di me, e mentre lo baciavo gli carezzai il sederino e spinsi un dito a stuzzicargli l'ano. Lui spinse in dietro il bacino facendomi capire che quel mio dito inquisitore non solo non gli dava fatidio ma lo gradiva... o per lo meno lo accettava senza problemi. D'altronde sicuramente doveva essere più che abituato a prenderlo di dietro, mi dissi.
Onestamente, quando andavo con una occasionale conquista o ancor più con un ragazzo che faceva marchette, pensavo soprattutto, se non esclusivamente, al mio piacere. Se l'altro si prendeva il proprio piacere, mi stava bene, anzi, ne ero anche contento, ma questa non era di certo fra le mie principali preoccupazioni. Dopo tutto, specialmente se pagavo, quello che l'altro voleva in cambio del sesso che mi offriva erano più che altro i miei soldi.
Eppure con "Pablo", e non saprei dire il perché, continuavo, se non a preoccuparmi, almeno a chiedermi se anche a lui piacesse quello che stavamo facendo assieme.
Dopo un po' che lo tenenvo contro di me e che gli spingevo dentro il mio dito, e che "Pablo" fremeva con crescente forza, il ragazzo si staccò da me e mi chiese: "Come mi vuole fottere? Come mi devo mettere?"
Invece di rispondergli, lo feci stendere sulla schiena, gli salii sopra e gli feci divaricare le gambe, inginocchiandomi fra le sue cosce. Lui subito si tirò le gambe contro il dorso, di fianco al petto. Mi chinai su di lui e, dopo avegli succhiato il bel membro duro e ritto, lievemente angolato verso il suo ventre, scesi a leccarlo sotto il membro, fra i testicoli e l'ano, raggiunsi con la lingua il suo foro e lo preparai per un po'.
Quindi presi dal comodino il preservativo, me lo infilai, lacerai una bustina di lubrificante spalmandoglielo sul foro e preparandolo ben bene, quindi gli puntai il mio membro sul foro ed iniziai a spingere.
"Pablo" aveva chiuso gli occhi, si teneva le gambe contro il petto e stava immobile, in attesa. Gli scivolai dentro senza difficoltà, lo penetrai con un'unica spinta, finché il mio pube fu ben premuto contro le sue piccole e sode natiche. Mi fermai per un poco, poi iniziai a pompargli dentro. Il ragazzo faceva palpitare ad arte il suo sfintere attorno al mio palo duro, inguainato nel preservativo.
Gli carezzavo il petto e le cosce. "Pablo" a sua volta prese a sfregarmi i capezzoli ed a carezzarmi il ventre, i fianchi e le cosce, mentre mi muovevo con crescente vigore dentro di lui.
Il suo volto era bello, ma l'espressione era sempre seria e non potevo leggere nulla negli occhi che continuava a tenere chiusi. Gli piaceva? Non gli piaceva? Era indifferente? Sperava che finisse presto o che durasse a lungo? O anche questo non gli interessava?
Non posso dire che fosse completamente passivo, infatti sia con le sue mani che facendo palpitare l'ano, partecipava in qualche modo a quell'atto sessuale, ma certo non mostrava né entusiasmo né sopportazione... Questo mi lasciava un po' perplesso. Con altri ragazzi, specialmente con quelli che erano venuti con me per soldi, riuscivo sempre a capire se speravano di finire in fretta oppure se, anche se non molti, si godevano quello che stavamo facendo.
Mi dissi che forse, nonostante fosse così giovane, per lui quello era solo lavoro... e che era semplicemente un "serio professionista". Serio ed esperto, comunque. Sì, doveva aver avuto parecchi clienti, prima di me... La cosa non mi disturbava né mi faceva piacere, però... mi incuriosiva.
Parecchi dei ragazzi che facevano marchette giuravano di non essere gay. Qualcuno, quando chiedevo la loro storia, mi parlavano di situazioni di estrema povertà, non di rado di maltrattamenti... anche se spesso mi chiedevo se non fossero storie, almeno in parte, inventate. Così avevo smesso, nonostante la mia curiosità, di fare domande, per lo meno ai ragazzi che facevano marchette.
Eppure sentivo che mi sarebbe piaciuto sapere chi fosse questo "Pablo", perché pretendeva di essere solo uno schiavo, anzi un "cane"; sentivo che, oltre al rapporto puramente sessuale, mi sarebbe piaciuto avere, almeno in parte, anche un rapporto... umano con quel ragazzo.
Non ho mai considerato un mio partner, che fosse a pagamento o no, un oggetto sessuale. Per questo avevo sempre avuto la curiosità di conoscerne il nome, la storia, e magari anche i sogni, le speranze...
Continuai a prendere "Pablo", cercando però di dare anche a lui almeno una parte del godimento che ne stavo ricevendo. Di tanto in tanto, smettendo di stantuffargli dentro, mi chinavo su di lui e lo baciavo in bocca. Il ragazzo sapeva baciare bene, smentendo la mia prima impressione che lo facesse solo meccanicamente, senza vera partecipazione.
E continuavo ad interrogarmi su di lui: aveva una casa o viveva nella strada? Aveva una famiglia o era abbandonato a se stesso? Aveva amici, parenti, qualcuno o era un solitario?
Ma era venuto con me solo per i soldi, quindi, ormai avevo capito, imparato, che non avevo il diritto di fargli queste domande, che non era opportuno, che non aveva senso voler sapere qualcosa di lui. D'altronde non aveva neppure voluto dirmi il suo nome, magari un nome inventato, a parte quel "Fido"... o il "Pablo" con cui avevo deciso di chiamarlo.
L'eccitazione comunque stava aumentando in me, e decisi di non controllarmi più, di lasciarmi andare fino al godimento finale. Ma anche di portarlo al godimento assieme a me. Mentre continuavo a muovermi detntro di lui, gli massaggiavo i bei genitali turgidi non solo per tener desta la sua eccitazione, ma per far venire anche lui.
Quando sentii che era prossimo all'esplosione finale, accelerai il mio ritmo, ed appena venne contro la mia mano e fra i nosti corpi, anche io finalmente mi scaricai dentro di lui.
Restandogli dentro, gli feci stendere le gambe e mi rilassai sopra il ragazzo, continuando a carezzarlo. Il mio membro lentamente si sfilò dal suo caldo canale, tornando alle sue dimensioni di riposo. Mi tolsi il preservativo e lo gettai nel cestino accanto al letto. Presi di nuovo il ragazzo fra le mie braccia.
"Tutto bene, Pablo?" gli chiesi.
Lui riaprì gli occhi, mi guardò con la sua espressione seria, e mi chiese: "E lei, señor?" quasi con l'aria di dirmi che non aveva importanza se per lui era andata bene o no.
"Sì." gli risposi.
"Allora... possiamo andare prima che le facciano pagare tariffa doppia." mi disse il ragazzo.
"Hai fretta?" gli chiesi incuriosito.
"No... non io..."
"Magari, se torni là... ti trovi un altro cliente, visto che non è ancora troppo tardi..." azzardai, sperando di farlo parlare.
"Pablo" era sceso dal letto e si stava ripulendo con l'asciugamano. Si girò a guardarmi e disse: "Magari."
Poi andò in bagno. Sentii scorrere di nuovo l'acqua. Mi alzai ed andai anche io in bagno per darmi una ripulita. Il ragazzo era nuovamente vestito. Mentre mi asciugavo e tornavo nella camera da letto, lo vidi che intascava i soldi che avevo messo sul comodino per lui. Poi si girò, prese il guinzaglio, si rimise il collare mentre io mi rivestivo.
"Posso andare?" mi chiese prima che finissi di rimettermi gli abiti.
"Sì... Ti trovo sempre là? Dov'eri stasera?" gli chiesi allora.
"Sì, più o meno. Se non sono con un altro cliente." rispose lui.
"Allora magari ci rivediamo..."
"Può darsi. Buona notte, señor."
"Buona notte, Pablo. E grazie."
Mi lanciò un'occhiata con un'espressione lievemente sorpresa, poi uscì dalla stanza. Io terminai di vestirmi e scesi quasi subito. Giunto sulla via, non vidi più traccia del ragazzo. Per un attimo provai la tentazione di andare dove l'avevo trovato, per vedere se fosse tornato là. Ma poi cambiai idea e decisi di rientrare a casa mia.
Arrivato a casa controllai se avevo ricevuto qualche e-mail e ne trovai uno di mio fratello Giovanni. Mi diceva che s'era appena diplomato all'accademia delle belle arti con buoni voti, e che papà, per premio, gli aveva offerto un volo fino a Buenos Aires per venirmi a trovare e che, se a me andava bene, pensava di fermarsi per tre settimane a casa mia.
Gli risposi che sarei stato più che felice di accoglierlo e di rivederlo. Come credo di aver detto, fra i miei fratelli e sorelle Giovanni è sempre stato il mio preferito, quindi ne ero veramente contento. Avere mio fratello in casa mi imponeva di avere meno incontri di sesso, anche se per questi andavo sempre negli alberghi ad ore, ma questo non mi pesava affatto.
Così Giovanni arrivò. Andai a prenderlo il sabato mattina all'aereoporto con la mia auto. Giunto all'Ezeiza International Airport, che è a una trentina di chilometri a sud di Buenos Aires, dovetti aspettarlo per circa tre quarti d'ora, poiché il suo aereo era in ritardo.
Quando finalmente emerse dall'uscita della dogana, mi vide subito e si aprì in un ampio sorriso. Era solo un anno che non lo vedevo, eppure era cambiato parecchio, s'era fatto un gran bel ragazzo. Dimostrava comunque meno della sua età.
Ci abbracciammo, poi gli presi parte dei bagagli e lo guidai al parcheggio. Saliti in auto, guidai verso casa. Prima mi dette notizie sui nostri genitori, su Beatrice che, come già sapevo, aspettava il suo terzo figlio e su Silvana che invece ancora non voleva avere figli.
Giovanni s'era sposato appena s'era diplomato al liceo artistico, ed aveva divorziato solo due anni più tardi. Per fortuna non avevano avuto figli... Poi aveva lavorato per un po' come assistente scenografo, quindi aveva smesso di lavorare per iscriversi all'accademia di belle arti, stranamente con l'approvazione di papà...
Mi chiedevo come mai mi sembrasse diverso dall'ultima volta che ci si era visti: un uomo oltre i trenta anni non cambia più... Eppure mi pareva diverso, più giovane, più bello, direi.
"E di te, che mi dici?" gli chiesi allora.
"Di me? Che ho già un contratto come aiuto scenografo con l'Arena di Verona."
"Ottimo, direi."
"Sì. Non credevo neppure io di riuscire, e invece... Pare che finalmente le cose cominciano a girare per il verso giusto..."
"Ti vedo in forma, infatti... sembra quasi che hai dieci anni in meno..." lanciai lì.
"Ho cambiato il look... e mi sono deciso a fare palestra, tutto qui."
"E... magari anche sul piano affettivo..." gli chiesi sogguardandolo, pensando che non l'avevo mai visto così radioso.
"Beh, sì, anche su quel piano c'è qualcosa di nuovo."
"E mi pareva! Com'è? Carina? Hai una foto? Come vi siete conosciuti?"
"Curioso come sempre, eh?" mi disse lui con quel sorriso birichino che aveva da ragazzo e che da qualche anno non gli avevo più visto in viso.
"Sì, certo..." risposi ridendo. "Allora?"
"A me piace... stiamo bene insieme... Però... non è carina..."
"La bellezza non è tutto, basta che sia la persona giusta per te." gli dissi.
"Penso proprio di sì. Stiamo assieme da undici mesi."
"Non mi avevi detto niente. Dove l'hai conosciuta?"
"Prima volevo essere sicuro che le cose andassero bene fra di noi." mi rispose Giovanni.
"Quindi adesso ti senti abbastanza sicuro..." commentai.
"Sì. Anche se papà non è che ne sia molto contento."
"Quando mai papà è contento di quello che facciamo noi figli?" osservai io.
"Mamma invece ha... accettato, per così dire."
"Pensate di sposarvi?"
"No. Ma conviviamo, da quattro mesi."
"Per questo papà non è contento?"
"Anche..."
Eravamo arrivati a casa mia. L'aiutai a sistemarsi nella sua camera, poi gli chiesi se volesse farsi una doccia.
"Sì, ma più tardi. Ho un po' fame, piuttosto..." mi disse.
Mi misi a preparare qualcosa e lui venne in cucina con me.
"Allora, ce l'hai una foto? Me la fai vedere questa tua compagna?" gli chiesi.
Giovanni annuì e mi porse una foto: c'era lui con altri due ragazzi e tre ragazze. Era stata scattata al mare, erano tutti in costume da bagno, ammassati e tutti semiabbracciati per entrare nell'inquadratura della foto.
"L'ho fatta cinque mesi fa, poco prima che prendessimo casa insieme..." mi disse Giovanni.
Guardai le tre ragazze della foto: erano tutte e tre piuttosto ben fatte, belle, e sorridenti. Una aveva capelli rosso rame ed un seno prosperoso che il bikni conteneva a mala pena. Un'altra era bionda, probabilmente ossigenata, ed aveva lunghi capelli che le arrivavano fino al seno piccolo ma grazioso; era snella ed aveva una posa vagamente sensuale. La terza aveva capelli ricci ricci, castani, ed un sorriso furbetto; era la meno alta delle tre, e aveva un corpo minuto ma proporzionato.
Giovanni era al centro della foto, aveva la riccetta a sinistra ed uno dei due ragazzi a destra. Indicandomeli, da sinistra a destra, Giovanni mi disse: "Questa è Manuela, poi c'è Silvano, io, Carla, Matteo e l'ultima è Rachele."
"È Carla, la tua ragazza" gli chiesi allora.
"No, sbagliato..."
"Allora la prima a sinistra, la bionda?"
"No, sbagliato di nuovo." mi disse ridacchiando Giovanni.
"Ah, l'ultima a destra, perciò." conclusi guardando la rossa formosa.
"No no, non è proprio il mio tipo..." ridacchiò di nuovo Giovanni.
"Allora... mica è quella che vi ha preso la foto, no?" gli chiesi io ridendo e guardandolo con aria interrogativa.
Giovanni scosse la testa, poi mise un dito sul ragazzo alla sua destra: "È lui, si chiama Silvano..."
Lo guardai lievemente accigliato: "Non mi prendere per il culo, Giò! Dai, qual è la tua ragazza?"
"Sei tu che ti sei messo in testa che doveva essere una ragazza, io non l'ho mai detto. Io sono gay, Daniele. E Silvano è il mio ragazzo."
"Sei... parli sul serio?" gli chiesi guardando il ragazzo che mi indicava.
"Serissimo."
"Tu... gay? Non l'avrei mai detto... t'eri pure sposato..."
"Un errore di gioventù. Perché io l'ho sempre saputo, fin da ragazzino. Uno cerca di cambiare, spera di cambiare... ma poi mi sono arreso... Ti ho scombussolato? Non ti va giù di avere un fratello frocio?"
Lo guardai, poi, lentamente, gli dissi: "Giovanni, la tua sessualità è solo un problema tuo, semplicemente non me l'aspettavo..." avevo deciso di divertirmi un po' con lui... "Ci credo che papà ha reagito male..."
"E tu?"
"Contento tu..." risposi cercando di restare serio.
Guardai quel Silvano: era davvero un bel ragazzo, doveva avere una decina d'anni meno di mio fratello, si vedeva che faceva palestra: tutti i suoi muscoli, senza essere gonfi, erano molto ben definiti. Aveva più un corpo da nuotatore che da palestrato e... e gli slip erano ben gonfi...
"Manuela è la sorella di Silvano. Carla è la ragazza di Matteo e Rachele è la sorellastra di Carla e la ragazza di Manuela..."
"Una grande famiglia, insomma..." dissi io divertito nel sentirmi spiegare quelle relazioni e rapporti.
"Non mi hai ancora detto come l'hai presa..." mi disse Giovanni.
Gli misi le mani sulle spalle, lo guardai negli occhi e gli dissi, cercando ancora di restare serio: "Avresti dovuto dirmelo quand'eri un ragazzino... quando hai cominciato a capirlo. Lo sai che ti ho sempre voluto bene, no? Magari... magari potevo darti una mano, un consiglio..."
"Mi vergognavo... mi sentivo troppo... diverso..." mi disse Giovanni guardandomi serio negli occhi.
"E hai fatto male, molto male. Perché, vedi, tu e io non siamo affatto diversi."
"Lo so che mi vuoi bene... che mi volevi bene, ma..."
"Non solo questo. Io non ho una foto da farti vedere, non ho un ragazzo bello come il tuo Silvano... ma io sono esattamente come te, frocio dalla testa ai piedi, Giovanni!"
Mi guardò con un'espressione totalmente sorpresa, poi scoppiò a ridere e mi abbracciò: "Per questo non ti sei mai sposato! Non perché ti mandavano qua e là per lavoro come diceva mamma... Povero papà..." disse poi.
"Povero papà? E perché?"
"Pensa, due soli figli maschi e froci tutti e due..."