Presa la maturità scientifica, io avrei voluto studiare biologia... Le scienze biologiche mi affascinavano. Mio padre non ne volle assolutamente sapere e, come ho detto, mi fece iscrivere alla Bocconi di Milano. Un giorno mi portò a Milano con sé, mi fece vedere il monolocale che aveva preso in affitto, non lontano dall'Università, e mi comunicò che mi aveva già iscritto alla Bocconi... Lo venni a sapere così...
L'unica cosa che mi piaceva era che, con quella soluzione, ero finalmente libero ed indipendente. Quanto agli studi... mi rassegnai. Dato il mio carattere decisi che, visto che quella era la strada che mio padre m'aveva imposto, dovevo impegnarmi seriamente in modo di restare alla Bocconi il meno a lungo possibile. Decisi che "dovevo farmela piacere"... in cambio della mia libertà.
Dopo tutto era meno peggio di quanto avessi paventato. Mi ambientai abbastanza in fretta. I compagni erano meno "male" di quanto temessi. Le materie di studio erano meno noiose di qunto temessi. Tre volte alla settimana andavo anche in palestra per fare nuoto e pallavolo, tanto per tenermi in forma.
Il monolocale era piuttosto squallido, ma c'era tutto l'essenziale. Soprattuto c'era un comodo letto da una piazza e mezzo, abbastanza duro come piace a me. Mio padre mi faceva trovare in banca un mensile, puntualmente, col quale dovevo pagare tutte le mie spese, dall'università all'affitto, al cibo, ai libri, ai vestiti ai divertimenti. Era sufficiente, dovevo solo stare attento ad amministrare bene il mio mensile, a non fare spese inutili...
D'altronde, studiando seriamente, non è che mi restasse molto tempo libero oltre la palestra, quindi andavo a ballare in un disco gay non più di un paio di volte al mese. Circa una volta al mese tornavo a casa, più per vedere i miei fratelli che per altro. Infatti mio padre spesso non era in casa e mia madre... era quasi come se non ci fosse. Noi quattro siamo invece sempre stati molto uniti ed affezionati, specialmente Giovanni ed io.
A Milano, dopo poche avventurette senza seguito, conobbi, nel 1978, Gino, cioè Luigi. Era un ragazzo di due anni più giovane di me, aveva cioè la stessa età di mio fratello Giovanni. Non era veramente bello, però aveva un bellissimo sorriso ed era decisamente simpatico.
La prima volta che ci incontrammo, fu sul tetto del Duomo, nella foresta di guglie di pietra che lo adornano. Io m'ero riposato per qualche minuto, sedendo su un gradone del tetto in pendenza, poi m'ero alzato per scendere di nuovo. Prima di imboccare la scala che mi avrebbe riportato giù, mi sentii chiamare: vidi un ragazzo sui diciotto anni che mi porgeva qualcosa.
"Hai dimenticato questo..." mi disse con un sorriso porgendomi una guida turistica.
"No... non è mia..." gli dissi.
"Oh, era proprio dietro a dove eri seduto tu, così ho pensato..." disse lui con un sorriso quasi di scusa.
"No, non è mia. Grazie, comunque..."
"Credevo che eri straniero, e non sapevo in che lingua dirtelo..." disse lui, "Invece sei italiano, vero?"
"Sì..." gli risposi, sentendomi leggermente attratto dal suo sorriso.
"Meno male. Io mastico un po' di inglese, ma proprio poco. Però non sei di Milano, tu..."
"No, sono di Parma, ma adesso abito a Milano."
"Quassù non trovi quasi mai un milanese, novantanove su cento sono di fuori..."
"E tu, allora?" gli chiesi incuriosito.
"Io sono milanese al cento per cento..." mi rispose lui con un accento decisamente milanese, che prima non aveva, poi, tornando al suo italiano quasi privo di accento, mi disse: "Ma io quassù ci vengo abbastanza spesso... a volte si fanno incontri interessanti. Sono... un abbonato di questo posto..."
"A caccia di... staniere?" gli chiesi allora guardandolo con un certo interesse.
Indossava un paio di larghi jeans scoloriti tagliati poco sotto il ginocchio e sfilacciati, un T-shirt rosso con sopra il logo della Ferrari ed un corto gilè nero. Capelli biondo-castani uscivano a ciuffi ribelli da un berretto indossato al rovescio, anche rosso e sempre della Ferrari. Aveva un paio di occhiali da vista grandi, del tipo senza montatura. Il suo volto era adornato da un sorriso sbarazzino, veramente gradevole.
"No... non sono un pappagallo, io. Mi piace solo parlare con la gente, specialmente la gente che viene da fuori. E se parlano inglese, magari mi serve per migliorare un po' quello che ho imparato a scuola."
"Vai ancora a scuola?"
"No, ho appena smesso. Mi sono diplomato al professionale. Adesso lavoricchio... in attesa di trovare qualcosa di fisso."
"Che lavoro fai? A quest'ora non dovresti essere al lavoro?" gli chiesi incuriosito, mentre si scendeva assieme.
"Un lavoro di merda, per il momento. Ma almeno mi mantengo. Faccio i turni come guardiano in un garage. E tu?"
"Studio. Alla Bocconi!"
"Uehi! Sei una testa fina, allora!" mi disse guardandomi con espressione ammirata.
"No... mio padre ha abbastanza soldi per farmi studiare lì." gli risposi.
"Da come lo dici, non è che ti piace granché..."
"Non molto."
"Tu non hai per niente la faccia di un figlio di papà."
"Meno male..."gli risposi sorridendo. Poi gli chiesi: "Ti va se andiamo a prendere qualcosa in un bar?"
"Come no. Beh, io mi chiamo Luigi, ma tutti mi chiamano Gino." mi disse lui.
"Daniele." gli risposi io.
"Piacere e tutte quelle stronzate lì... ma no, sono contento di averti conosciuto. Mi sembri un giusto, tu."
"Grazie. Vivi con i tuoi?"
"Sì, purtroppo, anche se dopo tutto mi lasciano fare abbastanza quello che cazzo voglio. E tu?"
"Io ho un monolocale. Bruttino..."
"Ma almeno sei per conto tuo, no? Io, se guadagnassi un po' di più... Mi piacerebbe stare da solo."
"Per portarci magari qualche ragazza?" gli chiesi io, senza doppi pensieri.
"Ma no... no... Un amico, piuttosto. Tu ce l'hai la ragazza?"
"No..." gli risposi studiandolo, e cominciando ad essere interessato a quel ragazzo.
"Non te la sei ancora fatta?" insisté lui guardandomi negli occhi, mentre si beveva un caffè seduti al tavolinetto di un bar.
"Nessuna intenzione di farmela." gli risposi.
Annuì, poi mi chiese: "E... un ragazzo, allora?"
Lo guardai sinceramente stupito.
Lui vide la mia espressione e mi chiese: "Che, non dovevo chiedertelo? Sai, oggi mica è più come una volta, qualche volta capita... Mica c'è niente di male."
"E tu?" gli chiesi allora io, prudentemente.
"Io preferisco un ragazzo, sinceramente. Uno come te, per esempio..." mi disse franco, guardandomi per vedere come reagivo.
"Mi hai preso in contropiede. Ma sì... anche io... non ho mai avuto una ragazza, non mi interessa."
"Ci speravo. Allora? Ho qualche speranza? So di non essere un Adone né un Marcantonio, né... Però tu mi piaci... Quella della guida turistica era solo una scusa per attaccare bottone con te..."
Sorrisi. "Senti, Gino... sincerità per sincerità, un giro con te lo farei volentieri... Ma fino ad oggi, a parte quando ero a Parma, ho avuto solo avventurette, mai niente di serio."
"Mica si può partire con uno che hai appena incontrato decidendo di avere qualcosa di serio con lui, no? Uno ci prova e poi... chi lo sa... magari, conoscendosi... A meno che tu proprio non vuoi niente di serio. Toccata e fuga... è così?"
"No. Come dici tu, conoscendosi, chissà..."
"È un sì, allora?" mi chiese Gino con un sorrisetto malizioso.
Quel giorno non facemmo nulla, perché Gino doveva prendere servizio nel suo garage. Ma ci incontrammo già il giorno seguente. Lo portai su da me. Si guardò attorno.
"Sì, è proprio bruttino qui da te, come dicevi tu... però almeno il letto è largo... Se magari fai qualche cambiamento, metti su qualche poster..." Poi s'accostò al letto e lo saggiò con una mano. Si girò verso di me e mi chiese: "A te che piace fare?"
"Un po' di tutto..."
"Anche a me, ma specialmente prenderlo in culo. A te piace fottere, spero..."
"Sì, mi piace." gli risposi, lievemente disturbato dalla crudezza del suo linguaggio: non c'ero abituato.
Mi venne vicino e cominciò a spogliarmi. Allora anche io iniziai a spogliare lui. Mi dava l'idea che fosse il tipo che vuole arrivare subito al sodo... ma non potevo sbagliarmi di più: quando, nudi, salimmo sul letto, Gino iniziò con lunghi e piacevolissimi preliminari. Quel ragazzo non sarà stato molto bello, ma era simpatico ed indubbiamente ci sapeva fare.
Finalmente, dopo avermi infilato il preservativo aiutandosi con le labbra, mi si offrì, con un ampio sorriso pieno di desiderio: "Dai... mettimelo tutto dentro..." mi disse invitante.
Gli andai sopra e lo penetrai senza nessuna difficoltà: scivolai liscio liscio nel suo caldo canale. Tutto fino in fondo in una sola spinta. Cominciai a battergli dentro e Gino accompagnava ogni mia spinta con sapienti movimenti, dandomi un forte piacere e godendosi in modo evidente la mia monta. Sentivo in lui un curioso misto di sfacciataggine e di gentilezza che mi piaceva.
"Cazzo... sì... così..." mi incoraggiava lui sfregandomi i capezzoli ed agitandomisi sotto tutto contento.
Non avevo bisogno di incoraggiamento, il modo in cui partecipava era più che sufficiente per farmi abbandonare ogni residua esitazione e prenderlo con piacere. Quando mi sentiva arrivare troppo vicino all'orgasmo o vi giungeva lui, mi faceva fermare. Ci si carezzava, ci si baciava a fondo, con passione, per un po' poi lui mi invitava a riprendere la mia ginnastica sessuale, con un sorriso ed un basso "Dai!" in cui vibrava il suo desiderio.
Quando finalmente iniziò a gemere ed a chiedermi di non fermarmi, mi lanciai in un'ultima galoppata, finché venimmo tutti e due, a breve distanza l'uno dall'altro. Ansanti, soddisfatti, ci rilassammo per un po', carezzandoci ancora lievemente, e parlando...
"Sì, non m'ero sbagliato, speravo proprio che tu fossi quello giusto per me." mi disse ad un certo punto. Poi mi chiese: "Anche a te è piaciuto, no?"
"Sì, molto."
"Bene. Ne hai avuti tanti tu, di ragazzi?"
"No, uno solo fisso e qualche avventuretta da contare sulle punte delle dita. E tu?" gli chiesi.
"Abbastanza... ma raccontami di te, del tuo ragazzo, dai..."
Gli raccontai di Claudio. Poi Gino mi raccontò di sé. Mi è sempre piaciuto sentire le storie dei ragazzi con cui mi incontro...
Mi disse che la prima volta per lui era stata quando aveva quattordici anni. Mi disse che da almeno un anno aveva capito che preferiva i maschi, e che aveva voglia di provarci. Una volta aveva provato ad allungare una mano ai cessi pubblici per toccare il membro del ragazzo che gli era vicino negli orinatoi, ma s'era preso un cazzotto ed una filastrooca di insulti mentre scappava via.
Poi una domenica Gino era uscito di casa, aveva girovagato un po' per il suo quartiere, quindi era andato a sedere sulla panchina di una fermata degli autobus e si stava fumando una sigaretta.
Dopo un po' si era fermata una Fiat Panda davanti a lui ed un ragazzo sui diciotto, venti anni, aperto il finestrino, gli aveva detto: "Di domenica gli autobus non passano di qui. Dove devi andare?"
Lui non doveva andare da nessuna parte, ma il modo in cui il ragazzo lo guardava, soprattutto fra le gambe, gli fece immaginare, o forse piuttosto sperare, qualche cosa... perciò si alzò, si avvicinò al finestrino e guardò dentro.
"Da nessuna parte... volevo solo fare un giro..." gli disse guardando a sua volta fra le gambe del ragazzo.
"Anche io stavo andando a fare un giro, tanto per passare il tempo. Se ti va, puoi venire con me."
"D'accordo..." gli aveva detto Gino.
L'altro aveva aperto la portiera e gli aveva detto: "Salta su, allora, dai."
Gino s'era seduto accanto al guidatore ed aveva chiuso la portiera. Sistematosi sul sedile, aveva spalancato le gambe in modo che si vedesse bene il rigonfio che aveva sotto i calzoni... l'altro ci aveva posato una mano, poi s'era chinato su lui e l'aveva baciato in bocca...
"Non qui, ci possono vedere..." aveva detto Gino preoccupato, ma subito eccitato.
"Tu non hai un posto, vero?" gli aveva chiesto l'altro ingranando la marcia ed iniziando lentamente ad allontanarsi dalla fermata degli autobus.
"No, e tu?" gli aveva chiesto Gino carezzandolo sulla patta.
"Ho le chiavi del negozio dove lavoro... è a San Donato..."
"Ma se ci vedono entrare?" chiese Gino fra l'eccitato e il preoccupato.
"No, ho la chiave del retro, non ci vede nessuno e lì stiamo tranquilli..."
"E se arriva il padrone?" insistette Gino.
"Va sempre via con la famiglia, nei week-end. Lì stiamo tranquilli." ripeté il ragazzo cambiando la marcia e prendendo la tangenziale ovest.
Era un negozio di accessori per il bagno. Il ragazzo prese alcuni tappetini e li stese sul pavimento. Poi ci sospinse Gino, andandoci sopra con lui, e comiciò a spogliarlo. Gino lo lasciava fare. L'altro lo denudò, poi si spogliò e gli si addossò prendendolo fra le braccia e baciandolo profondamente in bocca. Dopo un po', senza altri preliminari, si mise un preservativo, gli lubrificò il buchetto con una pomata e gli andò sopra, spingendoglielo dentro senza troppi complimenti.
"Ehi, fa piano, non l'ho mai preso lì..." gli disse Gino un po' preoccupato.
L'altro spinse, tenendolo fermo, finché iniziò a penetrarlo.
"Vacci piano, cristo!" gli ripeté Gino sentendosi dilatare e provando un po' di dolore.
Ma l'altro pareva aver perso ogni controllo, se mai l'aveva avuto, e gli si spingeva dentro con vigore. Finché sprofondò nel suo canale emettendo una specie di grido di vittoria mentre Gino ne emetteva uno di dolore...
Poi l'altro cominciò a fotterlo con forza, completamente eccitato. E a Gino, nonostante il dolore, cominciava anche a piacere.
I due si incontrarono ancora e quel ragazzo presentò Gino ad altri suoi amici gay, così Gino si fece rapidamente un giro di ragazzi con cui fare sesso.
Poi Gino pensò che poteva essere interessante agganciare i ragazzi che gli piacevano, con la scusa della guida turistica, lassù sul tetto del Duomo... ed aveva incontrato me. Mentre gli altri erano tutti turisti, quindi con loro aveva avuto poco più di un'avventura, con me cominciò ad incontrarsi piuttosto spesso e gradualmente diventammo amici. Perciò, oltre a fare sesso, a volte si andava anche in giro assieme.
Grazie a Gino, che iniziò a portarmi poster, soprammobili, piante ed altro, anche il mio monolocale iniziò ad acquisire un aspetto più giovane, più gradevole, meno anonimo. Anche con lui la relazione non fu di amore, ma pittosto di una gradevole amicizia. D'altronde sapevamo bene che, se pure piuttosto di rado, sia lui che io avevamo anche qualche avventuretta...
Io spesso ero preso dai miei studi, perché volevo dare tutti gli esami senza andare fuori corso e cercavo sempre di prendere buoni voti, quindi a volte non potevamo passare molto tempo assieme.
Così arrivò il giorno della mia laurea. Grazie all'ottima votazione, fui presto assunto da una delle più importanti banche che, proprio per la mia conoscenza delle lingue, cominciò a mandarmi fuori sede, all'estero, quindi anche la mia relazione con Gino ebbe fine.
Il mio primo trasferimento all'estero fu negli Stati Uniti, a San Francisco, dove mi fermai a lavorare dal 1983 al 1988. Oltre ad avere un'ottima paga, la banca aveva affitatto per me un bell'appartamento in una casetta del centro di stile Eastlake, con la facciata dipinta in lilla e bianco. Il mio "flat" occupava l'intero secondo piano, ed aveva un bell'arredamento moderno con tutte le comodità.
Ero a due passi da Castro, quindi, nel mio tempo libero, cominciai a frequentate i pub ed i locali della "capitale gay" degli USA. Presto iniziai ad avere un buon giro di amici, sia gay che no. Al lavoro, sia i miei colleghi che i superiori sapevano di me, ma non c'era nei miei confronti la minima discriminazione.
Anche gli anni in cui lavorai a San Francisco furono un periodo più che altro di avventure, con una sola relazione che durò per quattordici mesi, con un focoso ragazzo messicano, di nome Eduardo, che lavorava come illustratore di libri per bambini per alcune case editrici: aveva uno stile che mi piaceva molto, ancora conservo diversi suoi disegni (erotici) originali.
Ci eravamo conosciuti durante un Mardi Gras, nel 1986: io avevo 28 anni e lui 24. Mi aveva abbordato lui, in un modo piuttosto originale.
Stavo guardando la sfilata con alcuni amici, e lui era su uno dei carri, vestito da guerriero azteco, perciò seminudo. Io stavo appunto guardando passare quel carro, quando lui mi salutò. Risposi al saluto e lui saltò giù dal carro, venne davanti a me, mi prese fra le braccia e mi baciò in bocca fra le risate, gli applausi ed i fischi dei miei amici e della gente attorno a noi. Un bacio da mozzarmi il fiato!
Poi lui mi infilò nel taschino del camiciotto un biglietto dicendomi "Telefonami! Ti voglio incontrare di nuovo!"
"Come ti chiami?" gli gridai mentre rincorreva il suo carro per saltarvi su di nuovo.
"Eduardo! E tu?"
"Daniele!" gli gridai dietro mentre i suoi compagni l'aiutavano ad issarsi sul carro.
Gli amici ridevano e mi prendevano in giro, poi uno di loro mi fece notare che avevo il volto sporco del trucco che Eduardo aveva in volto. Mi ripulii con un fazzoletto.
Il giorno dopo, a sera, mi decisi di telefonargli.
"Pronto?" disse la sua voce.
"Non so se ti ricordi di me... sono Daniele... ieri sei sceso dal carro e mi hai baciato..."
Rise: "Certo che mi ricordo. Mica ho baciato nessun altro, che credi? Ho baciato solo te!" mi disse con voce allegra.
"E perché proprio me?"
"Perché sei il mio tipo. E non volevo lasciarti scappare via... Pensavo che non mi avresti chiamato... E invece... evidententemente ti è piaciuto come ti ho baciato!"
"Sì, anche se mi hai proprio colto di sorpresa..."
"Tu non sei un gringo. Da dove vieni?"
"Sono italiano..."
"Mica un turista, no?"
"No, lavoro qui a San Francisco."
"Splendido! Quando ci vediamo?"
"Mah... venerdì sera?"
"Prima non puoi?"
"Sì... anche domani sera, se vuoi."
"E stasera?" insistette lui.
"Sì... anche... ma non vorrei fare tardi. Domattina devo esser puntuale, al lavoro..."
"Sai dov'è A Diferent Light Bookstore, in Castro?"
"Sì, certo."
"Fra un'ora ci incontriamo lì, ci puoi essere?"
"Va bene, ci sarò..."
Così incontrai di nuovo Eduardo, ed iniziò la nostra storia. Era un ragazzo molto simpatico e molto caldo. A volte si fermava da me per la notte o per il week-end. Come a me, anche a lui piacevano i lunghi preliminari, poi stare ancora abbracciati a rilassarci e chiacchierare dopo aver fatto l'amore.
Lui era un attivista nella comunità gay di San Francisco e conosceva un po' tutti, così anche io, tramite Eduardo, feci molte nuove conoscenze. Inoltre era anche molto bravo in cucina, perciò non solo preprava buoni manicaretti quando si fermava da me per il wek-end, ma iniziammo anche ad invitare gli amici a pranzo o a cena da me.
Lui aveva una stanza nell'appartamento di un amico, e forse anche per questo gli piaceva passare il suo tempo a casa mia, che era vasta e tutta per noi. Quando eravamo soli, spesso girava per casa completamente nudo: aveva un bel corpo, mi piaceva ammirarlo... ma non solo guardarlo, si capisce...
Ma come ho detto, dopo quattordici mesi che si era assieme, la nostra relazione finì. Infatti aveva ottenuto un ottimo lavoro a New York, dove si trasferì. Io non potevo seguirlo, la mia banca non aveva posti vacanti nella città della mela, quindi ci dovemmo separare. Ci si era detti che saremmo rimasti in contatto, ma di fatto, a parte gli e-mail che ci si scambiava all'inizio, non è che lui o io si potesse volare da costa a costa solo per stare un po' assieme, perciò gradualmente i contatti rallentarono fino a cessare del tutto.
Questo forse era dovuto anche al fatto che, benché ci si fosse affezionati l'uno all'altro, quello che ci legava non era veramente amore.
Per il resto del tempo in cui lavorai a San Francisco, a parte di nuovo qualche avventuretta, non ebbi più una vera e propria storia.
Nel 1989 la mia banca decise di mandarmi a lavorare nella filiale di Parigi, così mi trasferii di nuovo. Tutto sommato ero abbastanza contento di andare in Francia: ormai parlavo bene l'inglese e l'idea di perfezionare anche il mio francese mi andava a genio. Negli anni che passai a Parigi non accadde nulla di speciale.
L'unica relazione un po' più duratura a Parigi fu con un ragazzo marocchino di nome Salah. Era piuttosto bello, un po' timido e molto dolce. Lavorava in un supermercato dove andavo a servirmi abbastanza spesso. Ma non è lì che realmente ci conoscemmo, anche se l'avevo notato e, mi disse poi, anche lui aveva notato me.
Conobbi Salah a casa di una coppia di comuni amici, gay anche loro, per la festa di compleanno di uno dei due. Riconobbi il ragazzo marocchino, lo salutai, ci mettemmo a chiacchierare. Aveva uno sguardo intelligente, era sorridente, aperto. E, diversamente da altri arabi che avevo conosciuto, non solo ammetteva apertamente di essere gay ma, mi disse, a letto preferiva il cosiddetto ruolo "passivo"...
Aveva diciannove anni, era a Parigi con il padre e due fratelli, che sapevano che lui era gay e che per questo pare che non lo stimassero molto, anche se lo lasciavano in pace. Mi disse che lo consideravano un po' alla stregua della "pecora nera" della famiglia, a metà fra l'ammalato e il vizioso... Bastava che lui non portasse a casa i suoi amici, che non parlasse della sua vita sessuale, che lo lasciavano in pace.
Mi raccontò anche che chi gli aveva fatto capire di essere gay era stato il secondo fratello, che era maggiore di lui di sei anni e che, quando lui era un ragazzino di tredici anni e si erano da poco trasferiti a Parigi, aveva preso a profittare delle sue grazie, quasi ogni notte...
Ma se per il fratello farlo con Salah era solo uno sfogo, che era cessato non appena s'era trovato una donna, Salah aveva capito che a lui le donne proprio non interessavano, che gli piaceva fare l'amore solo con i maschi...
Anche il periodo a Parigi ebbe fine, perché nel 1993 fui nuovamente trasferito negli USA, ma questa volta a New York e con la carica di vice-direttore. Qui giunto, riuscii a rintracciare Eduardo, ma non mi rimisi con lui, perché nel frattempo s'era messo con un avvocato, Michael Ashbury. Però ci si frequentò e così conobbi anche il suo amante ed un paio di colleghi del suo uomo, avvocati e gay come lui. Assieme si occupavano di adozioni gay internazionali, e il loro studio si chiamava Young, Ashbury & Goslinky... Mi fecero notare che, leggendo le iniziali dei loro cognomi al rovescio, veniva fuori "G.A.Y."... Trovai che, tutto sommato, era una curiosa coincidenza e piuttosto appropriata.
In quei giorni non detti molto peso al fatto di aver conosciuto quei tre avvocati, ma qualche anno più tardi la loro conoscenza si rivelò veramente utile per me, direi anzi provvidenziale, preziosa, come racconterò in seguito.
Venne infine il 1999 e la mia banca mi propose un ulteriore trasferimento: mi avevano offerto il posto di direttore nella filiale di Buenos Aires. Poiché oltre al francese ed all'inglese conosco bene anche lo spagnolo e logicamente l'italiano, e poiché in Argentina gli italiani o figli di italiani costituiscono circa la metà della popolazione, ed inoltre avevo acquisito una buona competenza in campo internazionale, ero il più adatto, secondo la mia banca, per ricoprire quel ruolo.
Anche qui la banca mi procurò un bell'appartamento nel centro della città: dalle finestre di casa mia si vedeva Plaza Colón con il monumento a Cristoforo Colombo. Buenos Aires è una città molto umida, ed ha forti sbalzi di temperatura; essendo nell'altro emisfero, là gennaio è il mese più caldo e luglio il più freddo... mi ci volle un po' di tempo ad adattarmi a quel clima. Per fortuna il mio appartamento aveva un ottimo sistema di climatizzazione, quindi quando ero in casa stavo veramente bene.
La comunità italiana era veramente numerosa ed onnipresente. Io però, quando sono all'estero, non cerco mai la comunità italiana del posto; cerco piuttosto di farmi amici e di frequentare la comunità "indigena" e, a Buenos Aires, cercavo il più possibile di stare con i bonaerènsi o portégni (gli abitanti della capitale argentina si chiamano così), che mi sembravano molto più intressanti dei miei connazionali.