La mia fortuna è che mi sono laureato in economia e commercio, contro la mia volontà, per "ispirazione" di mia madre e ordine di mio padre; che ho imparato veramente bene le lingue, per mio desiderio, col permesso di mio padre e l'indifferenza di mia madre; e che non mi sono sposato, per mia decisione e contro la volontà dei entrambi i miei genitori.
Ma lasciate che mi presenti: mi chiamo Daniele Savoldi, sono nato a Parma il 6 giugno 1960, mio padre è un affermato commercialista e mia madre ha una boutique al centro di Parma, non lontano dal famoso e bellissimo battistero del XIII secolo. Io sono il secondo di quattro fratelli: prima è nata mia sorella Beatrice, poi io, Daniele, quindi mio fratello Giovanni ed ultima mia sorella Silvana.
Ho frequentato tutte le scuole inferiori e superiori a Parma. A scuola non andavo né particolarmente bene né troppo male. Ho avuto la mia prima "ragazzina" quando facevo la quarta elementare. Si chiamava Claretta... non ricordo neppure più che faccia avesse... ci si scambiava bigliettini, si stava spesso insieme, ognuno di noi due dichiarava che era "fidanzato" con l'altro... e basta.
La mia seconda ragazzina l'ho avuta alle medie. Eravamo compagni di banco. Si chiamava Minni (Erminia, in realtà, ma lei odiava quel nome), era simpatica, esuberante, cicciottella. Anche con lei ero "fidanzato" ma il massimo che abbiamo fatto è stato darci qualche bacetto di nascosto... però in modo abbastanza scoperto perché i nostri compagni di scuola ci vedessero farlo.
In realtà credo che sia lei che io volevamo semplicemente dimostrare, sia a noi stessi che agli altri, che eravamo "normali". Lei infattti, proprio perché era cicciottella e piena di efelidi, non era molto ricercata dagli altri compagni, e quanto a me, contrariamente a quanto asserivano tutti i miei compagni, non mi sentivo abbastanza attratto (o arrapato, come si diceva fra noi) dalle ragazzine.
Fu proprio durante le medie che gradualmente mi resi conto che ciò che risvegliava in me qualcosa di vago (ma sempre meno vago) era più la visione di un bel corpo maschile che non quella di un corpo femminile.
Sempre durante le medie, un mio compagno di classe, non delle medie ma del corso privato di inglese a cui i miei genitori m'avevano iscritto, m'insegnò i classici giochini che così spesso gli adolescenti fanno fra di loro o da soli: m'aveva cioè insegnato a masturbarni.
Ricordo bene che, chi mi insegnò questo, si chiamava Bruno, aveva tredici anni come me ma era fisicamente un po' più sviluppato di me, più precoce. Mi piaceva vederlo, toccarlo quando ci si calava i calzoni e ci si masturbava a vicenda... mi piaceva vedere i peli che aveva attorno al membro, passarvi le dita; mi piaceva toccare il suo membro già più sviluppato del mio, e farmi toccare da lui. Ma, a parte masturbarci a vicenda, non è che abbia fatto molto di più con quel Bruno.
La prima volta che mi resi conto abbastanza chiaramente che ero "diverso" dai miei compagni, fu quando frequentavo la prima liceo scientifico. Oltre a studiare spagnolo a scuola, a continuare i corsi di inglese da privatista, ero anche iscritto ai corsi di francese, inoltre frequentavo una palestra sita dietro la stazione, dove facevo parte della squadra di pallavolo.
Fu proprio in questa palestra che accadde. Ero negli spogliatoi e m'ero attardato, non ricordo bene per quale motivo, davanti al mio armadietto. Udii un brano di conversazione fra due miei compagni di squadra, che non mi potevano vedere perché erano dall'altra parte della fila di armadietti metallici. Più o meno quello che si dicevano era qualcosa del genere...
"... ti dico che sono sicuro. Ogni volta che facciamo la doccia gli viene duro... a quello piacciono i maschi e magari avrebbe pure voglia di farlo con qualcuno di noi; ma ha paura che gli spacchiamo il muso..."
"Ma dai! Cazzo, pure a me e a te qualche volta viene duro, no? Alla nostra età a chi non capita. E mica siamo busoni, tu e io..."
"No, che c'entra. Però devi vedere come ci garda fra le gambe quando crede che non lo vediamo... ti dico che a quello gli piace l'uccello..."
Io mi sentii avvampare, e pensai, anzi, fui sicuro che stessero parlando di me.
"Allora secondo te è proprio un busone?"
"Guarda, ci metterei la mano sul fuoco! Anzi, tutte e due."
"Beh... finché non ci prova con me, non me ne frega un cazzo."
"Sì, certo, pure a me non me ne frega niente, però... preferisco stargli lontano." disse quello ridacchiando.
"Ma dai, tutto sommato è simpatico, e è pure pieno di grana... Se Rudy è un busone o no, davvero non me ne frega." ribatté l'altro, poi uscirono insieme.
Rudy? Ma allora non stavano parlando di me, mi dissi con un silenzioso sospiro di sollievo. Infatti anche io guardavo con un crescente interesse i corpi dei più belli fra i miei compagni e specialmente mi piaceva guardare fra le loro gambe; anche a me veniva duro a guardarli, perciò poco prima mi ero sentito sicuro che stessero parlando di me.
Rudy era un busone? Un frocio, un finocchio, un ricchione? Chi l'avrebbe mai detto... pensai, poi subito dopo un pensiero mi fece quasi sussultare il cuore in gola: ma allora, se Rudy è così... io pure sono così!
Per la prima volta ci pensai, ci pensai seriamente, riflettei a lungo e più ci pensavo più mi convincevo che davvero dovevo essere io pure un "diverso".
A parte quella breve parentesi con Bruno, non avevo mai fatto niente con un altro ragazzo, perciò non ci avevo mai più pensato... Ma ora...
Non ero affatto contento per questa mia scoperta, o forse, a quello stadio, per questo mio dubbio. Nessun ragazzo, credo, è contento di essere "diverso", qualunque sia questa diversità. Un po' cercavo di convincermi che non ero così, un po' mi dicevo che invece dovevo esserlo davvero, visto che le ragazzine proprio non mi attraevano per niente, invece alcuni miei compagni sì...
Per un adolescente che si sente diverso dagli altri, i problemi sono molti. Il primo è che non ha modelli, ruoli con cui confrontarsi, da seguire. Il secondo è che non ha nessuno con cui confidarsi, aprirsi, a cui chiedere un parere, un consiglio. Tutti quelli che ci sono passati sanno a che mi riferisco. Non puoi certo parlarne coi tuoi genitori o con un fratello... meno ancora con un amico o con un compagno: dopo tutto sappiamo bene come chiunque sia "diverso" è sfottuto, deriso, a volte anche perseguitato.
Perciò tutto continuava ad agitarmisi dentro e, purtroppo, in modo sempre più pressante. Oscillavo continuamente fra il desiderio e la speranza di essere come tutti gli altri, la volontà di essere "normale", e la paura di non poterci fare niente, di essere irrimediabilmente "marchiato", di essere un "malato". Ma di una malattia inconfessabile e, per quanto ne sapevo e temevo, incurabile.
Il cinema, la TV, mi presentavano modelli in cui non potevo riconoscermi: checche flamboyant, travestiti ridicoli, poveri esseri ambigui e pacchiani... no, io non ero così, né volevo diventare una di quelle che a me parevano, e che erano, solo caricature. Non sapevo neppure che già a quei tempi esitevano gruppi, associazioni, riviste dedicate a quelli che, scoprii più tardi, si chiamavano gay.
Così trascorsi quasi tutto il liceo in questa débacle segreta, che a volte mi rendeva scoraggiato, abbacchiato, chiuso, a volte aggressivo, arrabbiato, che mi faceva dare di testa. I miei probabilmente pensavano che fosse solo una fase che molti adolescenti attraversano, e non se ne davano cura. I compagni mi giudicavano un po' strambo, ma, dopo tutto, non molto più della media dei miei coetanei... e mi accettavano abbastanza, non ostante tutti i miei cambiamenti di umore. Forse mi giudicavano solo un po' più lunatico degli altri...
Chi di voi è stato a Parma sa che, a sud, c'è il complesso della Cittadella, con le sue antiche fortificazioni pentagonali... Un giorno ero andato fin là in bicicletta, così, tanto per fare un po' di moto. M'ero fermato e m'ero seduto sul prato per fare una breve sosta. Era fine maggio, mancava poco al mio diciassettesimo compleanno. Era il tardo pomeriggio.
Un ragazzo con una tuta sportiva stava facendo jogging ed era già passato davanti a me tre o quattro volte. Avevo notato che, ogni volta, mi guardava. La tuta ne dissimulava le forme del corpo, ma il volto era piuttosto bello. Anche io lo guardavo, mentre mi passava davanti e una delle volte, abbozzai una specie di cenno di saluto. Lui allora si fermò davanti a me, lievemente ansante.
"Uff! Per oggi può bastare..." disse e, senza chiedermi se potesse farlo, sedette accanto a me, tirò fori da una tasca un asciugamanino di spugna di cotone, sottile e grande come un fazzoletto, e si deterse il sudore dal viso.
"Stanco?" gli chiesi, tanto per dire qualcosa.
"Un po'. Mi chiamo Claudio, e tu?"
"Io sono Daniele."
"Vieni spesso qui?"
"No... giro con la mia bici, tanto per tenermi in forma, ma ogni volta da una parte diversa..."
"Ma sei di Parma, no?"
"Sì, abito dietro a San Giovanni Evangelista, dietro al monastero dei benedettini."
"Ah, allora siamo quasi vicini di casa. Io abito in Strada della Repubblica. Sei studente, no?"
"Sì, faccio il liceo scientifico. E tu? Lavori?"
"Sì, sono bibliotecario alla Biblioteca Palatina..."
"Ah, al Palazzo della Pillotta..."
"Proprio lì. Ci sei già stato, no?"
"Qualche volta, ma non ti ho mai notato..."
"Neanche io... e se ti avessi già visto, ora mi ricorderei di te, di sicuro." mi disse Caludio con un sorriso.
Aveva ventitré anni, abitava da solo, poco prima di Piazza Garibaldi, da meno di sei mesi, in un appartementino che la nonna gli aveva lasciato in eredità... e mi invitò ad accompagnarlo fino a casa sua, non ricordo con quale scusa.
Mi sentivo attratto da Claudio, dal suo sorriso, dal suo modo di parlare calmo eppure spigliato, dalla sua voce calda, dal suo sguardo penetrante... così lo seguii. L'alloggetto era al quarto piano, era composto di un ingresso, un soggiorno, una cucina ed una camera da letto, tutte arredate con mobili antichi, di pregio, ma che nonostante ciò davano l'impressione di un ambiente moderno, giovane, gradevole.
Infatti tutte le pareti erano bianche, le luci nascoste e diffuse e si accendevano con manopole che ne regolavano l'itensità, c'erano molte belle piante verdi qua e là... e alle pareti c'erano poster molto belli, con uomini nudi: nessuno mostrava i genitali ma erano tutti molto sensuali.
Claudio notò che li guardavo piuttosto interessato e mi chiese: "Ti piacciono? Sono belli, vero?"
"Dove li hai trovati?" gli chiesi io.
"Viaggiando, soprattutto in Germania... qualcuno anche qui in Italia. Qualcuno l'ho ordinato per posta, grazie ad alcuni cataloghi... Ti piacciono?" mi chiese di nuovo.
"Sì, sono molto belli..."
"Sensuali, vero? Il corpo maschile è un'opera d'arte, non credi?"
"Sì..." risposi sentendo una forte erezione crescere, mio malgrado, fra le mie gambe.
Claudio mi prese fra le braccia e mi sussurrò: "Anche tu mi piaci un sacco... vieni di là con me..."
Di là... voleva dire chiaramente nella sua camera da letto... voleva avere sesso con me... Mi sentii la testa girare, ero confuso... volevo andarci e al tempo stesso ne avevo paura. Volevo seguirlo e volevo scappare via. Non avevo paura di Claudio, che oltre che bello mi pareva gentile, ma... del sesso. Capivo che era la prova del nove, capivo che mi avrebbe finalmente fatto capire se ero davvero gay o no... e di questo avevo paura.
Claudio mi sentì tremare: "Dai, Daniele... vieni..." insisté stringendosi a me e facendomi sentire la sua erezione attraverso i nostri panni.
"Io... non l'ho mai fatto... Io... non so..." balbettai quasi.
Mi piaceva stare fra le sue braccia, mi piaceva sentire la sua erezione premermi adosso, eppure... ero davvero spaventato, nonostante il fatto che il mio subconscio sapeva perché mi avesse invitato a seguirlo fino a casa sua.
Mi sospinse gentilmente fino alla sua camera da letto, mi spogliò e si spogliò, mi fece stendere sul letto e mi venne accanto, abbracciandomi di nuovo.
"Fidati di me, Daniele..." mi sussurrò.
"Non l'ho mai fatto..." ripetei quasi tremando.
"Fidati... vedrai che ti piace..." insistette lui.
Mi sentivo in fiamme, non solo il corpo, e il contatto col suo corpo nudo mi pareva quasi bruciante, ma pure la testa, che mi girava come una trottola. Non mi ero mai ubricato in vita mia, ma sentivo che era come se lo fossi, in quel momento.
"Lascia fare a me... vedrai che ti piace..." disse lui di nuovo.
Lo lasciai fare. Quella prima volta fece tutto lui. Mi baciò, mi carezzò, mi fece eccitare moltissimo, lo sentivo dappertutto, sopra di me, di fianco, sotto, che esplorava il mio corpo, portandomi rapidamente a provare un piacere di un'intensità quale non avevo mai sperimentato prima, non avevo mai sospettato che si potesse provare.
Lo lasciai fare. Finché improvvisamente venni contro di lui, schizzandogli addosso tutto il mio seme in una serie di forti contrazioni e di bassi mugolii. Mi abbandonai fra le sue braccia ansimando, tremando, gli occhi chiusi e la testa svuotata, provando un piacevolissimo abbandono, una gradevole sensazione, e al tempo stesso un certo turbamento. Se mi ricordo bene, Claudio, quella prima volta, non venne.
"Ti è piaciuto, vero?" mi chiese.
Annuii, senza aprire gli occhi.
"Allora... ci possiamo vedere ancora, no?" chiese lui carezzandomi il petto.
Annuii di nuovo.
Quando andai via da casa sua, lui m'aveva lasciato il suo numero di telefono dicendomi di chiamarlo per vederci di nuovo.
Per diversi giorni, appena ero solo in casa o da un telefono pubblico, composi il suo numero di telefono, per poi abbassare la cornetta prima ancora di farlo squillare o subito dopo il primo squillo. Tutto il mio corpo voleva incontrarlo di nuovo, ma la mia mente e il mio cuore erano ancora impauriti.
Finché finalmente, una sera dopo cena, lasciai squillare il telefono.
"Pronto?" chiese la sua voce bassa e calda.
Non risposi, il cuore mi batteva troppo forte.
"Pronto? Chi parla?" chiese di nuovo Claudio.
"Io..." risposi in un sussurro strozzato.
Per un po' Claudio non disse nulla, tanto che pensai che avesse riagganciato. Poi chiese: "Daniele? Sei Daniele, vero?"
Non riuscivo a rispondere.
"Dove sei?" chiese Claudio.
"In Piazza Garibaldi..." mormorai.
"Sei Daniele, no?" chiese di nuovo lui.
"Sì..." sussurrai quasi.
"Vuoi venire su?" chiese Claudio.
Non riuscivo a parlare.
"A me farebbe piacere..." insisté Claudio.
"No... non so..."
"Sei alla cabina?"
"Sì..."
"Aspettami, scendo..." disse lui e riappese.
Riagganciai anche io, uscii dalla cabina, mi guardai attorno, quasi temendo che qualcuno che conoscevo mi avesse visto, avesse potutto capire a chi e perché avevo fatto quella chiamata. So che era assurdo, ma ero veramente in piena confusione. Stavo quasi per decidermi ad andare via, anzi, a scappare via prima che arrivasse, eppure i miei piedi parevano non volersi muovere.
Mi sentii afferrare ad un braccio e mi girai spaventato, con un sobbalzo. Era Claudio e mi guardava con un sorriso. Lesse nei miei occhi la sorpresa, la paura, la confusione. Forse arrossii anche, non so, ma certamente mi sentivo il corpo e la testa in fiamme.
"Vieni, andiamo su..." mi invitò.
"Non so..."
"Se non vuoi... non facciamo niente, te lo prometto. Se preferisci... parliamo solo, ma vieni su. Dai, Daniele, sai che ti puoi fidare di me no?" insisté lui, con pazienza, un sorriso accattivante sul bel volto.
Non rispondevo, non mi muovevo. Allora lui mi sospinse gentilmente, mi guidò ed io, quasi come un automa, mi lasciai condurre su, fino a casa sua.
Mi fece sedere sul divano, mise su un CD a basso volume, le basse luci soffuse, e sedette accanto a me; il suo corpo mi sfiorava appena, ma ne sentivo il calore attraverso la tela dei nostri jeans e le maniche delle nostre camicie.
"Allora, Daniele... speravo che tu mi chiamassi... Sono contento che sei venuto di nuovo qui da me..."
Guardavo in avanti, fra le mie ginocchia, le mie mani strette ed intrecciate.
Mi mise un braccio sulle spalle, mi attrasse a sé, con due dita mi fece girare il volto evrso di lui, mi guardò negli occhi, mi sorrise.
"Ho voglia di baciarti ancora..." mi disse.
Io scossi la testa in un confuso diniego, ma lui prese il mio volto fra le mani e, chinatosi su di me e sospingendo le mie spalle contro lo schienale del divano, iniziò a baciarmi in bocca.
Lo lasciai fare, tremando sempre più violentemente, ma poi le mie mani, quasi contro la mia volontà, iniziarono a slacciargli la camicia, a carezzargli il bel petto pressoché glabro, e mi sentivo sempre più eccitato e pronto a fare tutto quello che avesse voluto.
Lui gradualmente aprì anche i miei abiti, mi spogliò. Sollevai il bacino per permettergli di sfilarmi i jeans ed i boxer... dopo poco eravamo entrambi completamente nudi.
Claudio si inginocchiò fra le mie gambe facendomele aprire, mi carezzò per tutto il corpo finché mi sentì gemere sottovoce, poi si chinò e si mise a baciarmi, leccarmi, succhiarmi il membro ormai ritto e duro... io mi arresi alle sue attenzioni con una specie di singhiozzo, rilassandomi con la testa rovesciata sulla spalliera del divano.
Allora Claudio si alzò, mi prese con un braccio sotto le ginocchia e l'altro attorno alla schiena, sotto le ascelle, mi sollevò di peso e mi portò nell'altra stanza, sul suo letto, ove mi depose.
"Ti voglio prendere, Daniele... ti voglio..." mi disse mettendosi in posizione fra le mie gambe.
"Io..." iniziai a protestare.
"Lascia fare a me, non aver paura..."
"... non l'ho mi fatto..." protestai ancora, ma senza oppormi alle sue manovre.
"Lascia fare a me, Daniele..." ripeté lui.
Lo vidi trafficare nel suo comodino, capii, più che vedere, che si stava infilando un preservativo, poi con due dita mi spalmò qulcosa fra le natiche, individuando il mio foro nascosto che prese a stuzzicare, a preparare. Io tremavo, e lo lasciavo fare. Tutto stava accadendo troppo in fretta, eppure mi sentivo incapace di sottrarmi, di farlo smettere.
Mi preparò abbastanza a lungo, poi mi si addossò e sentii la punta forte e dura del suo arnese tentare di penetrarmi. Mi irrigidii, poi mi rilassai, poi mi irrigidii di nuovo. Lo volevo dentro di me e ne avevo paura. Volevo farlo smettere e non volevo che si fermasse. Mi sentivo letteralmente scombussolato, non capivo, non sapevo neppure io che cosa veramente volessi.
"Mi piaci... sei proprio bello..." disse Claudio iniziando a spingere con crescente energia.
Il mio corpo reagiva in modo contrastante al suo tentativo di entrarmi dentro. Non esisteva più la mia volontà, tutto stava avvenendo... senza che io potessi fare nulla né per accettarlo né per oppormi.
Finalmente la punta del suo forte membro riuscì a far dilatare il mio foro e vi si annidò dentro. Spingeva, spingeva e lo sentivo penetrare le mie istintive difese, fisiche e mentali, millimetro dopo millimetro... Lo sentivo invadermi, e non mi faceva male né mi piaceva, semplicemente stava accadendo. Claudio smise di spingere.
"Il più è fatto, la cappella è tutta dentro. Adesso devi solo abituarti, e poi... Poi te lo metto tutto dentro e vedrai che ti piacerà... Ti fa male, ora?"
Scossi il capo.
"Ti piace?"
Scossi di nuovo il capo.
"Devi solo abituarti. Il più è fatto. D'ora in poi sarà solo piacere, te lo assicuro... devi solo abituarti... vedrai che è bello..." mi disse carezzandomi e stuzzicandomi sui punti giusti.
Il mio membro, che s'era afflosciato durante quell'inizio di penetrazione, prese a crescere di nuovo, ad indurirsi. Lui da solo, io non volevo più nulla, né evitarlo né farmi prendere. Ero lì, inerte, tremante, in attesa di quello che Claudio avrebbe deciso di fare. No, sapevo che cosa voleva fare: voleva finire di invadermi, spingermelo tutto dentro, poi fottermi fino a godere di me, dentro di me. Ed attendevo...
Claudio, dopo un po', iniziò di nuovo a spingere e mi poco per volta scivolò tutto dentro di me. Sentii che mi stava facendo dilatare, che mi riempiva e la sensazione non era spiacevole. Era solo strana. Poi, nella sua lenta e continua avanzata (mi ricordo che pensai che pareva non finire più...) il suo forte membro sfregò dentro di me su un punto che non sospettavo esistesse (la prostata, ora lo so) ed iniziai a provare uno strano, sordo piacere.
Istintivamente mi rilassai. E finalmente Claudio mi fu completamente dentro. Si fermò di nuovo, facendo solo palpitare di tanto in tanto la sua asta di carne dentro di me. Il mio corpo, in risposta, faceva palpitare le pareti del mio canale, e lo sfintere dilatato... Il mio corpo, non io... Ma il piacere aumentò.
Allora Claudio prese a muoversi dentro di me, avanti e dietro. Il mio piacere pareva crescere ad ogni suo movimento nelle mie strette e calde profondità... D'istinto sollevai le braccia, e gli carezzai il bel petto.
"Apri gli occhi... guardami..." mi disse Claudio in tono suadente, continuando a muoversi dentro di me in un ritmo lento ma vigoroso.
Aprii gli occhi ed incontrai il suo sguardo: mi sorrise.
"Va tutto bene, no?" chiese lui.
Annuii.
"Ti piace..."
Annuii di nuovo.
"Sei molto stretto... e caldo... e mi piaci... Eri davvero vergine, tu..."
Quel verbo al passato fu come una rivelazione per me: sì, lo ero, avevo fatto il passo decisivo, m'ero lasciato prendere da un altro ragazzo che ora mi stava fottendo... e mi piaceva. Non ero più vergine. Fu a quel punto, credo, che accettai finalmente di essere gay. Sì, quello che stava avvenendo su quel letto era quanto, sia pure inconsciamente, avevo sempre desiderato, voluto, e finalmente lo stavo ottenendo...
I muscoli del suo corpo atletico guizzavano ad ogni spinta, ed il suo sorriso pareva accentuarsi. Stavo facendo l'amore con un maschio... e mi piaceva. E finalmente riuscii ad emettere di nuovo la voce...
"Non venire subito... continua..." sussurrai arrossendo.
"Non so quanto potrò resistere, sei molto stretto, caldo, mi stai dando un piacere troppo forte... Ma anche se verrò troppo presto... poi lo faremo ancora, se vuoi..."
"Sì..." mormorai e mi rilassai totalmente, sentendomi di nuovo padrone di me stesso, della mia volontà.
Non venne troppo in fretta, anzi, venni prima io benché né lui né io avessimo toccato il mio membro. Lui si svuotò dentro di me poco dopo e mi sembrò di essere in grado di sentire i suoi schizzi dentro di me, uno dopo l'altro...
Poi si rilassò su di me e mi baciò in bocca...
Quello fu il primo di molti incontri. Già la seconda volta che andai da lui, fu Claudio a farsi prendere da me, e mi piacque moltissimo. E gradualmente persi ogni inibizione, ogni ritegno.
La cosa interessante è che ricominciai ad andare bene a scuola, che ritrovai il mio buon umore di un tempo, che non ebbi più sbalzi di carattere, che tutti mi trovarono cambiato in meglio; ero di nuovo un ragazzo di gradevole compagnia...
Con Claudio, sia prima che dopo ogni nostro incontro di sesso, o anche quando ci si trovava solo per andare al cinema o a ballare, si parlava di mille cose e lui mi spiegò tanti particolari ed aspetti della vita gay, per prima cosa l'esistenza di quel termine, poi il fatto che fosse qualcosa di "naturale" nonostante tutto quello che potevo aver sentito dire fino a quel momento, e che non eravamo affatto gli unici ad essere così...
La nostra relazione continuò per circa due anni, fino a quando presi la maturità. Non eravamo innamorati, ma stavamo molto bene assieme e nessuno di noi due, per quel periodo, ebbe né cercò altre avventure.
Claudio mi aveva presentato ai suoi amici, alcuni gay come noi, altri no, ed anche io l'avevo presentato ai miei. La scusa ufficiale era che ci si era incontrati e conosciuti in discoteca... poi ritrovati alla Pillotta e che si era così diventati amici.
Claudio aveva un carattere molto gradevole, così fu presto accettato dai miei amici come io dai suoi e, a parte logicamente i suoi amici gay, credo che nessuno abbia mai immaginato quale fosse in realtà la vera natura della nostra amicizia. Neanche i miei; infatti non era raro che fra i miei amici, oltre a qualche coetaneo, per lo più compagni di classe, c'erno sempre stati ragazzi più grandi di me...
Proprio nell'anno in cui mio padre mi fece iscrivere alla Bocconi e mi trasferii quindi a Milano, dove mi aveva anche trovato un minuscolo monolocale in affitto, Claudio ottenne una borsa di ricerca alla Biblioteca Nazionale di Berlino, quindi la nostra relazione cessò, benché per molti anni siamo restati in contatto epistolare.
Ancora oggi ci si scambia e-mail almeno per le principali ricorrenze. Ora Claudio lavora alla Biblioteca Nazionale di Torino, e vive con il suo amante, un ragazzo greco di nome Nikos che ha conosciuto a Torino. Sono assieme da sette anni e pare che vadano d'amore e d'accordo.
Non ho mai incontrato Nikos, ho solo visto qualche sua foto che Claudio mi ha mandato per e-mail: pare un bel ragazzo, ha un bel sorriso. Non l'ho mai incontrato perché la vita mi ha portato altrove, prima a Milano per la durata degli studi universitari, poi in varie parti del mondo...
Il fatto che, già prima della laurea, fossi in grado di parlare francese, inglese e spagnolo bene, quasi come l'italiano, mi aprì molte porte e mi permise di ottenere buone posizioni di lavoro sia in Italia che all'estero.