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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SIGNORE DEI SIGNORI CAPITOLO 12
I QUATTRO PROBLEMI RISOLTI
E IL RITORNO ALLA VITA

La notte stava cedendo il passo al nuovo giorno, quando per la prima volta, lontano sull'orizzonte, Ja per primo vide l'Ago. Era investito in pieno dai primi raggi del sole, che s'era appena affacciato alla loro destra, e brillava come una lunga spina di cristallo puntata verso l'alto.

"Laggiù!" gridò quasi il giovane schiavo fermandosi e indicando dritto davanti a sé.

"Il Castello dell'Ago!" mormorò Toma emozionato.

"Sembra ancora intatto, da qui." osservò Masu.

"Dalle vostre voci... direi che è molto bello." osservò Kuda.

"È come un'apparizione: è scintillante, esile, altissimo!" descrisse Ja. "Più grande alla base ed esilissimo via via verso la punta."

"Andiamo!" li esortò Toma preso quasi da subitanea fretta.

Accelerarono il passo. L'ago sembrava non crescere nelle sue dimensioni, erano ancora troppo lontani. Però notarono che almeno la sua punta era ancora visibile anche quando camminavano nell'avallamento fra due dune di sabbia.

Quasi d'improvviso vi si trovarono di fronte: per vederne la punta ora dovevano rovesciare la testa indietro. La base sembrava tonda, da essa partiva un muro che scendeva in basso a spirale, terminava su una lingua di sabbia che correva da est a ovest, interrompendo un anello incavato che circondava il colle su cui sorgeva il castello. Aggirarono quell'avvallamento e si trovarono all'estremità della lingua di sabbia. Vi camminarono nel mezzo, andando verso il castello.

Giunsero dove terminava il muro di cinta e videro che vi era un arco chiuso da un alto e massiccio portone di legno rinforzato da spesse liste di metallo bruno, che si incrociavano in diagonale formando losanghe. La sabbia non era accumulata davanti al portone, quasi come se qualcuno l'avesse spazzata via. Si accostarono al portone e videro che sotto l'arco che lo coronava erano incise alcune parole.

"Porta del drago - Levità mi apre"

Masu provò a spingerne i battenti, ma la porta non si mosse.

"Che mai può voler dire che la levità la apre?" chiese Toma accostandosi alla porta, e spingendone lievemente il battente con un dito, senza risultato.

"Non possiamo scalare il muro?" chiese Ja.

"No, è troppo liscio e troppo alto." notò Toma.

Provarono a spingerla in vari punti, ora con forza, ora con delicatezza, ma la porta restava chiusa.

"Forse bisogna spingere o spostare una delle pietre dell'arco." suggerì Ja.

Provarono, ma nessuna si muoveva. Poi Toma notò che, all'altezza dei loro occhi, all'incrocio delle liste di metallo che s'incontravano al centro del battente di destra, accanto alla grossa testa del chiodo che le teneva al loro posto, vi era un forellino non più grande di un granello di sabbia. Cercò di guardarci dentro, ma non si vedeva nulla. Vi soffiò dentro, pensando di liberarlo dalla sabbia che forse l'aveva otturato... Si udì un rumore lieve, che proveniva da dentro il battente.

Toma soffiò di nuovo e il leggero rumore si ripeté. "Lieve come un respiro..." mormorò il giovane signore, e soffiò di nuovo nel foro con delicatezza. Si sentì ancora quel sottile rumore. Quando Toma soffiò lievemente per la quarta volta, il rumore questa volta continuò, rafforzandosi, e lentamente il grande portone si spalancò.

I quattro ne varcarono la soglia: davanti a loro s'apriva la via che saliva a spirale girando attorno al castello, fra due alte e lisce pareti di pietra. Avevano appena imboccato la strada, quando sentirono la pesante porta chiudersi alle loro spalle con un tonfo. Girandosi a guardarla videro che, celati dai battenti quando erano aperti, c'erano mucchi di ossa umane...

Altri scheletri sbiancati dal sole cocente costellavano la strada man mano che vi salivano. Terminato un giro, si trovarono di fronte a una seconda porta. Questa pareva fatta di bronzo, e aveva raffigurate, in pannelli alla sua base, diverse scene in bassorilievo. Più in alto il grande portone era liscio e brillante come uno specchio. Anche sotto l'arco di pietra che lo coronava vi era una scritta.

"Porta del mago - Perfezione mi apre"

"Qui non vedo fori in cui soffiare..." mormorò Toma osservandola.

Ja osservava la porta da lontano, con aria pensosa. Poi sembrò illuminarsi.

"Il mago, la perfezione... i numeri magici e perfetti... guardate, nel terzo pannello a sinistra c'è raffigurata una spada, in questo a destra una coppia di amanti, poi in questa quattro anfore... e là otto fiori... ecco qui sedici foglie..."

Così dicendo Ja andava avanti e dietro di fronte ai battenti chiusi del grande portone e premeva i pannelli che nominava, in ordine... quando infine premette l'ultimo dei pannelli, quello che raffigurava cento e ventotto stelle, nella porta si udì uno scatto e anche questa si aprì.

I quattro amici la varcarono. La porta, appena l'ebbero varcata, si chiuse di nuovo alle loro spalle con un tonfo smorzato. Anche lungo questo tratto di strada vi erano molti scheletri sbiancati dal sole, ma meno numerosi che nel primo tratto. Salirono quasi in religioso silenzio fino a completare il secondo, più stretto giro finché si trovarono davanti al terzo, grandissimo portone. Tutti assieme guardarono la scritta che sapevano doveva esserci sotto l'arco di pietra e lessero, ad alta voce.

"Porta del mistero - Memoria mi apre"

La porta era fatta di puro e massiccio argento, aveva lunghe scanalature che la percorrevano dal basso all'alto, culminando con parti a sbalzo in forma di foglie e con un fiore, sempre d'argento, sulla cima. Masu vi batté con l'elsa dela spada e dalla porta si levò un suono squillante, ma la porta restò chiusa.

Allora Kuda sorrise, avanzò ponendosi davanti alla porta che ancora risuonava debolmente. Attese che il suono si smorzasse, prese la sua arpa e vi suonò le otto note nella scala dissonante che aveva dovuto imparare a memoria e che non accompagnavano alcuna parola. Le suonò a una a una, e dopo ogni nota dalla porta rispondeva, forte e squillante, la stessa nota. Quando risuonò l'ultima nota, mentre questa si smorzava, il grande portone silenziosamente si aprì.

Varcato anche questo, il portone, altrettanto silenziosamente si richiuse. La strada saliva con la consueta pendenza in un giro più stretto. Qui vi erano pochi scheletri stesi in assurde posizioni lungo la via. Terminato il terzo giro, si trovarono di fronte a un portone d'oro. Sotto l'arco di pietra c'era un'altra scritta.

"Porta del cuore - Due parole mi aprono"

"Toma ha aperto la prima, io la seconda, Kuda la terza... Questa la devi aprire tu, Masu!" disse Ja.

Masu di nuovo vi bussò con l'elsa della spada. Non accadde nulla. Provò a spingere, ma non si mosse. Guardò con attenzione la porta, era tutta decorata con strette volute incise che la facevano sembrare un telo di prezioso broccato. Masu provò a spingere, a soffiare, cercò quale potesse essere il segreto per aprirla, chiese a Kuda di suonare nuovamente le sue note, anche in ordine inverso, ma nulla accadeva.

"Non so che fare..." mormorò Masu.

"Eppure sono certo che questa devi aprirla tu, Masu." insisté Ja.

"Sì, credo che tu abbia ragione, ma come?"

"Due parole la aprono, c'è scritto."

"Due parole, sì, ma quali? Che posso dire, per aprirla? Apriti, porta!?" esclamò divertito all'idea...

La grande porta lentamente e silenziosamente si aprì! Masu guardò gli amici, più stupito di loro.

La traversarono e anche questa si chiuse alle loro spalle. Fecero l'ultimo giro, qui non videro nessuno scheletro lungo il cammino, e finalmente si trovarono di fronte al castello e alla porta che vi dava accesso. Era fatta di un'unica, grande lastra di cristallo attraverso cui si vedeva la vasta hall interna.

"E questa? Come la apriamo?" chiese Masu più a se stesso che agli amici.

Ja scosse il capo, e notò: "Non vi è scritto nulla, sopra a questa."

Toma provò a spingere ma la porta non si mosse. Masu vi si accostò e appoggiò la mano sulla liscia superficie.

Dentro al cristallo, attorno alla sua mano, guizzò una luce azzurra e la porta si aprì scorrendo di lato e scomparendo nel muro.

Entrarono tutti e quattro, in fila dietro a Masu. I loro passi risuonarono nella grande hall circolare suscitando una cascata di lievi eco. Su in alto c'era una serie di finestre chiuse da sottili lastre di alabastro sì che la luce del sole inondava la grande stanza con una luce soffice e calda. Non un filo di polvere s'era deposto nella stanza. Si guardavano attorno pieni di stupore. Torno torno vi erano cento ventotto colonne a forma di alti uomini, che per il loro abbigliamento rappresentavano le varie classi sociali degli otto territori.

Sul fondo, di fronte alla porta d'accesso, vi era una doppia scala che saliva a elica. A destra e sinistra si aprivano sedici porte.

"Da che parte andiamo?" chiese Ja quasi sottovoce.

Ciò non ostante, mille eco ripeterono "... andiamo... diamo... amo... amo..."

"Saliamo ai piani superiori..." disse Kuda.

"... periori... riori... ori... ori..."

Salendo trovarono ambienti arredati in modo diverso e con splendida eleganza, e pareva che tutto fosse rimasto intatto, come se chi aveva abitato in quel castello se ne fosse appena allontanato, benché in realtà fosse abbandonato da cinquecento e dodici anni.

Salirono, salirono, e si accorsero che man mano gli ambienti che occupavano ogni piano erano di meno, l'Ago si restringeva lentamente ma percettibilmente.

Finalmente, non lontani dalla punta, si trovarono in una stanza con otto finestre, ciascuna contornata da due esili colonne. La porta da cui entarono era opposta a un seggio di bianco marmo. A destra vi erano quattro finestre e quattro a sinistra. Nei tre spazi che dividevano le quattro finestre di ogni parte vi erano due nicchie a destra e due a sinistra, e lo spazio centrale a destra e a sinistra aveva un tavolo di marmo bianco. Sul tavolo di destra era posta una corona ottagona, con otto trapezi capovolti al centro di ogni lato, ognuno di un diverso colore: i sette colori dei sette territori e uno bianco per il territorio centrale.

Sul tavolo di sinistra era appoggiato un bastone ottagono, con al centro una sfera nera, la metà che sporgeva da una parte della sfera era tutta bianca, l'altra aveva gli otto colori dei territori.

Nelle quattro nicchie erano appesi un ricco mantello diviso in verticale negli otto colori con un abito di ricco broccato nello stile che indossavano i Signori; vi erano poi, nelle altre nicchie, una corazza di purissimo platino, con una spada; una tunica di fine tela bianca quasi trasparente nello stile che indossavano gli artigiani e una tunicella con una braca dello stesso tessuto bianco trasparente nello stile dei produttori; nell'ultima nicchia vi era un abito di velo nero nello stile dei mercanti con un altro sempre di velo nero nello stile degli schiavi... erano le regalie.

Al centro dello schienale del seggio di marmo era incastonato uno specchio. Toma vi guardò dentro e, con suo stupore, ci vide riflessa la sala del trono, ma vuota. Si spostò per vedervi il proprio volto riflesso, ma non risucì. Anche Ja andò a guardare nello specchio, ma non vide se stesso né gli altri, solo la sala vuota.

Allora, sentiti i commenti stupiti degli amici, anche Masu andò a guardare nello specchio e...

"Come no? Io mi ci vedo!" esclamò piuttosto sorpreso, "E vedo anche voi..." aggiunse poi.

Ja frattanto s'era avvicinato alla corona e stava tendendo la mano per toccarla. Un grido di Toma lo bloccò un attimo prima che la toccasse.

"No! Non la devi toccare! Le regalie possono essere toccate solo dal Signore dei Signori. Chiunque altro le tocca morirebbe immediatamente!"

Ja si ritrasse un po' spaventato: "Davvero?" chiese in un sussurro.

"Sì, è così." confermò Kuda che stava ancora ritto accanto alla porta. "E... tu, Masu, ti sei visto nello specchio, hai detto?"

La voce di Kuda era emozionata, quasi tremante.

"Sì... perché?"

"Masu..." mormorò Kuda inginocchiandosi, "Tu sei il Taota, il nuovo Taota! Il mio Signore, il Signore dei Signori!"

"Ma via!" disse il bel guerriero guardandolo accigliato e stupito.

"Sì... Cingi la corona, indossa il mantello, e siedi sul tuo trono, mio Signore." gli disse Kuda chinando il volto, da cui presero a scendere lentamente lacrime di emozione.

"La corona? Io?" chiese Masu sempre più stupefatto.

"No, non la toccare!" gli disse Toma preoccupato. "Se Kuda si sbaglia... se non ha ragione... tu moriresti."

Masu guardò Kuda, poi gli altri due amici, poi disse, con voce bassa e decisa: "Se Kuda dice che io la posso toccare... lui mi ama, non mi direbbe mai qualcosa di cui non è più che certo, non rischierebbe mai la mia vita."

Si accostò al tavolo ed allungò le mani verso la corona.

Toma ancora una volta mormorò: "Non farlo Masu... non farlo..."

Masu non lo ascoltò, prese con decisione la corona fra le mani e la sollevò, quindi, lentamente, se la pose in capo.

In quel momento dall'esterno venne un fortissimo lampo, il cielo si oscurò improvvisamente, e una furiosa tempesta si abbatté sul Castello dell'Ago. Alla luce dei lampi, Toma vide che Masu era ritto in piedi, la corona sul capo che pareva emettere luce.

Allora anche lui si inginocchiò e mormorò: "Mio Signore! Mio Signore!"

Ja si gettò a terra, tremante e gemette a sua volta: "Il Taota! Sei tu il nuovo Taota!"

Masu andò alla nicchia con il mantello e, toltosi il suo, lo mise sulle spalle. Era amplissimo ma giusto per la sua altezza, e lo avvolse completamente pur cadendo in soffici pieghe. S'accostò al tavolo dove era lo scettro e lo prese in mano. Quindi salì gli otto gradini del trono di candido marmo e vi sedette.

Fuori il cielo era nero e la tempesta infuriava, violentissima. Fiumi d'acqua scendevano dalle nere nubi, flagellando le pareti del castello e riversandosi sul deserto.

Masu, ancora incredulo, disse: "Alzatevi, amici..."

Nessuno si mosse.

Con voce più forte, Masu ordinò: "Alzatevi! Nessuno di voi tre dovrà mai inginocchiarsi di fronte a me. Ve lo ordino!"

I tre si alzarono e avanzarono verso il trono, Kuda fra i due amici. Due fulmini sembrarono provenire dalle due finestre che fiancheggiavano il trono, si unirono in un'unica saetta di luce viola, e il fondo dell'arpa di Kuda iniziò a emettere fumo. Kuda vi passò le mani e sorrise.

"Ecco... l'ultima ottava... l'epopea è ora completa... Per questo io non dovevo trovarmi un discepolo, sono l'ultimo dei cantori."

Il fulmine lasciò l'arpa e sembrò avvolgere il corpo di Kuda, si addensò sul suo volto, poi si dissolse crepitando nell'aria.

"L'ultimo dei cantori ciechi... E finalmente posso vedere il tuo volto anche con gli occhi del mio volto, mio Taota!" disse con un filo di voce, e dolci lacrime scesero dai suoi bellissimi occhi cerulei e il cantore riacquistò la sua vista.

Masu scese dal trono, avanzò verso il suo amato, sorridendogli, e lo prese fra le sue braccia. Con voce bassa e calda, gli disse: "Ti amo, Kuda!"

"Sì, mio Taota, anche io ti amo. Tu eri già il mio Taota, anche se non lo sapevo ancora. Sei bellissimo... Ma questo io già lo sapevo."

Durante i primi sedici giorni visitarono tutto il castello. Nei piani superiori alla grande sala del trono vi era l'alloggio del Taota e della sua famiglia, dove i quattro si istallarono. All'ultimo piano, sotto l'affilata guglia finale, vi era un belvedere da cui si vedeva il panorama dell'intero continente.

Sotto vi erano gli alloggi, ancora vuoti, per tutti i Signori della corte, poi per i guerrieri ai diretti ordini del Taota.

Fuori dal castello, per sedici notti piovve a dirotto, e i fiumi d'acqua che cadevano dal cielo lavarono via la sabbia, riempirono l'anello attorno al castello e liberarono la lingua di sabbia rivelando un lungo ponte di bianco marmo.

Durante il giorno invece splendeva il sole e il verde ricominciò come d'incanto a crescere nella vasta pianura, che gradualmente tornò a vivere e anche i primi alberi iniziarono a crescere qua e là... Tutta la natura s'era risvegliata nel Chuma-Hirosawa, dopo cinquecento e dodici lunghi anni.

Finalmente il Taota Masu-Yari decise che doveva visitare tutte le capitali dei sette territori per far riprendere a tutto il continente la sua vita normale. Su nel belvedere vi era anche l'altare degli dei. Masu vi celebrò il rito del culto, invocò la protezione del Kaoka, il Dio degli dei, quindi, rivestiti i panni e le insegne del suo rango, celebrò il rito della fusione con Kuda facendone a tutti gli effetti il suo sposo.

Terminato il rito, Toma gli si accostò.

"Masu... Taota Masu-Yari..."

"Tu puoi continuare a chiamarmi Masu, lo sai."

"Sì... ora che tu sei il Signore dei Signori, il Signore di tutti e di tutto, ho una preghiera da rivolgerti..."

"Dimmi, amico mio."

"Vorrei che tu celebrassi l'unione e la fusione fra me e il mio Ja."

"Un Signore non può unirsi ad uno schiavo... È la legge." gli rispose Masu con un lieve sorriso.

"Sì, ma tu puoi cambiare la legge, solo tu lo puoi."

"Ma io voglio che tu sposi un Signore, un tuo pari. Perciò non ti posso autorizzare a unirti con uno schiavo. "

"Masu... per l'amicizia che ci lega..." insistette Toma in tono accorato.

"Il Taota ha una sola parola. Ho detto e ripeto che non voglio che tu sposi uno schiavo."

"E allora, fa di me uno schiavo!" rispose irritato Toma.

"Non lo farò mai. Questo non risolverebbe il tuo problema. Ho deciso che devi sposare un Signore."

Ora Toma era decisamente arrabiato: "Ti devo rispetto e obbedienza, Taota. E ti obbedirò, ma... allora non chiamarmi più amico!"

"Toma, Toma... Ho deciso che tu sposerai un Signore e così sarà. Anzi..." disse rivolgendosi a Kuda che sedeva accanto a lui, ai suoi piedi, "Kuda, introduci il Tu che ho deciso di far sposare a Toma."

"Ma come, tu hai deciso di farmi sposare con un Tu e l'hai fatto venire fin qui... senza neppure chiedermi il mio parere? Credevo di conoscerti, quanto mi sono sbagliato! Ma sono un uomo libero, io, Taota, non mi puoi obbligare..." insorse Toma, indignato e fremente di sdegno.

"Ma farò di te lo Shiti di Chuma, secondo solo a me. Il più importante Shiti di tutto il continente."

"Puoi risparmiarti questa magnanimità, se non mi dai l'unica cosa che veramente desidero!" gli rispose fiero e fremente Toma.

In quella rientrò nella stanza Kuda ed annunciò: "Il Tu Jami-Yarire chiede udienza, mio Taota."

"Che entri!" disse Masu con un lieve sorriso. Poi disse a Toma: "Ecco il Tu che ho deciso che sposerai con il doppio rito dell'unione e della fusione, che oggi stesso io in persona celebrerò."

"Non sarò mai lo Shiti di Chuma, non accetterò mai di unirmi a..." iniziò a dire Toma che però si girò verso la porta... e restò a bocca aperta.

Sul vano della porta della sala del trono era comparso Ja, rivestito con gli abiti di broccato bianco e oro di un Tu, il mantello di bianca seta fluttuante alle sue spalle, un sorriso timido e felice sulle belle labbra, una luce splendente nei chiari occhi castani.

"Allora, mio impulsivo e buon Toma... che cosa mi stavi dicendo che tu non accetterai mai?" gli chiese in tono soave e lievemente ironico Masu.

"Lui... tu hai elevato il mio Ja..." balbettò confuso Toma.

"Ti ho detto che non avresti mai sposato uno schiavo, non è forse così? Io sono il Signore dei Signori, il Taota, ed è in mio potere fare... quanto ho fatto. Allora, Toma, uomo libero e fiero, vuoi ancora opporti ai miei ordini? Rifiuti ancora di sposare questo Tu e di diventare lo Shiti del Chuma?"

Toma ora quasi balbettava: "Perdonami, mio Taota... perdonami..."

"Non sono più il tuo amico Masu?" gli chiese il Taota con voce lieve.

"Oh no, molto di più! Oh Masu!"

"Credevi di conoscermi e ti ho deluso." Masu rincarò la dose con dolce ironia.

"Sono stato stupido ed avventato, perdonami..."

"Vieni, Tu Jami-Yarire, e dimmi, è questo l'uomo a cui vuoi essere unito per sempre?"

Ja avanzò lieve, prese una mano di Toma, e disse, con voce alta e chiara: "Se lo Shiti di Chuma mi vuole fare questo onore e dare questa gioia, io lo voglio!"

"Perdonami, Masu..." balbettò ancora Toma.

"Ti perdono, ti perdono. Perché il tuo amore è così grande che mi hai chiesto di fare di te uno schiavo, pur di unirti al tuo Ja, e tutto si perdona a chi ama. Bene celebreremo le vostre nozze, il doppio rito dell'unione e della fusione, poi partiremo. Un nuovo, lungo viaggio ci attende."

Dopo che Masu ebbe avvolto la corona in un quadruplice panno di velo, seta, velluto e broccato, in modo che anche i suoi famigli potessero spostarla senza rischiare di toccarla, messe le regalie nei bagagli, i quattro amici, per la prima volta dopo sedici giorni, uscirono di nuovo dal castello.

Le porte e i portoni si aprivano al solo avvicinarsi di Masu e si richiudevano alle loro spalle. Lungo la via a spirale, le forti piogge avevano portato via gli scheletri e tutto riluceva sotto la dolce volta del cielo che ora copriva anche il territorio di Chuma-Hirosava tornato alla vita.

I quattro erano vestiti con i loro antichi abiti, sì che per i passanti non sarebbero sembrati altro che un nobile, un guerriero, un cantore e uno schiavo. Traversato il ponte, ora che la sabbia era stata lavata via dalle torrenziali piogge, si vedeva che il cammino era tracciato da una via ben lastricata. Giunsero a un quadrivio dove quattro archi segnavano le vie che portavano a sud, est, nord e ovest. Masu imboccò risolutamente quella che portava a sud.

Giunsero al luogo dove si era svolta la grande battaglia fra draghi e arpie: le loro ossa, già avviluppate da rampicanti fioriti, stavano rapidamente scomparendo alla vista. Quindi arrivarono all'alta parete di roccia che tanto pericolosamente avevano disceso: non vi era più vento, perciò la risalirono con prudenza ma senza un reale pericolo, percorrendone gli stretti e contorti tornanti fino in cima. Percorsero la gola e si trovarono nell'ampia pianura di Mashi-Hikureeve'.

La traversarono fino a giungere ai piedi della capitale, Hikureeve'-Washi dalle cento torri. Fermatisi a una locanda, presero una stanza, dove tutti e quattro indossarono i sontuosi abiti di corte, la sola corona ancora avvolta nel quadruplice panno, fra le mani di Toma.

Quando uscirono, un "oh!" di meraviglia sorse dalle gole degli avventori della locanda. Fra di essi vi era un Tu di Hikureeve' che stava tornando alla capitale. Questi guardò Masu.

"Perdonami, nobilissimo Signore... ma il tuo abbigliamento... sei forse tu il nostro nuovo Taota?"

"Così è." rispose Masu.

Il Tu prontamente si inginocchiò: "Bentornato fra noi, nobilissimo Signore dei Signori. Il tuo umile servitore Chez'a-Rinocha è al tuo servizio."

"Alzati. Chez'a, la tua pronta sottomissione mi stupisce. Che cosa, oltre i miei abiti, ti fa credere che io sia il Taota?"

"Fin da piccolo ho sempre ascoltato i canti dell'Epopea con attenzione, li conosco quasi tutti... e sentivo che il giorno del tuo ritorno si stava approssimado. Inoltre, il mio castello sorge sulle montagne, al confine con il Chuma, e ho visto il prodigio della sua rinascita, perciò ho capito che qualcosa di mirabile stava avvenendo ... Tutta Z'uyoote, tutti i cuori degli uomini attendevano il tuo ritorno. Questa terra ha bisogno della tua saggezza e della tua giustizia. Ora siamo in guerra con il territorio di Machi-Sanisu' e anche il territorio di Mafu-Oreeve pare ci voglia dichiarare guerra... Solo tu puoi evitarlo, e fare sì che si viva tutti in pace."

"Alzati, Chez'a." ripeté Masu. "Ebbene, vai in città, dal tuo Shiti, e avvertilo che il Taota sta arrivando per fargli visita."

"Corro Taota! Che il Kaoka sia benedetto per aver di nuovo rivolto il suo sguardo su di noi. Corro!"

Il Signore letteralmente si catapultò fuori dalla stanza. Masu con i suoi tre compagni uscì dalla locanda, seguito da un codazzo di gente a rispettosa distanza, e raggiunse la porta di Hikureeve'-Washi. Qui trovò un nucleo di guerrieri in attesa che, vedendo avanzare l'imponente figura dal mantello dagli otto colori, lo scettro in mano, la spada di platino alle spalle, si aprì in due ali e si inginocchiò.

"Taota! Il Tu Chez'a ci ha preannunciato il tuo arrivo. Permettici di scortare te e la tua gente fino al castello del nostro Shiti."

"Concesso." rispose brevemente Masu.

Traversarono la città, affiancati dai guerrieri, far due ali di folla silenziosa che si inginocchava al passaggio del Taota. Giunti sulla porta del Zashi-Too-o' c'era lo Shiti, con la sua famiglia, ad attenderlo. Masu gli si fermò di fronte. Lo Shiti lo guardò da capo a piedi.

Con voce incerta chiese: "Così... tu saresti il nuovo Taota."

"Lo sono." rispose Masu.

"Non basta un mantello per fare di te il Signore dei Signori. Che prove mi puoi dare? Provamelo, e mi inginocchierò dinanzi a te."

"Non sfidare la sua potenza, Shiti... I miei occhi han visto prodigi accadere nei territori di Chuma. Dove prima era deserto e abominazione, morte e dolore, ora sta tornando a esserci un giardino di meraviglie..." disse il Tu Chez'a che era al suo fianco.

"Tu sei un credulone, Chez'a. Uno Shiti non può credere a tutto e tutti. Allora?" chiese di nuovo a Masu.

Allora Kuda prese la sua arpa, avanzò e iniziò a cantargli le profezie dell'Epopea, facendogli vedere come Masu fosse davvero il nuovo Taota. La folla adunata nella piazza sottolineava ogni ottava delle profezie con bassi "È lui, è davvero lui" e si inginocchiava.

Ma la Shiti disse: "Marito mio, un abile cantore, un abile sarto, un abile attore possono facilmente trarre in inganno la gente comune."

Lo Shiti era ancora incerto. "Se tu sei davvero il Taota, dov'è la tua corona? Quella anche un bravo artigiano non la saprebbe imitare, non il suo splendore. Non il suo mutare di colori."

"È lui, Gran Signore, inginocchiati..." lo implorò quasi il Tu Chez'a.

Masu fece un breve gesto. Ja avanzò con l'involto della corona, ne scostò i lembi. Masu prese la corona e se la pose in capo. Le otto placche degi otto colori iniziarono a risplendere, divennero dapprima tutte bianche, poi viola come le bandiere dello Shiti di Hikureeve'. Allora l'uomo si inginocchiò riconoscendo così in Masu il Taota.

"La tua iniziale incredulità ti condanna ma la tua accettazione, se pur tardiva, ti salva. Alzati, Tu. Io decido che d'ora in poi il Tu Chez'a-Rinocha sia il nuovo Shiti di questa terra, per premiarlo della sua pronta obbedienza. Inoltre decreto che da oggi in poi, tutti gli schiavi di questo territorio siano uomini liberi, e la loro classe sia composta di quattro gradini come tutte le altre, e che si cessi di chiamarli schiavi, ma saranno chiamati lavoratori e pagati per il loro lavoro.

"Decreto anche che, chi voglia venire a vivere in Chuma, dovrà presentarsi al quadrivio delle quattro direzioni, nel sedicesimo giorno del mese viola crescente, per divenire un cittadino di Chuma. I produttori con le loro sementi, attrezzi o animali, gli artigiani con i loro attrezzi e materiali, i lavoratori con le loro braccia."

Il nuovo Shiti, Chez'a, allora chiese: "E se volesse venire a vivere in Chuma un signore o un guerriero, oppure un mercante, che cosa dovrà fare, Taota?"

"Signori e guerrieri dovranno prima chiedere il permesso a te, e tu lo concederai solo se appartengono al gradino più basso, a giovani non sposati del gradino Teha e Seha. Quanto ai mercanti, potranno venire e andare liberamente, ma nessuno potrà stabilirsi in Chuma, prima che siano passati otto anni e abbia dimostrato di essere onesto e degno di fiducia."

"Così sarà fatto, Taota." disse il nuovo Shiti. Quindi chiese: "Mi concedi l'onore di essere mio ospite e di indire festeggiamenti per la tua venuta, Taota?"

"Così sia. Mi fermerò da te con i miei tre compagni per otto giorni, poi riprenderò la mia via."

Chez'a fece subito allestire le migliori stanze per gli ospiti, e indisse otto giorni di festa in tutto il territorio. Inviò messaggeri a tutti i castelli affinché portassero gli ordini del Taota e tutti gli schiavi fossero liberati. Inoltre il Taota fece restaurare l'altare degli dei, vi compì i riti, e delegò il nuovo Shiti per compierli in sua vece, compresi i riti della fusione. Dette anche ordine che potessero accedere al rito anche persone di classe sociale diversa, e che lo sposo di classe o gradino inferiore, accedesse così al livello dello sposo di classe o gradino superiore. Infine ordinò che ogni persona che fosse giunta al gradino superiore della sua classe, potesse essere accolta, su sua richiesta, nel gradino inferiore della classe successiva.

Quindi, passati gli otto giorni, scortati da due schiere di guerrieri, Masu e i suoi, accompagnati dallo Shiti Chez'a-Rinocha ripresero la via per il confinante territorio di Mafu-Ooreeve'.

Lungo il cammino, villaggi, paesi e città erano pavesati a festa e tutta la popolazione si affollava lungo le vie per vedere e salutare il nuovo Taota.

Quando Masu giunse al confine fra Hikureeve' e Ooreeve', trovò che gli armati dei due territori erano schierati in assetto di guerra di qua e di là del confine. Come Chez'a aveva detto, la guerra non era ancora scoppiata, ma le due parti erano pronte a scatenarla.

Quando Masu e i suoi si fermarono al confine, dall'altra parte si fece largo lo Shiti di Oreeve', che subito si inginocchiò di fronte a Masu.

"Benedetto il nuovo Taota, l'inviato del Kaoka! Benvenuto nel territorio a me affidato." disse lo Shiti ad alta voce e tutti i suoi uomini si inginocchiarono dietro di lui.

"Alzati, Shiti Tote-Retos'a!" gli disse Masu.

Lo Shiti si tolse la corona con il singolo trapezio capovolto color indaco, simbolo del suo potere, e la porse a Masu: "Tuo è il potere. Prendi questa corona e dalla a chi ne è degno."

Masu la prese, e disse: "Accoglimi nel tuo castello, mi fermerò con te per otto giorni. Prima di andare, deciderò chi è degno di cingere questa corona. Ma prima dimmi, perché i tuoi guerrieri sono schierati ad affrontare i guerrieri del tuo vicino?"

"Grande Taota, Signore dei Signori, un'antica contesa di tanto in tanto riaffiora fra i nostri due territori. Una contesa che iniziarono i nostri padri e i padri dei nostri padri. Il confine è segnato dalle cime dei monti che sorgono qui a destra e sinistra, e dal fiume che sorge nelle mie terre e sfocia nelle terre del mio vicino. Ma il fiume spesso cambia il suo corso, qui nella piana e perciò sorgono i problemi sui confini, perché la cittadina che vedi alle mie spalle, ora è nel mio territorio, ora in quello del vicino..."

"Ebbene, non voglio che sotto la mia guida vi siano guerre qui su Z'uyoote. Perciò ordino che la città e un territorio circostante delimitato dall'alveo del fiume, sia quello più antico che il più nuovo, sia una città libera, il cui Tu non dovrà fedeltà a nessuno dei due Shiti confinanti, ma solo a me. Questo ordino e voglio."

"E così sia fatto." dissero a una voce i due Shiti.

Risolto quel problema, Masu si accomiatò da Chez'a e, scortato dallo Shiti di Ooreeve' e dai suoi guerrieri, salì fino alla capitale per essere ospitato nel Castello di Zafu-Kaida. Qui chiese di riavere la stanza in cui per la prima volta aveva fatto l'amore con Kuda.

I due, abbracciati, si affacciarono di nuovo alla loggetta della stanza.

"Vedi, amore mio, questo è il panorama che i tuoi occhi non avevano potuto vedere e che io avevo cercato di descriverti."

"Sì... è veramente bello. Ma ora portami di nuovo dentro e prendimi di nuovo, sullo stesso letto su cui t'avevo donato la mia verginità."

Si spogliarono l'un l'altro e si stesero sul letto, l'uno nelle braccia dell'altro.

"Così nudi, non c'è più né Taota né cantore, come in quel primo giorno." gli sussurrò Masu baciandolo.

"Sì, perché per due amanti uniti da vero amore, l'altro è più di un Taota e più di un cantore." gli sussurrò Kuda. "Prendimi, amore!"

Masu entrò in lui e lo prese con calmi e lunghi, appassionati e teneri, virili e dolci movimenti e fecero l'amore dimentichi di tutto.

Nei giorni seguenti Masu rivide con lo Shiti le condizioni del territorio, dette anche a lui gli ordini che aveva dato per la riorganizzazione delle classi sociali, e l'ordine di presentarsi per vivere in Chuma nel mese di Indaco Cresecente. Riconsacrò l'altare degli dei e investì lo Shiti dei suoi poteri per celebrare i riti. Prima di andare via gli riconsegnò la corona.

"Tu sei veramente degno di cingerla, mio nobile Shiti. La benedizione del Kaoka sia su te e sul territorio a te affidato."

"Posso mettere un bordo bianco nella parte superiore delle bandiere di questo territorio, come segno visibile della mia fedeltà, Taota?" gli chiese allora lo Shiti.

"Così sia, dunque." gli concesse Masu.

Lasciò Ooreeve'-Wafu e si recò all'ultimo porto del territorio, dove lo Shiti aveva già fatto allestire una nave con le insegne bianche del Taota. I quattro amici si imbarcarono e dettero ordine di navigare alla volta di Tuwani'su'-Waya, la capitale del territorio del pollice.


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