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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SIGNORE DEI SIGNORI CAPITOLO 11
LA PROVA DEL VENTO E DELL'ARIA
E LA MARCIA NEL DESERTO

La stanza in cui era ospitato Kuda nel Castello della Gradinata aveva una loggetta a strapiombo sull'oceano, rivolta a sud-ovest, sul retro dell'antica ed elegante costruzione. Qui il cantore cieco e Masu stavano ritti, i loro volti accarezzati dal sole e dalla brezza. L'uno con un braccio attorno alla vita dell'altro.

"È bello il panorama, non è vero?" disse Kuda appoggiando la testa sul petto del bel guerriero.

"Sì, è bello, vastissimo, c'è solo mare e cielo."

"Puoi vedere dove infuria la tempesta? Dove Ma e Fa agitano le braccia e le gambe?"

"È solo una linea più scura poco sotto l'orizzonte..." gli disse il guerriero carezzadogli il volto e girandosi verso di lui.

Kuda sollevò il volto, le loro labbra si incontrarono in un tenero e appassionato bacio. I loro corpi girarono l'uno verso l'altro ed aderirono. Kuda emise un lieve sospiro e fremette.

"Mi desideri, vero?" gli chiese il cantore in un lieve sussurro.

"Moltissimo..." mormorò il guerriero stingendolo a sé e facendogli sentire la propria erezione.

"Portami dentro... prendimi..."

"Davvero lo vuoi? Sei pronto?" gli chiese Masu baciandogli le palpebre chiuse.

"Sì... portami dentro..."

Masu si sentiva molto più emozionato di quando era stata per lui la prima volta, quasi dieci ani prima. Condusse il bellissimo cantore cieco nella stanza, tenendolo per mano. Si fermò accanto al letto.

"Sei contento di essere qui con me?" gli chiese Kuda iniziando a sciogliere gli abiti del forte giovane che era con lui.

"E tu, mio Kuda?" gli chiese il guerriero iniziando a sua volta a spogliare il compagno.

"Fra poco tu farai di me un uomo... un uomo completo..."

"Ed anche tu di me... amore..." gli sussurrò Masu, carezzando il bel corpo dell'altro man mano che lo svelava ai suoi occhi.

"Amore... è bello poterti toccare così, sentire quanto sei bello..."

Già, "sentire" e non "vedere", pensò Masu, mentre lui poteva godere anche con gli occhi la dolce bellezza di Kuda, questi doveva solo affidarsi alle sue dita, al tatto, per godere delle sue forme... Quando entrambi furono completamente nudi, Masu si chinò, sollevò fra le sue forti braccia il corpo snello e ben fatto del ragazzo di cui tanto improvvisamente e con incredibile forza s'era innamorato e lo depose delicatamente sul letto. Gli si stese accanto, mettendosi parzialmente su di lui. Kuda continuava incessantemente ad esplorare il corpo del bel guerriero con mani calde e delicate.

"Sei davvero molto bello, Masu..." mormorò il cantore.

Anche il guerriero lo carezzava e lo baciava incessantemente. Non aveva fretta a consumare quell'unione, anzi, al contrario desiderava prolungare la bellezza di quell'incontro. Forse anche perché, sentendosi per la prima volta in vita sua totalmente innamorato, sia consciamente che inconsciamente voleva che il suo amore potesse vivere per sempre.

"Prendimi..." lo implorò il bel cantore con un sorriso di incredibile dolcezza.

Dolcemente, quasi spontaneamente, i loro corpi si mossero fino a disporsi nella giusta posizione per unirsi. Il forte guerriero non aveva mai creduto di essere capace di tanta e tale delicatezza. Il suo desiderio era forte, eppure non doveva fare il minimo sforzo per controllarlo, infatti per la prima volta in vita sua, pur accingendosi a "prendere" la verginità del suo amato, in realtà si stava accingendo a donarsi totalmente a lui.

"Prendimi..." mormorò Kuda quando sentì la forte e dura carne del guerriero sfiorare il suo inviolato bocciolo.

Masu lo prese fra le sue braccia, passandogli le mani sotto le ascelle, ponendogliele sulle spalle di sotto in su, e mentre avanzava col bacino, lo attirava a sé.

"Prendimi..." sussurrò il giovane amante fremendo nell'attesa ed iniziando ad aprirsi alla desiderata unione.

Il bel guerriero si sentì accolto nell'inviolata e calda intimità dell'amato e lentamene lo invase, lo riempì, lo penetrò fino in fondo in una lieve spinta senza colpi. Nonstante le sue molte esperienze, era la prima volta che si sentiva accolto con tale completa accettazione. Sentiva che quello era il suo posto, che tutto il suo corpo, e tutto il corpo di Kuda erano stati creati per quell'unione. Sentiva che tutta la sua vita e tutta la vita del compagno erano state dirette per realizzare quel momento, per compiere quel miracolo.

Non incontrò la minima resistenza, la più piccola esitazione, la minima riserva: il bel cantore si stava abbandonando e donando totalmente a lui, come lui si stava dedicando completamente a Kuda. Masu sentì che la loro unione non solo era naturale ma anche giusta, bella e necessaria.

Quando gli fu completamente dentro, dopo una lunga e salda avanzata, Masu iniziò a scivolargli fuori e dentro in una sensuale e bellissima danza d'amore. I loro corpi si muovevano armoniosamente ed all'unisono. Masu guardò il dolcissimo e radioso sorriso con cui il giovane amante lo stava accogliendo in sé e si rammaricò che anche Kuda non potesse guardare lui.

Ma proprio in quel momento il cantore cieco mormorò: "Quanto sei bello, Masu! Quant'è bello il tuo sorriso..."

Stupito, il forte e bel guerriero si fermò e gli chiese, emozionato: "Come fai a sapere che sorrido, amore?"

"Non te l'ho detto che la mia anima, il mio cuore hanno occhi che vedono anche quel che gli occhi del corpo non sanno vedere?"

"E che cosa vedono, questi tuoi occhi segreti, amore?"

"Vedono il sorriso della tua anima, ed è bellissimo!"

Masu riprese a muoversi dentro il suo amato, sentendosi felice come mai era stato, talmente emozionato da desiderare di piangere. Sì, per la prima volta si stava veramente donando a qualcuno, per la prima volta qualcuno si stava donando totalmente a lui e stavano diventando davvero una cosa sola, grazie a quel rito d'amore antico come il mondo eppure sempre nuovo.

Continuando a muoversi con tenera virilità dentro il suo amato, Masu lo strinse a sé e lo baciò. Avrebbe voluto unirsi a Kuda anche più di quanto due corpi siano in grado di unirsi, avrebbe voluto vincere i limiti della materia... anzi, sentiva che li stava superando, sentiva che le loro anime si stavano realmente fondendo e gradualmente diventavano un'anima sola.

Quando, come una luce accecante, il piacere esplose nei due corpi, entrambi si tesero e si rilassarono in un piacevolissimo ritmo di fremiti donando all'altro la propria intima essenza, raggiungendo il godimento nello stesso attimo. Si immobilizzarono per alcuni istanti, quasi stupiti per la bellezza di quel momento e sembrò che tutto l'universo si fosse immobilizzato con loro, per gioire con incredulo stupore della sublime bellezza del loro atto d'amore.

Poi, con un lieve e lieto sospiro, si abbandonarono nel loro tenero abbraccio, vagamente consci che il loro respiro era diventato un solo respiro, che i loro cuori battevano all'unisono, scandendo un solo ritmo.

"Voglio essere tuo per sempre..." sospirò Masu carezzando teneramente una guancia del suo amato.

"Anche io..."

"Mi diceva Toma che quando c'era il Signore dei Signori, lui, o i suoi incaricati, celebravano per due amanti uno speciale rito di unione. Qualcosa di simile al matrimonio che si celebra oggi. Ma mentre il matrimonio è poco più di un contratto civile, celebrato di fronte agli uomini, quello era celebrato di fronte agli dei... Mi piacerebbe se esistesse ancora..."

"Sì, si chiamava sacra fusione... Nella lingua antica la parola matrimonio era sufi-laro', cioè trame-e-orditi, come in una tela, ma la sacra fusione era detta per l'appunto ka-o-ichi. Una tela può essere disfatta, può sfilacciarsi, ma due elementi fusi in uno non sono più separabili..."

"Non sarebbe bello?"

"Per ora, se anche tu lo vuoi, non possiamo che chiedere allo shiti di questo territorio di unirci in matrimonio..."

"Per ora, dici? Ma se non c'è più un Signore dei Signori, l'unico che poteva fare da tramite fra gli uomini ed i dei, non è più possibile celebrare il... ka-o-ichi, purtroppo."

"Tu lo vorresti?"

"Con tutta l'anima, mio amato."

"Anche io... ma ci dobbiamo accontentare di un semplice sufi-laro'..."

"Ci accontenteremo..." sospirò Masu accarezzando il suo amato.

Così i due, prima di lasciare il castello, chiesero allo Shiti di unirli in matrimonio. Anche Toma avrebbe voluto sposare Ja, di cui era sempre più innamorato, ma due persone di classi sociali tanto diverse non si potevano sposare. Masu e Kuda avevano potuto, perché Kuda apparteneva ai Fuori, cioè a nessuna classe sociale, quindi la proibizione per loro non aveva valore. Celebrata la cerimonia, tutti e quattro ripresero il loro viaggio.

Passato il confine con il territorio di Mashi-Hikureeve', entrarono nella zona del sotto-mignolo. Raggiunsero la sua capitale, dominata dal castello dello Shiti, Zashi-Too-o'. La città era racchiusa da un cerchio quasi perfetto di mura, da cui si ergevano centinaia di alte e snelle torri.

Infatti la città sorgeva su un alto e stretto tavoliere, che sorgeva da un'ampia e verde pianura. Non potendosi espandere in orizzontale, la capitale s'era sviluppata in verticale. Il castello dello Shiti era di fatto la torre più alta di tutte e l'altezza di ogni torre era più o meno proporzionale all'importanza di chi vi abitava. La ricchezza delle decorazioni scolpite ne denunciava invece la ricchezza.

Sostarono in città per pochi giorni, ospiti di un Teha, un Mezzo-signore, che, riconosciuto in Kuda un cantore-cieco, aveva prontamente offerto ospitalità a tutta la comitiva. Kuda passava parte della giornata nella piazza prospiciente la torre del loro ospite per cantare brani dell'epopea dei Signori dei Signori, ed ogni giorno il suo uditorio era folto ed attento, composto da persone di tutte le classi sociali.

Dopo pochi giorni, Masu disse a Kuda ed agli amici: "Io ho ormai visitato tutti i territori... non ci resta che tornare indietro, dato che non posso proseguire verso nord ed entrare in Machi-Sanisu' o sarei posto a morte."

Toma e Ja erano d'accordo, ma Kuda disse: "No, non hai ancora visitato Chuma-Hirosawa. Non hai ancora ammirato il Zama-Neto, il Castello dell'Ago o della Spina, dove viveva il Signore dei Signori. Solo allora potrai dire di aver visto tutto..."

"Ma chissà se è ancora in piedi, dopo più di cinquecento dodici anni... sarà ridotto in un cumolo di rovine. E poi, il Chuma non è ormai che un unico, vasto, pericoloso deserto senza vita, abitato solo da draghi ed arpie, battuto da tempeste di sabbia, senza acqua né piante..." obiettò Toma.

Kuda era seduto su una pietra subito fuori dalla città ed aveva la sua arpa orizzontale posata sulle ginocchia al rovescio, cioè con le corde sotto e la cassa sopra, come la teneva quando non suonava. Masu era alle sue spalle e gli teneva, con uno spontaneo gesto di protezione, una mano su una spalla. Toma era ritto davanti a Kuda e Ja sedeva in terra, la schiena appoggiata lieve alle gambe del suo Signore.

Stavano discutendo, quando si udì un sibilo sottile ma forte, una linea zigzagante di luce violetta sorse dal nulla e scorse sulla superficie dell'arpa. Dal legno della cassa si levò una lieve traccia di bianco fumo.

"Gettala via, ti bruci!" gli gridò Toma mentre Ja balzava in piedi, spaventato.

"Via, via!" esclamo Masu alle sue spalle.

Kuda sorrise senza muoversi: "No, non temete, non mi brucerà... sta solo comparendo un nuova ottva... Non dovete temere... è già accaduto altre volte, non corro nessun pericolo..." disse tranquillo e le sue dita scorsero sul legno bruciato mentre il raggio di luce ed il fumo proseguivano a tracciare sul fondo dell'arpa misteriosi segni.

"Ma sta bruciando..." disse Ja ancora preoccupato, guardando ad occhi sbarrati quel prodigio.

La luce scomparve, improvvisa come era comparsa. Dal legno ancora si levavano lievi pennacchi di fumo bianco. Le dita del cantore cieco ancora scorrevano su quei segni, lievi e sicure, senza bruciarsi.

Masu tremava lievemente, combattuto fra la sensazione di pericolo che temeva stesse incombendo sul suo amato e la calma che Kuda mostrava. Toccò il rubino che gli pendeva al collo e, sentendolo freddo, si calmò un poco.

Il cantore cieco smise di far scorrere i polpastrelli sul legno bruciato dai misteriosi segni, girò l'arpa sulle proprie ginocchia, ed iniziò a suonare e cantare.

"Sembra buia, fredda e dura la via verso l'avventura, molte prove certo attende quel che a nord da solo ascende. Ma ora vinto ogni timore, forti per il loro amore, van gli amati con gli amanti, tutti uniti sempre avanti."

Kuda cantò queste parole due volte, poi disse: "Vedete, questa è la risposta alle nostre incertezze. Dobbiamo andare a nord, tutti e quattro uniti, e niente ci fermerà..."

Masu sorrise: "Sì, questa mi pare davvero la risposta. Andiamo, allora? Mi piacerebbe vedere quello che resta del mitico Castello dell'Ago..."

Sia pure un po' incerto, Toma aderì alla proposta e tutti e quattro si misero in cammino.

Ja, lungo la strada, chiese a Kuda: "Ma ogni volta che hai un problema, quella... cosa, quella specie di fulmine, ti scrive la risposta?"

"No, Ja. Quel misterioso fuoco che non brucia semplicemente scrive una nuova ottava, di tanto in tanto, sulla mia arpa. Non so neppure io quando e perché, so solo che è per completare l'Epopea dei Signori dei Signori... Questa ottava, se da una parte pare dare una risposta a noi quattro, in realtà fa parte dell'Epopea."

"Ma allora... anche noi quattro facciamo parte dell'epopea?" chiese il giovane schiavo ed un senso di meraviglia vibrava nella sua voce.

"E chi lo sa, Ja? Forse sì, forse no. Molte sono le cose che un semplice essere umano non può o non sa capire."

Traversata la vasta e fertile pianura, si trovarono in una gola fra due massicci rocciosi, due alte montagne via via più brulle e scoscese man mano che procedevano verso nord. La strada era scomparsa da tempo: evidentemente quella via naturale non era battuta.

La gola cessava bruscamente su uno strapiombo, al di là del quale si stendeva il deserto, vasto come un oceano di grigia sabbia le cui onde erano dune battute dal vento che dalle loro sommità faceva levare sottilissimi veli di polvere, facendole lentamente spostare in modo non percettibile alla vista.

Guardando giù per lo strapiombo, Masu vide che in realtà era solcato da uno strettissimo camminamento che si svolgeva verso il deserto in stretti e contorti tornanti, a volte a filo sul vuoto, a volte stretti fa rocce alte ed acuminate. Il guerriero prese allora a scendere. Il vento si faceva più forte man mano che procedevano ed ora urlava in un coro di acute ed innaturali voci che incutevano paura. Pareva quasi che le sferzate di quel vento fossero mani che tentavano di ghermirli, di staccarli dalla roccia per mandarli a sfracellare lontano.

Masu teneva per mano Kuda e lo guidava con prudenza, lentamente. Ja si teneva a Toma, che li seguiva saggiando il terreno e cercando di stare con il corpo il più aderente possibile alla parete di roccia. La discesa pareva non terminare mai. Ma quando Masu guardò verso l'alto, si accorse che erano più o meno a metà strada di quella lentissima e pericolosa discesa.

Un'improvvisa, violentissima raffica di vento fece perdere l'equilibrio a Ja, che fu proiettato fuori dalla strettissima cornice, verso il vuoto. Il ragazzo urlò, Toma si girò e riuscì ad afferrarlo per il polso, stendendosi a terra: ora Ja era sospeso nel vuoto. Guardava con occhi terrorizzati Toma. Masu si fermò, fece accoccolare a terra Kuda, il corpo ben premuto contro la roccia, lo scavalcò, si stese sulla cornice e stendendo un braccio afferrò l'altro polso di Ja. I due amici, assieme, lentamente riuscirono ad issare nuovamente Ja sulla cornice, fra di loro, tutti e tre stesi sulla stretta cornice di pietra.

Ja, ormai al sicuro, si gettò tremante fra le braccia di Toma e scoppiò a piangere, scaricando tutta la paura e la tensione che aveva provato. Toma lo cullava ripetendogli "Sei al sicuro, sei qui... non devi aver paura..."

La voce di Kuda, a volte attenuata a volte rafforzata dal vento, cantò:

"... forti per il loro amore, van gli amati con gli amanti, tutti uniti sempre avanti..."

Quando Ja, sfogatosi, si fu calmato, Toma lo baciò e gli chiese: "Te la senti di continuare?"

"Sì... dove vai tu verrò anche io..."

"E dove andrò io, ti vorrò sempre al mio fianco..." gli disse con dolcezza Toma.

Si rialzarono con prudenza in piedi, Masu prese nuovamente la mano di Kuda e Toma quella di Ja. Lentamente ripresero a scendere verso il deserto.

Il vento sembrava soffiare con raffiche sempre più rabbiose, ed i lembi dei mantelli di Masu, Kuda e Toma schioccavano nell'aria con colpi secchi e forti come di fruste, nonostante i tre cercassero di tenerli stretti attorno ai loro corpi.

Finalmente giunsero ai piedi dello strapiombo e si fermarono per riposare un poco e riprendere fiato. Ja passò a tutti l'otre dell'acqua, da cui ognuno bevve un solo sorso. Fin dove la vista giungeva non si vedeva un filo d'erba, non si vedeva un solo essere vivente. Alle spalle avevano l'alta parete di roccia e di fronte la sterminata distesa di sabbia. Il cielo completamente privo di nubi completava la scena. Se non fosse stata una scena di desolazione, priva di vita, sarebbe stata anche bella...

Decisero di camminare durante la sera, la notte e la mattina e di riposare durante il giorno, perché il sole era implacabile e il suo riflesso sulla sabbia bruciava, specialmente i piedi nudi di Ja. Di giorno perciò si stendevano, scavando un po' nella sabbia e coprendosi con i mantelli, restando il più possibile immobili per sopportare il caldo torrido. La notte faceva freddo e Toma teneva Ja contro di sé, avvolti entrambi nel suo ampio mantello. I periodi migliori erano il primo mattino e la tarda sera.

Stavano dormendo nel loro consueto riparo provvisorio cercando di ripararsi dal sole, quando lontani e fortissimi bramiti li svegliarono.

Masu riconobbe immediatamente quei suoni: "Draghi rossi!" esclamò, e sfoderò la spada.

"Puoi fare poco con la spada..." gli disse Toma, "specialmente se sono molti..."

"Si muovono lentamente, probabimente riusciamo semplicemente a scappare." disse Masu, senza riporre la spada: stringerla in mano gli dava un senso di fiducia e di sicurezza.

Li videro arrivare: erano molti ed avanzavano verso di loro in una schiera ampia, chiaramente nell'intento di circondarli. Per sfuggire all'accerchiamento, i quattro amici avrebbero dovuto tornare sui loro passi, ma Masu era incerto che valesse la pena di allontanarsi dalla loro meta.

Alle loro spalle udirono fortissimi urli acuti e modulati. Si girarono a guardare e Toma esclamò: "Accidenti, draghi verdi! Non possiamo tornare indietro..."

"I draghi verdi sono molto veloci, ma la loro pelle è tenera... quelli almeno li puoi combattere con la tua spada, se non sono troppi..." gli disse Kuda.

"E i draghi verdi sono nemici dei draghi rossi... se siamo fortunati si combatteranno fra loro..." aggiunse Toma.

"Ma noi siamo in mezzo... che vincano gli uni o gli altri, i vincitori faranno di noi un solo boccone..." gemette Ja.

I draghi rossi si avicinavano, lenti e pesanti, quelli verdi, pur essendo più lontani, stavano sopraggiungendo veloci. Tanto un drago rosso è grande e grosso, dalla forma tondeggiante a parte il collo con la grossa testa e la coda, tanto un drago verde è lungo e sottile, sostenuto da tre paia di corte zampe, e stavano arrivando, ondeggiando sulla sabbia, il solo snello e sottile collo eretto, con la piccola testa con sei occhi fissa in avanti, le piccole ma temibili fauci spalancate a lanciare le loro urla.

Ja si strinse a Toma. Masu, le gambe un po' divaricate, la spada stretta in mano, guardava ora verso la schiera dei draghi rossi, ora verso la colonna di draghi verdi. Solo Kuda pareva tranquillo: stava immobile ma si capiva che tutti i suoi sensi erano tesi a captare ed interpretare quanto stava accadendo attorno a loro.

La colonna dei draghi verdi si aprì a ventaglio e si precipitò ad assalire ai fianchi la linea dei draghi rossi. Masu non li aveva mai visti prima affrontarsi ed osservava affascinato l'incredibile scena. I draghi rossi cercavano di difendersi ed attaccare sia lanciando le loro duplici fiamme, sia con poderosi colpi di coda. I draghi verdi invece cercavano di attaccare gli avversari mirando alla testa o alla coda.

Masu ne capì presto la tecnica: mentre un drago verde affrontava da davanti un drago rosso, schivando con abili contorsioni le sue duplici fiamme, un altro drago verde infilò la testa nel foro posteriore del drago rosso, gli entrò dentro quasi fosse una seconda coda... ed il drago rosso si rotòlò sulla sabbia urlando: l'avversario lo stava dilaniando dall'interno. Allora l'altro drago verde gli si infilò nelle fauci spalancare ed iniziò a divorarlo dall'altra parte.

Masu rapidamente andò verso il terzetto del drago rosso morente e dei due draghi verdi che lo divoravano dall'interno. Fece volteggiare la sua spada e prima tagliò in due il drago verde sul davanti, poi corse ad uccidere quello che stava divorando da dietro il drago rosso ormai morto.

I suoi amici corsero verso di lui, mentre draghi rossi e verdi continuavano a lottare fra loro. A volte un drago rosso riusciva a colpire con le sue fiamme un drago verde, che allora si contorceva sulla sabbia urlando. Il drago rosso subito lo assaliva con le sue fauci e lo straziava facendolo a pezzi e mangiandolo. Il puzzo stava diventando insostenibile.

I quattro cercavano di tenersi lontani da quelle belve, ma non riuscivano ad allontanarsi dal campo di battaglia, perché in qualunque direzione andassero sarebbero stati troppo vicini ad una di quelle belve. Di tanto in tanto Masu riusciva ad uccidere qualche drago verde, ma solo quando era impegnato a dilaniare le interiora di un drago rosso.

La battaglia stava volgendo al termine, pochi draghi dalle due parti erano ancora vivi ed in grado di combattere, il lezzo era indescrivibile, Masu stava guardando da che parte avrebbero potuto allontanarsi, quando dall'alto giunsero urli laceranti.

"Arpie bianche!" disse Kuda allarmato.

"Può la mia spada ucciderle?" gli chiese Masu.

"Sì, ma sono in troppe..." rispose Kuda.

"Restami accanto, accoccolati a terra e non perdere il contatto con le mie gambe!" gli gridò Masu.

Le vide arrivare: erano come grandi uccelli bianchi, un folto stormo, con ali simili a quelle di enormi pipistrelli, un lungo collo con in cima una testa con denti aguzzi, ed artigli poderosi sotto il corpo. Volteggiarono per un po' sopra alla scena di battaglia, poi si gettatono a capofitto sia sulle carcasse dei draghi morti che su quelli ancora in grado di combattere. Masu vide che quando affrontavano i draghi ancora vivi, cercavano di calare con gli artigli sui loro occhi per accecarli.

Alcune arpie si avventarono sul quartetto. Toma si difendeva bene nonostante avesse solo il suo corto pugnale. Masu ne aveva già uccise tre. Ja di tanto in tanto lanciava manciate di sabbia verso la testa delle arpie, facendole, almeno per un poco, allontanare. Kuda restava accucciato fra le gambe del suo amato.

A volte qualche arpia riusciva ad accecare uno dei draghi, a volte un drago riusciva ad afferrare un'arpia ed a straziarla. Un grosso drago rosso, arretrando, dette un fortissimo colpo di coda che per poco non investì i quattro amici, sollevando un forte spruzzo di sabbia che li investì con una tempesta di granelli.

Ad un tratto Masu vide una vaga figura avanzare verso di loro: era un essere umano. Lo guardò stupito e vide che era un uomo di media statura. Nell'aria tremula per l'intenso calore, la figura dell'uomo era quasi indistinta, ma a tratti pareva quella di un vecchio, a tratti quella di un giovane e forte uomo, e Masu credette di riconoscere in essa il mago che aveva incontrato all'inizio del suo viaggio.

La figura si fermò a poca distanza da loro e fece un gesto come di invito. Masu fece sollevare Kuda, chiamò Toma e Ja e si avviò verso la figura del vecchio-giovane. Man mano che i quattro avanzavano verso di lui, questi pareva arretrare, sì che la loro distanza non diminuiva. Ma presto si trovarono tutti e quattro fuori dall'accerchiamento delle belve scatenate, e nessuna di esse pareva curarsi di loro né seguirli.

Il giovane-vecchio scomparve dietro ad una duna. I quattro la superarono: non lo si vedeva più da nessuna parte. Ma in un avvallamento videro qualcosa di scuro, come un mantello raggomitolato. Scesero e lo accostarono. Masu con la punta della spada lo sollevò, pensando di trovarci sotto il mago... invece vide un cesto pieno di cibo e un'anfora chiusa.

Toccò il suo rubino: era freddo...

"Cibo..." mormorò Kuda aspirando con il naso.

"Sarà un tranello? Sarà buono?" chiese Ja circospetto.

"Mangerà senza timore il guerriero col signore, e la loro giovane scorta nella terra arida e morta..."

cantò Kuda.

"Parla di noi?" chiese Toma.

"No, almeno non credo, ma pare scritto per noi... Parla del sedicesimo Signore dei Signori e di un suo fedele guerriero, e la terra arida e morta è quella della terra del sud coperta di neve... perciò arida e morta, fino alla successiva primavera... però, mi è venuta in mente ora."

"Posso assaggiare io e se non mi fa male, mangiate anche voi..." si offrì Ja.

"Perché tu? Possiamo assaggiare tutti e..." obiettò Toma.

"Io sono solo uno schiavo, e se deve stare male qualcuno è meglio uno solo di noi..." spiegò Ja con un sorriso lieve.

"Io mi fido delle parole di Kuda. Mangerò io per primo..." disse Masu prendendo un pezzo di cibo dal cesto.

"Io sono un Signore, quindi decido io! E sarò io ad assaggiare per primo!" rispose prontamente Toma.

Kuda stava già masticando qualcosa e li interruppe: "Il gusto è buono e, almeno per ora, non mi pare che mi stia facendo male..."

Tutti lo guardarono, poi Masu gli disse: "Spero che tu abbia ragione, amato mio..." e la sua voce vibrava in un tono proccupato.

"Va tutto bene... mangiate tranquilli..." disse Kuda con un sorriso.

Il cibo era buono e il liquore contenuto nell'anfora rinfrescante. Quando si furono rifocillati, Ja voleva prendere il cestino con quello che avanzava, ma Kuda glielo fece posare.

"No, Quando ne avremo bisogno, troveremo altro cibo..." disse.

"Un'altra delle tue ottave?" gli chiese Toma.

"No... una sensazione. Credo che questo nostro viaggio sia... predestinato, in qualche modo. Come lo è stato il nostro incontro."

"Predestinato? Che intendi dire?" gli chiese Masu.

"È solo una sensazione, non ci vedo ancora chiaro, ma la sensazione è sempre più forte. È come quando tu guardi un panorama attraverso la nebbia: i contorni sono confusi, non vedi chiaramente, ma lentamente la nebbia si dirada ed il quadro si fa via via più chiaro..."

"Che ne sai tu di una scena di nebbia, tu che non puoi vedere?" gli chiese Ja, incuriosito da quel paragone.

"Così mi è stata descritta, e mi pare l'immagine giusta per spiegare a voi, che avete l'uso degli occhi, quello che sento." rispose quietamente il giovane cantore cieco.

Lasciarono il cesto ed il suo contenuto dove era e ripresero a camminare verso nord. Ja però prese il mantello grigio e lo mise sulle spalle per ripararsi dai raggi del sole.

Mentre, durante il giorno, stavano stesi nella buca che avevano scavato nella sabbia, avvolti nei loro mantelli, l'uno accanto all'altro, Masu carezzò lievemente il corpo di Kuda.

"Lo sai che ti desidero, Kuda?"

"Sì, lo so, e anche io ti desidero. Ma dobbiamo avere pazienza, amore. Non credo che sarebbe opportuno unirci ora... Con questo caldo, meno ci muoviamo, meglio è."

"Penso che tu abbia ragione, purtroppo. Magari lo potremmo fare in una sosta, durante la notte. Ti vergogneresti a farlo se ci sono Toma e Ja con noi?"

"Non credo... e magari anche loro non desiderano altro. Peccato che loro due non hanno potuto celebrare l'unione... so che lo desideravano..."

"Peccato che noi due non abbiamo potuto celebrare la fusione. So che entrambi lo desideriamo." gli rispose Masu sorridendo.

"Che pensi di fare, dopo che avremo visto il Castello dell'Ago?"

"Verrò ovunque andrai tu..."

Kuda ridacchiò: "Esattamente quello che t'avrei risposto io se me l'avessi chiesto tu... verrò dove andrai tu..."

"Bene. Decideremo assieme, allora. Non ha molta importanza, purché si resti assieme."

"Ti dispiace non poter tornare nella tua terra?"

"Forse un po', all'inizio. Ma ora mi piace questo... vagabondare, specialmente da quando ci sei tu con me."

"Non pensi che prima o poi ci dovremo fermare, da qualche parte?"

"Forse. Ce lo dirà la vita. Se come dice Ja, le quattro benedizioni hanno già tolto dal mio capo le quattro maledizioni, mi potrò anche fermare da qualche parte, potrò passare tutte le notti che voglio sotto lo stesso tetto... Solo la quinta benedizione ancora non la capisco..."

"Quella dei quattro problemi da risolvere... che ti diranno chi veramente sei?" gli chiese Kuda.

"Esatto. Chi sono, veramente? Ho sempre creduto di essere... un guerriero. Anche se ormai senza pardone, da che il mio Shiti mi ha mandato in esilio. Chi sono, veramente?"

"Sei il mio Masu... e tanto mi basta." gli disse Kuda con dolcezza.

Le loro mani si cercarono, le loro dita si intrecciarono. Avvolti più dal piacevole calore del loro amore che dal forte calore del deserto, si addormentarono placidamente, fisicamente uniti solo grazie alle loro dita, ma totalmente uniti nelle loro anime.


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