logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SIGNORE DEI SIGNORI CAPITOLO 10
UN GUERRIERO PREPOTENTE
E IL CANTORE CIECO

Dopo che il bel guerriero ebbe posato per Z'eke e prima di lasciare il villaggio, l'artigiano volle donare a Masu il talismano di citrino che rappresentava il membro generatore del Grande Padre di Ogni Cosa, e che aveva terminato di scolpire.

Salivano verso la capitale di Altacosta, Ooreeve'-Wafu, arrampicandosi su per la lunghissima scalinata intagliata nella montagna in stretti tornanti e alte pareti di roccia, interrotta di tanto in tanto da spiazzi in cui riposarsi. Alcuni erano piccoli e avevano qualche sedile, sempre intagliato nella pietra, altri più grandi avevano anche piccole costruzioni in cui ci si poteva fermare per ristorarsi, per bere o magiare qualche cosa.

Si diceva che quella lunga scalinata, divisa in parecchie rampe, avesse ben ottomila cento novantadue gradini, un numero magico. Certamente era lunga e faticosa. In alcuni punti strategici c'erano presìdi di guerrieri che la controllavano, segnalati dalle quadrate bandiere blu di Ooreeve', con su ricamate due o quattro spade incrociate.

I tre viaggiatori s'erano fermati in un piccolo spiazzo vuoto per un breve riposo. Ja era andato a riempire d'acqua il loro otre a una sorgente che gorgogliava dietro a uno sperone di roccia. Masu stava amorosamente lisciando la sua spada facendola brillare e affilandola, e chiacchierava allegramente con Toma che, profittando della momentanea assenza di Ja, ne decantava le lodi all'amico.

Dalla scalinata emerse un guerriero. Dagli abiti Masu vide che non era un uomo di Ooreeve' ma di Hikureeve', il territorio che dovevano ancora visitare. Era un uomo grande, poderoso, di bell'aspetto, ma con uno sguardo accigliato e duro. Masu lo salutò allegramente.

Il nuovo venuto emise una specie di brontolio poi disse: "Toglietevi di lì, mi voglio riposare!"

"Spiacente, amico, ma siamo arrivati prima noi. Devi perciò cercarti un altro posto o sedere a terra." gli rispose Masu.

"A terra io? Sono un guerriero! Sono un Su!" rispose con tono altero l'altro.

"Anche io lo sono, anche io sono un Su, e lui è un Tu. Perciò..."

Il guerriero sfilò lentamente la spada dal fodero che aveva di traverso sulla schiena e, facendola brillare al sole, minacciosamente, disse: "Tu sei un Su e lui è un Tu, ma io sono un Su e questa è un Taota! Via di lì." disse brandendo la spada.

Masu rise: "E che ne sai tu, che questa allora non sia un Kaoka!" disse alzandosi in piedi e brandendo la propria spada.

"Lo dirà la prova dei fatti!" esclamò il guerriero appena arrivato, sganciandosi il mantello viola e scalciandolo lontano.

"Lo dirà la prova dei fatti. Il mio nome è Su Masu-Yari di Sanisu'." rispose Masu accogliendo la sfida e mettendosi in posizione di combattimento, dopo essersi liberato del mantello.

"E il mio è Su Rave-Suki' di Hikureeve'!"

Per un attimo Masu ebbe un dubbio: toccò il rubino che gli pendeva al collo ma lo sentì freddo: quello era davvero un guerriero. Era semplicemente un prepotente che attendeva una buona lezione. I due guerrieri, la spada tenuta saldamente nelle due mani e ritta davanti a sé, un po' sulla destra, parallela al corpo e con la punta verso l'alto, si muovevano come lungo un cerchio, l'uno di fronte all'altro, guardandosi negli occhi.

Ja tornò con l'otre gocciolante, canticchiando. Toma immediatamente andò a fermarlo e, quasi proteggendolo con il proprio corpo, lo sospinse indietro, verso un angolo. Gli occhi di Rave per un attimo guizzarono a soppesare il nuovo arrivato e il movimento di Toma, poi furono di nuovo fissi negli occhi di Masu.

"All'ultimo sangue..." annunciò Rave poi, con un sogghigno aggiunse, "... e poi mi fotto quei due."

"Al primo sangue..." rispose Masu, "... e poi ti fotto tre volte in pubblico, una per me e due per i miei amici!" aggiunse con allegria.

"All'ultimo sangue." ribatté Rave.

"Al primo sangue basterà, perché prima che tu veda una goccia del mio sangue, tu perderai la tua spada... e sarai nelle mie mani."

Rave rise: "Bene, se io vedrò una goccia del tuo sangue tu avrai perso e ti lascerai sbudellare da me, e quei due saranno miei. Se tu mi farai volar via la spada, sarò nelle tue mani e farai di me tutto quello che vorrai."

"Non posso io decidere per loro." disse Masu, mentre i due continuavano a girare fronteggiandosi e studiandosi.

"Ma non potrai fare niente per loro, una volta che t'avrò ammazzato." rispose con un sogghigno Rave.

Improvvisamente Rave si gettò su Masu, ma questi schivò abilmente il suo colpo e si rimise in posizione di difesa prima che l'avversario potesse girarsi e fronteggiarlo di nuovo. La serie di finte, di assalti, di piroette e di clangore delle forti lame d'acciaio era alternata da lunghi momenti in cui i due si studiavano e si fronteggiavano.

Era come se ognuno dei due accumulasse energia per poi liberarla di colpo in un forte e breve scontro. Sembrava che, ognuno dei due guerrieri, sapesse sempre quando, come e dove l'altro attaccasse. E sembrava che fossero di pari abilità, forza e valore. Toma li guardava affascinato, ma ancor più il giovane schiavo, che non aveva mai visto due guerrieri combattere seriamente e non solo per allenarsi.

A volte i due guerrieri attaccavano lanciando forti e secchi gridi, a volte nel perfetto silenzio rotto solo dallo scontro delle loro lame. A volte sembravano lanciare l'attacco con tutto il peso del proprio corpo, a volte solo facendo volteggiare le loro lame e le loro braccia. Ma nulla pareva realmente accadere. Sembrava più una serie di scaramucce di un allenamento, come Toma aveva visto parecchie volte, che non un reale duello.

A volte gli scontri consistevano in una serie rapida e alternata di colpi e di parate, in cui le spade roteavano con tale velocità da divenire quasi invisibili, altre volte era come un corpo a corpo di immane forza ma di breve durata, dopo il quale i due si separavano e riprendevano a girare uno attorno all'altro con passi misurati.

Rave si gettò con un urlo contro Masu, abbattendo la spada dall'alto a destra in basso a sinistra in un fortissimo fendente. Masu si scostò di meno di un passo, arcuando il corpo e subito rizzandosi, e la sua spada ebbe un brevissimo guizzo e tutto sembrò fermarsi per un attimo.

Rave si girò lentamente verso Masu, poi guardò il rivolo di sangue che scendeva dal proprio avambraccio destro.

"È solo un graffio. E io ho ancora la mia spada." disse, ma con aria leggermente scossa.

"Il tuo, non il mio. Quindi..." disse Masu sempre studiando l'altro.

Rave gli si gettò addosso con un nuovo urlo, nuovamente calando la spada con violenza, con entrambe e mani. Masu rispose con un colpo dal basso in alto, arcuando di scatto il corpo in dietro per dare più energia al proprio colpo.

Le due lame cozzarono con un forte suono squillante, scintille scaturirono dal loro acciaio, poi la spada di Rave volò via, roteando alta nel cielo, e cadde alle spalle di Masu con un forte clangore. E tutto ebbe improvvisamente fine.

"Giù, in ginocchio!" gli ordinò Masu riportando la propria spada in verticale alla destra del proprio corpo, come all'inizio dello scontro.

Gli occhi di Rave erano spalancati, pareva ancora incredulo. Poi, mentre si inginocchiava lentamente, chiese: "Come hai fatto?"

"Non l'hai visto? Non lo sai che in un colpo dato dall'alto in basso, verso la fine le mani allentano inconsciamente la presa sull'elsa, mentre dal basso in alto, le presa si rafforza? La forza di un calante è tutta iniziale, quella di un montante è tutta finale. Mi stupisce che tu non lo sappia, Di-Re!"

Il guerriero sconfitto ebbe uno scatto nei muscoli e negli occhi: "Come mi hai chiamato?" chiese in un ruggito.

"Di-Re. Hai detto che se vincevo facevo di te quello che volevo, no? Bene, faccio di te uno schiavo, un Di. E ringrazia gli dei che non voglia fare di te un Du, un animale!"

"Non puoi, io sono un Su!"

"Posso, ti ho vinto. E ora, prima ti inculerò, poi ti porterò in città dove ti venderò. Questo è il mio diritto di guerra e il patto di duello che abbiamo fatto."

"La mia terra non ha dichiarato guerra alla tua, non puoi..." disse Reve con un'espressione di orrore negli occhi.

"Siamo entrambi in una terra straniera, e questa è come una guerra fra te e me. Tu l'hai dichiarata, e ora tu ne subisci le conseguenze."

"Piuttosto... uccidimi!" protestò il guerriero sconfitto.

"Non mi piace fottere in culo un morto. Spogliati!"

"Uccidimi!" insisté il guerriero.

"Uno schiavo non ha il diritto di dare ordini, né di fare richieste al suo padrone. Denudati!"

L'uomo lentamente obbedì. Frattanto Toma era andato a raccogliere la pesante spada del guerriero sconfitto.

Reve si tolse il pettorale della corazza e Masu l'allontanò dall'uomo con un colpo del piede. Ja lo raccolse e lo portò lontano dai due guerrieri.

Quando Reve fu nudo, gli altri viandanti che erano sopraggiunti durante il duello, s'erano fermati a guardare la scena, informando anche i nuovi arrivati su quanto era accaduto e stava per accadere.

Masu liberò dai panni il proprio membro nudo, s'inginocchiò dietro al guerriero sconfito e, davanti a tutti, iniziò a fotterlo in culo con forti colpi. Reve chiuse gli occhi e restò immobile a subire in silenzio quella meritata umiliazione. Quando Masu si fu sfogato nelle carni dell'uomo, si rialzò e si riassettò gli abiti. Guardò l'avversario, ancora fermo a quattro zampe.

"Bene, Reve, ti risparmio le altre due inculate. La tua spada e il tuo pettorale sono miei. Puoi rialzarti, e ti puoi rivestire, Reve. E andare via, lontano da qui, e fare in modo che io non ti incontri mai più."

"Non... non hai detto che... mi volevi vendere come schiavo?" gli chiese incerto l'uomo.

"No, non lo faccio, benché ne abbia il diritto. Ti lascio la tua libertà, uomo. Reve resta il tuo nome, solo due sillabe... sta a te vedere se puoi essere accolto in una delle classi degli uomini liberi. Potrai diventare un mercante o un artigiano... o forse anche un produttore, se qualcuno ti vorrà adottare. Ma mai più un guerriero. O, allora, farò valere i miei diritti su di te."

"Ma che posso fare se non posso essere un guerriero. Ho ormai quarantacinque anni... non so fare altro." disse in tono abbattuto l'uomo, ora rivestito, alzandosi in piedi e guardando Masu con un tono di implorazione negli occhi, aggiunse: "Perché non mi uccidi?"

"Perché voglio che tu rifletta per tutta la tua vita quanto sia pericoloso fare il gradasso come tu hai fatto con noi." gli rispose seccamente Masu, infilando la sua spada nel fodero.

Uno degli astanti si accostò ai due: "Sono un mercante. A me farebbe comodo avere questo uomo ai miei ordini, è forte... anche se tu l'hai sconfitto. Dallo a me, guerriero!"

"Ho detto che è un uomo libero, non te lo posso dare. Ma se lui ti vuole seguire, e se gli offri qualcosa di buono, non dubito che verrà con te." gli rispose Masu.

Reve accettò di seguire il mercante. Il capannello si disciolse e i tre restarono di nuovo soli sul piccolo spiazzo. Masu bevve abbondatemente dall'otre. Poi guardò le spoglie del vinto che aveva tenuto per sé: il pettorale era bello, la spada ben fatta. Ne tolse dall'elsa il grosso topazio e lo affidò a Toma.

"Tieni tu questa bella pietra. La spada e il pettorale li venderai a qualche guerriero su in città. Andiamo!"

Ja gli si accostò: "Sei forte, Masu... e sei anche generoso." gli disse mentre riprendevano a salire la lunga scalinata tagliata nella roccia.

"La forza non è tutto, Reve vi aveva fatto troppo affidamento, per questo ha perso. Quanto all'essere generoso... Reve è stato umiliato abbastanza, per fargli perdere anche la libertà. Il vincitore non deve mai stravincere."

"Ma era tuo diritto farne uno schiavo." gli disse Ja.

"Così è. In guerra, i guerrieri che vengono sconfitti e che ancora sono vivi, diventano schiavi dei vincitori, è vero. Per questo in genere un guerriero preferisce lottare all'ultimo sangue. Ma... tu sei contento di essere uno schiavo, Ja?"

"Lo sono sempre stato, uno schiavo, io... ma ora sì, ora che il mio padrone è il Tu Toma-Bekere... ora ne sono molto contento."

"Perché ne sei innamorato." gli disse con un sorriso il bel guerriero.

Ja arrossì, e disse: "Uno schiavo non ha diritto di innamorarsi... di innamorarsi del suo padrone."

"Ma tu ne sei innamorato, non lo puoi negare." gli disse con gentilezza Masu.

Ja non rispose, ma i suoi occhi brillarono e risposero per lui. Poi gli disse: "Sai, Su Masu, quando quel Reve ha detto che ha quarantacinque anni, ho ripensato alla tua storia."

"Alla mia storia? Non ne vedo la relazione."

"Ma sì... Che cosa ti disse il mago? La prima benedizione era che dovevi vincere quattro età... e tu hai con-vinto o vinto il contadino di quindici anni, il mercante di trent'anni, il guerriero di quarantacinque e l'artigiano di sessanta... le quattro età dell'uomo, 15-30-45-60. Poi con la terza benedizione che dovevi unire 4 colori, che sono il tuo rubino, i lapislazuli di Toma, il talismano di citrino e il topazio dell'elsa del guerriero. Hai vinto tre dei quattro elementi, il ferro di Reve, il fuoco del drago, l'acqua della tempesta... ti manca solo da vincere l'aria. E i quattro punti che si devono unire, anche per questi ne hai già tre su quattro, infatti tu sei nato nell'ovest, Toma a nord e io a est... Ti manca solo il sud."

"Ed i quattro problemi da risolvere?" gli chiese poco convinto ma divertito Masu.

Ja si grattò un po' la nuca: "Quelli forse devono ancora venire. Sono l'ultima delle cinque benendizioni, no? Ma le due benedizioni che sono completate già hanno certamente annullato due delle maledizioni: ora puoi amare e puoi fermarti in qualche posto. Con gli altri due avrai anche ricchezza e potrai avere una casa tua."

"E la quinta benedizione?" chiese ancora Masu, per vedere fin dove giungesse la fantasia del giovane schiavo.

"Non so... Quella ti farà capire chi veramente sei... Perciò davvero non lo so." rispose Ja lievemente perplesso.

Masu fece spallucce, sorridendo, e non dette peso alle parole del giovane schiavo.

Finalmente giunsero alla porta della capitale. Al di là di questa, dopo che i guerrieri di guardia permisero loro di entrare, si trovarono ai piedi di una nuova, lunga e dritta scalinata che portava al castello dello Shiti di quel territorio, che si ergeva snello ed elegante, la facciata adornata da una serie decrescente di snelli archi e loggette: a ogni arco del pianterreno corrispondeva una bifora al primo piano, una trifora al secondo e una quadrifora al terzo. A destra e sinistra della scalinata, interrotta da ampi piazzali, si dipartivano vie parallele che portavano ai vari quartieri della città.

I tre iniziarono a salire la scalinata e videro che l'alzata di ogni gradino era adornata da un diverso fregio in pietra bianca con intarsi in pietra blu, che rappresentava le varie attività umane, da quelle domestiche alla guerra, dalle attività artigiane agli incontri amorosi, dal lavoro dei produttori alle feste.

Ogni piazzale da cui partivano le due vie verso nord-ovest e verso sud-est, aveva un pozzo in un angolo e quattro alberi, due per lato. Ja notò che un pozzo, due vie, ognuna con un elegante arco d'accesso, e quattro alberi, erano numeri magici. Toma allora fece notare che vi erano anche otto panchine di pietra, due a fianco di ogni albero, quindi la serie 1-2-4-8 era completa.

Erano giunti alla quarta piazzetta, quando, seduto su una panchina, videro un cantore cieco che suonava la sua arpa orizzontale e cantava. Attorno c'era un capannello di gente, i bimbi seduti a terra sulle dalle di pietra del piazzale, giovani da un lato, vecchi dall'altro, coppie di uomini e donne mature in centro, tutti in un perfetto silenzio, assorti ad ascoltare il dolce canto del cantore cieco.

I tre amici si misero dalla parte dei giovani e, lentamente, riuscirono a guadagnare i primi posti.

Il cantore cieco annunciò: "Ottavo poema, ottava sezione, settimo canto, prima ottava: come il cammino sia prossimo alla fine." Quindi iniziò a suonare la sua arpa e a cantare.

Masu lo guardava assorto, anzi affascinato: era un ragazzo di poco più giovane di lui, indossava una tunicella e attillati calzoni color verde foglia e un manto lilla, che mettevano in risalto la sua pelle chiara, i suoi cappelli biondi come prezioso oro, e occhi di un celeste intenso che, a parte la loro fissità, non facevano pensare che il giovane cantore fosse cieco.

Le sue dita lunghe e snelle pizzicavano lievi le corde, le accarezzavano, spostavano a volte i ponticelli d'osso che le tendevano, suscitandone note lievi e pure, a volte squillanti, a volte sussurrate, a volte purissime e a volte modulate. La bella voce del cantore scandiva i versi accompagnando la musica o variandola in un contrappunto. Un piede del cantore batteva lieve il ritmo del canto.

Il volto era sereno e di grande bellezza, il naso perfetto, le labbra morbide e belle, del colore del corallo chiaro.

Masu sentì il cuore danzargli in petto con crescente forza e non riusciva a distogliere gli occhi dal cantore cieco, che gli pareva bello come un'apparizione.

Il cantore trasse un'ultima nota dal suo strumento e la sua voce tacque. La gente che lo era stato ad ascoltare, iniziò a deporre monete in una ciotola che era posta davanti ai piedi del cantore e, lentamente e in silenzio sfollò dalla piazza per riprendere le proprie occupazioni.

Masu restò fermo al suo posto, a guardare il bellissimo cantore. Poi, quando ormai nella piazza erano rimasti quasi solo loro tre, stese una mano verso Toma. L'amico capì, trasse alcune monete dalla scarsella e le pose sul palmo della mano del guerriero. Masu le guardò e mosse lieve le mani come per chiedere altre monete. Toma ne aggiunse alcune.

Allora Masu s'accostò al cantore e depose le monete nella sua ciotola.

"Grazie, guerriero. Sei molto generoso." gli disse il cantante.

Masu lo guardò stupito: "Non sei cieco? Come puoi sapere che sono un guerriero?"

"Sì, sono cieco. Ma, vedi, quando un uomo perde la vista da molto piccolo, gli altri suoi sensi acquistano poteri maggiori. Inoltre certamente sai che un cantore partecipa in parte dei poteri della magia bianca. Perciò, quello che la luce dei miei occhi non può più cogliere, il mio olfatto, il mio udito, il mio gusto, il mio tatto sanno vedere. E gli occhi della mia anima sanno ammirare."

"Così... che cosa in me ti ha detto che sono un guerriero?"

"L'odore della pelle dei tuoi abiti, e il fruscio del tuo corpo in movimento, dei tuoi passi, e del tuo mantello contro la tua corazza, il lieve tintinnio della tua spada nel suo fodero. E ora anche il suono della tua voce. E so anche che dovresti avere un paio di anni più di me, che sei forte, vigoroso... che sei instancabile e deciso."

"E che altro sai?" gli chiese Masu in tono cortese, sempre più affascinato da quel bellissimo ragazzo.

"Che vorrei conoscerti meglio. Tu non sei di qui... Vieni da Sanisu'... questo me lo dice il tuo accento, nulla di misterioso." gli disse con un sorriso il cantore.

"E... sai anche il mio nome?" gli chiese allora il bel guerriero.

Il cantore ebbe una risata bassa e cristallina: "No, questo no. Però... però so che hai capelli neri e pelle scura, o meglio abbronzata."

"Sì... Ma questo, come puoi saperlo?"

"Me lo dice l'odore della tua pelle e dei tuoi capelli. È lieve, ma ora riesco a sentirlo, nonostante sia in gran parte coperto dall'odore dei tuoi abiti."

"Il mio nome è Masu-Yari, sono un Su... e tu?"

"Il mio nome è Suja-Li-Kuda, ma sono conosciuto come il cantore Kuda. Puoi chiamarmi così. Perché non siedi qui accanto a me? E anche i tuoi amici, il Signore e il suo schiavo... Non me li presenti?"

"Come sai che ho due compagni e uno, che si chiama Toma-Bekere, è un Tu e l'altro, è il suo Di, di nome Ja?" chiese Masu sedendogli accanto e ancora più meravigliato.

Di nuovo Kuda sorrise: "Ho sentito il rumore dei loro piedi sulla pietra del pavimento, ho percepito il loro odore: uno ha scarpe di pelle e abiti di broccato, quindi è sicuramente un Signore. L'altro è a piedi nudi e sta alle spalle del Signore, i suoi abiti odorano di canapa."

"Poteva essere un... produttore."

"No, avrei sentito odore di campi, o di animali, o di mare, di pesci... o l'odore della miniera. Non può essere un produttore. E mercanti e artigiani non vanno mai a piedi nudi. Gli artigiani hanno l'odore delle loro attività... e..."

"È davvero incredibile! Sei... incredibile, e molto bello!" gli disse quasi in un sussurro Masu.

"Posso... posso toccare il tuo volto, Su Masu?" gli chiese il cantore.

"Toccare il mio volto?"

"Sì... per capire come sei. Le mie dita permetteranno alla mia mente di dipingere il tuo ritratto." spiegò Kuda.

"Sì... certo."

Il cantore sollevò le mani e le posò sul viso del bel guerriero senza sbagliare di un solo centimetro. Poi lo sfiorarono in una lenta, lunga carezza, quasi come le mani di un ceramista che plasma la forma della sua opera.

"Sei molto bello, Su Masu..." mormorò il cantore. "E anche il tuo cuore è bello."

"Il mio cuore? Come puoi dire questo?"

"Le qualità del cuore di un uomo si riflettono sul suo volto e nel suono della sua voce, come pure nel senso delle sue parole."

Masu fremeva lievemente sotto i polpastrelli delle dita di Kuda. Quelle dita lievi che esploravano i suoi tratti stavano suscitando in lui emozioni molto profonde e di incredibile bellezza.

"Tu mi desideri, Masu." sussurrò il cantore.

"Sì..."

"Ma non desideri solo il mio corpo... tu vuoi anche il mio cuore, la mia anima... tu vuoi tutto di me." aggiunse Kuda a voce ancora più bassa e lievemente fremente.

"Sì..." mormorò Masu, completamente conquistato dal ragazzo.

"E io desidero te altrettanto, e nello stesso modo." gli disse il cantore, "Ti ho atteso per tutta la mia vita."

"Tu... hai atteso me?" gli chiese il bel guerriero sentendo il cuore che cantava.

"Non sapevo ancora che fossi tu, né quando, come e dove ti avrei incontrato. Ma ti attendevo... e ora so che sei tu colui che attendevo, che speravo un giorno di incontrare nei miei viaggi."

Toma e Ja li guardavano e ascoltavano in silenzio, immobili, quasi trattenendo il respiro, perché sentivano che qualcosa di prodigioso stava accadendo davanti ai loro occhi.

"Kuda... tu stai usando la tua magia su di me." gli disse Masu.

"No, Masu, non io. Sono le nostre anime che stanno compiendo prodigi, spingendo te verso di me e me verso di te. I nostri cuori stanno cantando insieme."

"Sì, cantando..." confermò il bel guerriero sentendosi sopraffatto dall'emozione. "E io... non mi sono mai sentito così nudo, così disarmato, così inerme eppure forte come ora, qui, accanto a te."

"È l'amore che rende così... inermi eppure forti."

"Kuda... vuoi essere mio?"

"Lo sono."

"Ed io tuo?"

"Lo sei."

"Tu mi ami, Kuda?"

"Ti ho sempre amato, ancora prima di incontrarti."

Ja ebbe come un breve singhiozzo, trattenuto.

"Che c'è?" gli chiese Kuda con un sorriso, volgendo il viso verso di lui.

"Posso farti una domanda, cantore?" gli chiese il giovane schiavo in un sussurro.

"Certo che puoi, Ja."

"Dove sei nato?"

"A sud, al confine fra Ooreeve' e Hikureeve'."

"Vedi, Su Masu, è lui il quarto! Lui è il sud fra noi quattro." esclamò trionfante lo schiavo.

Masu questa volta iniziava a credere alle interpretazioni del ragazzo e annuì.

Kuda chiese di che cosa stessero parlando, allora Masu gli raccontò tutta la sua storia.

Kuda annuiva poi disse: "Ora capisco... Sì, ora veramene capisco."

"Che cosa?" gli chiesero quasi ad una voce Toma e Masu.

"Conoscete l'Epopea dei Signori dei Signori?"

"Sì, ho avuto l'occasione di ascoltarne vari brani, da alcuni cantori." rispose Toma.

"E sapete come è nata, questa epopea? Come si è formata?"

"Per quanto ne so non è ancora terminata e fu scritta dalle varie generazioni di cantori ciechi." disse Toma.

"Esatto. Quado sarà completa, l'epopea sarà composta di 32768 versi, riuniti in 4096 ottave, che costituiranno 512 canti, organizzati in 64 sezioni, che formano 8 poemi. Non fu scritta dai cantori ciechi, però... ogni ottava, le parole e la musica, comparvero per prodigio sul fondo di legno delle arpe di noi cantori ciechi, incise da un fuoco come di fulmine. I cantori le hanno imparate a memoria e tramandate, da maestro a discepolo. Ogni maestro ricevette dagli dei più o meno una nuova sezione, a poco a poco, a volte qualche ottava, a volte anche un canto. E io sto ricevendo la sessantaquattresima sezione... che parla... del nuovo..." terminò con voce incerta il cantore cieco, e tacque.

"Del nuovo?" li incitò Toma.

"Del nuovo capitolo dell'epopea." concluse Kuda.

"E tu... sai a memoria più di trentamila versi?" gli chiese Ja con espressione ammirata.

"Anche la memoria, in noi cantori ciechi ha caratteristiche particolari." gli spiegò Kuda. "Però..." continuò poi, "c'è una cosa che non capisco, che non riesco a capire. Proprio nel giorno in cui il mio maestro mi mandò in giro per il mondo da solo, mi fece imparare una successione di otto note, senza parole, e stranamente dissonanti, e mi disse di non dimenticarle mai. Mi disse che se avessi dimenticato qualche parte dell'epopea sarebbe stato grave, ma che assolutamente non dovevo dimenticare queste otto note, perché sarebbe stato tragico. E questo gli fu detto dal suo mestro, che le imparò dal suo maestro... E che non so che senso abbiano."

Dopo un breve silenzio, il bel cantore cieco aggiunse, pensoso: "Un'altra cosa, mi disse il mio maestro: che io non avrei dovuto cercarmi un discepolo. Quando gli chiesi perché, mi disse di non preoccuparmi, che un giorno l'avrei saputo."

"Sei cieco dalla nascita?" gli chiese allora Ja.

"No. Avevo tre anni. Un'arpia nera si posò sulla sponda del lettino in cui dormivo. La sua orina mi bagnò il viso... e persi la vista. Poi... i miei genitori, che erano artigiani, mi affidarono al mio maestro, che aveva chiesto loro di prendermi con sé. Avevo otto anni. Ero un figlio inutile per i miei genitori, perché senza vista non avrei potuto continuare il loro lavoro, e comunque ero solo uno di otto figli. Così fu il mio maestro a farmi da padre e da madre, da tutore e da insegnante, da compagno e da sostegno... fin quando mi fece prendere il suo posto e andò a morire in Chuma, nel gran deserto di Hirosawa. Dovetti accompagnarlo fin là... e lasciarlo."

"Come si chiamava, il tuo maestro?" gli chiese Masu, accarezzandogli lieve una mano, sentendo il dolore che aveva accompagnato le ultime parole di Kuda.

"Baz'e-Li-Suja. E il suo maestro era Shee-Li-Baz'e..."

"Perciò ognuno di voi ha nel proprio nome il nome del suo maestro." notò Ja.

"Sì, è così, perché ognuno di noi continua la sua opera, quando prende il suo posto."

"Dove abiti, Suja-Li-Kuda?" gli chiese Toma.

"Sono ospite dello Shiti di questa terra, che certamente ospiterà anche voi. Mi volete seguire? Venite con me allo Zafu-Kaida, il Castello della Gradinata?"

"Potremo condividere la stessa stanza, tu ed io?" gli chiese Masu intrecciando le dita con quelle del cantore cieco.

"Sicuramente sì." gli rispose Kuda con un lieve sorriso, poi aggiunse, quasi sottovoce, "Ma io... sono ancora vergine, non ho mai giaciuto con un uomo."

"Non eri l'amante del tuo maestro?" gli chiese Masu mentre fianco a fianco salivano la gradinata.

"No, non ho mai giaciuto con un uomo, né mai con una donna." ripeté lieve Kuda, "Forse perché... perché aspettavo te, Masu."

Il bel guerriero si sentì ancora più emozionato di prima. Poi, quasi vergognandosi, gli disse: "Io, invece... forse l'ho fatto anche con troppi uomini."

"Bene. Perciò mi guiderai tu, Masu." gli rispose lieve il cantore, stringendo le dita del bel guerriero fra le sue.


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
10oScaffale
scaffale 10
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 2010