I due amici ripresero la via verso ovest. Dopo diversi giorni di cammino, giunsero al territorio di Maya-Tuwani'su', cioè al territorio che corrispondeva al pollice della grande mano del Dio degli Dei. Era questo un territorio in gran parte paludoso, perciò decisero, per traversarlo, di fare una parte del viaggio su una chiatta che costeggiava le rive.
Quando presero terra, si trovarono alle porte di una città media, di nome Wu-Z'ori. Stavano per entrarvi, quando una fiumana di gente urlante che ne usciva quasi li travolse. Nella grande confusione, riuscirono a capire che, dalla parte della montagna, probabilmente scendendo lungo il fiume che lambiva la città, era giunto dal territorio centrale un grande drago rosso che stava compiendo stragi fra gli abitanti.
Toma spiegò a Masu che i grandi draghi rossi erano fra i più pericolosi fra i draghi, perché non solo mangiavano uomini ed animali e sembravano insaziabili, ma anche perché le femmine, quando avevano partorito da poco, emettevano da due fori che avevano fra ventre e petto, lunghe fiamme, per difendere i neonati, che trasportavano sulla schiena, sia dall'attacco dei maschi della loro specie che da ogni altro pericolo.
Masu allora fermò uno dei fuggitivi e gli chiese se il drago che s'era istallato nella loro città emettesse fiamme.
"Sì, guerriero, e sta anche facendo bruciare le nostre case!"
"Ma... e i guerrieri della vostra città, non lo combattono?"
"I guerrieri? Sono stati i primi a fuggire, altro che difenderci. E d'altronde, al loro posto, sarei scappato anche io. Chi può far nulla per fermare un drago rosso? Quando non troverà più nessuno da mangiare, se ne andrà... non c'è altra soluzione." gli spiegò in fretta l'uomo e riprese a fuggire.
Masu scosse il capo: non riusciva a capire come un guerriero potesse fuggire di fronte al pericolo. Fin da piccolo gli avevano insegnato che per un guerriero è meglio la morte che il disonore che proviene dalla viltà.
Quando disse questo a Toma, il giovane signore gli rispose: "Non mi pare che si possa definire viltà lo sfuggire un pericolo di fronte a cui non puoi nulla. Io la chiamerei piuttosto saggezza."
Masu scosse il capo: "Ma ci sarà pure un modo per sconfiggere un drago rosso, no? Avrà pure un punto debole da cui trarre profitto."
Toma lo guardò incuriosito: "Non mi dire che ti sta venendo in mente di... di affrontare anche il drago rosso, no? Tu da solo..."
"Non lo so ancora, ma... perché no, se solo ne conoscessi il punto debole..."
"E ti pareva! Ci avrei scommesso... Un punto debole? L'unico, se a quanto pare è una femmina, l'unico punto debole sono i suoi piccoli..."
"Quanti piccoli fa un drago rosso in una nidiata?"
"Due, tre... raramente uno solo."
"E li protegge tenendoli sul dorso."
"Sì, fra le due file di scaglie che corrono ritte fra il collo e la coda."
"E come li alimenta? Li allatta?"
"Ma no. Mastica la carne di una vittima, poi se li mette davanti e dalla sua bocca spinge fuori con la lingua pezzi di carne masticata spingendoli nella bocca dei suoi piccoli..."
"E, che tu sappia, corrono in fretta i draghi rossi?"
"Pare di no. Pare che siano lenti: per questo lanciano le loro fiammate, per raggiungere anche da lontano chi li attacca o li minaccia."
"Quanto lunghe?"
"Non lo so, non li ho mai visti di persona. Ma da quanto si dice... più lunghe del proprio corpo... circa come l'altezza di cinque uomini uno sull'altro."
Masu rifletté, poi chiese: "E quanto è buona la loro vista?"
Toma rise: "E che ne so io? La loro vista? Perché mi fai questa domanda, che hai in mente?"
"Non so ancora, sto solo cercando di... conoscere il nemico prima di affrontarlo."
"Quindi hai proprio deciso di affrontarlo."
"Non ancora, ma mi piacerebbe. Come riconosce il suo piccolo un drago rosso? Per la forma, l'odore, i richiami?"
"Credo per la forma. So che i piccoli sono muti... e quanto all'odore, non ne sono certo, ma pare non abbiano un odore particolare, almeno non ne ho mai sentito parlare."
"E i piccoli stanno sulla sua schiena..."
"Quando cammina o quando dorme... Non quando li nutre né quando li fa giocare sotto il suo sguardo. In questo caso li tiene davanti a sé..."
"Quanto è grande, un piccolo di drago rosso?"
"Appena nato è come un bimbo di dieci anni... poi cresce mettendoci circa tre anni a prendere le sue dimensioni da adulto."
"E per quanto tempo la madre li tiene sulla sua schiena?"
"Circa un anno, mi pare."
"Perciò, dopo un anno, quanto sono grandi?"
"Come te o me, all'incirca."
Masu annuì. Poi chiese: "Può una spada forare la loro pelle?"
"Credo di no. Gli unici punti deboli sono gli occhi e l'interno della bocca... ma ha labbra estremamente affilate..."
"E denti aguzzi?"
"No, i draghi rossi non hanno denti, ma labbra taglienti come lame."
"Bene, ne so abbastanza. Vado in città a vedere con i miei occhi..." dichiarò allora Masu, estraendo la sua spada ed afferrandola con forza.
"Vuoi... che venga con te?" gli chiese un po' incerto Toma.
"No, grazie. Mi saresti solo d'impiccio se dovessi anche pensare a proteggerti. Grazie, comunque." rispose Masu che aveva però apprezzato l'offerta dell'amico.
Toma sembrò quasi tirare un sospiro di sollievo. "Allora... io ti aspetto qui." gli disse.
Masu annuì ed entrò a passo deciso, ma con tutti i sensi all'erta, nella città deserta. Cominciò ad aggirarsi a caso per le vie, cercando di capire dove potesse essere in quel momento il pericoloso drago.
Improvvisamente il guerriero udì il rumore di un crollo. Istintivamente saltò di lato, poi si diresse verso la direzione da cui era provenuto il rumore. Un forte bramito gli fece capire che la belva era nella direzione che aveva preso. Con prudenza, continuò ad avanzare.
In uno spazio libero fra una casa ed un'altra che doveva essere crollata da poco, vide il grande drago rosso. Stava steso sul ventre, le zampe anteriori allungate, la possente coda che si agitava lentamente a destra e sinistra, e fra le sue zampe due piccoli draghi di colore biancastro-rosato, si stavano azzuffando per gioco sotto lo sguardo attento della madre.
Masu si defilò in modo di non farsi vedere ma di non perdere di vista i tre draghi. Studiò la scena e la belva. Alle proprie spalle c'era una porta aperta. Arretrò entrando nella penombra della casa abbandonata in fretta. Si guardò attorno: era in una ampia cucina e sui fornelli stava bollendo un paiolo.
Andò a prenderlo, lo tolse dal fuoco e salendo per la scala che aveva visto, si recò al primo piano. Da una delle finestre vide che si trovava ora di fianco al drago, ma più in alto. Allora radunando tutte le proprie forze, fece dondolare il paiolo pieno di zuppa fumante quindi lo lanciò in modo che andasse a cadere davanti al grande drago.
Immediatamente la bestia si alzò con incredibile rapidità sulle zampe posteriori e dal petto uscirono due lunghe fiamme che avvolsero il paiolo ancor prima che toccasse terra. Quando l'improvvisato proiettile cadde sul terreno, era ridotto ad un contorto ed informe pezzo di metallo fumante.
Il drago si guardò attorno più volte, poi di nuovo si coricò a guardare e proteggere i suoi piccoli. Masu s'era nascosto dietro allo stipite della finestra ma non aveva perso di vista la scena. Nuovamente si guardò attorno. Era in una camera da letto. Passò nella stanza a fianco e vide che era una specie di sgabuzzino. La esplorò con lo sguardo. Non vide nulla di utile. Si spostò in altre stanze, di tanto in tanto spiando dalle finestre il grande drago rosso. Scese da un'altra scala e si trovò in un magazzino. Qui vide rotoli di corda, un argano fissato ad una parete...
Masu guardava ora gli attrezzi del magazzino, ora il terzetto di draghi cercando di formulare un piano d'azione. Le corde erano abbastanza numerose e lunghe... L'argano era comandato da un sistema di pesi e contrappesi... Vide anche alcune pulegge... Con calma ma attenzione, fissò un capo delle corde all'argano e lo mise sotto tensione, poi, srotolando le corde, risalì la scala fino al tetto, facendo passare la lunga corda tesa nel vano fra le rampe. Salito sul tetto, fissò una puleggia al bordo, vi passò la corda e misuratane una lunghezza che sperò fosse giusta, ne fissò l'altra estremità attorno alla propria vita.
Si tolse la corazza, prese in mano la spada. Guardò in basso il drago che continuava a tener d'occhio e proteggere i suoi piccoli. Afferrò la corazza e, con tutte le forze la lanciò verso i due piccoli, subito dopo si lanciò dal tetto puntando i piedi e volando nel vuoto, la spada ritta davanti a sé, contro il corpo, tenendone l'impugnatura con le due mani. La corazza giunse volteggiando poco sopra i due piccoli, il drago immediatamente si alzò e lanciò le sue fiamme centrandola in pieno. Masu si trovò davanti alla testa del drago e cercò con tutte le forze di colpirlo in un occhio con la spada.
Con un forte clangore colpì la dura pelle del drago senza ferirlo e per il contraccolpo volò indietro. La corda, giunta a fine corsa, fece scattare l'argano che si arrotolò e con uno strappo la corda lo tirò su prima che toccasse terra. Il drago lanciò le sue fiammate dove Masu era un attimo prima, ma il guerriero stava già tornando su. La corsa dell'argano terminò e il suo corpo si fermò di nuovo andando a sbattere contro la parete della casa. Masu con i piedi si spinse di nuovo in avanti.
Il drago s'era girato verso di lui che ora dondolava velocemente a destra e sinistra in una specie di arco di cerchio, dandosi ogni volta una spinta con i piedi conto la parete e volando in direzione opposta. Il drago lanciò ancora un paio di fiammate mancandolo, ma la seconda volta Masu sentì l'acre odore dei suoi capelli strinati dal fuoco. Il suo corpo si trovava quasi di fronte ad una finestra aperta. Allora con la spada tagliò la corda che lo teneva appeso al tetto e, sbattendo malamente contro lo stipite, cadde dentro la finestra in una stanza.
Non gli era riuscito di ferire il drago in un occhio come aveva sperato... d'altronde, si disse, le probabilità di riuscire erano piuttosto basse. Però un cosa aveva scoperto: tanto il drago era veloce nel sollevarsi e lanciare le sue fiammate, tanto era lento nel camminare e spostarsi. Non solo, ma cercando di intercettare lui che aveva identificato come una minaccia, come prima il paiolo poi la sua corazza, aveva per un certo tempo apparentemente dimenticato i suoi piccoli.
Una fiammata entrò dalla finestra ma, essendo questa diretta dal basso in alto, non lo prese, in quanto Masu era ancora raggomitolato a terra. Alcune suppellettili della stanza iniziarono a bruciare. Masu ritrovò la scala, prese la corda e la tirò, recuperandola. Scese e la raccolse, fece arrotolare di nuovo l'argano fissò i contrappesi e lo bloccò. Formò un cappio nella parte libera della corda, quindi, prudentemente, guardò dalla finestra del magazzino: il drago era ancora ritto e lanciava altre fiammate verso la finestra in cui lui era scomparso.
Rapidamente uscì dal magazzino, raggiunse uno dei draghetti, gli passò il cappio attorno alla coda e dette uno strattone alla corda. L'argano scattò di nuovo ed il draghetto, bloccato per la coda, fu trascinato verso la porta del magazzino. Masu, curvo dietro il corpo della piccola belva, tornò di corsa verso il magazzino. Guardò il grande drago rosso che ora, con poderosi colpi di coda, stava cercando di demolire la parete della casa sotto alla finestra in cui lui prima era scomparso.
Il draghetto era ora poco lontano dalla porta del magazzino, ma l'argano aeva terminato la sua corsa. Masu entrò e tirò la corda con tutte le sue forze, trascinando all'interno il draghetto che si dimenava debolmente. Riuscì a portarlo dentro, a farlo rotolare sulla schiena e con un poderoso colpo di spada gli squarciò il ventre. Un terribile puzzo assalì le sue narici. Facendosi forza per resistere, Masu fece uscire dal corpo ormai immoto della bestia le frattaglie, quindi si stese a terra e si fece calare sopra al corpo la carcassa semivuota della bestia. Tenendo con le due mani la spada e camminando curvo sotto il peso della carcassa, in ginocchio, il più aderente possibie al terreno, uscì lentamente dalla porta del magazzino...
Il grande drago rosso parve accorgersi del movimento e guardò verso il basso. Vide il suo piccolo muoversi e si abbassò fino a portargli il capo davanti, emettendo un forte bramito lamentoso. Poi estrasse la grossa e spessa lingua violacea e leccò il muso del suo piccolo...
Masu si erse di scatto e appoggiandosi con tutte le forze sulla spada, riuscì ad infiggerla con violenza dentro ad un occhio del grande drago. Questo barrì sollevandosi violentemente in preda ad un atroce dolore ed alzandosi gettò alcune fiammate. Masu però era aggrappato alla sua spada e pendeva di fianco alla testa della immane bestia. Sentì che la spada stava scivolando fuori dalla ferita.
Il drago era incollerito e menava violenti colpi con la coda. Le fiamme che lanciava dal petto sembrarono a Masu più deboli e meno frequenti. La spada si liberò dalla testa del drago, che la stava dimenando furiosamente, e Masu cadde sul terreno, sempre stringendo la spada in mano. Atterrò sui piedi e riuscì a molleggiarsi e restare ritto, scattò di lato, dalla parte dell'occhio accecato in modo di trovarsi fuori dalla vista del drago infuriato.
Ora si trovava fra la grossa bestia e l'altro cucciolo. Corse verso il secondo draghetto e, rapidamente, capovolse anche questo e lo squartò come il primo. Di nuovo vi si nascose dentro e restò immobile. Intravedeva le zampe anteriori del grande drago e capì da come si muovevano, che si stava avvicinando a lui. Sperò che il suo strattagemma funzionasse ancora. Ma il grande drago, questa volta, afferrò il suo cucciolo con le fauci per la collottola per deporlo sulla propria schiena. Masu si trovò allo scoperto.
Scattò dalla parte dell'occhio accecato sperando che la belva non l'avesse visto. Il drago depose il piccolo sulla sua schiena, ma essendo morto, questo non si tenne con gli artigli e scivolò via. La madre sembrò rendersene conto e guardò, con l'unico occhio ancora buono, il figlio. Si abbassò per sospingerlo con una delle corte zampe anteriori, poi si abbassò ancora per riprenderlo per la collottola.
Masu corse aggirando la grossa bestia e, prima che sollevasse il capo con il peso morto del suo piccolo, si lanciò sull'occhio ancora sano e, al primo colpo riuscì ad infilarci la spada. La bestia urlò e sollevò di scatto il capo. Masu lasciò la presa per non farsi trascinare in alto. Ora che l'orribile bestia era accecata, il guerriero aveva una più grande libertà di movimento. Ma doveva ancora trovare il modo di ucciderla...
Il drago dava grandi colpi di coda contro le pareti delle case circostanti, si muoveva senza rendersi conto di dove andasse e cozzava contro le costruzioni della via. A volte lanciava ancora qualche fiammata dal petto ma pareva che fossero sempre più deboli.
"Masu!" di sentì chiamare.
Da dietro l'angolo di una casa vide Toma guardarlo.
"L'ho accecato! Ma ora la mia spada è in suo occhio." gli rispose.
Andò verso Toma. Questi gli disse: "Non riuscivo a stare là ad aspettarti, specialmente quando ho sentito le urla della bestia... Accidenti che puzza! Ma sei tu che puzzi così!"
"Ho ammazzato i due piccoli... È il sangue di quelle bestie che puzza così. Ma ora non so come fare per ammazzare la madre."
"È infuriata..." notò il Signore tirando dietro la casa l'amico. Poi gli disse, ridendo: "Ma tu, non è meglio se ti vai a lavare?"
Uscirono dalla cittadina andando verso il fiume. Alcuni guerrieri della città stavano prudentemente riavvicinandosi alla città. Masu ne individuò lo Shisi allora gli disse quanto aveva fatto e disse che, ora che il drago era accecato ed indebolito, avrebbero potuto tornare in città per finire la bestia. E chiese loro di recuperare la sua spada e di rendergliela. Poi finalmente si tuffò in acqua per lavarsi via di dosso il sangue di drago e la nauseante puzza.
Dalla città sorsero terribili urla simili a ruggiti ed un acre fumo nero. Poi le urla cessarono. Dopo poco giunse il suono modulato di un corno. Allora si videro gli abitanti riemergere dai dintorni ed avviarsi, esitanti e prudenti, verso la cittadina. I guerrieri della città accolsero la gente informandola che il drago era finalmente morto, il pericolo era cessato.
La città era in festa: c'erano danni da riparare, qualche famiglia piangeva i suoi membri scomparsi, divorati dal drago rosso, ma la maggior parte dei cittadini danzava e cantava per le vie quasi come nel giorno del Propizio Crescente, quando si celebra l'unione del Gran Padre e della Grande Madre ed il giorno è uguale alla notte.
Dalla città uscirono nuovamente il locale Tu, seguito dallo Shisi e da numerosi To e So. Sopra ad un cuscino due schiavi recavano la spada di Masu. Si fermarono davanti al bel guerriero, si inchinarono e, rendendogli la sua spada, ringraziarono Masu e Toma per quanto avevano fatto, rendendo possibile eliminare il grande drago rosso.
I due schiavi indossavano una casacca e brache che sfumavano, dalle caviglie alle spalle dal verde chiaro all'azzurro. Masu notò che Toma non distoglieva gli occhi da uno dei due schiavi. Lo guardò anche lui: era un ragazzo sui diciotto anni, con morbidi capelli castano chiaro ed occhi castani, una pelle dorata quasi olivastra. Corpo snello ed alto. Era indubbiamente un gran bel ragazzo.
I due amici furono invitati al castello della città. Mentre traversavano le strette vie dell'antica citadina, ali di popolo festante acclamavano Masu: tutti già sapevano di dovergli la salvezza. Poiché Toma era entrato per cercarlo, anche lui veniva acclamato come salvatore della città.
Quando, giunti al castello, Masu dovette raccontare come avesse fatto per ferire, accecare, indebolire il grande drago rosso, spesso parlò al plurale, includendo così anche Toma nelle sue gesta, infatti, se pure di fatto il Signore non aveva partecipato all'azione, senza quello che gli aveva spiegato prima, Masu non avrebbe saputo che fare. Inoltre gli era grato che fosse entrato in città per cercarlo, grato per non averlo lasciato solo. Per quanto Toma ne sapeva, comunque, aveva rischiato la vita per essergli a fianco, anche se quando era arrivato il più era già stato fatto.
Il Tu fece allestire un grande banchetto in onore dei due eroi. Durante tutto l'allegro e rumoroso pasto, Masu nuovamente notò che il suo amico non toglieva gli occhi di dosso al bel paggio. Allora si chinò verso lo Shisi, che sedeva al suo fianco, ed indicando il bel paggio gli chiese chi fosse.
"Quel ragazzo? È Di-Ja, uno degli schiavi del nostro Tu. Ti interessa? Lo vuoi nel tuo letto? Se vuoi, posso chiedere al Tu di metterlo al tuo servizio, finché resti qui come nostro ospite."
"No, non per me, ti ringrazio. Ma il mio amico Toma sembra veramente affascinato da quello schiavo. Potresti chiedete al tuo Tu di metterlo a servizio di Toma?"
"Anche il tuo amico Tu ama le grazie maschili? Non è molto comune che un To... abbia gli stessi gusti di noi So..."
"Pare di sì. Puoi farlo? E non far sapere al mio amico Toma che l'ho chiesto io per lui?"
"Certamente, lo farò con piacere. Ma a te, Su Masu-Yari, c'è qualcuno che interessa in modo particolare?"
"Non veramente... e, in tutta sincerità, non vedo l'ora di potermi riposare, la lotta con il drago mi ha spossato, non tanto fisicamente quanto mentalmente."
"Posso capirlo. Comunque, al di là delle lodi per così dire ufficiali, noi tutti So, ed io per primo, ammiriamo la tua forza, la tua determinazione, la tua abilità. Saremmo onorati se tu volessi fermarti qui con noi, diventare uno di noi, se il tuo Shiti te lo permettesse... Ma dubito che sia disposto a rinunciare ai tuoi servigi..."
"Infatti..." rispose Masu che non aveva voglia di raccontargli come, in effetti, fosse stato scacciato, mandato in esilio.
Finalmente i due amici poterono ritirarsi nelle stanze loro assegnate per riposare. Masu, dopo aver fatto un nuovo bagno rigeneratore, si stese a letto e di addormentò di colpo.
Toma era appena entrato nella bella stanza che gli era stata data, quando sentì bussare alla porta.
"Entra!" gridò il signore.
La porta s'aprì e sul vano comparve lo schiavo che tanto aveva catturato la sua attenzione.
"Nobile Tu Toma-Bekere, il mio signore mi ha inviato a te, perché io sia al tuo servizio. Disponi di me come più ti aggrada, nobile Tu..."
Toma per un attimo restò a bocca aperta, quasi incredulo per la sua fortuna.
"Entra... Qual è il tuo nome, ragazzo? E quanti anni hai?"
"Sono il Di-Ja, e se i conti sono esatti, ho appena compiuto diciotto anni."
"Perché dici 'se i conti sono esatti'? Non sai quando sei nato?"
"No, signore. Mi trovò un mercante durante un suo viaggio nell'estremo ovest del nostro continente: ero un neonato, abbandonato. Mi prese con sé e mi vendette al Tu di questa città come schiavo. Almeno così mi è stato raccontato dagi altri schiavi."
"Un trovatello... Avresti potuto essere il figlio di uno Shiti, dunque, il che giustificherebbe la tua incredibile bellezza..."
"Io figlio di uno Shiti, signore?" chiese sorridendo il ragazzo, "Se così fosse non sarei stato abbandonato..."
"Ma neanche se eri il figlio di una schiava saresti stato abbandonato; nessun padrone abbandona un suo schiavo a cuor leggero..."
"Oh, signore, uno schiavo è poco più di un oggetto... Una schiava può essere utile per partorire nuovi schiavi, uno schiavo maschio neppure per quello." fece notare il ragazzo con un sorriso lieve.
Toma attrasse a sé il ragazzo e lo strinse fra le sue braccia. Il ragazzo fremette. Toma lo baciò sulle morbide labbra e Di-Ja rispose al bacio con evidente piacere. Senza più parlare, il giovane signore condusse il ragazzo accanto al letto ed iniziò a spogliarlo, carezzandolo e baciandolo con crescente eccitazione. Chiese al ragazzo di spogliarlo, sì che presto i loro corpi furono nudi e strettamente abbracciati.
Toma era totalmente affascinato dalla bellezza e dalla sensualità del giovane schiavo. Si stese sul letto tirando a sé il ragazzo e facendolo stendere sul suo corpo. Lo baciò di nuovo, a lungo. Per la prima volta in vita sua, e con qualche stupore, Toma si rese vagamente conto che, più che voler godere di quel corpo, sentiva di volergli dare piacere. Perciò si dedicò a lui con crescente dedizione.
Di-Ja in breve raggiunse vette di piacere e si agitava fra le braccia del giovane signore mugolando e fremendo.
"Prendimi, signore..." invocò il ragazzo.
"Davvero lo vuoi?" gli chiese Toma.
"Sì, ti prego... prendimi..." ripeté lo schiavo con una luce appassionata e piena di desiderio negli occhi.
Toma gli prese le gambe sulle spalle e con tenero piacere si immerse nelle calde intimità del ragazzo con un'unica, calibrata spinta. Lo schiavo sospirò contento, spingendosi contro il forte palo che lo stava penetrando, finché lo sentì completamente dentro di sé, che lo riempiva.
"Oh, signore, è bello..." sospirò Di-Ja iniziando a muoversi lievemente sotto il corpo di Toma in un lento va e vieni facendosi così limare nel caldo e stretto canale.
Anche Toma iniziò a muovere avanti e dietro il bacino, in modo di sfregare il suo forte palo contro la prostata del ragazzo, mentre si chinava sul suo corpo e riprendeva a baciarlo. I due corpi si muovevano in una dolce sincronia accostandosi ed allontanandosi di quel tanto da rendere più forte e profonda l'unione.
"È troppo bello..." mormorò ancora il ragazzo.
Toma era compiaciuto nel vedere il luminoso sorriso con cui il giovane schiavo lo accoglieva in sé, era esaltato nel rendersi conto che stava riuscendo a dare al ragazzo un piacere tanto intenso. Il Tu si stava dedicando al Di quasi come se Toma fosse lo schiavo e Ja il signore...
La forte e dura asta del giovane uomo scivolava nello stretto e caldo canale del ragazzo in un'incessante e vigoroso va e vieni, mentre Toma continuava a carezzare e baciare il bellissimo schiavo con abbandono, gli stuzzicava i piccoli capezzoli scuri, gli mordicchiava i lobi delle orecchie, la sua lingua giocava con quella del ragazzo.
Entrambi erano in preda ad una crescente passione, ad un piacere sempe più forte, e nessuno dei due pareva più conscio di appartenere ai due opposti gradi della scala sociale. Per Toma il piacere, oltre ad essere intensamente fisico, era per la prima volta anche profondamente spirituale: stava provando la gioia di donarsi all'altro, di dare più che prendere.
Spesso colui che penetra viene identificato con colui che prende, e chi è penetrato con colui che dà. Eppure, in quel momento, fra Toma e Ja le parti parevano naturalmente invertite. E questo riempiva di piacevole stupore tutti e due i maschi strettamente uniti su quel letto.
"Sto... per... venire..." mormorò con voce emozionata il piacente signore.
"Sì... sì..." rispose il sensuale ragazzo con una luce di grato piacere negli occhi.
"Eccomi... ecco...mi..." gemette Toma iniziando a schizzare nelle accoglienti profondità del ragazzo.
"Sìì... ti sento... vieni..." sussurrò con voce roca Ja.
Toma aveva appena cessato di donare tutto il proprio seme al ragazzo, quando anche questi venne fra i loro corpi strettamente uniti, agitandosi lievemente per l'intensità del godimento.
Lievemente ansanti, i due si fermarono, ancora frementi, e gradualmente i loro corpi si rilassarono, in una dolce calma a tratti interrotta da un lieve tremito.
Toma lo baciò ancora, con grande tenerezza. Il ragazzo sospirò. E di nuovo ognuno dei due fu cosciente del rispettivo livello sociale, Ja per primo.
"Oh, Signore... non ho mai... mai provato qualcosa di tanto bello..."
"Neanche io, Di-Ja. Resta con me..."
"Sono al tuo completo servizio... finché sarai ospite del mio padrone."
"Ma io ti voglio con me per sempre. Per sempre..."
"Sarebbe bello, non potrei chiedere niente di meglio dalla vita, nobile Tu. Ma non dipende da me, lo sai."
"Davvero anche tu vorresti essere mio?" gli chiese Toma carezzandogli teneramente una guancia.
"Se uno schiavo potesse decidere della sua vita... mi donerei totalmente a te, nobile signore, anima e corpo. Tu sei il primo che mi abbia fatto sentire... sentire un essere umano e non un qualsiasi oggetto. Io... io vorrei essere tuo, appartenere a te... oh, sì, lo vorrei davvero..."
"Di-Ja, chiederò al Tu di venderti a me. Lo vuoi?"
"Ne sarei onorato, fiero, felice, signore."
"Sarà la prima cosa che farò, domattina. Per ora, resta qui con me."
"Con infinito piacere, signore..."
Durante la notte fecero l'amore altre due volte, ed ogni volta la loro unione fu splendida, perfetta. Tutti e due desideravano con crescente intensità di poter restare assieme, per sempre.
Quando fu mattina, Toma, deciso ad avere Di-Ja con sé, si vestì ed andò a chiedere al Tu di vendergli Di-Ja. Gli offrì tutto il denaro che aveva con sé, ma il Tu non ne voleva sapere.
"Vedi, Toma-Bekere, non ho bisogno di denaro, ne ho molto... semplicemente non sono uso a separarmi dalle mie proprietà. Anche se devo esserti grato per quanto hai fatto per la città... chiedimi denaro e te ne darò volentieri. Ma non uno dei miei beni."
Inutilmente Toma insistette, il Tu pareva irremovibile.
Quando Masu incontrò l'amico, vide immediatamente che questi era scuro in volto. Gli chiese il motivo per quel turbamento e Toma gliene disse il motivo.
"Possibile che quello schiavo sia diventato così importante per te, in una sola notte? Lo conosci appena..." gli disse il guerriero piuttosto stupito.
"Sì, lo voglio davvero... vedi, le nostre anime si sono amate, durante questa notte, non solo i nostri corpi."
"Vuoi dire che ti sei infatuato di lui? Un colpo di fulmine?"
"Qualcosa di anche più forte... Credo di essermi innamorato di lui... e di essere ricambiato... che posso fare? Io... io voglio rapire quel ragazzo, portarlo via con noi... visto che non c'è altro mezzo."
"Ed avere tutti i So di questo castello alle calcagna? Oltretutto, ora che l'hai chiesto al Tu e che lui te l'ha negato, il giovane schiavo sarà tenuto d'occhio. Come puoi rapirlo?"
"Ma devo fare qualcosa... devo averlo con me."
"Hai completamente perso la testa per quel ragazzo! Toma, Toma... dov'è finito il passionale amatore di donne?"
"Quando si è innamorati, non importa più che sia uomo o donna, bello o brutto..."
"Quello schiavo è molto bello, comunque..." notò il guerriero.
"Ricco o povero, giovane o vecchio..."
"... ed è nel fiore della gioventù..."
"... uomo libero o schiavo..."
"Ma è uno schiavo, non può disporre di sé stesso. E se il suo padrone non si vuole disfare di lui..."
"Devi aiutarmi, Masu! Ti prego, devi aiutarmi. Io lo voglio rapire."
"Sì, ti aiuterò. Ma aspetta, prima di compiere un crimine derubando il signore che ci ospita, forse possiamo trovare un altro modo..."
"Gli ho offerto tutto il denaro che ho con me, anche il tuo denaro..."
"Mio? No è tutto tuo, ormai. Ma se ha rifiutato... che altro gli possiamo offrire?"
"L'unica soluzione è rapire Di-Ja."
"Prima fammi provare qualcos'altro..."
"Hai qualche idea?"
"Forse... ti sei mai chiesto quanto può valere il Kaoka se uno schiavo vale uno?"
"No... ma che c'entra?"
"Il Tu di questa città ci aveva offerto un premio per aver ucciso il drago, non è forse vero?"
"Sì... denaro..."
"Appunto. E noi gli chiederemo denaro..."
"Ma io voglio Di-Ja, che m'importa del denaro?"
"Ti fidi di me?"
"Sì, ma..."
"Allora lascia fare a me e vedrai che avrai il tuo Ja senza bisogno di rapirlo."
"E come?"
"Vedrai." gli rispose Masu con un sorriso misterioso.
Masu, prima di accomiatarsi dal Tu, gli ricordò che gli aveva promesso un premio in monete... Il Tu confermò.
"Ebbene, quello che ti chiedo, è che tu mi dia una moneta per i Di di questa città, due per i Da..."
"Per ognuno di essi? Si può fare..."
"No, una sola moneta per tutti i Di, due per tutti i Da, quattro per tutti i Re, otto per tutti i Ru e così via, su su per tutte le classi ed i gradini, raddoppiando fino al tuo grado di Tu... Questo darai a me e altrettanto al mio compagno."
"Mi chiedi molto poco..." gli disse il Tu un po' stupito.
"Mi accontento. Quindi, accetti?"
"Ma certamente."
"Tutti i presenti sono testimoni della tua promessa..." disse allora Masu.
"Ma certo, ed anche tutti gli dei, fino al Kaoka!" rispose allegramente il Tu della città. "Chiamate il mio tesoriere, e ditegli di contare subito le monete per questi salvatori della città, per esprimere loro la gratitudine che gli dobbiamo..." ordinò il Signore.
Il tesoriere entrò nella sala del trono del Tu, e questi gli ordinò di contare quante monete avrebbe dovuto versare a Masu.
L'uomo, un Tuha, prese il necessario per scrivere, sedette ad un tavolo, quindi inziò a fare i suoi conti... Dopo poco si alzò e parlò, a voce bassa e costernata.
"Non puoi mantenere la tua promessa, Tu Jaka-Roosuu'!"
"Come sarebbe a dire che non posso?" chiese il Tu con un'espressione fra l'accigliato ed il divertito.
"Non puoi, neppure se mettessimo assieme tutte le monete di tutti gli abitanti di questa città..."
"Spiegati, com'è possibile?" chiese il Tu, ora un po' più preoccupato per l'insistenza del suo tesoriere.
"Dovresti dare loro, in tutto, due milioni novantasette mila e centociqnuanta monete..."
"Cosa? Che dici? Devi aver fatto un errore..." esclamò il Tu e guardò con sospetto verso Masu e Toma.
Toma era quasi più stupito di lui.
"Nessun errore, purtroppo. Puoi far rifare i calcoli quante volte vuoi... la cifra è questa. Questo è quanto hai promesso loro."
Il Tu fece rifare i calcoli ad altri, e rifare di nuovo, finché dovette arrendersi all'evidenza.
Infine disse a Masu e Toma, con aria abbattuta: "A quanto pare ho fatto una promessa avventata, che non sono in grado di mantenere. Vi prego, non potreste chiedermi in cambio di una tale somma qualcosa che... che io sia in grado di darvi?"
"Volentieri, nobile Tu. Ci riterremo ricompensati se tu donerai al mio amico Tu Toma-Bekere il tuo schivo Di-Ja. Con questo dono avrai onorato la tua parola e saremo entrambi soddisfatti."
"Uno schiavo non vale tanto..." disse il Tu perplesso.
"Ma noi ci accontentiamo, vero Toma?"
Il giovane nobile, ancora stupito, assentì.
Così Masu e Toma lasciarono la città portando con sé il giovane schiavo Di-Ja.
Quando furono per la via, Toma chiese a Masu: "Tu già lo sapevi..."
"Non proprio. Ma sai, ho tentato molte volte di capire quanto poteva valere il Kaoka, raddoppiando ogni volta il valore e... mi sono sempre perso nei calcoli prima di giungere ad una risposta. Perciò ho pensato che avrebbe funzionato esattamente come è andata."
"Ed hai rinunciato a un grosso premio per me?" chiese Toma.
"Io comunque non posso avere con me nessuna ricchezza, a causa della mia maledizione. E la tua felicità con questo ragazzo è per me un premio sufficiente."
"Sei davvero un amico, Masu!"
"Come lo sei tu. Me l'hai dimostrato quando mi sei venuto a cercare, rischiando la tua vita, mentre combattevo il drago rosso..."