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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SIGNORE DEI SIGNORI CAPITOLO 6
LA MASCHERA SCONFITTA
E IL DOLCE SCHIAVO

Toccata terra, i due amici si inoltrarono per le vie del porto. Qui, a differenza che nelle altre città, i mercanti, dalle porte delle loro botteghe, lanciavano richiami per attrarre i compratori, creando una vivace e piacevole confusione, e decantavano le qualità e i prezzi delle loro merci.

La città era bella, Masu ne guardava le costruzioni, spesso di notevole eleganza, quasi tutte fatte con pietre di vari colori scolpite ad arte. Le più nuove avevano decorazioni geometriche, ma, avanzando verso il castello, le decorazioni rappresentavano essenzialmente foglie, fiori e vegetali, e le più antiche, che sorgevano sotto il colle su cui sorgeva il castello, erano spesso decorate con figure umane.

"Che costruzioni fastose ed eleganti!" osservò Masu, "Sono le residenze dei Signori di questo teritorio?"

"Alcune sì, ma la maggior parte appartengono a famiglie di mercanti."

"Di mercanti?" chiese Masu stupito, "Ma sono l'ultima classe prima degli schiavi! E hanno residenze così belle?"

"I mercanti, anche se sono la penultima classe, sono spesso assai più ricchi degli altri, a volte anche più di alcuni Signori. Vedi, Masu, i produttori sono la terza classe, in quanto sono essenziali per produrre i beni che ci permettono di vivere, cioè cibi e bevande, i legnami e le pietre per le costruzioni, oppure i minerali della terra, per i gioielli dei ricchi, per l'oro per le monete, per il ferro per le vostre spade e le vostre corazze, e così via. La quarta classe sono gli artigiani, che trasformano quanto i produttori forniscono, costruendo le cose, dagli abiti alle case, dalle armature ai gioielli e così via. Sono meno importanti dei produttori, ma utili, se non essenziali. Vengono poi i mercanti, che non fanno nulla di nuovo, semplicemente accumulano e ridistribuiscono i beni, comprandoli e vendendoli, trasportandoli. Sono i meno necessari eppure... sono proprio quelli che traggono un maggiore guadagno dai loro traffici."

"Già, non ho mai riflettuto su questo, ma credo che sia come tu dici. Ma allora, perché le due classi più importanti sono quella dei To, dei Signori, e quella dei So, dei guerrieri, che non producono nulla. Dopo tutto tu ed io... viviamo alle spalle di produttori, artigiani e mercanti."

"Sì, e anche degli schiavi. Ma vedi, i Signori sono come la testa di un corpo: sono loro che riflettono, organizzano, fanno in modo che tutto funzioni bene. Taglia la testa a un corpo e quello cessa di esistere. I Signori hanno grosse responsabilità, devono reggere tutta la società."

"E noi guerrieri?"

"Voi dovete fare in modo che le leggi dei Signori siano applicate, dovete sradicare e combattere le azioni dei malvagi, siano essi ladri, assassini, truffatori o altro, e dovete difendere la popolazione dagli attacchi dei Signori delle terre vicine. Senza di voi, l'anarchia regnerebbe, le leggi non avrebbero né senso né efficacia. Per questo noi Signori e voi Guerrieri, anche se non produciamo beni, siamo mantenuti... come dici tu."

"Ma chi garantisce che i Signori e i guerrieri non approfittino della loro posizione?"

"Un tempo era proprio il Taota. Ora... è un equilibrio che si cerca di mantenere a volte anche con guerre, o mostrando sufficiente forza per scoraggiare una guerra."

"Eppure... io ho provato sulla mia pelle l'ingiustizia della mia Shiti contro di me. Nulla ha potuto difendermi."

"Se ci fosse stato ancora il Taota, avresti potuto appellarti a lui. Anche uno schiavo poteva appellarsi al Taota, sai? Comunque, in qualche modo, la tua classe ti ha difeso. Per lo meno ha saputo evitare che la tua testa cadesse per l'assurda rabbia di una donna isterica. Il fatto che un Signore non può eseguire una condanna, ma che devono essere i guerrieri a eseguirla, è una buona legge, non ti pare?"

"Ma se Signori e guerrieri si mettessero d'accordo, potrebbero decretare ed eseguire una condanna ingiusta nei confronti del membro un'altra classe."

"La classe ha il modo di opporsi, se vuole."

"E come?"

"Se i produttori smettessero di produrre, o gli artigiani di trasformare e costruire, o i mercanti di commerciare... ai signori non converrebbe dare ordini assurdi né ai guerrieri eseguirli."

"E gli schiavi?"

"Immagina che smettano di lavorare... Tutte le altre classi si troverebbero in seri problemi."

"Teoricamente pare che tutto funzioni. Ma sotto la minaccia di morte, quanti, per sostenere uno solo dei propri membri, accetterebbe di morire?"

"Questo, cioè la viltà e l'egoismo, è il frutto di Ma, il grido di dolore e di Fa, la pena bruciante, cioè del dio Ku-Mamari-Marima il dio falso e di Ku-Fafalli-Fashulli la dea maligna; questa è la parte che nulla e nessuno può eliminare. Comunque da più di cinquecento anni, nonostante la scomparsa del Taota, un certo equilibrio è stato mantenuto, mi pare."

Così conversando, i due amici giunsero ai piedi del colle su cui sorgeva il Castello degli Otto Quartieri. Al limitare della strada che, salendo fra gli alberi del colle, conduceva alla porta del castello, un manipolo di guerrieri sbarrava la strada. Lo Shisi di quel gruppo avanzò verso i due amici.

"Nobile Signore, valente guerriero, che cosa vi conduce fin qui?" chiese loro con cortesia formale, ma con un velo di diffidenza negli occhi.

"Io sono il Tu Toma-Bekere del territorio di Makhi-Kimigasu', il figlio della Tu Maa-Kes'ere' nata in questo castello, e il mio compagno è il Su Masu-Yari, del territorio di Machi-Sanisu'. Siamo in viaggio per esplorare il mondo e chiediamo ospitalità al castello, come compete al mio rango."

"Esplorare il mondo?" chiese lo Shisi studiandoli a lungo, poi chiese: "E che ve ne viene da questa vostra... esplorazione?"

"Shisi! Non a te devo spiegazioni!" rispose in tono altero Toma.

"Chiedo venia, hai ragione, nobile Tu. La mia era solo curiosità, non intendevo mancarti di rispetto."

"La curiosità è una qualità lodevole, quando è ben diretta. Ma ora manda uno dei tuoi uomini su al castello a chiedere ospitalità per me e per il mio compagno."

"Sarà fatto, nobile Tu. Abbi solo la cortesia di attendere."

Quando lo Shisi tornò dai suoi uomini a dare ordini, e uno dei guerrieri si avviò a passo svelto su per la via che conduceva al castello, Masu sussurrò a Toma: "L'hai rimesso al suo posto! Si sente che nelle tue vene scorre il sangue del comando."

Dopo poco scesero per la via il guerriero mandato su con il messaggio e quattro altri guerrieri: uno Shisi e tre Su. Il nuovo Shisi, consultatosi brevemente con lo Shisi di guardia, s'accostò ai due amici.

"Se volete seguirci, vi accompagniamo su al castello." disse facendo un lieve inchino verso Toma.

"Ci è accordata ospitalità?" chiese il Signore.

"Uno dei Tu del castello vi attende, e lui vi dirà quanto è stato deciso." rispose lo Shisi senza alcuna espressione nella voce.

I due amici lo seguirono. Due guerrieri si misero ai loro fianchi e il quarto dietro di loro e presero a salire. Masu, con la coda dell'occhio, osservava i due guerrieri che li affiancavano. Si rendeva conto, per la sua esperienza, che quei quattro erano al tempo stesso una scorta di onore e una guardia.

In particolare Masu osservò senza averne l'aria, il guerriero più vicino a lui, che camminava alla sua destra. Era un bell'uomo e se ne sentì vagamente attratto. Inconsciamente, Masu portò una mano al suo rubino per giocherellarci e sussultò: il rubino era diventato caldissimo. Messo sul chi vive, Masu si chiese come capire da dove provenisse la magia nera che evidentemente l'aveva reso così caldo. Continuando a giocherellare con il rubino, abbassò lo sguardo e vi guardò dentro: vide che rifletteva l'immagine del guerriero alla sua destra, ma a differenza delle altre figure, la sua sagoma che tremolava dentro il rubino non era nitida, ma era una massa grigio scuro.

Allora Masu, lentamente, portò una mano al capo come per rassettarsi i lunghi capelli neri e invece afferrò improvvisamente la forte e pesante spada e la sfoderò, girandosi verso il guerriero.

"In guardia!" gli gridò.

Tutti si fermarono e gli altri guerrieri di scorta all'unisono estrassero le loro spade. Masu si lanciò sul guerriero accanto a lui che arretrò sfoderando a sua volta la propria spada. I due ferri si scontrarono con un forte clangore di acciaio. Masu improvvisamente riuscì a sferrare un colpo e a procurare una profonda ferita alla coscia del suo avversario. Toma frattanto aveva istintivamente estratto il proprio pugnaletto, chiedendosi stupito che cosa stesse accadendo.

Masu e il guerriero duellarono per alcuni minuti, e Masu dovette difendersi anche dall'attacco degli altri guerrieri. Temeva di non riuscire a resistere a lungo, quattro contro uno, nonostante la sua bravura con la spada, quando vide che il volto del guerriero che l'aveva attaccato alle spalle, che lui s'era girato per affrontare, si colorava di un profondo senso di stupore.

Si girò velocemente, sottraendosi a lui e per fronteggiare nuovamente il guerriero che aveva assalito, quando vide che questi stava lentamente scivolando a terra e si stava trasformando in una tigre bianca. Alle sue spalle udì la voce dello Shisi esclamare qualcosa, che gli altri ripeterono quasi in coro.

"Non è Ta'sha, è una maschera!"

La tigre bianca, che sanguinava da una zampa posteriore, si lanciò contro Masu spalancando le fauci dai lunghi denti affilati e sinistramente scintillanti. Ma ora gli altri tre So del castello cessarono di attaccare Masu e, giunti al suo fianco, affrontarono con lui la belva. La grande tigre bianca era balzata contro Masu, che rapidamente si abbassò, e mentre la tigre gli passava sopra, uno degli altri guerrieri riuscì a colpirla a un fianco. La tigre atterrò dietro di Masu, non lontana da Toma.

Sotto gli occhi attenti degli uomini, la tigre bianca si trasformò in un grosso serpente nero, che sanguinava da un fianco e accanto alla coda. Il serpente si erse sulla parte posteriore del corpo e sibilò contro Toma, che stringendo il proprio pugnaletto, era pronto a scattare contro di lui. Uno dei guerrieri del castello assalì da dietro il nero serpente, ma questi abbassò il corpo, sollevò la coda e dette un forte colpo alle gambe del guerriero facendolo cadere pesantemente a terra, poi rapido come un fulmine, di nuovo si erse girandosi per assalire Masu.

Toma, per nulla intimorito, gli saltò sopra abbracciandone il forte e scivoloso corpo e affondandovi dentro il pugnaletto.

Il serpente parve afflosciarsi, sfuggendo così alla presa di Toma, e nuovamente si trasformò, questa volta in un grande esapode rosso. I guerrieri gli furono sopra e lo colpirono da ogni parte con le loro spade. L'esapode perse quattro delle sue zampe, il suo sangue verde si sparse fumante sulla strada. Allora l'esapode si trasformò ancora, questa volta assumendo le sembianze di un piccolo, bellissimo fanciullo completamente nudo. Per un breve istante i guerrieri si fermarono esitanti, ma Masu, che era ora alle spalle della maschera, con un grande fendente orizzontale tagliò la testa del fanciullo facendola volare lontana.

Il corpo del fanciullo divenne grigio, si afflosciò come un sacco vuoto, fumo salì dall'amasso informe finché non restò sulla strada che un'ampia macchia scura. La testa era atterrata poco lontano e anche questa si trasformò in una massa grigia che a sua volta si consumò in un denso fumo nero e scomparve, lasciando un'altra macchia scura sulla strada.

Toma racolse da terra il suo pugnaletto, lo ripulì con alcune foglie e lo rimise nel fodero. Masu notò che era pallido, ma non aveva perso il suo portamento fiero. Allora Masu con il piede smosse la sabbia della strada cancellando la scura chiazza che la maschera, scomparendo vi aveva lasciato.

"È morta, finalmente." mormorò lo Shisi ancora lievemente scosso.

"No, una maschera non muore. Il suo spirito sta cercando un altro essere vivente abbastanza debole in cui istallarsi." disse Toma che stava ritrovando il proprio colore.

"Ta'sha non era un uomo debole... tutt'altro." disse uno dei guerrieri del castello.

"Le maschere trasmigrano da un corpo a un altro, trovando corpi via via più forti... oppure era già nel vostro compagno da quando era un bimbetto... forse proprio quello che abbiamo visto alla fine." disse Toma.

"Come potevi sapere che Ta'sha era una maschera?" chiese allora lo Shisi a Masu.

"Un'intuizione." spiegò Masu e vide un cenno di assenso di Toma per non aver rivelato la virtù della sua Lacrima di Kaoka.

"Se non lo ferivi costringendolo a cambiare forma, e a rivelarsi per quello che era... avremmo potuto ucciderti." gli fece notare lo Shisi.

Masu toccò di nuovo il suo rubino: ora era freddo. "Non era giunta ancora la mia ora, evidentemente." rispose il guerriero con un'alzata di spalle e rimise la propria spada nel fodero.

"Comunque sei un combattente di grande valore, molto abile e forte." notò uno dei guerrieri del castello.

"Non per nulla l'ho scelto come compagno nel mio viaggio." disse con un sorriso sornione Toma.

Ripresero a salire verso il castello. Masu disse a Toma, sottovoce in modo di non essere udito dagli altri: "Sono io che ti ho scelto per mio compagno di viaggio, Toma. Non dimenticarlo."

"Un guerriero non sceglie un Signore, non lo sai come va il mondo? Diciamo che... ci siamo scelti a vicenda. Va meglio così?"

Masu annuì: "Comunque ho ammirato il tuo coraggio e il tuo sangue freddo. Saresti stato un buon guerriero, tu."

"Mah, chi lo sa? E tu forse un buon Signore... ma questo devo ancora scoprirlo." gli rispose l'amico con lieve ironia.

"Forse... Devo ancora imparare moltisime cose." commentò Masu con allegria.

Furono ricevuti da uno dei Tu, che essendo abbastanza anziano, aveva conosciuto la madre di Toma, e che prontamente dette ordini per far assegnare ai due ospiti due stanze nell'ala del castello riservata agli ospiti. Chiese a Toma per quanto tempo intendessero fermarsi e il giovane Signore disse che si potevano fermare per una sola notte, in quanto dovevano proseguire il loro viaggio. Masu annuì: l'amico s'era ricordato della sua maledizione per cui non avrebbe potuto passare più di una notte sotto lo stesso tetto.

Toma poi, guidato dal Tu che li aveva accolti, andò a visitare i parenti della madre. Da questi ottenne un cambio di abiti e una buona dotazione di monete d'oro. Poi assieme a Masu visitarono il resto del castello. Gli otto castelli da cui era costituito, erano usati uno dallo Shiti e dalla sua numerosa famiglia, uno era l'ala di rappresentanza in cui lo Shiti amministrava la giustizia, dava ricevimenti e dove c'erano le stanze del suo tesoriere e degli altri Signori che lo affiancavano negli affari di stato. Un altro castello era usato dai Signori che normalmente abitavano a corte, due erano usati dai guerrieri, e l'ultimo era quello per gli ospiti, dove Masu e Toma avevano le loro stanze.

Il lusso, specialmente nel castello per gli affari di stato, era davvero incredibile. Le pareti di pietra erano completamente coperte da arazzi tessuti con bei colori, che rappresentavano la teogonia e l'antropogonia secondo i miti, le colonne erano rivestite con broccati di diverso colore in ogni stanza, con figure geometriche intessute con filo d'oro, i pavimenti coperti da tappeti tessuti in modo di essere della esatta forma e dimensione di ogni stanza e dello stesso colore dei broccati delle colonne. Le porte erano fatte con pannelli di legni policromi intarsiati, che rappresentavano ognuno un diverso tipo di pianta o di animale. Le finestre, infine, erano chiuse da pannelli traslucidi di finissimo alabastro scolpito con un sottile bassorilievo, che diffondeva la luce con una tonalità calda e piacevole.

Masu, che aveva sempre pensato che il triplice castello del suo Shiti fosse magnifico, si rendeva conto di non aver ancora visto nulla di talmente lussuoso e pieno d'oggetti di raffinatissima arte. Girava per le stanze, le scale e i corridoi con il naso all'aria e un'espressione di stupore dipinta sul volto. Anche i signori erano vestiti in modo incredibilmente lussuoso. Il lusso era tale e tanto che, dopo un po' Masu lo trovò anche eccessivo, pesante. Solo i due castelli abitati dai guerrieri erano arredati con maggiore semplicità ed essenzialità.

A sera i due amici parteciparono a una delle feste che lo Shiti era uso dare al castello. Oltre a sovrabbondanza di cibi e bevande, la cena era allietata da musici, danzatori e danzatrici, acrobati e giocolieri. Gli schiavi che servivano a tavola erano giovani dei due sessi, tutti di rara bellezza, vestiti con corte tunichette del colore dello Shiti, il verde, e che non di rado gli ospiti, uomini e donne, palpavano sotto gli abiti senza alcun ritegno, sì che non pochi dei ragazzi presto avevano vistose erezioni che ne sollevavano la tunichetta sul davanti. Un'atmosfera di forte e aperta lascivia pervadeva i saloni delle feste.

Quando lo Shiti dette il segnale della fine della festa, alzandosi e battendo tre volte le mani, tutti gli ospiti si alzarono e, dopo essersi inchinati allo Shiti, uscirono, molti di loro portandosi nelle loro stanze uno degli schiavi, delle schiave, o dei ragazzi e ragazze che avevano dato spettacolo con le loro arti. Masu notò con un sorrisetto che anche Toma si stava portando dietro un giovane e bel danzatore. "Aha! Pare che il buon Toma voglia provare ancora il piacere che si può avere con un maschio!" pensò il guerriero divertito.

Uno degli schiavi si accostò a Masu: "Mi permetti di rivolgerti una preghiera, valoroso guerriero?"

Masu lo guardò incuriosito e pensò che lo schiavo era ardito a rivolgersi a lui con la sua richiesta. Forse il fatto di essere abituato a servire a corte lo aveva reso meno riservato e schivo di quanto uno schiavo solitamente deve essere. O forse in quel territorio gli schiavi godevano di maggiore libertà che non dalle sue parti...

"Dimmi..." gli rispose guardandolo.

Era un ragazzo sui diciotto anni, di rara bellezza. Aveva un che di virile e di dolce al tempo stesso che formava un gradevole contrasto.

"Permetti che sia io ad accompagnarti nella tua stanza?" disse lo schiavo e arrossì lievemente.

"Da quanto in qua uno schiavo sceglie chi accompagnare?" gli chiese Masu in tono falsamente burbero.

"No... no, valoroso guerriero... la mia è solo... una preghiera, non una scelta, non una richiesta. Non mi permetterei mai di..."

"E perché vorresti accompagnarmi nella mia stanza?"

"Speravo che... per tutto il tempo della cena ti dei degnato di guardarmi e allora..."

"Ma non ti ho mai neppure sfiorato con un dito, mentre mi servivi." gli fece notare il guerriero.

"Non hai sfiorato nessuno dei miei compagni... ma non guardavi nessuno spesso come guardavi me, perciò... credevo che forse... Se mi sono sbagliato, ti prego di perdonarmi..."

"Se non ti ho sfiorato neppure con un dito... forse è perché non mi interessava farlo, non credi?"

"Sì, non ci avevo pensato... perdonami..."

"A che cosa avevi pensato, allora?" gli chiese Masu incuriosito, pensando che effettivamente si sentiva molto attratto da quel bel ragazzo.

"Che forse... che forse tu... a differenza di molti... non vedessi in me solo un oggetto da usare..."

"Uno schiavo non è un oggetto, è un essere umano." rispose Masu.

"Ma è trattato come un oggetto... comprato, venduto... e senza una volontà propria... solo un oggetto, quindi. Quasi nessuno la pensa come te. E io... se tu lo vuoi... sarei lieto di... di dirti con tutto il mio corpo quanto ti sono grato per il tuo modo di... di guardarmi."

"Ti vedo come un bellissimo ragazzo." gli disse Masu, sorridendogli per la prima volta.

"Mai bello come te, guerriero." gli rispose lo schiavo e nuovamente assossì un poco e abbassò lo sguardo per l'ardire di rivolgersi così a un uomo libero e per di più di una classe così alta, seconda solo ai signori.

"Mi hai convinto. Vieni, dunque." gli disse Masu, sempre più conquistato non solo dalla bellezza ma anche dalla personalità del giovane schiavo.

"Grazie, valoroso guerriero..." mormorò il ragazzo e i suoi occhi brillarono per un attimo, prima di assumere nuovamente lo sguardo ossequioso che competeva a uno schiavo.

Anche quel brevissimo brillare degli occhi dello schiavo fece piacere a Masu.

"Come ti chiami, ragazzo?"

"Di-R'o è il mio nome."

"R'o... io mi chiamo Masu-Yari."

"Sì, Su Masu-Yari, il tuo nome è sulla bocca di tutti, qui a castello."

"Ah, davvero?"

"Tutti sanno come hai scoperto e ucciso una maschera."

"Senza gli altri... non so se da solo sarei riuscito. Non è tutto merito mio."

"La modestia è una virtù rara, specialmente fra i guerrieri." notò il ragazzo.

"Non è modestia, la mia, è solo realismo. Un buon guerriero deve conoscere la sua forza almeno quanto deve conoscere i propri limiti."

"Non solo un buon guerriero, Su Masu-Yari."

"Se dobbiamo condividere lo stesso letto, anche se solo per poche ore, puoi chiamarmi solamente Masu."

"Uno schiavo non deve..."

"Dimentica, almeno mentre sei con me, di essere uno schiavo."

"Come dimenticare quanto fin dalla nascita tutti te lo ricordano continuamente?"

"Io in certi momenti riesco a dimenticare di essere un guerriero."

"Scendere una scala è più agevole che salirla... soprattutto se si ha un greve peso sulle spalle." osservò il ragazzo.

A Masu quel ragazzo, e la sua personalità, piaceva sempre più. "Uno Shiti nudo ed uno schiavo nudo non sono distinguibili."

"Forse mentre dormono... Ma uno Shiti guarda, parla, si muove e ragiona in modo assai diverso da uno schiavo."

"Sì, puoi aver ragione, ragazzo. Eppure tu ragioni molto bene."

"Grazie."

"E non è né colpa tua se sei nato schiavo, come non è merito dello Shiti il fatto di essere nato un Signore."

"Ma è merito tuo essere diventato un guerriero, e un guerriero valoroso."

"Forse... A te sarebbe piaciuto diventare un guerriero?"

"Nessun guerriero mi ha scelto, da piccolo, per allevarmi come suo Seha. Forse non ero abbastanza forte, o ardito, o adatto."

"O forse chi posava il suo sguardo su di te non aveva occhi abbastanza acuti per vedere chi veramente sei."

"Sia come sia, Su Masu-Yari..."

"Ti ho chiesto di chiamarmi solo Masu."

"Perdonami, le abitudini sono dure a morire."

Entrarono nella stanza che era stata assegnata a Masu. Il guerriero chiuse accuratamente sia la porta che dava nel corridoio, sia quella che portava alla stanza di Toma. Mentre chiudeva quest'ultima, sentì i gemiti di piacere che ne provenivano: il suo amico era già in piena attività col suo danzatore, evidentemente, impegnato in una danza sicuramente assai sensuale... pensò con un sorriso.

"R'o, vieni." disse sedendo sul bordo del letto e tendendo un braccio verso il ragazzo.

Lo schiavo tese un braccio verso di lui avvicinandoglisi. Masu gli prese la mano e l'attrasse a sé. Lo fece sedere sul suo grembo e prese a carezzare il ragazzo sotto la corta tunicella verde.

"Che vuoi che faccia, Su Masu?" chiese il ragazzo sottovoce.

"Qualsiasi cosa tu desideri fare. Da questo momento in poi siamo solo due maschi che vogliono dare e prendere piacere. Solo due corpi che vogliono godere l'uno con l'altro, l'uno dell'altro. Se per te è difficile salire una scala con un peso sulle spalle, sarò io a scenderla, finché saremo, almeno per queste ore, sullo stesso gradino."

Il bel guerriero prese fra le mani il volto del ragazzo e gli posò le labbra sulle sue: erano morbide, calde e si schiusero prontamente. Dopo poco i due si stavano baciando profondamente, ed entrambi ne furono presto pienamente eccitati. Masu sentiva il ragazzo fremere sulle sue gambe. La sua mano carezzò il duro membro eretto dello schiavo.

"Posso... posso spogliarti, Su Masu?"

"Certo che puoi. Non devi chiedere, fallo."

"Non vorrei fare qualcosa che tu non gradisci... vorrei... poterti compiacere."

"Se farai qualcosa che non mi piace, ti fermerò, te lo farò capire, te lo dirò. Non preoccuparti per questo."

"Sì, Su Masu."

Il guerriero si alzò in piedi per permettere al ragazzo di togliergli di dosso gli abiti.

Dopo poco erano entrambi nudi sul comodo letto, e il ragazzo era fra le braccia del guerriero.

Ad un certo punto Masu chiese a R'o: "Ma a te... piace farlo con un maschio?"

"Sì, molto."

"L'hai mai fatto con una donna, una ragazza?"

"Una volta, con una schiava... e non mi è piaciuto. E tu, l'hai mai fatto con una donna, su Masu?"

"No, non io. Alcuni guerrieri lo fanno, ma pochi. Perché a te piace di più farlo con un uomo?"

"Perché... perché... non lo so. Mi piace, semplicemente. Specialmente con un uomo bello e forte come te, con un uomo virile."

"Anche tu, se pure così giovane e dolce, sei virile... e per questo mi piaci."

"Pensi che io sono virile anche se... anche se a me piace solo... solo essere penetrato?"

"Che c'entra? Essere virili è una questione di carattere, di atteggiamento. Un uomo non è meno virile solo perché si concede a un altro uomo."

"Allora... mi prenderai?"

"Con vero piacere."

"Come vuoi che mi metta, Su Masu?"

"A me piace prendere da davanti, mi piace guardare in viso il mio compagno. E a te? Come piace farlo?"

"Anche a me piace in quel modo. A quattro zampe mi pare di essere... un po' come un animale... Anche se dipende da come fa chi mi prende."

"Hai un amante, tu, ragazzo?"

"Come può uno schiavo avere un amante? Non dispone del suo tempo, oggi è qui domani chissà dove. E se anche qualcuno lo prende con sé come schiavo personale... quando si stanca lo può vendere, dare via, farlo usare da altri come più gli piace."

"Già... non ci avevo mai pensato."

"Il Tu Toma-Bekere è il tuo amante?"

"No, solo un amico. Non ho un vero amante."

"E... non vorresti averlo?"

"Sì, forse... un giorno... E tu?"

"So che non mi è possibile, perciò spero di non innamorarmi mai... per non soffrire troppo. Noi schiavi siamo solo un gradino più su degli animali, ma nella stessa classe. E gli animali non si innamorano... fottono e basta."

"Ma tu non sei un animale."

"Eppure sono nella stessa classe."

"Come pure le piante... Eppure non sei una pianta, no?"

"E chi lo sa?"

Masu stava provando una crescente tenerezza verso quel ragazzo. Pensava che non era giusto che fosse talmente "avvilito" da chiedersi se veramente non c'era differenza fra lui e un vegetale, fra lui e un animale. Davvero gli dei avevano deciso che schiavi, animali e piante fossero solo gradini della stessa classe? Perché avevano deciso così?

Masu decise che doveva far sentire al ragazzo che, benché appartenesse alla più bassa classe della società, lui era un essere umano... molto più di un animale o di una pianta.

Si mise perciò a fare l'amore con R'o con tutta la sua passione e con tutta la sua tenerezza.

Presto il ragazzo fu fortemente eccitato e la prova fu che iniziò a mormorare "Sì... Masu, sì..." senza più usare il suo titolo di "Su".

Masu, dapprima per una decisione razionale, poi istintivamente, si dedicò a pieno al piacere del ragazzo. Quello che in parte lo sorprese fu che, così facendo, anche il suo piacere stava acquisendo un sapore particolare, quasi più bello del solito. Oltre al piacere fisico, stava ricavando da quella unione una forte gioia. Confusamente pensò che ci poteva essere più gioia nel dare che nel ricevere. Dedicarsi a quel ragazzo fino a poco prima totalmente sconosciuto, e ora appena conosciuto solo in superficie, gli stava dando più di quanto ne traeva.

R'o pareva aver perso ogni timidezza, ogni ritrosia che la sua condizione di schiavo gli aveva imposto di indossare. Gradualmente iniziò a partecipare a quell'unione con tutto se stesso. E continuava a chiamarlo solamente con il suo nome, quasi in una dolce invocazione, ripetendo sottovoce "Masu... Masu... Masu..."

Quando finalmente il forte e bel guerriero portò il ragazzo al massimo del piacere, il volto di R'o era radioso. Stringendosi al forte corpo del guerriero, quasi aggrappandosi a lui, ancora fremente per il forte e bellissimo orgasmo, il forte membro di Masu ancora saldamente e profondamente infisso in lui, il giovane schiavo iniziò dolcemente a piangere.

Masu capì che quelle lacrime non erano originate da dolore, da tristezza, ma da una gioia troppo grande. Masu sapeva che il gusto delle lacrime cambia a seconda del sentimento che le provoca; con un dito ne raccolse una e la assaggiò: ora era sicuro di essere nel giusto nella sua analisi.

Tenne il ragazzo fra le sue braccia, e quasi lo cullò, con tenerezza, aspettando che la tempesta di emozioni che aveva suscitato in lui si calmasse.

R'o guardò in viso il bel guerriero, poi, con un filo di voce, gli chiese: "Perché? Perché mi hai fatto questo? Perché? Non dovevi... non dovevi..."

"Sì che dovevo. L'ho fatto perché, quando dubiti di essere uguale a un vegetale o a un animale, quando ti vogliono far credere che lo sei, ricordando questo momento tu possa sapere, dentro di te, con certezza, che sei un essere umano. Non dimenticarlo mai, R'o."

Il ragazzo annuì, poi chiese, con un filo di voce: "Mi permetti di addormentarmi fra le tue braccia? Di dormire con te, questa notte?"

"Con vero piacere, ragazzo, con vero piacere."


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